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Malalingua Pietro Trifone, Sintesi del corso di Storia della lingua italiana

L'italiano scorretto da Dante a oggi, pietro trifone

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 03/06/2019

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Malalingua Pietro Trifone
L’italiano scorretto da Dante a oggi
CAPITOLO PRIMO. LE PAROLE ROZZE E DISONORATE DI DANTE
1. L’antitesi Dante- Petrarca
Il primo grande capolavoro in volgare è; La Commedia dantesca, che irrompe sulla scena linguistica e
culturale italiana nel momento in cui il mondo della scrittura era ancora dominato dal latino, che
continua a essere la lingua della comunicazione elevata.
A ciò non sono in grado di opporsi idiomi locali alla ricerca di una propria identità, qualche dialetto
riesce ad innalzarsi a livello letterario, è il caso del siciliano illustre della scuola poetica negli ambienti
della corte di Federico II di Svevia (ma si tratta di rari casi).
Alla cultura latina si aggiunge poi l’impiego che si fa in Italia, per tutto il Duecento, di altri volgari
romanzi dotati già di prestigio letterario (come il francese antico e il provenzale). A partire da ciò che
l’attività di Dante contribuisce a cambiare il corso della lingua e della letteratura italiana. L’italiano
letterario nasce e si sviluppa all’ombra di due grandi numi tutelari, diversissimi tra loro: Dante e
Petrarca.
L’antitesi Dante-Petrarca si radicalizza con la pubblicazione nel 1525 delle Prose della volgar lingua di
Pietro Bembo. Egli emette il suo verdetto definitivo: Petrarca è il campione più rappresentativo della
classicità volgare invece dall’altro lato, Bembo, condanna le diverse articolazioni del plurilinguismo
dantesco. L’analisi critica si sofferma in particolar modo sulle parole “rozze e disonorate” di cui
Dante si era servito.
Dante era per sua natura agli antipodi di questo salottiero perbenismo.
Riccardo Tesi in un manuale di storia della lingua italiana mira a mettere in risalto il ruolo
fondamentale di Petrarca nella formazione dell’italiano letterario screditando in un certo qual modo
l’apporto di Dante alla costituzione di una lingua comune.
In definitiva però possiamo affermare che, l’italiano letterario non è riducibile alle forme di una
grammatica fissata in un ristretto numero di pagine, ma è un un organismo pulsante nel quale
circolano anche le influenze di cui dante ne è il portatore.
1. Le maleparole di Malebolge
Viene proposto un campionario di parole “rozze e disonorate” usate da Dante (Vedi sul libro).
2. Una poesia che graffia e morde il reale
La discarica lessicale della Commedia accumula diversi generi di immondizia; dalle ingiurie (bastardo,
bordello, puttana, ruffiano, ecc..) alle oscenità (culo, fico, fesso, ecc..).
La nozione di Dantesco oscilla tra, un riferimento primario, favorevole ai valori della potenza
fantastica e dell’impressionante realismo, e un riferimento secondario, più problematico perché alla
spregiudicata franchezza dell’espressione.
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Malalingua – Pietro Trifone L’italiano scorretto da Dante a oggi CAPITOLO PRIMO. LE PAROLE ROZZE E DISONORATE DI DANTE

1. L’antitesi Dante- Petrarca Il primo grande capolavoro in volgare è; La Commedia dantesca, che irrompe sulla scena linguistica e culturale italiana nel momento in cui il mondo della scrittura era ancora dominato dal latino, che continua a essere la lingua della comunicazione elevata. A ciò non sono in grado di opporsi idiomi locali alla ricerca di una propria identità, qualche dialetto riesce ad innalzarsi a livello letterario, è il caso del siciliano illustre della scuola poetica negli ambienti della corte di Federico II di Svevia (ma si tratta di rari casi). Alla cultura latina si aggiunge poi l’impiego che si fa in Italia, per tutto il Duecento, di altri volgari romanzi dotati già di prestigio letterario (come il francese antico e il provenzale). A partire da ciò che l’attività di Dante contribuisce a cambiare il corso della lingua e della letteratura italiana. L’italiano letterario nasce e si sviluppa all’ombra di due grandi numi tutelari, diversissimi tra loro: Dante e Petrarca. L’antitesi Dante-Petrarca si radicalizza con la pubblicazione nel 1525 delle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo. Egli emette il suo verdetto definitivo: Petrarca è il campione più rappresentativo della classicità volgare invece dall’altro lato, Bembo, condanna le diverse articolazioni del plurilinguismo dantesco. L’analisi critica si sofferma in particolar modo sulle parole “rozze e disonorate” di cui Dante si era servito. Dante era per sua natura agli antipodi di questo salottiero perbenismo. Riccardo Tesi in un manuale di storia della lingua italiana mira a mettere in risalto il ruolo fondamentale di Petrarca nella formazione dell’italiano letterario screditando in un certo qual modo l’apporto di Dante alla costituzione di una lingua comune. In definitiva però possiamo affermare che, l’italiano letterario non è riducibile alle forme di una grammatica fissata in un ristretto numero di pagine, ma è un un organismo pulsante nel quale circolano anche le influenze di cui dante ne è il portatore.

  1. Le maleparole di Malebolge Viene proposto un campionario di parole “rozze e disonorate” usate da Dante (Vedi sul libro). 2. Una poesia che graffia e morde il reale La discarica lessicale della Commedia accumula diversi generi di immondizia; dalle ingiurie ( bastardo, bordello, puttana, ruffiano, ecc..) alle oscenità (culo, fico, fesso, ecc..). La nozione di Dantesco oscilla tra, un riferimento primario, favorevole ai valori della potenza fantastica e dell’impressionante realismo, e un riferimento secondario, più problematico perché alla spregiudicata franchezza dell’espressione.

Dante sa pesare le parole ---> nella sua produzione lirica anteriore alla Commedia, il poeta aveva già dato prove di finezza intellettuale e di eleganza compositiva. Le parole rozze e disonorate che tanto spiacevano a Bembo, dimostrano in realtà che nell’ideale estetico di Dante la creazione della bellezza non può permettersi di evitare il confronto con la materialità dell’esistenza. La ricerca di vocaboli crudi, violenti e persino scurrili ha come scopo quello di realizzare effetti di drammaticità. In altri casi questa vena cede il posto all’espressionismo grottesco che si collega alla tradizione della poesia comica toscana. Nel laboratorio della Commedia si vengono a formare nuove unità lessicale, che si possono definire “ dantismi”. Occorre però separare i neologismi danteschi di matrice colta da formazioni di impronta del tutto diversa, anch’esse attestate per la prima volta nella Commedia, sicuramente mosse da un’esigenza di immediatezza espressiva al tempo stesso però nulla ci assicura che queste parole di fisionomia popolare non siano attinte a sorgenti di lingua viva di diffusione limitata. La navigazione Dantesca verso la lingua, ha i suoi approdi più avanzati nella rima. Tre quarti delle parole elencate sono in rima, ed è significativo il fatto che si tratti in prevalenza di rime rare e difficili, segno di una sperimentazione linguistica. In questa ampia visione che possiamo affermare che tutti questi dantismi, plebeismi, arcaismi, ecc... Rendono più vario e vivace l’organismo espressivo della Commedia. CAPITOLO SECONDO. L’ITALIANO ERRANTE DEI VIAGGIATORI

1. La “crapi” per la “capra”, la “pangiotta” per la “pagnotta” Vincenzo Simoncelli presenta nel 1883 una sua raccolta di canti popolari, rilevando con essi la tendenza dei piccoli centri laziali a prendere in prestito da Roma, schivando usi e costumi caratteristici della campagna e assumendo un “italiano scorretto”. Erano le nuove generazione a guidare verso questo “italiano scorretto” (un esempio: l’erroneo ripristino della vocale finale indistinta o indebolita nel dialetto con – i, krapi per ‘la capra’). Invece per Bernardino Campanelli, nella stessa Rieti non esisteva più “un dialetto puro e sincero, ma un dialetto quasi ibrido”, vi è una netta differenziazione tra la città più italianeggiante e la campagna più conservativa. Ed infine, un atro dialettologo del primo Novecento, Raffaele Giacomelli, osserva che questo genere di interferenze era frequente soprattutto nei gruppi più dinamici, in chi viaggiava e intrecciava relazioni. 1. Uno spunto foscoliano: la lingua mercantile e itineraria

Dai rapporti di questo genere di trafficanti con le popolazioni locali scaturivano transazioni non solo commerciali ma anche linguistiche, che ci riporta alla dimensione dell’oralità, nella dimensione dell’italiano itinerario (quale lo intendeva Foscolo). L’affinità dei comportamenti linguistici dipende anche dall’affinità delle condizioni e degli obiettivi della comunicazione e non importa quale sia il suo fine ultimo; un esempio possiamo fare con le avvertenze linguistiche del trattato di predicazione di Paolo Aresi, tendenti a un modello di italiano comune che eviti sia il localismo sia gli eccessi del fiorentinismo, collimano con quelle dei trattati di recitazione di Andrea Perrucci. Nato a Palermo, vissuto a Napoli, vagò spesso per l’Italia, dalle sue peregrinazioni trasse il convincimento dell’inesistenza dell’italiano parlato. Perrucci passa in rassegna i principali difetti in cui incorrevano più frequentemente tutti i parlanti, quando si sforzavano di parlare bene. Ai fiorentini ---> rimproverava la gorgia (preferiscono Havallo al posto di Cavallo), Ai settentrionali ---> lo scempiamento delle consonanti doppie, ... Inoltre l’artificiale processo di elevazione linguistica può determinare scompensi aggiuntivi, come appare anche dagli ipercorrettismi. In conclusione Perrucci ci dà un’immagine realistica di ciò che doveva essere l’italiano parlato del suo tempo: in sostanza, si trattava di una miscela di elementi confusi e contraddittori, tra i quali spiccavano i regionalismi, gli ipertoscanismi, gli arcaismi letterari.

3. “Lingua toscana in bocca romana” A Perrucci si deve la tesi della “lingua toscana in bocca romana”, indicata a modello anche dalle grammatiche italiane per inglesi: John Henley specifica che la lingua più pura si trova a Siena, preferita a Firenze, mentre per la pronuncia migliore consiglia di riferirsi a Roma. Si direbbe che il fiorentino parlato deluda le aspettative linguistiche del visitatore sia italiano sia straniero soprattutto per la gorgia, e la lingua toscana in bocca romana elimina questo tratto dialettale. Gorgia a parte, la lingua toscana in bocca romana doveva in generale risultare migliore per la sua neutralità geolinguistica, un requisito che la rendeva più adatta ad attività itinerarie (commercio o turismo). Del resto sappiamo che nella città dei papi si ebbero fin dal Rinascimento le prime esperienze del parlato tendenzialmente italiano, e lì che fu evocato il modello della pronuncia romana, non toscana. La propensione della maggior parte dei manuali ad ammettere o tollerare fenomeni estranei al mondo letterario, normali nell’uso corrente, va messa quindi in rapporto con la volontà degli autori di rispondere alle esigenze di comunicazione anche non letteraria. _CAPITOLO TERZO. IL CODICE ALTERNATIVO DEL TEATRO

  1. Il problema dell’italiano teatrale_ Il testo drammatico ha uno statuto diverso da quello di altri tipi di scrittura letteraria. Quello drammatico è infatti scritto nella prospettiva di essere poi recitato, il suo processo di elaborazione quindi non si esaurisce del tutto nell’ambito della scrittura. Questo carattere del testo drammatico

ha conseguenze inevitabili sul piano linguistico, nel senso che la lingua teatrale tende a collocarsi in uno spazio intermedio tra lo scritto e il parlato. Il teatro, il cui uno dei suoi aspetti principali sta negli scambi a viva voce tra i personaggi, non poteva non risentire di un dato storico-linguistico di grande rilievo. Solo nel corso del Novecento si è andato generalizzando l’uso dell’italiano come lingua scritta e parlata nelle diverse aree geografiche. In precedenza la situazione presentava un grado di frammentarietà; da un lato c’era l’italiano letterario usato per impieghi scritti e formali di una ristretta fascia di persone istruite, dall’altro c’era c’era una varietà di dialetti tipici della comunicazione parlata. Il teatro è la più sociale delle arti, perché comporta sempre un rapporto diretto con il pubblico, era penalizzato dalla mancanza di una piena comunione di linguaggio tra i produttori e i fruitori dello spettacolo. Non a caso i due generi teatrali italiani che hanno goduto di maggior successo sono stati proprio quelli nei quali la parola ha tutto sommato un ruolo subordinato rispetto ad altri fattori comunicativi: la commedia dell’arte si fonda sul gesto, mentre il melodramma è un tipo di teatro in cui la componente musicale ha un’importanza maggiore della componente verbale. Premesso ciò, in Italia una tradizione importante di scrittura teatrale producendo capolavori come la Mandragola di Macchiavelli, le commedie di Goldoni, i drammi di Pirandello e di Eduardo De Filippo. I migliori autori teatrali del passato, si sono sforzati di porre rimedio alla mancanza di una linfua comune in due modi: 1 - un'ipotesi teorica di italiano parlato, 2 - l'impiego del plurilinguismo. A queste due diverse strategie linguistiche corrispondono due grandi filoni della nostra tradizione teatrale; realismo e espressionismo linguistico , il primo ricerca la naturalezza e il secondo tende alla deformazione.

  1. La linea del realismo Il primo filone del realismo linguistico, comprende gli autori di teatro che hanno cercato di portare l’italiano letterario in forme più vicine all’uso colloquiale. Numerosi commediografi si sono impegnati fin dal Cinquecento a cercare di raggiungere effetti di autenticità linguistica mediante il ricorso a una serie di elementi che la raffinata norma letteraria ha emarginato per il loro aspetto dimesso e popolare. Esempi:
  • Lui come pronome soggetto al posto di egli,
  • Che indeclinato,
  • Periodo ipotetico dell’irrealtà con l’imperfetto indicativo,
  • Anacoluti e sconnessioni varie,
  • Pause e interruzioni.

Per documentare questo ricco filone, che si è realizzato soprattutto nella dimensione dell’oralità e può essere ricostruito solo parzialmente attraverso testimonianze scritte (esempi di queste testimonianze sono: L’alchimista di Bernardino Lombardi, Romani de Roma di Ettore Petrolini e Gramelot di Dario Fo). Nell’esperienza di Dario Fo, in particolare nell’invenzione del Gramelot, questo filone raggiunge un punto particolarmente avanzato. Emerge da questi significativi reperti di un filone caratterizzato da formule comiche e di soluzione sceniche destinate a notevole fortuna, dallo spettacolo medievale alla commedia dell’arte, fino ai giochi verbali di totò, i noti proverbi e modi di dire “alla rovescio” (esempio:“Ogni limite ha una pazienza”) che vantano una schiera di antecedenti nel teatro popolare senese del Cinquecento. CAPITOLO QUARTO. IL LIBRO CHE FIRENZE MISE AL ROGO

1. Un letterato fuori dagli schemi: Girolamo Gigli La visione di Girolamo Gigli (Nato a Siena nel 1660) si esercita soprattutto a colpire i circoli clericali, nobiliari, accademici della Toscana medicea e della Roma curiale, accanendosi contro l’ipocrisia dei falsi devoti e contro la lingua dei cruscanti. Il Vocabolario cateriniano è l’espressione più compiuta della ribellione dello scrittore senese contro la tirannia linguistica dell’Accademia della Crusca. Egli non tollera l’assoluto predominio linguistico fiorentino e difende i diritti della tradizione cittadina senese. L’indole anticonformista, lo spirito battagliero gli procurano profonde inimicizie e gravi persecuzioni come l’allontanamento dalla Toscana e da Roma, l’espulsione dalle Accademie della Crusca e dell’Arcadia. A opera di Cosimo III, il Vocabolario cateriniano fu messo all’indice e sequestrato. Gigli va ricordato in primo luogo per la sua produzione più rappresentativa, dal celebre Don Pilone agli “avvisi ideali” (comunicazioni destinate al pubblico) del Gazzettino, ma anche per opere di minore forza come la _Relazione del collegio petroniano delle balie latine.

  1. La satira antifiorentina nel “Vocabolario cateriniano”_ Il Vocabolario cateriniano assume il carattere di un vivace libello (scritto di carattere diffamatorio) satirico più che quello di un repertorio linguistico. Ad esempio la voce corrire, tipico senesismo per ‘correre’, Gigli ci intrattiene con la divagazione che i Fiorentini per questa voce ci riprendono, fa l’esempio di quando i fiorentini vanno per correre a Siena per il palio di agosto e tengono a precisare che i loro cavalli intendono correre e non di corrire. Alcune spiritosaggini vertono sul tema della gorgia, che è forse il principale bersaglio dei suoi scritti polemici antifiorentini. Gigli ricorre in particolare ad alcuni aneddoti fondati sul meccanismo dello shibbolet, ovvero il riconoscimento su base linguistica del luogo di origine di una persona.

Lo scrittore racconta anche di una strage di poveri Sanesi, eseguita a causa dell’uso della e, nel tempo dell’assedio di Siena.

  1. Vizi e virtù di Gigli linguista Sull’effettiva attendibilità linguistica del Vocabolario cateriniano sono state mosse molteplici riserve. Ad esempio Bruno Migliorini, pur apprezzando qualche osservazione, non nasconde che l’opera “si consulta malvolentieri”. Occorre però riconoscere che, ripulito da questi elementi spuri, il Vocabolario cateriniano offre “un numero cospicuo di citazioni autentiche, raccolte nei testi antichi”. È stato notato che gli attacchi all’Accademia della Crusca non ha giovato alla causa di Gigli. Le accuse di eccessivo fiorentinismo si sono inserite nel filone della polemica anticruscante (da Tassoni a Monti). All’interno del trattato sulle parlate toscane offerto dal Vocabolario cateriniano nella voce Pronunzia, emergono i due caratteri fonetici più tipici e significativi del dialetto senese: la mancanza della cosiddetta anafonesi e la preferenza per ar in posizione atona. Tra gli appunti critici di carattere più generale si pensi all’analisi delle “cagioni” del primato linguistico fiorentino, che sono Gigli sono cinque: 1 - il prestigio letterario (Dante, Petrarca e Boccaccio), 2 - lo sviluppo delle attività economiche e in particolare della “mercatura”, 3 - il programma di egemonia culturale messo in atto da Lorenzo il Magnifico, disegnando la sua Firenze come l’Atene d’Italia, 4 - l'edizione del gran Vocabolario degli Accademici della Crusca che ha favorito la diffusione del modello linguistico fiorentino, 5 - il dominio politico di Firenze sulle altre province toscane.
  2. La variazione sociale della parlata senese Riporto alcuni esempi indicativi esposti da Giglio per indicare le differenze tra l’uso dei ceti elevati e quello del popolo, quindi tra l’uso della città e quello del contado dell’idioma senese. (vedere sul libro) _CAPITOLO QUINTO. GLI ERRORI DI CHECCHINA SCOLARA DI ALTRI TEMPI
  3. I quaderni di una bambina dell’Ottocento_
  • Il che non declinato,
  • Il lessico presenta un’importante coloritura dialettale,
  • Vi sono altri numerosi esempi sul libro.
  1. Le distrazioni del maestro Tra i numerosi interventi operati dal maestro manca la cancellazione del si nella frase “tutte le persone si stavano ascoltando la messa”. Nella maggioranza dei casi il maestro corregge gli errori di Checchina; spesso però si distrae e non provvede a correggere l’errore in questione. Sulla copertina di uno dei quaderni di Checchina è presente Manzoni, dove sul fondo giallognolo è stampata una vignetta dal titolo “La lettura dei Promessi Sposi”. L’immagine conferma la capacità dell’opera manzoniana di penetrare nel tessuto sociale dell’Italia di allora promuovendo la lingua comune. È noto dall’altra parte che nei Promessi Sposi si oscilla da forme di variegata origine libresca ad altre di vistosa marca dialettale. Situazione che doveva essere piuttosto diffusa in quegli anni, tanto da giustificare la tendenza delle famiglie a mandare i figli in scuole toscane. _CAPITOLO SESTO. LE SGRAMMATICATURE DI VERGA
  2. La riabilitazione di un patrimonio misconosciuto_ Verga aveva compreso che sul piano del linguaggio uno scrittore non poteva lasciare intatte le vecchie impalcature retoriche. Questa nuova letterarietà verghiana era talmente rivoluzionaria riaspetto agli schemi allora vigenti che non riuscì ad essere apprezzata subito in tutte le sue implicazioni, anzi da parte di alcuni non lo fu affatto. ---> Ad esempio; Policarpo Petrocchi, letterato, vocabolarista e grammatico, gli consigliò di ricorrere a qualche fiorentino. Di fronte all’accusa di Petrocchi, lo scrittore protesta di aver fatto uso di “tutti vocaboli” registrati dal Vocabolario italiano della lingua parlata, che ostentava di attingere al fiorentino parlato. Ciò non significa che proprio ogni parola del Verga rusticano sia accolta nel Vocabolario ma che molte delle sgrammaticature verghiane appartengono in realtà alla tradizione dell’italiano non letterario. L’intreccio lingua-dialetto rappresentava uno scoglio per molti scrittori dell’Ottocento. Una sorta di italiano letterario regionale, caratterizza tanta prosa veristica minore, e ha numerosi riscontri nella più corrente scrittura del tempo. Un punto di equilibrio viene raggiunto da Verga nella raccolta Vita dei campi e dal romanzo I Malavoglia; qui avviene la ricerca di una terza via tra l’italiano puro e il dialetto puro ---> lingua “impura”. La “fusione dell’insieme” è favorita dall’adozione originale del discorso indiretto libero, che rende il ritmo della narrazione più fluente, permettendo la contaminazione del punto di vista del narratore con quello dei personaggi. 2. Un campione dell’officina testuale di Verga Cavalleria rusticana è nata da materiali di recupero dei Malavoglia, questa novella offre una sorta di condensato delle più tipiche soluzioni linguistiche e stilistiche verghiane. Per il rapporto tra italiano e dialetto, la novella conferma la posizione generale del narratore.

Oltre all’inserimento di dialettismi, scritti in corsivo per sottolinearne la natura di citazione occasionale, la ricerca di sapori linguistici intensi e genuini è eseguita soprattutto mediante l’impiego di strutture sintattiche riferibili al parlato in genere e non a un particolare dialetto e anche mediante l’uso di materiali fraseologici popolareggianti, spesso trapiantati dal siciliano all’italiano. Fin dall’esordio di Cavalleria rusticana, compare uno degli elementi costitutivi del racconto di Verga; ovvero l’uso dell’articolo determinativo davanti a figlio, un modo per presentarlo come se fosse una persona nota. Questo procedimento è in una fase di gestazione, infatti tutto il sintagma il figlio della gnà Nunzia è stato aggiunto in un secondo momento da Verga, utilizzando l’interlinea del manoscritto. Questo viene impiegato per facilitare la comprensione della frase da parte del lettore, Verga pertanto verifica questa tecnica e ne verifica le effettive condizioni di funzionamento. Altre varianti redazionali nel passaggio della novella dal manoscritto alla stampa compaiono ad esempio nella sostituzione del presente è con il passato remoto fu ---> Verga qui ha volutamente introdotto un tipico regionalismo siciliano per offrire un senso più realistico ed espressivo.

3. Le infrazioni alla norma grammaticale Verga si serve di una serie di forme appartenenti all’uso più corrente dell’italiano:

  • lui” come pronome soggetto: Le forme del pronome personale soggetto di terza persona in Cavalleria rusticana sono 3 casi di egli, uno di ei, uno di ella e uno di lui. Ma la vera svolta avviene nella selezione del pronome soggetto si ha nei Malavoglia, in cui per la prima volta le forme lui e lei soggetto prevalgono sulle concorrenti.
  • Imperfetto indicativo in luogo del condizionale: L’uso funzionale dell’imperfetto indicativo nel discorso indiretto libero è una strategia di occultamento del narratore come egli affermerà “... per rendere completa l’illusione della realtà dell’opera d’arte, della non compartecipazione, dell’autore”.
  • La frase foderata: La “frase foderata” compare quattro volte nella novella (es: “Lo sappiamo che siete ricca, lo sappiamo!”) ---> una sorta di battuta-eco, ovvero una ripetizione.
  • Dislocazioni a destra e a sinistra In Cavalleria rusticana Verga ricorre spesso sia alla dislocazione a destra sia quella a sinistra. Questi procedimenti di messa in rilievo di un elemento della frase, molto comuni negli scambi dialogici, saranno utilizzati con frequenza anche maggiore nella versione teatrale.
  • “ci” attualizzante o rafforzativo Nella novella compare il “ci” attualizzante o rafforzativo, modulo molto diffuso nel parlato (“ci ha quattro muli in stalla”).

1. Un complesso d’inferiorità linguistica Fra i grandi scrittore nel Novecento, Svevo è forse quello più di tutti ha visto minacciata la propria reputazione letteraria a causa della lingua dallo scrittore adottata.

  1. Scoperta di un drammaturgo Il teatro è per Svevo la passione creativa più clandestina e più costante. Il fratello Elio ci ha lasciato un ritratto del ventenne Ettore Schmitz come scrittore e drammaturgo, un’altra testimonianza di questo ci viene data dalla moglie Livia. Svevo era giunto a maturare una sorta di personale gerarchia delle forme letterarie, collocando sul gradino più alto, il teatro, la sola dove la vita possa trasmettersi per vie dirette e precise. Le opere scritte per la scena gli apparivano come quelle di valore artistico più elevato, al contrario, gli esperimenti drammatici, erano visti dallo scrittore triestino come prodotti minori. Nonostante ciò la sua attività di drammaturgo ha avuto un destino sfortunato più di quanto non fosse toccato alla sua produzione narrativa. I suoi lavori drammatici conoscono un prolungato oblio che comincia ad attenuarsi a partire dal 1960 ---> quando vede la luce la prima edizione completa del teatro sveviano. L’impegno drammaturgico di Svevo comincia a dare i suoi frutti tra il 1880 e il 1892, con anticipo sulla pubblicazione del primo romanzo, Una vita che risale al 1892. Le commedie di questo periodo parrebbero collocarsi entro l’orizzonte letterario del verismo, di cui lo scrittore mostra di abbracciarne le teorie. Trieste, città esposta a influenze composite (slave, asburgiche, dalmate, veneziane) ---> di conseguenza anche i principi del naturalismo dovevano piegarsi a un’interpretazione anomala, quella che si delinea fin dagli esordi teatrali di Svevo. I problemi caratteriali di evidente natura nevrotica dei protagonisti delle commedie Il ladro in casa e Le ire di Giuliano, quindi i disturbi della loro personalità si riflettono nello stesso modo di esprimersi, le cui radici affondano nella dimensione ambigua dell’inconscio. Si tratta di ingredienti che hanno ben poco da spartire con le ordinarie ricette del naturalismo. Alterazioni del comportamento e del linguaggio rimandano a cosa vi era nella mente di Ettore Schmitz. Difficile è non riconoscere le affinità tra il personaggio Ignazio del Ladro di casa e di Guido nella Coscienza di Zeno ---> due simpatiche canaglie accomunate anche dai rispettivi suicidi fortuiti. Il tema dell’ira coniugale, riconducibile ancora una volta a una matrice autobiografica, si riscontra ad esempio nella Coscienza di Zeno, dove Zeno a causa di un banalissimo battibecco con Augusta perde il controllo di sé in “un accesso folle d’ira”. Lo spazio del salotto borghese e lo schema del triangolo amoroso sono gli involucri convenzionali di cui Svevo si serve all’unico scopo di demolirli, facendo in modo che emergano la solidità apparente e al contempo l’effettiva fragilità del sistema su cui si fondano le relazioni interpersonali e i legami familiari.

Critici, registi e attori, pur riconoscendo il valore del testo, hanno al tempo stesso rilevato una certa ridondanza dei suoi dialoghi e una certa macchinosità della sua struttura. Queste imperfezioni dello strumento espressivo, di cui Svevo era consapevole, lo inducevano ad arrovellarsi sui testi destinati alla scena. [Un giudizio negativo sul teatro sveviano viene emesso da Montale: “Ciò che mancò a Svevo... è la sua scarsa attitudine alla sintesi e al dialogo]. Nel caso della Rigenerazione, ultima opera teatrale di Svevo, scritta poco prima della sua morte, l’intreccio con l’esperienza biografica e con quella narrativa si fa ancora più stretto che nei drammi precedenti. L’ultrasettantenne si sottopone a una miracolosa operazione di ringiovanimento perché, dice, “in questa epoca non è permesso di essere vecchi”. Ma il protagonista si rassegna al suo destino di individuo “fuori posto”. I segnali funebri, che irrompono sulla scena ad apertura di sipario, sono collegati al tema fondamentale della vecchiaia. Inoltre Svevo torna a utilizzare lo strumento della sua ironia.

  1. Dimenticare Rigutini e Fornaciari Svevo era consapevole di aver dovuto fare i conti con una competenza linguistica divisa tra il dialetto triestino, la lingua tedesca e quella italiana. L’ultimo Svevo confessò all’amico Montale di provare un certo fastidio per le numerose critiche mosse verso le sue incertezze linguistiche. È curioso che, scrivendo con due t e due c i nomi di Rigutini e Fornaciari, lo scrittore esibisca proprio una di quelle incertezze ovvero lo scambio tra consonanti semplici e doppie (Rigu tt ini e Forna cc iari). Un altro esempio dei rischi cui era esposta la lingua di Svevo è costituito dall’uso ipercorretto del passato remoto --> in risposta ai dialetti settentrionali che tendevano a generalizzare attraverso l’uso del passato prossimo. Nei testi teatrali ricompaiono altri fenomeni tipici della lingua sveviana, come l’abuso della preposizione di (es:“sono obbligata di toglierle”). Nella produzione teatrale si coglie dunque, la tendenza a un affinamento e ammodernamento della lingua. Nelle prime commedie di Svevo, le infrazioni alla norma grammaticale e le anticaglie letterarie sono più frequenti che nelle opere di maturità dello scrittore. Procedendo alla revisione linguistica di Inferiorità, si nota che, in vari casi Svevo corregge la tendenza all’abuso della preposizione di. Significativi sono gli sforzi di immettere elementi del parlato, come le “dislocazioni” che mettono in rilievo un costituente della frase. L’impegno mimetico traspare anche dal ricorso a forestierismi, che fanno il verso alla conversazione modaiola e snobistica dei salotti borghesi (es: proibizionismo, charleston ...).

Nel film di satira sociale e nelle commedie di un certo spessore la battuta scava in un atteggiamento, mettendo in crisi certezze e luoghi comuni. Alcune battute mettono a nudo il punto debole di chi ne è autore o bersaglio. Il cinema ha dunque fatto circolare una serie di frasi che in qualche caso hanno messo radici nell’immaginario nazionale e sono diventate talmente celebri da poter prescindere dal contesto di origine. Il linguaggio filmico dispone di una serie di specifici strumenti e procedimenti semiotici, che hanno il fine di conseguire il tipo di suggestione ricercato. La notevole temperatura espressiva delle frasi viene accresciuta: 1 - in primo luogo, dal modo marcato con il quale sono pronunciate dall’attore, 2 - e dalla sottolineatura che scaturisce dal taglio e dal montaggio delle scene.

  1. Citazione e riformulazione La popolarità del medium cinematografico favorisce il successo di alcune battute, successo che si manifesta attraverso le innumerevoli riapparizioni. Possiamo ricordare anche i tipici fantozzismi lanciati da Paolo Villaggio un sacco bello, troppo forte, ‘o famo strano o i morettismi dire qualcosa di sinistra che sono ormai modi di dire caratteristici e si ripresentano spesso soprattutto nel linguaggio giornalistico. Per esempio abbiamo la proverbiale “moria delle vacche” della lettera di Totò alla “malafemmina” imperversa come sinonimo scherzoso di ‘crisi finanziaria’. Un altro esempio che possiamo ricordare è l’episodio accaduto durante la campagna per le elezioni del 2006, in cui Walter Veltroni ha affermato in un’intervista televisiva che “la devolution è una boiata pazzesca”, richiamandosi esplicitamente all’espressione fantozziana “Per me La corazzata Potemkin è una boiata pazzesca!”. _CAPITOLO NONO. IL GUAZZABUGLIO DEL LINGUAGGIO GIOVANILE
  2. Slang di provincia_ Nel 1992, nel corso di un programma trasmesso dalla TV privata abruzzese, fu letto un “monologo in slang pescarese” diffusi tra i giovani del capoluogo. L’autore del pezzo, all’epoca giovanissimo neolaureato pescarese, mirava all’accumulo di dati reali, venne effettuato un sondaggio eseguito su un campione di circa 100 studenti, ha dimostrato che le parole presenti nel monologo erano effettivamente conosciute e usate dai ragazzi di Pescara --> per questo il brano dimostra un buon livello di attendibilità documentaria. (guardare il brano pp. 135-137). 2. Le maole infinite. Espressività e straniamento

I critici hanno evidenziato la comparsa nel linguaggio giovanile di elementi propri di strati eterogenei. L’ingrediente base è generalmente costituito da un italiano di tipo colloquiale-informale, con notevoli aperture nella direzione del regionale. A tale registro linguistico appartengono parole come cozza, fare brutto, filarsi, avere le palle, ingropparsi, mollare, tamarro, sfigato … Un’altra componente significativa del linguaggio giovanile, è quella gergale. In tale ambito si registra spesso il riuso di termini appartenenti al linguaggio dei drogati come cannato, flippato, roba, schizzato, sniffare … Il linguaggio della malavita dà il suo contributo con due voci romanesche ormai largamente diffuse, sgamare e suolare. Un modulo caratteristico è la ripresa in chiave scherzosa di un tecnicismo come stare alcolico, formattare, scafandro … Tra le diverse fonti a cui il linguaggio giovanile solitamente attinge vi è il dialetto. L’elemento linguistico locale può essere utilizzato non solo a fini espressivi ma anche come fattore di rinforzo dell’identità di gruppo, come copparsi, una frega … Inoltre ricorre più volte l’uso di stare per ‘essere’ (esempio: stai schizzato).

3. Glossario delle parole giovanili (e non solo) (guardare l’elenco delle locuzioni presenti nel monologo pp. 139-143). 4. Un sondaggio sociolinguistico Trifone ha condotto un ’indagine sociolinguistica su un campione di ragazzi pescaresi, con lo scopo di accertare l’effettiva diffusione di fenomeni tipici dei linguaggi giovanili in una città dell’Italia centromeridionale. Si è fatto distribuire un questionario a 95 studenti. Alla domanda “In famiglia hai appreso il dialetto o l’italiano?” ---> il 60% dichiara che la lingua appresa in famiglia è l’italiano (riferendosi all’italiano regionale abruzzese), il 32% dichiara di aver appreso sia l’italiano che il dialetto, infine l’8% è la quota di chi dichiara di aver appreso esclusivamente il dialetto. Un altro quesito mirava a sondare il punto di vista del campione riguardo al grado di standardizzazione di alcune varietà d’italiano: “Ritieni che sappia parlare meglio la lingua italiano, un milanese, un romano o un napoletano?”. Il 60% sceglie il parlante milanese, solo il 6% opta per il parlante romano, mentre il parlante napoletano non raccoglie alcuna preferenza. Sembra quindi che Milano sia il centro italiano più standardizzato. C’è da dire che una notevole parte, il 34%, preferisce astenersi, o porre i tre parlanti sullo stesso piano. I tre punti successivi del questionario erano: quali fossero le opinioni degli studenti pescaresi sul linguaggio giovanile. Il 63% del campione dichiara di adottare un linguaggio particolare che gli adulti

Nel quotidiano “La Repubblica” qualche anno fa, è stata pubblicata la protesta di un lettore infastidito dal fatto che la pizzeria, chiamata con il suo nome italiano in tutto il mondo, in Italia venga a volte chiamata pizzahouse o pizzacenter. L’accostamento tra la pizza, l’italianissima e popolarissima pizza, e quelle parole straniere home e web produce in un primo momento un fastidio, un rifiuto, ma riflettendo sul fenomeno è possibile affermare che produce un effetto quasi comico. L'eccessiva proliferazione di queste parole di nuova formazione, trova realizzazione negli ambienti lavorativi legati alle cosiddette “nuove professioni”, all’economia globale, alla tecnologia informatica e satellitare, alla comunicazione multimediale, nei quali circola un’enorme quantità di neologismi (soprattutto anglicismi). A questo mondo tutt’altro che entusiasmante è dedicato Pausa caffè, un libro di Giorgio Falco pubblicato nel 2004. Pausa caffè è una raccolta di voci riguardanti prevalentemente il nuovo mondo del lavoro. CAPITOLO UNDICESIMO. LA LINGUA AGRA DEL GIOVANE SCRITTORE ATIPICO

1. Penne in equilibrio precario Con la pubblicazione dell’avviso sulle colonne di “Liberazione” prende il via nel 2005, il concorso “Penne in equilibrio precario” promosso dal giornale di Rifondazione comunista. L’iniziativa del quotidiano è in sintonia con la sorprendente ondata di libri sulla “gioventù precaria”, fascia di ragazzi che hanno raggiunto o superato la trentina (non a caso il limite del bando per la partecipazione è fissato a 35 anni). Oltre che precari, questi giovani lavoratovi vengono spesso definiti _atipici, flessibili, …

  1. I nipotini di Bianciardi_ Questi giovani scrittori presentano punti di contatto con un libro scritto quasi cinquant’anni fa, precisamente nel 1962: La vita agra di Luciano Bianciardi. Il capolavoro di Bianciardi svelò alcune patologie di cui il paese non si sarebbe mai più liberato, prima fra tutte la perdita di prestigio della cultura, seguita dalla degradazione del ruolo dell’intellettuale. L’io narrante della Vita agra, l’intellettuale arrabbiato della provincia toscana trasferitosi a Milano, deve piegarsi a una condizione di precarietà non molto diversa da quella degli attuali lavoratori atipici o flessibili. Il più profondo elemento unificatore tra il romanzo di Bianciardi e le opere dei giovani scrittori consiste nella trasposizione delle turbe esistenziali sul piano delle scelte espressive, come per sfogare la rabbia impotente attraverso la trasgressione linguistica.

Il libro riscosse un grande successo, tanto che venne tratto un film. Bianciardi scavava nelle proprie autentiche nevrosi personali, che poi sfociarono nell’alcolismo che lo distrusse ---> per dare corpo alle inquietudini di un’intera generazione. L’autore si toglie però le sue belle soddisfazioni linguistiche, nel libro troviamo infatti: un toscanismo, un piemontesismo, un milanesismo, un gergalismo sportivo, una citazione manzoniana, alcuni inserti dialettali, latini, …

3. Memorie del sottosuolo della “new economy” (leggere sul libro)

  1. L’italiano tecnopop Degno di nota è il romanzo del trentenne Mario Desiati Vita precaria e amore eterno. Desiati, meridionale trapiantato a Roma, racconta la vicenda a suo modo esemplare di una famiglia piccolo- borghese costretta a fuggire dal paese natale, in una Sicilia dedita ai suoi riti più arcaici e spietati, per cercare salvezza nella bolgia metropolitana de Laurentino 38, della capitale, dove si annidano sofferenze meno evidenti, ma non meno profonde. Racconta questa vicenda attraverso la voce di un componente della famiglia, il figlio, Martino Bux, coetaneo dell’autore. I suoi discorsi hanno un timbro nervoso e contraddittorio. Studente al quarto- quinto anno fuori corso di Lettere, telefonista di un call center, Martin è capace di nutrire sentimenti profondi, come l’amore per Antonia Farnesi, generosa attivista del volontariato. Incline alla sguaiataggine, all’intolleranza, al nichilismo, si giustifica con sé stesso ricorrendo a vari alibi, primo fra tutti la condizione di precarietà. La scrittura si adegua con sottolineature espressionistiche alla policromia dell’umanità rappresentata. Il ricorso alle crudezze del dialetto è un evento abbastanza eccezionale, anche se poi le suggestioni dell’infanzia non mancano di offrire appigli poetici alla nostalgia del personaggio. (guardare lista di parole sul libro pp.172-174) 5. Sommersi dalla fuffa Falco e Desiati prendono le distanze dai loro personaggi, cosa che manca nell’esordio narrativo di Michela Murgia. Il mondo deve sapere, un romanzo tragicomico di una telefonista precaria. La giovane autrice sarda denuncia le angherie subite in trenta giorni di lavoro in un call center, l’autrice ci illustra i metodi di condizionamento e di motivazione del personale, analizza le tecniche di persuasione adottate per vendere un’aspirapolvere, … Ciò che manca è una separazione tra il linguaggio della centralinista e quello della scrittrice. Il lettore può aspettarsi che la centralinista faccia uso di parole e locuzioni come: e ‘sti cazzi, lavoro di merda, intortare, …