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Malalingua, Sintesi del corso di Storia della lingua italiana

Breve riassunto del libro Malalingua del prof Trifone

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

Caricato il 17/02/2022

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“Malalingua – l’italiano scorretto da Dante a oggi” – Trifone.
-Capitolo I: Le parole rozze e disordinate di Dante-
Il primo grande capolavoro in volgare, la Commedia dantesca, entra a far parte della scena linguistica e
culturale italiana in un momento in cui il latino domina il mondo della scrittura e continua ad essere la lingua
europea della comunicazione elevata. A questa supremazia non riescono ad opporsi gli idiomi locali, utilizzati
per la comunicazione quotidiana in aree circoscritte. Qualche dialetto, però, viene utilizzato anche in ambito
letterario, primo fra tutti il siciliano illustre della scuola poetica fiorita negli ambienti della corte di Federico II
di Svevia; ma si tratta per lo più di fenomeni effimeri. Durante il 200, in Italia, si fa un largo uso dei volgari
romanzi che sono già dotati di prestigio letterario, come il francese antico e il provenzale: ad esempio, il
Milione” di Marco Polo fu scritta in francese antico. È a partire da questa situazione che il magistero dantesco
contribuisce a cambiare il corso della lingua e della letteratura italiana. Più precisamente, l’italiano letterario
nasce e si sviluppa grazie a due autori: Dante e Petrarca. Dante ne è il padre munifico, generando un sistema
complesso di forme e significati, Petrarca ne è il principe, tanto da diventare il più potente modello della poesia
italiana ed europea. Nel 1525, con la pubblicazione delle “Prose della volgar lingua” di Pietro Bembo, si
radicalizza l’antitesi Dante-Petrarca. Bembo sostiene che Petrarca è il fautore più rappresentativo della
rinascita della classicità volgare, non Dante, colpevole di scrivere “bassissime e le vilissime cose”. Bembo
condanna il plurilinguismo dantesco, dai latinismi ai forestierismi, dagli arcaismi ai neologismi, criticando
l’ospitalità offerta dal poeta agli idiotismi dell’uso plebeo (i dialettismi); paragona la Commedia ad un “bello e
spazioso campo di grano” in cui tutto è mescolato. La critica si sofferma maggiormente sulle parole “rozze e
disonorate” di cui Dante si era servito. Bembo, evita di citare passi della Commedia che per lui erano
sconcertanti, come “ed elli avea del cul fatto trombetta”, facendo piuttosto riferimento a forme dal senso comico
e popolare, come signorso per signore. Queste critiche evidenziano i limiti dell’ideale linguistico bembiano,
incentrato solo sul decoro formale che condurranno al petrarchismo più sclerotico e inespressivo. Sono anche
gli anni del Galateo, che punterà il dito anche sui versi danteschi caricandoli di doppisensi. Dante è agli antipodi
di questo perbenismo; all’interno del “De vulgari eloquentia” raccoglie i diversi idiomi italiani, illustrando non
solo i fenomeni dialettici più caratteristici delle 14 aree individuate, ma si immerge nella parte viva della lingua,
inserendo molti di questi elementi nella Commedia. Ad esempio riporta una frase dell’uso reale fiorentino:
manichiamo, introque che noi non facciamo altro”, cioè “mangiamo, intanto che non abbiamo altro da fare”. Qui,
le forme caratterizzate in senso popolareggiante sono “manichiamo” per “mangiare” e “introque” per “intanto”,
entrambe molto utilizzate nell’inferno. Nello Zibaldone Leopardi affermava che Dante “non ebbe e non avrà mai
pari” fra i poeti italiani. Naturalmente Dante sa pesare le parole come nessun altro, trovando le giuste parole sia
per l’Inferno che per il Paradiso: nella sua produzione lirica anteriore alla Commedia, il poeta aveva già dato
prova di finezza intellettuale e di eleganza compositiva, tanto che alcuni lo considerano l’antenato della poesia
petrarchesca. Tuttavia, nella Commedia non soltanto vengono amalgamati e riassorbiti materiali linguistici di
varia estrazione (ingiurie, cattivi odori, malattie, metafore animalesche ecc.), ma il poeta forma anche nuove
unità lessicali, che di possono definire “dantismi”. Ad esempio vengono costruiti numerosi verbi applicando il
prefisso in- a una base nominale (infuturarsi, cioè prolungarsi nel futuro), ad un avverbio (inforsarsi, essere in
forse), a un numerale (inmillarsi, moltiplicarsi per mille). Occorre però separare questi neologismi di matrice
colta, che troviamo soprattutto nel Paradiso e che cercano di esprimere l’inesprimibile, da formazioni di
impronta del tutto diversa (arruncigliare, raccosciare), attestate anche queste per la prima volta nella
Commedia. Nulla ci impedisce di pensare che si tratta di parole attinte a sorgenti di lingua viva, sia pure di
diffusione limitata o di utilizzo marginale. Parole come ‘accaffare’ o ‘accoccare’, fanno pensare ad aspetti
dell’oralità più selvatica, più nascosta. Queste parole sono inserite all’interno di animati discorsi diretti, che
stimolano l’interesse del poeta per la riproduzione del parlato. L’esplorazione di Dante nella lingua raggiunge
l’apice nella rima: alla fine dell’endecasillabo il poeta colloca numerosi plebeismi che spesso sono in rima. È
significativo che si tratta principalmente di rime rare e difficili, tali quindi da stimolare l’istinto dello scrittore
ad allontanarsi “dalle acque sicure per tentare rotte avventurose”.
-Capitolo II: L’italiano errante dei viaggiatori-
Un custode appassionato delle tradizioni locali, Vincenzo Simoncelli, all’interno di una sua raccolta di canti
popolari rilevava con rammarico la tendenza dei piccoli centri locali ad apprendere la lingua di Roma,
schivando sdegnosamente usi e costumi caratteristici della campagna e assumendo un italiano scorretto. Erano
soprattutto le nuove generazioni ad avvicinarsi a questo italiano scorretto. Simoncelli ironizza su un giovane
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