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Pocoinchiostro (Trifone), Sintesi del corso di Storia della lingua italiana

Sintesi del libro di Pietro Trifone

Tipologia: Sintesi del corso

2017/2018

In vendita dal 14/10/2018

c.oncetta
c.oncetta 🇮🇹

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POCOINCHIOSTRO _ TRIFONE
PREMESSA
Il libro riproduce il soprannome di un 20enne pugliese che negli anni dell’unificazione italiana scriveva
lettere di ricatto per varie bande di briganti. Angelo Michele Ciavarella di San Marco in Lamis svolgeva un
servizio richiestissimo, dato che i briganti erano in gran parte analfabeti e avevano bisogno di qualcuno che
provvedesse alla stesura delle loro richieste estorsive. La necessità di scrivere i messaggi criminali si
ripresentava con notevole frequenze, spesso gli capitava di restare a calamaio asciutto: di qui il suo
soprannome Pocoinchiostro.
Gli effetti che prima del 900 ha legato la scarsa diffusione della cultura, evocata attraverso il simbolo
dell’inchiostro, e la scarsa diffusione della lingua comune. Il titolo può riferirsi anche all’attuale declino
dell’uomo di penna, in seguito all’affermazione dei nuovissimi mezzi di comunicazione che propongono
multiple opportunità di conoscenza, di intercambio e di espressione.
Di recente un gruppo di storici dell’italiano hanno ribadito all’unisono l’importanza del nesso che lega la
lingua alla cultura, e abbia sottolineato in particolare la centralità dell’insegnamento dell’italiano nella
scuola. l’educazione linguistica intesa anche come una forma di educazione civica.
Questo nesso di lingua e cultura si manifesta con maggiore evidenza quando entrano in gioco le scelte di
fondo dell’intera comunità nazionale, una comunità capace di riconoscere che la propria unificazione
linguistica ma è invece il frutto di un travagliato processo che ha richiesto l’impegno attivo di molte
generazioni di italiani.
1. L’ITALIANO COMUNE NELLA STORIA
Italofonia e semi-italofonia
Le testimonianze del passato consegnate alla scrittura e trasmesse ai posteri tendono per lo + a svalutare ciò
che appare comune. L’insufficienza e la lacunosità delle fonti sono spesso gli scogli maggiori che incontrano
i tentativi di ricostruire non solo la fisionomia e gli sviluppi delle varietà dialettali, ma anche l’entità, le
caratteristiche e le condizioni delle esperienze superdialettali e delle manifestazione dell’italiano parlato. I
testi in cui si riflette la lingua diversa dell’uso domestico e popolare contribuiscono a comporre il quadro
dell’italiano nascosto.
Testa dice che un tipo di lingua che tende a rimanere fuori dal campo visivo della storia anche perché i suoi
umili reperti sono soggetti alla clandestinità e alla dispersione in misura molto maggiore rispetto alle +
prestigiose scritture di carattere pubblico ed elevato.
Un punto di vista rigorosamente normativo, diffuso nelle grammatiche del passato, porta a identificare
l’italiano comune con il tradizionale buon uso della lingua, mentre un punto di vista molto + liberale
consente di estenderne l’ambito fino all’italiano locale o regionale. La nozione di italiano comune adottata
nel presente lavoro tiene conto di due diversi presupposti, uno di ordine storico e l’altro di ordine teorico. Il
primo di questi presupposti è la straordinaria influenza che l’istruzione ha avuto nel passato e continua ad
avere ancora oggi, sullo sviluppo della capacità di usare l’italiano non solo nello scritto ma anche nel parlato.
Ne discende l’esigenza di non confondere l’italiano dei colti con quello + incerto e instabile delle persone
scarsamente istruite né con quello degli analfabeti. Il secondo dei presupposti ha come forza di principio
generale: si tratta dell’inadeguatezza di una visione astrattamente formalistica a rendere conto di una realtà
articolata e dinamica come quella della lingua d’uso. Uno dei riflessi di tale considerazione è la necessità di
ridimensionare e correggere censure tradizionalmente rivolte alle vere o presunte irregolarità del parlato,
inclusi i residui linguistici locali o regionali tuttora frequenti.
Sulla base di questi presupposti, distingueremo un italiano comune propriamente detto e un italiano solo
parzialmente comune: il primo si riferisce a una situazione sostanziale competenza dell’italiano parlato
(italofonia), accompagnata da una buona o discreta competenza della lingua scritta; il secondo configura
invece una situazione di semi-italofonia, caratterizzata dalla permanenza di una quota significati di elementi
linguistici locali o regionali, che nello scritto si affiancano a varie anomalie e infrazioni del codice grafico.
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POCOINCHIOSTRO _ TRIFONE

PREMESSA

Il libro riproduce il soprannome di un 20enne pugliese che negli anni dell’unificazione italiana scriveva lettere di ricatto per varie bande di briganti. Angelo Michele Ciavarella di San Marco in Lamis svolgeva un servizio richiestissimo, dato che i briganti erano in gran parte analfabeti e avevano bisogno di qualcuno che provvedesse alla stesura delle loro richieste estorsive. La necessità di scrivere i messaggi criminali si ripresentava con notevole frequenze, spesso gli capitava di restare a calamaio asciutto: di qui il suo soprannome Pocoinchiostro.

Gli effetti che prima del 900 ha legato la scarsa diffusione della cultura, evocata attraverso il simbolo dell’inchiostro, e la scarsa diffusione della lingua comune. Il titolo può riferirsi anche all’attuale declino dell’uomo di penna, in seguito all’affermazione dei nuovissimi mezzi di comunicazione che propongono multiple opportunità di conoscenza, di intercambio e di espressione.

Di recente un gruppo di storici dell’italiano hanno ribadito all’unisono l’importanza del nesso che lega la lingua alla cultura, e abbia sottolineato in particolare la centralità dell’insegnamento dell’italiano nella scuola. l’educazione linguistica intesa anche come una forma di educazione civica.

Questo nesso di lingua e cultura si manifesta con maggiore evidenza quando entrano in gioco le scelte di fondo dell’intera comunità nazionale, una comunità capace di riconoscere che la propria unificazione linguistica ma è invece il frutto di un travagliato processo che ha richiesto l’impegno attivo di molte generazioni di italiani.

  1. L’ITALIANO COMUNE NELLA STORIA

Italofonia e semi-italofonia

Le testimonianze del passato consegnate alla scrittura e trasmesse ai posteri tendono per lo + a svalutare ciò che appare comune. L’insufficienza e la lacunosità delle fonti sono spesso gli scogli maggiori che incontrano i tentativi di ricostruire non solo la fisionomia e gli sviluppi delle varietà dialettali, ma anche l’entità, le caratteristiche e le condizioni delle esperienze superdialettali e delle manifestazione dell’italiano parlato. I testi in cui si riflette la lingua diversa dell’uso domestico e popolare contribuiscono a comporre il quadro dell’italiano nascosto.

Testa dice che un tipo di lingua che tende a rimanere fuori dal campo visivo della storia anche perché i suoi umili reperti sono soggetti alla clandestinità e alla dispersione in misura molto maggiore rispetto alle + prestigiose scritture di carattere pubblico ed elevato.

Un punto di vista rigorosamente normativo, diffuso nelle grammatiche del passato, porta a identificare l’italiano comune con il tradizionale buon uso della lingua, mentre un punto di vista molto + liberale consente di estenderne l’ambito fino all’italiano locale o regionale. La nozione di italiano comune adottata nel presente lavoro tiene conto di due diversi presupposti, uno di ordine storico e l’altro di ordine teorico. Il primo di questi presupposti è la straordinaria influenza che l’istruzione ha avuto nel passato e continua ad avere ancora oggi, sullo sviluppo della capacità di usare l’italiano non solo nello scritto ma anche nel parlato. Ne discende l’esigenza di non confondere l’italiano dei colti con quello + incerto e instabile delle persone scarsamente istruite né con quello degli analfabeti. Il secondo dei presupposti ha come forza di principio generale: si tratta dell’inadeguatezza di una visione astrattamente formalistica a rendere conto di una realtà articolata e dinamica come quella della lingua d’uso. Uno dei riflessi di tale considerazione è la necessità di ridimensionare e correggere censure tradizionalmente rivolte alle vere o presunte irregolarità del parlato, inclusi i residui linguistici locali o regionali tuttora frequenti.

Sulla base di questi presupposti, distingueremo un italiano comune propriamente detto e un italiano solo parzialmente comune: il primo si riferisce a una situazione sostanziale competenza dell’italiano parlato (italofonia), accompagnata da una buona o discreta competenza della lingua scritta; il secondo configura invece una situazione di semi-italofonia, caratterizzata dalla permanenza di una quota significati di elementi linguistici locali o regionali, che nello scritto si affiancano a varie anomalie e infrazioni del codice grafico.

L’italiano comune propriamente detto, dal 500 all’800, viene usato prevalentemente dagli alfabetizzati post- elementari nello scritto, nel parlato formale, tende a conservare tratti linguistici locali o regionali anche nell’oralità controllata di celebri letterati, intellettuali e scienziati. Sia le persone colte sia altre dotate di una buona alfabetizzazione pervenivano all’italofonia così intesa, i cosiddetti semicolti riuscivano invece a scrivere e parlare in una varietà di italiano locale o regionale o comunque in una varietà intermedia tra la lingua e il dialetto, con maggiore persistenza di forme dialettali. La sostanziale italofonia dei colti si opponeva alla semi-italofonia dei semi-colti, ed entrambe si opponevano alla dialettofonia di gran parte degli analfabeti (maggioranza degli italiani).

Gli italiani locali o regionali sono varietà intermedie tra lingua e dialetti, precisando che si tratta di varietà marcate sia sul piano diatopico (geografico), sia sul piano diafasico (situazionale) e diastratico (sociale), le quali si collocano dal punto di vista del prestigio + in alto dei rispettivi dialetti e + in basso della lingua comune. Queste varietà locali o regionali erano realmente intermedie solo per un’esigua minoranza di parlanti colti; mentre le stesse varietà diventavano componenti di livello apicale per i semicolti, e restavano invece scarsamente accessibili e difficilmente utilizzabili per moltissimi analfabeti. I litterati potevano avvalersi di una ricca e flessibile gamma di registri diafasici. Gli illitterati totali o parziali riuscivano a esprimersi soltanto nelle varietà segnate in diversa misura da un marchio di subalternità, con l’unica magra consolazione che il loro ben + umile status sociolinguistico era condiviso da circa il 90% dell’intera popolazione, tra semi-italofoni e dialettofoni.

Anche nei decenni successivi all’unificazione nazionale l’uso del parlato della lingua comune continuerà a ristagnare. nel 1890 Pirandello mette a fuoco con lucidità alcuni nodi fondamentali della questione, a cominciare dalla correlazione tra i dislivelli sociolinguistici e quelli socioculturali. “i letterati non conoscono altra lingua che quella dei libri: mentre gl’illetterati continuano a parlare quella a cui sono abituati”.

Inoltre Pirandello fa un’interessante allusione a una terza categoria di parlanti, intermedia rispetto a quelle da lui individuate dei letterati italofoni e degli illetterati dialettofoni: la categoria dei non del tutto illetterati. “L’uso della lingua italiana non esiste”. Ne consegue che un siciliano e un piemontese non del tutto illetterati messi insieme a parlare dovranno accontentarsi di arrotondare alla meglio i loro dialetti.

Coloro che parlavano in italiano smussando i rispettivi dialetti riuscivano però a scrivere in un discreto italiano standard. Gli aspetti residuali dell’interferenza con l’idioma nativo, sarebbero del tutto equiparabili ai fenomeni che caratterizzavano normalmente l’italiano parlato della grande maggioranza delle persone colte. Qualora escludessimo dal conto tutti coloro che conservano tracce di usi linguistici locali nel loro eloquio, la quota degli italofoni si abbasserebbe quasi fino allo zero assoluto. Una visione + realistica dell’imperfezione umana, inducendo nel contempo a graduare il rendimento linguistico dei buoni italografi.

Dardano sottolinea che nella storia della lingua non si hanno contrapposizioni assolute, ma gradazioni e convivenze.

Una parte rilevante della produzione in italiano assume caratteri e forme di molteplice e talora vertiginosa diversità. In effetti la policromia degli usi deflagra negli appariscenti provincialismi della fonetica e del lessico.

Italiano neo-standard e italiano comune

Nel corso del 900 i progressi sempre maggiori dell’istruzione e la comparsa sulla scena dei nuovi potenti mass media hanno ampliato le opportunità di accesso popolare all’italofonia, ma al tempo stesso hanno confermato la validità di entrambi i presupposti già messi in rilievo: un efficiente apprendistato soclastico resta la migliore arma disponibile per contrastare il fenomeno dell’analfabetismo funzionale (che incide negativamente sulla qualità dell’italiano scritto e anche su quella dei registri formali del parlato) e il nuovo quadro di diffusa affermazione della lingua comune fa sì che il dialetto smetta di apparire un simbolo di sottosviluppo, accrescendo la tolleranza e la simpatia per quanto resta delle pronuncia locali e per altre tessere di analoga matrice.

Serianni osserva che se oggi l’italiano scritto costituisce tutto sommato un organismo compatto si deve in primo luogo ad un livello di alfabetizzazione e di acculturazione popolare inimmaginabile anche solo in un

Una sanguinosa gaffe

Ormai alla metà degli anni ’60 e il passaggio dall’Italia del boom economico, della scuola di massa, dell’edonismo consumista, dell’omologazione televisiva aveva determinato un’evidente frattura tra le generazioni. È significativo che nella prima metà dell’800 i dizionari accostassero la frase parlare la stessa lingua a essere della stessa nazione, come a sottintendere la sua fondamentale inapplicabilità al territorio e al popolo di un paese come l’italia, che a quel tempo una nazione non lo era ancora. A nessuno è mai venuto in mente che parlare la stessa lingua potesse significare anche essere in sintonia e intendersi reciprocamente. Questo valore figurato si affermerà solo nel 900, quando gli Italiani cominceranno effettivamente a parlare la stessa lingua anche in senso letterale.

Il parlare la stessa lingua può avere la coesione di una comunità e specialmente l’importanza che la coscienza collettiva degli italiani di oggi attribuisce al fatto di parlare la stesa lingua.

Dal 300 all’800 le base dell’unità linguistica italiana, oltre che di quella culturale, sono state poste prevalentemente da litterati, anche a diversi livelli di competenza. Naturalmente questi alfabetizzati virtualmente italofoni stabilivano relazioni di vario tipo con gli analfabeti dialettofoni, che hanno partecipato in una certa misura al processo di italianizzazione linguistica; ma non è possibile ignorare che lungo tutto l’800 moltissimi osservatori esprimono giudizi estremamente negativi sulla circolazione dell’italiano parlato.

Secondo Pellegirini “è risaputo che la comprensione reciproca tra un italiano del Nord e uno del sud si esprimono in un mezzo linguistico locale e arcaico non influenzato dalla koinè italiana, risulta quasi sempre impossibile”. Queste parole intendono descrivere la situazione degli anni 70 del900, quando l’italiana era già nel pieno dell’età televisiva.

Almeno fino alla metà dell’800 gli italiani non parlavano la stessa lingua. Brevini osserva che nell’italia dell’800 i rapporti con chi proveniva da un’area regionale diversa dalla propria erano caratterizzati da una strisciante xenofobia. il senso di estraneità all’italia e la frequente avversione reciproche tra le varie comunità del paese potevano indurre a considerare gli altri italiani alla stregua di forestieri e nemici.

La mancanza della comune lingua fa notare con grande acutezza Giordani, ha un peso maggiore della frammentazione politica del paese, dal momento che il senso di appartenenza scarseggia anche nei cittadini di uno stesso stato preunitario.

Bruni sottolinea la funzione fondamentale svolta sul piano politico-culturale dalla lingua scritta (il parlato contribuisce a un senso di identità etnica o di tribù o di stirpe mentre è la lingua scritta che contribuisce a una nazione che non sia la pura espressione di un’etnia).

Comunicazione asimmetrica ed esercizio del potere

Dalla costruttiva aleatorietà di una ricerca sulle vicende dell’italiano parlato da realizzarsi per forza di cose attraverso l’analisi di documenti scritti. Tale consapevolezza mi ha indotto a diffidare dalle prove che mi pareva di raccogliere e delle deduzioni che mi sforzavo di trarne. Muratori o Foscolo si mostrano ora favorevoli ora contrari all’ipotesi dell’esistenza dell’italiano comune parlato, e evidenziano le loro osservazioni che possono risultare + scomode, in quanto non immediatamente riconducibili a una coerente linea di pensiero. esponendo francamente i punti di difficoltà o incertezza, ho cercato di risolverli attraverso un’analisi + attenta del contesto di cui fanno parte.

Dal 500 in poi abbonda la documentazione diretta e indiretta del frequente ricorso a varietà intermedie tra il dialetto e l’italiano, l’utilizzo di una di tali varietà intermedie da parte di un parlante non si accompagna sempre alla competenza della lingua comune. L’etichetta + adeguata resta quella di italiano locale o regionale, che può configurare una semi-italofonia. In italia è mancata la possibilità di dominare il repertorio linguistico: sottolineare che le condizioni linguistiche e le circostanze storiche hanno fatto di tale traguardo il privilegio di una determinata minoranza.

La lingua non è paragonabile a un codice semiotico elementare, intuitivo e unidirezionale, come quello dei segnali e cartelli della strada; al contrario, si tratta di uno strumento di interazione comunicativa assai sofisticato, che racchiude in sé anche un flessibile modello di rappresentazione delle idee e di interpretazione

della realtà. Per questo motivo le persone che parlano la stessa lingua non riescono sempre a comprendersi una con l’altra.

Polimeni nota che nei Promessi Sposi aleggia un’idea di democrazia linguistica, l’idea che il singolo possa farsi protagonista e autore del racconto di sé. Ma questa nobile visione era lontana dalla realtà del 600 e dell’800, tanto che nei procedimenti giudiziari del passato veniva spesso richiesta la nomina di un interprete ufficiale. Dovendo riferire in dialetto agli accusati e ai testimoni le domande fatte in italiano dai magistrati, e quindi tradurre dal dialetto all’italiano le risposte dei primi.

Si potrebbe anzi osservare che il dialetto, mancando per lo + di una sicura codificazione e di un regolare uso scritto, pone problemi maggiori rispetto a una lingua straniera, in particolare quando si renda necessario riprodurre fedelmente, in qualsiasi atto giuridico, i discorsi tenuti nell’idioma nativo da una delle parti interessate.

La diffusa percezione de dialetti come lingue straniere, invece che come altre lingua d’Italia usate in ambito locale, potrà dirsi superata di fatto solo quando nel corso del 900, l’italiano non sarà + una specie di lingua straniera per una parte considerevole degli italiani, e tutti i parlanti della comunità nazionale non avranno + bisogno di un interprete per dialogare tra di loro.

Incompetenza funzionale dell’italiano

Ancora oggi, in un contesto iniziale di full immersion collettiva nell’italiano, esiste una minoranza di parlanti che sanno esprimersi quasi esclusivamente in dialetto, e che mostrano qualche difficoltà a comunicare con chi invece si esprime in lingua. Si tratta di inconvenienti della maggioranza degli analfabeti dialettofoni del’800, anche se ridotti dalla frequenza assai maggiore delle occasioni di contatto diretto o indiretto con l’italiano.

L’intervistata presuppone una competenza passiva del dialetto nell’intervistatore, nella stessa misura in cui l’intervistatore presuppone una certa competenza almeno passiva dell’italiano dell’intervistata. La parlante dimostra una scarsa competenza attiva della lingua, come pure una sostanziale capacità di affrontare temi + ampi e + alti rispetto a quelli compresi nei limiti della sua immediata esperienza quotidiana.

  1. CHI COSTRUì TEDE DALLE 7 PORTE?

Le scritture umili

L’italia vi appariva non tanto come un’entità geografica, quanto piuttosto come un soggetto politico: Dante poteva dolersi che l’italia fosse sottomessa a vari signori, sprovvista di una guida autorevole, ridotta in un grave stato di disordine civile e di corruzione morale. Dante discende la prima unificazione dell’italia, quella linguistica: che nei secoli successivi ha dato frutti minori a causa delle condizioni politiche, sociali e culturali in cui versava la penisola. Per comprendere le conseguenze del problema linguistico sulla stessa identità del paese, è sufficiente riflette su un’affermazione come parliamo italiano, quindi siamo italiani.

L’italia non conosce al proprio interno varietà linguistiche distinte dall’italiano che siano al tempo stesso dotato di uno statuto ufficiale; né dall’altra parte l’italiano si è esteso fuori dei suoi confini in misura paragonabile allo spagnolo, anzi ha tardato ad affermarsi anche dentro i propri confini.

La diffusione della lingua comune di base di toscana ha riguardato soprattutto l’uso scritto di una ristretta fascia di persone colte; la piaga dell’analfabetismo ha impedito a larghi strati della popolazione di apprendere l’italiano. Il dialetto era del resto il mezzo espressivo di cui si avvalevano anche cittadini eminenti in occasioni di vario tipo.

Beccaria ricorda che un po’ in tutte le città d’italia per la comunicazione orale ci si affidava alla vitalità + immediata del dialetto, oppure si incespicava con un italiano insicuro. La lingua è diventata gradualmente patrimonio effettivo della maggioranza degli italiani soltanto dopo l’unificazione politica.

Per la storia linguistica le testimonianze dirette o indirette di parlanti e scriventi privi di particolare prestigio o di elevata cultura sono preziose, perché attraverso di esse affiorano aspetti della comunicazione verbale + ordinaria che altrimenti resterebbero del tutto sommersi.

4. LA CREAZIONE DELLA LINGUA COMUNE

Tutto nasce e procede dalla stampa

Garzoni esaltava la forza propulsiva della stampa, capace di imprimere un nuovo straordinario slancio alla circolazione della cultura e quindi allo stesso sviluppo della società. Coglieva realisticamente sia il legame tra la diffusione della stampa e l’ampliamento dell’istruzione, sia il ruolo del fattore economico nell’evoluzione coordinata di entrambi questi processi.

La stampa ha cambiato il nostro modo di leggere la realtà, allargando il circuito dell’informazione e della conoscenza. Una delle maggiori implicazioni del fenomeno è stato il divorzio tra l’oralità e la codificazione, proprio in conseguenza dell’enorme progresso della scrittura: la stessa fisionomia della lingua scritta deriva da un’esigenza di razionalizzazione e di regolarizzazione non riscontrabile nel parlato, e affermatasi del tutto solo con la stampa, che ha contribuito in modo decisivo al superamento della tendenza alla scriptio continua e alla traduzione grafica della fonologia di giuntura. Il formalismo tipografico ha dato impulso alla concezione grammaticale e vocabolaristico della lingua, analizzata infatti dagli utenti nelle sue icone morfolessicali di base. La questione della lingua riguarda essenzialmente la lingua scritta.

Fino al 400 il massimo di omogeneità possibile è la koinè regionale: il dialetto locale tende a smunicipalizzarsi sotto l’influsso del toscano e del latino, riflette almeno in parte la civil conversazione di determinati ambienti cortigiani. Con l’avvento del nuovo mezzo di comunicazione, la sede dell’elaborazione di un modello unitario si trasferisce definitivamente da un luogo reale com’è appunto la corte.

Bembo propone un paradigma unico di natura rigorosamente libresca, il fiorentino letterario di due secoli prima. Chiedendo agli stessi fiorentini contemporanei di riesumarlo. L’industria tipografica puntava a creare un mercato panitaliano del libro e per raggiungere questo obiettivo non poteva fare a meno di identificare e promuovere una lingua comune.

La letteratura del 300 offriva in tal senso campioni insuperabili: Bembo propone trionfalmente i modelli del Canzoniere di Petrarca per la lirica e del Decameron di Boccaccio per la prosa. E critica Dante per le esuberanze che hanno contribuito a farne un punto di riferimento senza confini né di generi né limiti d’uso.

La riuscita creazione in vitro di una lingua comune scritta tendenzialmente unitaria era il frutto di un investimento combinato degli antichi patrimoni letterari del volgare e delle nuove risorse tecnologiche della tipografia, ma non poteva eliminare differenze esistenti nel parlato delle diverse zone d’Italia.

L’eliminazione dei regionalismi linguistici e il livellamento delle varianti formali nella produzione a stampa si spiegano con ragioni di ordine sia culturale sia economico: gli autori assumono specialisti del toscano letterario, incaricandoli della revisione linguistica dei testi.

La significativa persistenza di tratti locali nelle scritture non destinate ad altri usi pubblici segna una rivincita degli usi di koinè privilegiati da quelli che erano stati i + pericolosi antagonisti di Bembo, ovvero i sostenitori della lingua cortigiana. Per la sua relativa apertura nei confronti delle varietà dell’uso con cui la lingua italiana non avrebbe cessato di convivere e confrontarsi. Nella nozione di lingua italiana si è definito in rapporto con quello della nozione di dialetto, in cui il primo termine ha un valore positivo, mentre il secondo ne assume uno negativo. Questo valore negativo del dialetto risale all’impiego che gli intellettuali fiorentini del 500.

Il cambiamento di significato del termine avviene solo in un secondo tempo, per effetto del prevalere della linea fiorentinista e del modello letterario, che ha assegnato al dialetto il ruolo di antimodello al quale opporsi: la varietà locale smette di essere una compagna di strada dell’italia e diviene un nemico da battere.

Del resto tutto ciò che definiamo tradizionale diventa tale perchè in qualche modo funziona, e il modello del toscano letterario non fa certo eccezione. I richiami di grammatici e letterari all’osservanza di raffinatissimi precetti formali non hanno incoraggiato la propensione dei parlanti a servirsi dei gradini intermedi esistenti tra il livello della lingua e quello del dialetto. L’irrigidimento normativo ha avuto un effetto controproducente, perché è stato di intralcio piuttosto che di impulso allo sviluppo delle varietà regionali di italiano, ovvero del fenomeno che darà un forte contributo al superamento della dialettofonia esclusiva.

Per Gli antesignani il concetto di lingua comune non corrisponde perfettamente a quello di lingua diffusa sull’intero territorio italiano in alternativa ai dialetti ma si avvicina piuttosto a quello di lingua che accomuna varietà diverse attraverso l’eliminazione dei tratti locali + circoscritti e marcati.

L’ideale di lingua comune non ha una fisionomia troppo difforme dalle future varietà regionali dell’italiano; e proprio per la sua effettiva possibilità di successo in centri importanti e nei loro rispettivi ambiti territoriali era aborrita e insieme temuta da Bembo.

secondo Colocci, Calmeta ed Equicola quel tipo di lingua era lo strumento comunicativo effettivamente utilizzato nella corte romana del primo 500.

Il battesimo dell’italiano

La questione del nome della lingua è al centro del dibattito rinascimentale. Tesi afferma che il sintagma “lingua italiana” è un neologismo rinascimentale, che Trissino inserisce nel titolo dell’Epistola sulla riforma dell’alfabeto, pubblicata nel 1524. Questa combinazione era volta a valorizzare il contributo dell’uso cortigiano e comune accanto a quello della varietà toscana. L’Epistola avrebbe aiutato mirabilmente ad asseguire la pronuncia toscana e la cortigiana. Si evidenzia anche la disponibilità ad accogliere forme non toscane, in virtù del loro prestigio socioculturale garantito dal tirocinio in ambiente cortigiano, o per effetto di una diffusione molto ampia sul territorio del paese.

La + antica stampa in volgare che rechi nel frontespizio la dizione lingua italiana risale al 1500 ed è un manuale per l’apprendimento di una lingua straniera.

Migliorini notava che le prime tracce del termine italiano, nell’accezione linguistica tendono a emergere in contesti nei quali si allude al confronto con altre lingue vive. Verso la metà del 300 troviamo una notevole testimonianza isolata dell’espressione loquela italiana in un poema allegorico-didascalico ispirato al modello della commedia dantesca. Le difficoltà incontrate nella conquista di una lingua comune trovano comunque un riscontro significativo nella stessa tardiva affermazione del nome attuale della lingua italiana.

Il nome che oggi usiamo per indicare i suoi abitanti sembra sorgere assieme al patrimonio linguistico che contribuì a delineare l’identità culturale. Cioè il volgare. È possibile delineare le sorti delle 3 denominazioni alternative lingua fiorentina/toscana/italiana attraverso la loro frequenza nei frontespizi del vasto campione di libri registrati nel catalogo dell’istituto centrale per il catalogo unico (ICCU).

Secondo Migliorini nei frontespizi delle stampe 500 il nome + frequente è quello del volgare. La lunga prevalenza della denominazione volgare si spiega con la sua maggiore genericità e con la correlata neutralità:

-ultimo quarto del 400 fiorentina, toscana, italiana

-primo quarto del 500 toscana, fiorentina, italiana

-secondo quarto del 500 toscana, italiana, fiorentina

-terzo quarto del 500 toscana/italiana, fiorentina

-ultimo quarto del 500 italiana, toscana, fiorentina.

La scomunica del dialetto

Con un’accorta strategia di marketing, gli stampatori tendono ad ampliare di generazione in generazione l’orizzonte territoriale della designazione del volgare passndo dal riferimento cittadino a quello regionale per comprendere infine l’intera italia. Verso la fine del 500 la dizione lingua italiana è considerata sicuramente + opportuna, + in linea con le attese del pubblico. Il prestigio della dizione concorrente lingua toscana resta a lungo altissimo.

Per una tratto non breve del 900 toscano e lingua toscana sono stati sinonimi di italiano e lingua italiana, non solo nelle indicazioni dei programmi scolastici di ispirazione manzoniana, ma anche nell’uso effettivo di insegnanti scrittori e comuni parlanti.

È evidente che una situazione nella quale solo gli individui appartenenti ai ceti + elevati potevano avere la piena padronanza dell’uso scritto, formale e ufficiale della lingua rendeva molto difficile che si producessero fenomeni importanti di dinamica tra le classi e di partecipazione alla vita pubblica.

Il protrarsi nei secoli della disgregazione linguistica non dipende solo dalla concomitante disgregazione politica del paese, ma chiama in causa precisi interessi e opzioni consapevoli dei gruppi dominanti. Migliorini sottolinea che pochissimo sentita era la necessità di porre rimedio a questo stato di cose. De Mauro registra l’atteggiamento delle classi dirigenti cattoliche e moderate, spesso indifferenti o avverse al diffondersi della istruzione tra le classi contadine e operaie. I problemi della lingua comune sono stati aggravati notevolmente dalla confluenza, all’interno della compagine sociale e delle istituzioni politiche, di spinte conservatrici e di interessi localistici.

Il particolarismo dialettale e il formalismo retorico sono stati i corrispettivi linguistici del localismo e del conservatorismo che hanno caratterizzato la vita degli stati regionali preunitari. L’orientamento preferenziale dei detentori del potere è andato naturalmente a rivolgersi verso i poli alternativi del dialetto locale e dell’italiano letterario. Sul piano orizzontale la parlata locale rispondeva alle normali esigenze della comunicazione quotidiana e insieme marcava l’appartenenza dell’individuo al territorio; sul piano verticale, la lingua per eccellenza precludeva o complicava la partecipazione attiva delle classi inferiori agli usi della sfera formale e pubblica.

Gradi di italofonia

Che la storia della comunicazione verbale in Italia sia stata contrassegnata a lungo da una duplicità radicale tra i piani dello scritto e del parlato. Dionisotti e De Mauro affermano che l’opposizione tra scritto e parlato nella storia linguistica italiana, e di conseguenza decreta l’inesistenza dell’italiano parlato in tutta la fase preunitaria.

Partendo dal presupposto che la mera alfabetizzazione di base non bastasse a garantire una duratura padronanza dell’italiano, De Mauro ha stimato che la percetuale della popolazione in grado di affrancarsi dall’uso del dialetto fosse pari al 25%, una quota comprensiva di tutti coloro che avevano frequentato la scuola postelementare (toscani e romani). A questa stima si è opposto Castellani, il quale ha esteso ad altre zone del lazio, dell’umbria e delle Marche il criterio applicato da De Mauro per la Toscana e per Roma. Rifacendo i calcoli su queste nuove base, negli anni dell’unificazione gli italofoni sarebbero stati circa il 9,5% della popolazione, ovvero + di 2 milioni di parlanti. La scelta di inserire tra gli italofoni anche gli alfabetizzati che non erano andati oltre le prima classi delle elementari, purchè originari delle aree indicati dell’italia centrale, si spiega con la relativa prossimità linguistica di tali aree, al tipo toscano. L’italofonia alla Castellani è un po’ diversa da quella alla De Mauro, perché si riferisce a una varietà linguistica che rende possibile la comprensione reciproca tra parlanti, ma non esclude l’uso inavvertito di forme locali alternativa alle corrispondenti forme italiane.

La tesi di un’esistenza meno stentata dell’italiano parlato prima dell’Unità è stata illustrata da Bruni, Serianni e Bianconi: la lingua comune e gli idiomi locali sono i poli estremi di un sistema + articolato, nel quale si possono distinguere con chiarezza varie soluzioni intermedie. Serianni “le relazioni delle persone comuni dovevano avvenire oltre che in dialetto anche in lingua, ovvero in un registro intermedio tra dialetto e lingua”.

Si aggiunga che in alcune regione del Mezzogiorno la percentuale di analfabetismo raggiungeva e superava il 90%, sfiorando il 100% della popolazione femminile. Una nozione + ampia dell’italiano parlato, tale da includere sia la lingua comune sia una varietà di italiano regionale potremmo ipotizzare che il gruppo dei parlanti alfabetizzati, pari al 20/25% della popolazione. Se poi aggiungessimo a questo 20-25% un ulteriore 10% di analfabeti, pervenuti al traguardo della lingua comune (in quanto toscani o romani), arriveremmo al 30-35% di italofoni o semi-italofoni.

Serianni nota che la qualifica di alfabeta quale risulta da un censimento di popolazione può corrispondere alla mera capacità di disegnare la propria firma.

Dati, testimonianze, indizi e opinioni

Al fattore della competenza passiva, cioè dell’abitudine a una determinata lingua e della capacità di intenderla, attribuiva notevole rilievo anche castellani. Le affinità strutturali tra lingua o dialetti diversi favoriscono l’intercomprensione; se si considera che la competenza passiva dell’italiano da parte di un dialettofono implica la facoltà di capire alla bell’e meglio il proprio interlocutore ma non quella di controbattere paritariamente ai suoi discorsi.

Serianni “parlando con forestieri, molti italiani dialettofoni dovevano riuscire ad annacquare la propria parlata nativa, fino a dare l’impressione di esprimersi in una semplice varietà locale dell’italiano comune”. Per tutto l’800 e per i primi decenni del 900 la capacità di usare l’italiano parlato dipendeva fortemente anche se non esclusivamente, dalla parallela capacità di usare l’italiano scritto e quindi tendeva ad aumentare o a diminuire in rapporto proporzionale con il grado di cultura del parlante. Le non molte persone colte approdavano effettivamente all’italofonia, cioè a un soddisfacente italiano palato, appena venato da qualche tratto locale. I semicolti riuscivano a scrivere e parlare in una varietà di italiano regionale, con un grado crescente di marcatezza diatopica al decrescere del grado di alfabetizzazione. La massa degli incolti era costituita in grande maggioranza da dialettofoni, che erano esclusi del tutto dal processo di italianizzazione. La cesura linguistica tra colti e semicolti risulta certificata con evidenza dalle produzioni testuali delle rispettive fasce di parlanti.

Manzoni osserva che l’italiano può quasi dirsi una lingua morta; a giudizio di Leopardi l’italiano non si parla fuori dalla toscana; per Foscolo è cosa risaputa che la lingua italiana non sia parlata neppur oggi.

Serianni argomenta che prima dell’Unità nazionale esisteva un tipo di italiano stentato quanto si vuole ma adeguato per quella che è la prima funzione di una lingua: la comunicazione. Gli italiani di regioni diverse non comunicavano con la stessa lingua, non disponevano cioè di una varietà scritta e parlata largamente condivisa e sufficientemente standardizzata.

I dialetti, le varietà regionali e l’italiano possono coesistere nell’uso e arricchirlo di registri, esprimendo l’appartenenza dei parlanti a comunità linguistiche parzialmente diverse ma al tempo stesso integrate nella comunità linguistica nazionale.

6. IL CANTIERE APERTO DELL’ITALIANO

Tra scritto e parlato: i processi per stregoneria

Accanto alla lingua dei semicolti esisteva anche una lingua semiomologata dei colti, che la usavano intenzionalmente in determinati ambiti testuali e comunicativi come un’alternativa funzionale rispetto ll’italiano omologato dalla codificazione grammaticale e lessicale. Tra le scritture di matrice colta influenzate dal parlato, come nei processi giudiziari che riproducono con la mediazione di un cancelliere il dialogo sui generis tra un giudice e un imputato spesso appartenente alle classi subalterne.

Ginzburg osserva una sorta di compromesso tra le parole dell’imputato e quelle della controparte.

Nel verbale del processo che nel 1557 vide un signora siciliana si registra la prevalenza di una serie di tratti linguistici che costituiscono indicatori abbastanza stabili della varietà alta del romanesco, quale appare in documenti ufficiali.

Nella lingua del processo affiorano sporadiche forme meridionali interpretabili verosimilmente come attardati residui popolari del romanesco di prima fase, ma in alcuni casi attribuibili anche a influssi dei dialetti parlati nelle zone a est e a sud di Roma da cui provenivano alcuni degli interrogati. Dell’imputata, di cui conosciamo le origini siciliane, compaiono delle forme diffuse nei dialetti di tutta l’area che va dal Lazio meridionale e dall’abruzzo alla Sicilia, ma estranea al romanesco antico e moderno. Il verbalizzatore usa una varietà alta del romanesco ormai toscanizzato, riporta nel testo alcune forme di varietà inferiori del proprio dialetto e singole tessere di dialetti diversi che aggiungono un’impronta di verità al suo resoconto, fornendo un esempio delle dinamiche di negoziazione linguistica esistenti all’interno di una comunità plurilingue, quale era certamente la Roma del 500.

Il confronto linguistico tra il processo per stregoneria a Venezia nel primo 600 evidenzia la marcatezza dialettale nettamente maggiore di questi ultimi e la molteplicità dei comportamenti linguistici in quella che

L’italiano regionale parlato presentava spesso tratti linguistici del tutto simili a quelli riscontrabili nell’italiano scritto dei semicolti e persino in quello degli stessi colti. Se questi ultimi decidevano di abbassare il registro linguistico per esigenze di natura stilistica o funzionale, erano certamente in grado di farlo, ma il percorso contrario era interdetto ai semicolti. La non trascurabile differenza tra l’italiano regionale dei colti e l’italiano popolare dei semicolti sta in fondo nella teoria dell’ascensore.

Il terzo termine tra lingua e dialetto

Non mancavano centri del nuovo stato gruppi di persone in grado di conversare con italiani provenienti da altre città o regioni utilizzando una piattaforma di mediazione comunicativa che in vari casi assumeva l’inconfondibile fisionomia di un italiano regionale e dava pertanto corpo a una varietà di lingua parzialmente comune.

Ramondini sottolinea che se da un lato non si può fare a meno di convenire che in italia non si possieda una lingua effettivamente comune ed universale, dall’altro giova riconoscere che esiste un linguaggio d’uso, che non è né dialetto né la lingua letterata, ma è il crogiuolo nel quale vanno i dialetti a refluire.

Già 100 anni prima della Storia linguistica dell’italia unita di De mauro si è già in grado di delineare abbastanza chiaramente le condizioni e le modalità del successivo processo di italianizzazione linguistica, che assegnerà ai grandi centri urbani del paese un ruolo da protagonisti. Raimondini mostra in particolare una decisa ostilità nei confronti della letteratura dialettale, cui arriva ad attribuire potenziali effetti deleteri sullo sviluppo dello spirito coesivo nella giovane nazione: secondo lui essa vizia la forma logia ed il pensiero stesso di questo popolo che è chiamato oggi a vivere la vita collettiva di una grande nazione.

Le annotazioni di Ramondini circa gli sforzi di tanti connazionali appartenenti alle + diverse aree del paese di parlare italianamente ci appaiono comunque tutt’altro che astratte, ma esse aggiungono una nuova testimonianza significativa su un passaggio importante della storia linguistica italiana, che anche grazie all’affermazione delle varietà regionali è riuscita a superare antiche chiusure e ad accrescere il suo dinamismo interno. Ramondini dice che è ora di prestare la dovuta attenzione allo stato vero della lingua italiana.

7. COMUNE MA NON TROPPO

Muratori e l’equivoco del “commun parlare italiano”

“dalla perfetta poesia italiana”, Muratori sembra sostenere la tesi a dir poco azzardata che per tutta l’italia aveva corso uno stabile e uniforme modello di lingua comune parlata, e che tale modello era addirittura proprio di tutti gli italiani. Questa lettura della situazione linguistica è stata accolta con un certo favore da Testa nel quadro di una linea critica all’apparenza simile. Egli distingueva la lingua grammaticale acquisita con lo studio, da quella volgare, derivante dall’uso spontaneo.

Il concetto di lingua comune scritta e parlata cui si riferiva Muratori era palesemente molto lontano dall’italiano di cui ragiona Testa; M. aderisce invece alla tradizionale visione dell’italiano come lingua regolata ed elevata, che i dialettofoni nativi avrebbero dovuto apprendere non attraverso la pratica comunicativa, bensì attraverso lo studio della grammatica e l’esempio degli scrittori.

Il discorso muratoriano si rivela assai + corretto dal punto di vista storico-linguistica, sebbene l’oggettivo limite di trasparenza determinato dall’uso peculiare della locuzione abbia indotto a fraintenderne il senso.

L’autore non intende accreditare una nozione irrealistica di italiano comune inteso come lingua scritta e parlata indistintamente da tutti gli italiani, ma circoscrive l’uso della varietà in questione a una specifica e ben + esigua classe di persone provviste di un’adeguata formazione culturale.

L’approfondimento della grammatica permette di evitare alcuni errori di pronunziazione commessi dai non toscani quando vogliono servirsi della lingua comune. Muratori fornisce anche un nutrito elenco di pronunce marcate in senso regionale da correggere. Muratori distingue l’italiano comune, da lui identificato con la lingua delle grammatiche dei letterati, dalle varietà intermedie tra l’italiano e il dialetto, ovvero distingue l’italofonia da quella che abbiamo chiamato semi-italofonia.

La replica di Salvini (accademico della crusca) sta anche a dimostrare che l’idea dell’esistenza di un italiano comune parlato non era affatto scontata al tempo in cui Muratori la espresse, e costituiva uno sviluppo relativamente avanzato alla riflessione sulla lingua, tendente ad ampliare i confini della nozione tradizionale dell’italiano. Muratori mostra la sua ampiezza di vedute facendo un rilievo interessante circa la generale diffusione della competenza passiva della lingua comune; in ogni zona del paese gli stessi incolti erano in grado, almeno di comprendere l’italiano.

In realtà ancora nella prima metà del 900 la stessa competenza passiva dell’italiano era un traguardo proibitivo per buona parte dei parlati privi di un minimo di scolarizzazione. Nelle regioni del mezzogiorno d0’italia la situazione era del tutto analoga, se non peggiore a causa dell’arretratezza complessiva dell’area e della + alta percentuale di analfabeti.

Commenti simili (non si capisce il dialetto di un anziano) esemplificano il senso di straniamento di un italofono odierno nei confronti di un dialetto sconosciuto, e al tempo stesso danno un’idea del tipo di percezione che un dialettofono analfabeta del passato poteva avere di una lingua come l’italiano, scarsamente diffusa nel parlato e per lui parzialmente incomprensibile.

Italiano comune nascosto o in formazione

Non può essere messo in dubbio il progressivo sviluppo nell’italia preunitaria di una sorta di embrionale lingua comune, ovvero di una forma non omologata di italiano approssimativo e spesso interferito con la realtà dialettale, ormai ampiamente attestato soprattutto nella produzione di scriventi di livello culturale medio basso. La metafora dell’italiano nascosto non mira tanto a definire dal punto di vista linguistico i tratti pertinenti della varietà o dell’insieme di varietà cui si riferisce, quanto piuttosto a sottolineare la relativa latenza degli stessi tratti. Tale condizione di latenza è in rapporto con la particolare tipologia delle scrittura che, dal 500 in poi, Testa prende in esame. Ne consegue che il genere di italiano comune identificato da Testa comprende alcune varietà apparentate tra loro dalla riduzione del gradiente letterario della lingua e dalla parallela crescita del gradiente regionale di quello popolare.

Al momento dell’unità gli italiani erano per circa 75-80% analfabeti, i quali reclamano il riconoscimento del proprio ruolo linguistico. Nel confronto con la lingua codificata e con i dialetti, l’italiano dei semicolti fa n po’ la parte in cui da un lato la lingua codificata tendeva a imporsi con sistematicità nella maggioranza de testi scritti; dall’altro, i dialetti trovavano impiego in modo pressochè abituale nel parlato corrente. Non solo la lingua codificata ma anche i dialetti erano generalmente + apprezzati dell’ibridismo linguistico dei semicolti.

In nessun momento l’italiano semipopolare o semicolto è diventato comune quanto lingua codificata nello scritto e, a maggior ragione, quanto i dialetti nel parlato. Le varietà di italiano documentati dai testi popolari o semicolti erano marcate diatopicamente, erano cioè i precursori degli odierni italiani locali o regionali di varietà diastraticamente e diafasicamente + basse dell’italiano comune, tanto che in certi tipi di testi scritti o di contesti formali i parlanti colti evitavano di impiegarle e le sostituivano appunto con la varietà codificata. La lingua di riferimento dei semicolti era invece costituita da un coacervo di varietà parzialmente diverse, non codificato a causa appunto della sua identità eterogenea.

È significativo che gli stessi semicolti mostrino spesso di rendersi conto delle forti carenze del loro italiano, alludendo alle sensazioni di inferiorità e di forte disagio provate in molte circostanze, soprattutto quando occorreva confrontarsi con persone di livello superiore.

Dinamiche comunicative nella società plurilingue

La formula per un italiano per capirsi proposta da Testa potrebbe quindi essere applicata anche al dialetto romanesco del 300, in quanto enfatizza i fattori di similarità o intelligibilità, mentre annulla o minimizza tutti gli indici di variazione linguistica. In questo modo non significa ancora impiegare una lingua comune.

In realtà il romanesco del trecento era uno dei volgari italiani e non l’italiano comune, che del resto a quell’epoca neppure esisteva. La serie di affinità strutturali di carattere ereditario che agevolano l’intercomprensione tra parlanti di varietà diverse va distinta dal sistema organico che caratterizza l’italiano comune, patrocinato dalla potente centrale di codificazione dell’editoria e dall’attività delle strutture

I briganti si distinguono per l’elaborazione di un genere testuale specifico: la lettera di ricatto. La spiccata attitudine a determinare uno stato di viva preoccupazione nei destinatari non si accompagna sempre a un’analoga capacità di esprimere con chiarezza i contenuti delle richieste; al contrario, i messaggi rivelano talvolta paradossali limiti di intelligivilità, tanto da costituire probabilmente un autentico rompicapo per i malcapitati he dovevano superare la difficoltà di capirle. Le maggiori difficoltà interpretative scaturiscono strutture tipicamente locali, anche dalle ridottissima competenza delle lingua scritta, che dà origine a unità o combinazioni poco comprensibili perché irregolari.

La perspicuità de testi era penalizzata anche dalle forti carene dell’organizzazione sintattica, priva del contributo chiarificatore derivante da un interpunzione adeguata.

Parole di fuoco: vi abrugiame

Fin fallo 1861, anno della proclamazione del regno d’italia, il nuovo stato s’impegno in una drastica opera di repressione militare del brigantaggio dilagante nelle regioni meridionali: l’emergenza fu affrontata con spiegamento di forze. Ne scaturì un clima di guerra civile e di azione delle bande si accentarono notevolmente, tanto da rendere sempre + difficile per i ribelli trovare il modo di procurarsi risorse con cui vivere e agire alla macchia. L’ostacolo venne superato proprio attraverso il frequente ricorso alla lettera di ricatto.

Tra il 1861-1865, i briganti per dare una chiara valenza di avvertimento terroristico ai messaggi, indicano in modo puntuale quali danni intendevano procurare a chi non si fosse sottomesso alle loro abusive pretese.

Strategie del testo aggressivo

La come appartenenza degli autori di questi documenti alle regioni dell’italia meridionale ha evidenti riflessi nelle soluzioni linguistiche adottate, a cominciare dal già accennato scandimento della vocale finale a fono di articolazione centrale e di timbro indistinto.

Accanto all’errata ricostruzione delle vocali finali, spicca per frequenza la sonorizzazione delle consonanti dopo nasale, peraltro molto comune anche nell’uso del parlato dei meridionali colti. L’attrazione esercitata sui briganti dai pretenziosi modelli del linguaggio burocratico, che in un contesto così antinomico assumono la fisionomia di un ipercorrettismo socioculturale. Suscitare sgomento in chi lo riceveva, era dunque lo scopo principale del messaggio. Di fronte all’autorità giudiziari anche il peggiore dei banditi tende in genere a negare o a minimizzare la propria responsabilità o il danno provocato, ed evita di ricorrere a un linguaggio crudo e insolente, nel rivolgersi al soggetto da lui perseguitato, il brigante afferma nel modo + esplicito il suo ruolo di prepotente persecutore e non esita a ostentare la propria enorme capacità di ferocia.

Se alcuni messaggi possono considerarsi rappresentativi dei casi in cui prevale il carattere di ultimatum, in altri si manifesta invece una relativa disponibilità al negoziato. Spesso i briganti non sentivano neppure il bisogno di accennare agli eventuali danni che avrebbero potuto causare, ritenendoli facilmente presupponibili, e ingigantiti nell’immaginario collettivo dalla leggenda delle loro spietate gesta.

Il terrorismo psicologico assume forme estreme nella lettera di ricatto che si finge inviata all’ombra di un brigante già morto, e tuttavia capace di mettere paura anche dall’altro mondo.

  1. LINGUA COMUNE E COMUNITà LINGUISTICA

L’evoluzione del repertorio linguistico italiano

Guazzo afferma che ciascuno deve ragionare secondo la lingua del suo paese, sia pur riconoscendo che lo studio del toscano è servito e serve a scrivere. De Blasi rileva che la tendenza dei parlanti di oggi a dare una valutazione positiva degli elementi regionali e a impiegarli per aggiungere una consapevole coloritura espressiva al discorso. L’italiano e i dialetti non vivano isolati in mondi separati ma diano sempre luogo in un modo o nell’altro a forme di varietà intermedie.

La realtà linguistica del nostro paese si configura come un repertorio complesso, al cui interno possono distinguersi due punti di riferimento, l’italiano e i dialetti, che entrano continuamente in relazione tra loro e quindi tendono a riorganizzarsi in alcune varietà intermedie. L’angolazione di una prospettiva del genere ha

un carattere accentuatamente variazionale: l’italiano è un’entità tutt’altro che monolitica; d’altra parte i dialetti presentano delle articolazioni interne; le varietà intermedie si collocano in segmenti mutevoli e non sempre prevedibili dei molteplici continua (pl continum) tra l’italiano e il dialetto.

De Blasi insiste sugli elementi di convergenza dell’uso linguistico: la prospettiva variazionale permette di abbandonare definitivamente la tendenza a considerare la realtà linguistica come se fosse costituita da blocchi non comunicanti. La prospettiva variazionale permette in primo luogo di abbandonare la tendenza a sottovalutare le variazioni esistenti all’interno della realtà linguistica. Proprio all’interesse per gli elementi dinamici della lingua, discende la particolare attitudine di tale prospettiva di ricerca a cogliere relazioni e nessi superando così il rigido modello critico dei blocchi non comunicanti.

Nella vicenda linguistica dell’italia preunitaria i fato di mediazione e di livellamenti non sono certo mancati, ma la loro capacità di competere con i fattori di differenziazione e di divisione non è paragonabile a quella acquisita nel periodo successivo.

Il fatto stesso che parliamo di lingua italiana e di dialetti italiani, mantenendo il riferimento all’italianità di fondo, tra queste varietà possono esserci coincidenze, affinità, contatti; e naturalmente le loro rispettive differenze con gli italiani regionali sono ancora minori.

Al tempo stesso l’italiano e il dialetto possono coesistere in uno stesso scambio comunicativo mantenendo la loro identità specifica. L’eventuale intercomprensione tra parlanti può ì agevolare forme basiche di comunicazione, ma non costituisce un criterio sufficiente per diagnosticare la presenza di una medesima varietà linguistica, lingua o dialetto che sia. La storia della lingua ci insegna che in origine tutti i dialetti erano a ben vedere lingue comuni, vale a dire varietà proprie di una determinata comunità linguistica, e svolgevano il ruolo che sarebbe stato assunto + tardi dall’italiano rispetto ad una comunità + vasta.

Nelle regioni d’italia tutti gli abitanti conversavano quotidianamente ne rispettivi dialetti, ma esistevano comunque dei gruppi di persone in grado di conversare con italiani provenienti da altre città in una sorta di lingua tendenzialmente comune, che in molti casi sarà stata una piattaforma di mediazione linguistica definibile come italiano locale. La preferenza accordata spesso a italiano regionale è connessa alla volontà di evidenziare l’estensione territoriale relativamente ampia di molti tratti condivisi da tale varietà linguistica, anche se poi non mancano tratti arealmente + specifici all’interno delle regioni.

Gli italiani locali possono essere + o meno marcati dal punto di vista diatopico, ma è anche sotto il profilo diastratico e diafasico che si precisa in particolare il loro rapporto con l’italiano comune. Nella storia della lingua, l’italiano locale si situa a un livello da cui il parlante colto è potenzialmente in grado sia di scendere verso il basso che di salire verso l’alto, mentre il parlante incolto è in grado solo di scendere. Dal 500 in poi il fondamentale polo di riferimento dell’intera comunità italiana per quanto riguarda la lingua scritta coincide con la stampa che mette in circolo le forme della poesia ma anche quelle del teatro. sarebbe un errore appiattire la realtà dell’italiano tipografico sui postulati teorici del programma linguistico iperletterario di matrice bembiana.

Baricentri dell’uso: lingua e dialetto, scritto e parlato

L’italiano comune a cui Testa fa riferimento viene definito con attributi che lo qualificano sia come diastraticamente e diafasicamente basso, sia come diatopicamente differenziato. Testa vede giustamente tale tipo in italiano un significativo terreno d’incontro tra le diverse classi sociali, e lo definsce quindi comune, proprietà che però sarebbe opportuno circoscrivere, date le peculiarità diatopiche ravvisate nei testi, a una porzione limitata dell’intera comunità linguistica italiana. L’integrazione in questa comunità + estesa era consentita al nobile o borghese colto, ma non al popolano incolto o semicolto. Wilhelm osserva che l’individuo di solito fa parte contemporaneamente di + comunità linguistiche, come quella + ristretta dei parlanti di un dialetto e quella + estesa dei parlanti dell’italiano. In + l’individui fa parte di + comunità discorsive.

Di conseguenza l’italiano locale non né sempre rozzo, perché può corrispondere alla lingua media di una determinata area. Accanto alla lingua omologata dalle grammatiche e dai dizionari, gli stessi colti utilizzano anche una lingua semiomologata, preferita in vari ambiti testuali e comunicativi per ragioni di ordine

Email studente: assenza articolo, uso delle virgole sbagliato, ricorso alla virgola prima di una parentesi, comparsa dell’h davanti alla preposizione a, difetti riguardanti la struttura del testo, fastidiose ripetizioni; scarsa coerenza dell’argomentazione si accompagna all’emersione di strutture molto comuni nel parlato e nello scritto informale (imperfetto al posto del condizionale), dislocazione a sinistra (anticipazione di un elemento della frase che si vuole mettere in evidenza); forme sbrigative e grezze dell’oralità, calorosa forma di commiato. Il fallimento linguistico riduce fatalmente le possibilità di successo pragmatico: lo studente non ha ottenuto l’assegnazione della tesi di laurea, che era l’obiettivo dichiarato nel suo messaggio. La scuola non dà ai giovani una formazione linguistica adeguata, eppure un’istruzione pubblica cosciente del proprio ruolo fondamentale non può sottovalutare il potere della parola, che rende un po’ meno uguali coloro che non sanno maneggiarla adeguatamente.

Il caso dell’italiano twitterario

Esistono dei generi di lingua in rete, i caratteri + tipici e ricorrenti sono: la dialogicità, la frammentarietà e la brevità, che si manifestano specialmente quando la dimensione interattiva del messaggio acquista un rilievo maggiore. Un caso di twitter che si ispira dichiaratamente a un modello delle battute concise e veloci di una conversazione in tempo reale. Sono tratti caratteristici della lingua parlata.

Caratteristiche: l’esigenza dei stringatezza riduce fortemente l’effetto sorpresa; la narrativa twitteriana tende spesso a sfruttare il meccanismo della rottura in extremis di una cornice testuale apparentemente positiva; l’improvvisa modifica della densità informativa, bassa all’inizio e alta alla fine, determina una forte rivalutazione semantica del testo; anfibologie (che permettono agli autori dei racconti di spaziare da luoghi comuni a temi + complessi).

Uno degli inevitabili limiti della micronarrativa twitteriana, da ravvisarsi nella congenita impossibilità di ritardare + di tanto l’informazione principale. L’adozione di forme telegrafiche rischia di produrre un’informazione oscura o equivoca: non è un caso che twitter goda di una fortuna nella comunicazione politica dove abbonda il ricorso a slogan generici e fumosi. La ricerca della massima concisione mal di adatta a intrecci complessi.

D’altra parte alcuni dei testi citati confermano l’essenzialità ha a sua volta delle buone carte da giocare. Nella disinibita scrittura del web non mancano affatto gli esempi di un uso consapevole dell’italiano, che danno vita a sperimentazioni ingegnose e stimolanti.