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L'italiano scorretto da Dante a oggi, pietro trifone
Tipologia: Sintesi del corso
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Malalingua – Pietro Trifone L’italiano scorretto da Dante a oggi CAPITOLO PRIMO. LE PAROLE ROZZE E DISONORATE DI DANTE
1. L’antitesi Dante- Petrarca Il primo grande capolavoro in volgare è; La Commedia dantesca, che irrompe sulla scena linguistica e culturale italiana nel momento in cui il mondo della scrittura era ancora dominato dal latino, che continua a essere la lingua della comunicazione elevata. A ciò non sono in grado di opporsi idiomi locali alla ricerca di una propria identità, qualche dialetto riesce ad innalzarsi a livello letterario, è il caso del siciliano illustre della scuola poetica negli ambienti della corte di Federico II di Svevia (ma si tratta di rari casi). Alla cultura latina si aggiunge poi l’impiego che si fa in Italia, per tutto il Duecento, di altri volgari romanzi dotati già di prestigio letterario (come il francese antico e il provenzale). A partire da ciò che l’attività di Dante contribuisce a cambiare il corso della lingua e della letteratura italiana. L’italiano letterario nasce e si sviluppa all’ombra di due grandi numi tutelari, diversissimi tra loro: Dante e Petrarca. L’antitesi Dante-Petrarca si radicalizza con la pubblicazione nel 1525 delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo. Egli emette il suo verdetto definitivo: Petrarca è il campione più rappresentativo della classicità volgare invece dall’altro lato, Bembo, condanna le diverse articolazioni del plurilinguismo dantesco. L’analisi critica si sofferma in particolar modo sulle parole “rozze e disonorate” di cui Dante si era servito. Dante era per sua natura agli antipodi di questo salottiero perbenismo. Riccardo Tesi in un manuale di storia della lingua italiana mira a mettere in risalto il ruolo fondamentale di Petrarca nella formazione dell’italiano letterario screditando in un certo qual modo l’apporto di Dante alla costituzione di una lingua comune. In definitiva però possiamo affermare che, l’italiano letterario non è riducibile alle forme di una grammatica fissata in un ristretto numero di pagine, ma è un un organismo pulsante nel quale circolano anche le influenze di cui dante ne è il portatore.
Dante sa pesare le parole ---> nella sua produzione lirica anteriore alla Commedia, il poeta aveva già dato prove di finezza intellettuale e di eleganza compositiva. Le parole rozze e disonorate che tanto spiacevano a Bembo, dimostrano in realtà che nell’ideale estetico di Dante la creazione della bellezza non può permettersi di evitare il confronto con la materialità dell’esistenza. La ricerca di vocaboli crudi, violenti e persino scurrili ha come scopo quello di realizzare effetti di drammaticità. In altri casi questa vena cede il posto all’espressionismo grottesco che si collega alla tradizione della poesia comica toscana. Nel laboratorio della Commedia si vengono a formare nuove unità lessicale, che si possono definire “ dantismi”. Occorre però separare i neologismi danteschi di matrice colta da formazioni di impronta del tutto diversa, anch’esse attestate per la prima volta nella Commedia, sicuramente mosse da un’esigenza di immediatezza espressiva al tempo stesso però nulla ci assicura che queste parole di fisionomia popolare non siano attinte a sorgenti di lingua viva di diffusione limitata. La navigazione Dantesca verso la lingua, ha i suoi approdi più avanzati nella rima. Tre quarti delle parole elencate sono in rima, ed è significativo il fatto che si tratti in prevalenza di rime rare e difficili, segno di una sperimentazione linguistica. In questa ampia visione che possiamo affermare che tutti questi dantismi, plebeismi, arcaismi, ecc... Rendono più vario e vivace l’organismo espressivo della Commedia. CAPITOLO SECONDO. L’ITALIANO ERRANTE DEI VIAGGIATORI
1. La “crapi” per la “capra”, la “pangiotta” per la “pagnotta” Vincenzo Simoncelli presenta nel 1883 una sua raccolta di canti popolari, rilevando con essi la tendenza dei piccoli centri laziali a prendere in prestito da Roma, schivando usi e costumi caratteristici della campagna e assumendo un “italiano scorretto”. Erano le nuove generazione a guidare verso questo “italiano scorretto” (un esempio: l’erroneo ripristino della vocale finale indistinta o indebolita nel dialetto con – i, krapi per ‘la capra’). Invece per Bernardino Campanelli, nella stessa Rieti non esisteva più “un dialetto puro e sincero, ma un dialetto quasi ibrido”, vi è una netta differenziazione tra la città più italianeggiante e la campagna più conservativa. Ed infine, un atro dialettologo del primo Novecento, Raffaele Giacomelli, osserva che questo genere di interferenze era frequente soprattutto nei gruppi più dinamici, in chi viaggiava e intrecciava relazioni. 1. Uno spunto foscoliano: la lingua mercantile e itineraria
Dai rapporti di questo genere di trafficanti con le popolazioni locali scaturivano transazioni non solo commerciali ma anche linguistiche, che ci riporta alla dimensione dell’oralità, nella dimensione dell’italiano itinerario (quale lo intendeva Foscolo). L’affinità dei comportamenti linguistici dipende anche dall’affinità delle condizioni e degli obiettivi della comunicazione e non importa quale sia il suo fine ultimo; un esempio possiamo fare con le avvertenze linguistiche del trattato di predicazione di Paolo Aresi, tendenti a un modello di italiano comune che eviti sia il localismo sia gli eccessi del fiorentinismo, collimano con quelle dei trattati di recitazione di Andrea Perrucci. Nato a Palermo, vissuto a Napoli, vagò spesso per l’Italia, dalle sue peregrinazioni trasse il convincimento dell’inesistenza dell’italiano parlato. Perrucci passa in rassegna i principali difetti in cui incorrevano più frequentemente tutti i parlanti, quando si sforzavano di parlare bene. Ai fiorentini ---> rimproverava la gorgia (preferiscono Havallo al posto di Cavallo), Ai settentrionali ---> lo scempiamento delle consonanti doppie, ... Inoltre l’artificiale processo di elevazione linguistica può determinare scompensi aggiuntivi, come appare anche dagli ipercorrettismi. In conclusione Perrucci ci dà un’immagine realistica di ciò che doveva essere l’italiano parlato del suo tempo: in sostanza, si trattava di una miscela di elementi confusi e contraddittori, tra i quali spiccavano i regionalismi, gli ipertoscanismi, gli arcaismi letterari.
3. “Lingua toscana in bocca romana” A Perrucci si deve la tesi della “lingua toscana in bocca romana”, indicata a modello anche dalle grammatiche italiane per inglesi: John Henley specifica che la lingua più pura si trova a Siena, preferita a Firenze, mentre per la pronuncia migliore consiglia di riferirsi a Roma. Si direbbe che il fiorentino parlato deluda le aspettative linguistiche del visitatore sia italiano sia straniero soprattutto per la gorgia, e la lingua toscana in bocca romana elimina questo tratto dialettale. Gorgia a parte, la lingua toscana in bocca romana doveva in generale risultare migliore per la sua neutralità geolinguistica, un requisito che la rendeva più adatta ad attività itinerarie (commercio o turismo). Del resto sappiamo che nella città dei papi si ebbero fin dal Rinascimento le prime esperienze del parlato tendenzialmente italiano, e lì che fu evocato il modello della pronuncia romana, non toscana. La propensione della maggior parte dei manuali ad ammettere o tollerare fenomeni estranei al mondo letterario, normali nell’uso corrente, va messa quindi in rapporto con la volontà degli autori di rispondere alle esigenze di comunicazione anche non letteraria. _CAPITOLO TERZO. IL CODICE ALTERNATIVO DEL TEATRO
ha conseguenze inevitabili sul piano linguistico, nel senso che la lingua teatrale tende a collocarsi in uno spazio intermedio tra lo scritto e il parlato. Il teatro, il cui uno dei suoi aspetti principali sta negli scambi a viva voce tra i personaggi, non poteva non risentire di un dato storico-linguistico di grande rilievo. Solo nel corso del Novecento si è andato generalizzando l’uso dell’italiano come lingua scritta e parlata nelle diverse aree geografiche. In precedenza la situazione presentava un grado di frammentarietà; da un lato c’era l’italiano letterario usato per impieghi scritti e formali di una ristretta fascia di persone istruite, dall’altro c’era c’era una varietà di dialetti tipici della comunicazione parlata. Il teatro è la più sociale delle arti, perché comporta sempre un rapporto diretto con il pubblico, era penalizzato dalla mancanza di una piena comunione di linguaggio tra i produttori e i fruitori dello spettacolo. Non a caso i due generi teatrali italiani che hanno goduto di maggior successo sono stati proprio quelli nei quali la parola ha tutto sommato un ruolo subordinato rispetto ad altri fattori comunicativi: la commedia dell’arte si fonda sul gesto, mentre il melodramma è un tipo di teatro in cui la componente musicale ha un’importanza maggiore della componente verbale. Premesso ciò, in Italia una tradizione importante di scrittura teatrale producendo capolavori come la Mandragola di Macchiavelli, le commedie di Goldoni, i drammi di Pirandello e di Eduardo De Filippo. I migliori autori teatrali del passato, si sono sforzati di porre rimedio alla mancanza di una linfua comune in due modi: 1 - un'ipotesi teorica di italiano parlato, 2 - l'impiego del plurilinguismo. A queste due diverse strategie linguistiche corrispondono due grandi filoni della nostra tradizione teatrale; realismo e espressionismo linguistico , il primo ricerca la naturalezza e il secondo tende alla deformazione.
Per documentare questo ricco filone, che si è realizzato soprattutto nella dimensione dell’oralità e può essere ricostruito solo parzialmente attraverso testimonianze scritte (esempi di queste testimonianze sono: L’alchimista di Bernardino Lombardi, Romani de Roma di Ettore Petrolini e Gramelot di Dario Fo). Nell’esperienza di Dario Fo, in particolare nell’invenzione del Gramelot, questo filone raggiunge un punto particolarmente avanzato. Emerge da questi significativi reperti di un filone caratterizzato da formule comiche e di soluzione sceniche destinate a notevole fortuna, dallo spettacolo medievale alla commedia dell’arte, fino ai giochi verbali di totò, i noti proverbi e modi di dire “alla rovescio” (esempio:“Ogni limite ha una pazienza”) che vantano una schiera di antecedenti nel teatro popolare senese del Cinquecento. CAPITOLO QUARTO. IL LIBRO CHE FIRENZE MISE AL ROGO
1. Un letterato fuori dagli schemi: Girolamo Gigli La visione di Girolamo Gigli (Nato a Siena nel 1660) si esercita soprattutto a colpire i circoli clericali, nobiliari, accademici della Toscana medicea e della Roma curiale, accanendosi contro l’ipocrisia dei falsi devoti e contro la lingua dei cruscanti. Il Vocabolario cateriniano è l’espressione più compiuta della ribellione dello scrittore senese contro la tirannia linguistica dell’Accademia della Crusca. Egli non tollera l’assoluto predominio linguistico fiorentino e difende i diritti della tradizione cittadina senese. L’indole anticonformista, lo spirito battagliero gli procurano profonde inimicizie e gravi persecuzioni come l’allontanamento dalla Toscana e da Roma, l’espulsione dalle Accademie della Crusca e dell’Arcadia. A opera di Cosimo III, il Vocabolario cateriniano fu messo all’indice e sequestrato. Gigli va ricordato in primo luogo per la sua produzione più rappresentativa, dal celebre Don Pilone agli “avvisi ideali” (comunicazioni destinate al pubblico) del Gazzettino, ma anche per opere di minore forza come la _Relazione del collegio petroniano delle balie latine.
Lo scrittore racconta anche di una strage di poveri Sanesi, eseguita a causa dell’uso della e, nel tempo dell’assedio di Siena.
Oltre all’inserimento di dialettismi, scritti in corsivo per sottolinearne la natura di citazione occasionale, la ricerca di sapori linguistici intensi e genuini è eseguita soprattutto mediante l’impiego di strutture sintattiche riferibili al parlato in genere e non a un particolare dialetto e anche mediante l’uso di materiali fraseologici popolareggianti, spesso trapiantati dal siciliano all’italiano. Fin dall’esordio di Cavalleria rusticana, compare uno degli elementi costitutivi del racconto di Verga; ovvero l’uso dell’articolo determinativo davanti a figlio, un modo per presentarlo come se fosse una persona nota. Questo procedimento è in una fase di gestazione, infatti tutto il sintagma il figlio della gnà Nunzia è stato aggiunto in un secondo momento da Verga, utilizzando l’interlinea del manoscritto. Questo viene impiegato per facilitare la comprensione della frase da parte del lettore, Verga pertanto verifica questa tecnica e ne verifica le effettive condizioni di funzionamento. Altre varianti redazionali nel passaggio della novella dal manoscritto alla stampa compaiono ad esempio nella sostituzione del presente è con il passato remoto fu ---> Verga qui ha volutamente introdotto un tipico regionalismo siciliano per offrire un senso più realistico ed espressivo.
3. Le infrazioni alla norma grammaticale Verga si serve di una serie di forme appartenenti all’uso più corrente dell’italiano:
1. Un complesso d’inferiorità linguistica Fra i grandi scrittore nel Novecento, Svevo è forse quello più di tutti ha visto minacciata la propria reputazione letteraria a causa della lingua dallo scrittore adottata.
Critici, registi e attori, pur riconoscendo il valore del testo, hanno al tempo stesso rilevato una certa ridondanza dei suoi dialoghi e una certa macchinosità della sua struttura. Queste imperfezioni dello strumento espressivo, di cui Svevo era consapevole, lo inducevano ad arrovellarsi sui testi destinati alla scena. [Un giudizio negativo sul teatro sveviano viene emesso da Montale: “Ciò che mancò a Svevo... è la sua scarsa attitudine alla sintesi e al dialogo]. Nel caso della Rigenerazione, ultima opera teatrale di Svevo, scritta poco prima della sua morte, l’intreccio con l’esperienza biografica e con quella narrativa si fa ancora più stretto che nei drammi precedenti. L’ultrasettantenne si sottopone a una miracolosa operazione di ringiovanimento perché, dice, “in questa epoca non è permesso di essere vecchi”. Ma il protagonista si rassegna al suo destino di individuo “fuori posto”. I segnali funebri, che irrompono sulla scena ad apertura di sipario, sono collegati al tema fondamentale della vecchiaia. Inoltre Svevo torna a utilizzare lo strumento della sua ironia.
Nel film di satira sociale e nelle commedie di un certo spessore la battuta scava in un atteggiamento, mettendo in crisi certezze e luoghi comuni. Alcune battute mettono a nudo il punto debole di chi ne è autore o bersaglio. Il cinema ha dunque fatto circolare una serie di frasi che in qualche caso hanno messo radici nell’immaginario nazionale e sono diventate talmente celebri da poter prescindere dal contesto di origine. Il linguaggio filmico dispone di una serie di specifici strumenti e procedimenti semiotici, che hanno il fine di conseguire il tipo di suggestione ricercato. La notevole temperatura espressiva delle frasi viene accresciuta: 1 - in primo luogo, dal modo marcato con il quale sono pronunciate dall’attore, 2 - e dalla sottolineatura che scaturisce dal taglio e dal montaggio delle scene.
I critici hanno evidenziato la comparsa nel linguaggio giovanile di elementi propri di strati eterogenei. L’ingrediente base è generalmente costituito da un italiano di tipo colloquiale-informale, con notevoli aperture nella direzione del regionale. A tale registro linguistico appartengono parole come cozza, fare brutto, filarsi, avere le palle, ingropparsi, mollare, tamarro, sfigato … Un’altra componente significativa del linguaggio giovanile, è quella gergale. In tale ambito si registra spesso il riuso di termini appartenenti al linguaggio dei drogati come cannato, flippato, roba, schizzato, sniffare … Il linguaggio della malavita dà il suo contributo con due voci romanesche ormai largamente diffuse, sgamare e suolare. Un modulo caratteristico è la ripresa in chiave scherzosa di un tecnicismo come stare alcolico, formattare, scafandro … Tra le diverse fonti a cui il linguaggio giovanile solitamente attinge vi è il dialetto. L’elemento linguistico locale può essere utilizzato non solo a fini espressivi ma anche come fattore di rinforzo dell’identità di gruppo, come copparsi, una frega … Inoltre ricorre più volte l’uso di stare per ‘essere’ (esempio: stai schizzato).
3. Glossario delle parole giovanili (e non solo) (guardare l’elenco delle locuzioni presenti nel monologo pp. 139-143). 4. Un sondaggio sociolinguistico Trifone ha condotto un ’indagine sociolinguistica su un campione di ragazzi pescaresi, con lo scopo di accertare l’effettiva diffusione di fenomeni tipici dei linguaggi giovanili in una città dell’Italia centromeridionale. Si è fatto distribuire un questionario a 95 studenti. Alla domanda “In famiglia hai appreso il dialetto o l’italiano?” ---> il 60% dichiara che la lingua appresa in famiglia è l’italiano (riferendosi all’italiano regionale abruzzese), il 32% dichiara di aver appreso sia l’italiano che il dialetto, infine l’8% è la quota di chi dichiara di aver appreso esclusivamente il dialetto. Un altro quesito mirava a sondare il punto di vista del campione riguardo al grado di standardizzazione di alcune varietà d’italiano: “Ritieni che sappia parlare meglio la lingua italiano, un milanese, un romano o un napoletano?”. Il 60% sceglie il parlante milanese, solo il 6% opta per il parlante romano, mentre il parlante napoletano non raccoglie alcuna preferenza. Sembra quindi che Milano sia il centro italiano più standardizzato. C’è da dire che una notevole parte, il 34%, preferisce astenersi, o porre i tre parlanti sullo stesso piano. I tre punti successivi del questionario erano: quali fossero le opinioni degli studenti pescaresi sul linguaggio giovanile. Il 63% del campione dichiara di adottare un linguaggio particolare che gli adulti
Nel quotidiano “La Repubblica” qualche anno fa, è stata pubblicata la protesta di un lettore infastidito dal fatto che la pizzeria, chiamata con il suo nome italiano in tutto il mondo, in Italia venga a volte chiamata pizzahouse o pizzacenter. L’accostamento tra la pizza, l’italianissima e popolarissima pizza, e quelle parole straniere home e web produce in un primo momento un fastidio, un rifiuto, ma riflettendo sul fenomeno è possibile affermare che produce un effetto quasi comico. L'eccessiva proliferazione di queste parole di nuova formazione, trova realizzazione negli ambienti lavorativi legati alle cosiddette “nuove professioni”, all’economia globale, alla tecnologia informatica e satellitare, alla comunicazione multimediale, nei quali circola un’enorme quantità di neologismi (soprattutto anglicismi). A questo mondo tutt’altro che entusiasmante è dedicato Pausa caffè, un libro di Giorgio Falco pubblicato nel 2004. Pausa caffè è una raccolta di voci riguardanti prevalentemente il nuovo mondo del lavoro. CAPITOLO UNDICESIMO. LA LINGUA AGRA DEL GIOVANE SCRITTORE ATIPICO
1. Penne in equilibrio precario Con la pubblicazione dell’avviso sulle colonne di “Liberazione” prende il via nel 2005, il concorso “Penne in equilibrio precario” promosso dal giornale di Rifondazione comunista. L’iniziativa del quotidiano è in sintonia con la sorprendente ondata di libri sulla “gioventù precaria”, fascia di ragazzi che hanno raggiunto o superato la trentina (non a caso il limite del bando per la partecipazione è fissato a 35 anni). Oltre che precari, questi giovani lavoratovi vengono spesso definiti _atipici, flessibili, …
Il libro riscosse un grande successo, tanto che venne tratto un film. Bianciardi scavava nelle proprie autentiche nevrosi personali, che poi sfociarono nell’alcolismo che lo distrusse ---> per dare corpo alle inquietudini di un’intera generazione. L’autore si toglie però le sue belle soddisfazioni linguistiche, nel libro troviamo infatti: un toscanismo, un piemontesismo, un milanesismo, un gergalismo sportivo, una citazione manzoniana, alcuni inserti dialettali, latini, …
3. Memorie del sottosuolo della “new economy” (leggere sul libro)