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“Pocoinchiostro”, P. Trifone, Sintesi del corso di Storia della lingua italiana

Riassunti del libro “Pocoinchiostro”, di Pietro Trifone.

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 20/06/2021

livia.straccio
livia.straccio 🇮🇹

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“Pocoinchiostro”, P. Trifone
I. L’italiano comune nella storia
XX sec. “italiano nascosto” dell’uso domestico e popolare, limiti della documentazione e fluidità del concetto stesso:
influenza istruzione sullo sviluppo della capacità di usare l’italiano, nello scritto e nel parlato + inadeguatezza visione
formalistica, realtà articolata e dinamica (censure tradizionalmente rivolte alle vere o presunte irregolarità del parlato)
italiano propriamente detto, situazione di italofonia (sostanziale competenza del parlato, buona o discreta
competenza dello scritto): non coincide con l’italiano normativo, letterario o tecnico-scientifico + viene usato
dagli alfabetizzati post-elementari nello scritto e nel parlato formale + conserva tratti locali o regionali
italiano solo parzialmente comune, situazione di semi-italofonia (elementi locali o regionali che nello scritto si
affiancano ad anomalie e infrazioni del codice grafico): persistono forme dialettali e grafie devianti, varietà
intermedia (marcata sul piano diatopico, diafasico e diastratico + davvero intermedia solo per i parlanti colti)
litterati: gamma di registri diafasici, parlano e scrivono adeguando lingua e stile + illitterati totali o parziali:
varietà più o meno subalterne + “non del tutto illetterati”, Luigi Pirandello: parlano in italiano “smussando” il
loro dialetto e scrivono in un discreto italiano standard
policromia di parlato e scritto, fonosintassi e testualità rivelano spesso un “avvicinamento all’italiano e alle
sue basilari impalcature”: “appariscenti” provincialismi di fonetica e lessico saltano all’occhio per primi, più
marcati diatopicamente (diffusione stampa e progressi alfabetismo, raffronto con i modelli dello scritto)
XX sec. ampliamento opportunità di accesso popolare all’italofonia, istruzione e mass media (livello alfabetizzazione e
acculturazione popolare inimmaginabile): efficiente apprendistato scolastico è l’arma migliore contro l’analfabetismo
funzionale + dialetto non è più simbolo di sottosviluppo, usi periferici ed elementi estranei all’italiano standard
presenza di apporti regionali, standard parlato o standard scritto che emula quello parlato (non standard
scritto in quanto tale): registro diafasico da sempre presente in certi filoni dell’italiano scritto, lingua teatrale
(trasferimento dei dialoghi nel parlato degli attori, necessari accenti appropriati e credibili)
aumento diffusione e vitalità italiano informale, processo favorito dalla crescita della lingua comune: parlanti
sollecitati a riconfigurare in termini meno rigidi e libreschi anche il codice scritto o alcuni suoi settori
II. Parlare la stessa lingua
p. m. XIX sec. dizionari accostano la frase “parlare la stessa lingua” a “essere della stessa nazione”, inapplicabilità al
territorio e al popolo italiano: mancanza “comune lingua” ha peso maggiore della frammentazione politica del paese
(lingua come fattore identitario + fondamentale funzione sul piano politico-culturale della lingua scritta)
basi dell’unità linguistica poste da litterati, che hanno relazioni di vario tipo con analfabeti dialettofoni (che
partecipano all’italianizzazione linguistica, anche se giudizio negativo sulla circolazione dell’italiano parlato) +
incomprensione reciproca tra parlanti analfabeti di regioni diverse, se si esprimono “in un mezzo linguistico
locale e arcaico non influenzato dalla lingua italiana” + molti italiani non parlano la stessa lingua neanche
metaforicamente, estraneità all’Italia e paradossale xenofobia endogena
analisi del parlato, documenti scritti e dichiarazioni di testimoni auricolari: XVI sec. documentazione diretta e indiretta
del ricorso a varietà intermedie tra dialetto e italiano, che non sempre si accompagna ad una competenza della lingua
comune (competenza passiva, afferrare il senso del discorso ma non “parlare la stessa lingua” dell’interlocutore)
Es. “Promessi sposi”, Alessandro Manzoni: importanza della capacità di esprimersi compiutamente in prima
persona, idea di democrazia linguistica (nobile visione lontana dalla realtà, dialetto pone più problemi di una
lingua straniera per la mancanza di una sicura codificazione)
competenza passiva dell’italiano è uno svantaggio, specie nei confronti delle istituzioni (muta acquiescenza +
incapacità di replica): Gianrico Carofiglio, causa del clima di sfiducia che circonda le istituzioni (denuncia di
ambiguità e oscurità del discorso giuridico, burocratico e politico)
Es. 2015 signora di Bari Vecchia, YouTube: ancora oggi c’è una minoranza di parlanti quasi esclusivamente dialettofoni,
più cause di disagio (telecamera + italiano + argomento, che lei fraintende finché “Nunzia” non interviene traducendo
e facendo riferimento alle multe prese da un parente)
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“Pocoinchiostro”, P. Trifone I. L’italiano comune nella storia XX sec. “italiano nascosto” dell’uso domestico e popolare, limiti della documentazione e fluidità del concetto stesso: influenza istruzione sullo sviluppo della capacità di usare l’italiano, nello scritto e nel parlato + inadeguatezza visione formalistica, realtà articolata e dinamica (censure tradizionalmente rivolte alle vere o presunte irregolarità del parlato) italiano propriamente detto, situazione di italofonia (sostanziale competenza del parlato, buona o discreta competenza dello scritto): non coincide con l’italiano normativo, letterario o tecnico-scientifico + viene usato dagli alfabetizzati post-elementari nello scritto e nel parlato formale + conserva tratti locali o regionali italiano solo parzialmente comune, situazione di semi-italofonia (elementi locali o regionali che nello scritto si affiancano ad anomalie e infrazioni del codice grafico): persistono forme dialettali e grafie devianti, varietà intermedia (marcata sul piano diatopico, diafasico e diastratico + davvero intermedia solo per i parlanti colti) litterati: gamma di registri diafasici, parlano e scrivono adeguando lingua e stile + illitterati totali o parziali: varietà più o meno subalterne + “non del tutto illetterati”, Luigi Pirandello: parlano in italiano “smussando” il loro dialetto e scrivono in un discreto italiano standard policromia di parlato e scritto, fonosintassi e testualità rivelano spesso un “avvicinamento all’italiano e alle sue basilari impalcature”: “appariscenti” provincialismi di fonetica e lessico saltano all’occhio per primi, più marcati diatopicamente (diffusione stampa e progressi alfabetismo, raffronto con i modelli dello scritto) XX sec. ampliamento opportunità di accesso popolare all’italofonia, istruzione e mass media (livello alfabetizzazione e acculturazione popolare inimmaginabile): efficiente apprendistato scolastico è l’arma migliore contro l’analfabetismo funzionale + dialetto non è più simbolo di sottosviluppo, usi periferici ed elementi estranei all’italiano standard presenza di apporti regionali, standard parlato o standard scritto che emula quello parlato (non standard scritto in quanto tale): registro diafasico da sempre presente in certi filoni dell’italiano scritto, lingua teatrale (trasferimento dei dialoghi nel parlato degli attori, necessari accenti appropriati e credibili) aumento diffusione e vitalità italiano informale, processo favorito dalla crescita della lingua comune: parlanti sollecitati a riconfigurare in termini meno rigidi e libreschi anche il codice scritto o alcuni suoi settori II. Parlare la stessa lingua p. m. XIX sec. dizionari accostano la frase “parlare la stessa lingua” a “essere della stessa nazione”, inapplicabilità al territorio e al popolo italiano: mancanza “comune lingua” ha peso maggiore della frammentazione politica del paese (lingua come fattore identitario + fondamentale funzione sul piano politico-culturale della lingua scritta) basi dell’unità linguistica poste da litterati, che hanno relazioni di vario tipo con analfabeti dialettofoni (che partecipano all’italianizzazione linguistica, anche se giudizio negativo sulla circolazione dell’italiano parlato) + incomprensione reciproca tra parlanti analfabeti di regioni diverse, se si esprimono “in un mezzo linguistico locale e arcaico non influenzato dalla lingua italiana” + molti italiani non parlano la stessa lingua neanche metaforicamente, estraneità all’Italia e paradossale xenofobia endogena analisi del parlato, documenti scritti e dichiarazioni di testimoni auricolari: XVI sec. documentazione diretta e indiretta del ricorso a varietà intermedie tra dialetto e italiano, che non sempre si accompagna ad una competenza della lingua comune (competenza passiva, afferrare il senso del discorso ma non “parlare la stessa lingua” dell’interlocutore) Es. “Promessi sposi”, Alessandro Manzoni: importanza della capacità di esprimersi compiutamente in prima persona, idea di democrazia linguistica (nobile visione lontana dalla realtà, dialetto pone più problemi di una lingua straniera per la mancanza di una sicura codificazione) competenza passiva dell’italiano è uno svantaggio, specie nei confronti delle istituzioni (muta acquiescenza + incapacità di replica): Gianrico Carofiglio, causa del clima di sfiducia che circonda le istituzioni (denuncia di ambiguità e oscurità del discorso giuridico, burocratico e politico) Es. 2015 signora di Bari Vecchia, YouTube: ancora oggi c’è una minoranza di parlanti quasi esclusivamente dialettofoni, più cause di disagio (telecamera + italiano + argomento, che lei fraintende finché “Nunzia” non interviene traducendo e facendo riferimento alle multe prese da un parente)

protesta contro il governo in dialetto, pressione emotiva e volontà di dare più efficacia alle proteste usando un codice pienamente dominato: tentativo autonomo di innalzamento di registro, imita elementi forniti dal giornalista + risposte in dialetto, percepito come componente di un’identità comune insieme all’italiano difficoltà di segnare una linea netta tra competenza passiva e attiva, complessiva “incompetenza funzionale” o analfabetismo funzionale: scarsa competenza attiva + incapacità di affrontare temi più alti ed ampi rispetto a quelli dell’esperienza quotidiana (a cui si possono ricondurre le lacune rilevabili nella competenza passiva) III. Chi costruì Tebe dalle sette porte? Dante Alighieri, invettiva contro la “serva Italia” (“nave senza nocchiero, bordello”): solo vagheggiando una nazione può dolersi che sia sottomessa a vari signori, sprovvista di una guida, ridotta in uno stato di disordine civile e morale diffusione lingua comune riguarda una ristretta fascia di persone colte, che si avvalgono anche del dialetto (Vittorio Emanuele II, riunioni e incitamento): impiegato comunque nella comunicazione orale, in alternativa ad un “italiano insicuro” (per cogliere gli aspetti della comunicazione verbale più ordinaria, fondamentali le testimonianze dirette o indirette di parlanti e scriventi privi di particolare prestigio o elevata cultura) Es. 1949 lettera d’amore, ragazza di Fiamignano: evidenti carenze di punteggiatura ma discreta capacità di scrittura, si esprime con chiarezza ed evita comuni errori di grammatica o forme influenzate da usi locali Es. XIV sec. atti processi giudiziari per oltraggio, Archivio di Stato di Lucca (atto in latino e frasi dell’accusato in volgare, aggiustamenti e modifiche: diversa cultura di accusato e giudice + diversa natura di parlato e scritto, più ordinato e regolare): tratti dialettali, passaggio di “z” a “s”: rappresentato anche con “ç”, tipico uso locale) Es. 1627 lettera, nonna di Montelibretti: lingua, impasto di livello medio in cui compaiono forme dialettali + sintassi, andamento simile a quello del parlato (strutture coordinative, serie di proposizioni legate da “e”) Es. 1688-1702 quaderno di memorie, fabbro di Alessandria: varietà geografica dell’italiano, influenze liguri e lombarde (degeminazione consonanti doppie, “li” per “i, gli”, desinenza “-ono” della III p.p. dell’imperfetto, monottongo di “locho”, dittongo improprio di “puochi”, “c” per “z” in “San Mauricio”) Es. 1695 lettera, parroco romano: tipo di lingua che poteva risuonare dai pulpiti, tratti dialettali (passaggio da “gl(i)” a “j”, assimilazione di “mb”, scempiamento, ipercorrettismo “s” per “z”, suffisso “-aro”) Es. 1816 relazione, maestro di Capradosso (stato pietoso dell’istruzione in Abruzzo): carenze dello stesso insegnante, in uno scritto di carattere formale (irregolarità ortografiche, forme influenzate dall’uso popolare e regionale) Es. lettera, abruzzese scarsamente istruito: tratti locali, tipici trattamenti meridionali delle consonanti sorde e sonore + tratti ispirati a esempi autorevoli della lingua scritta, formulario burocratico dialetti entrano in relazione con varietà urbane dai tratti meno marcati o con il modello dell’italiano scritto, avvicinamento alla lingua (strutture fondamentali italiane ma tracce palesi del dialetto di partenza): XX sec. fenomeno si espande dalle grandi città a tutto il paese 1914-18 lettere di protesta contro la guerra, persone di umile condizione e varia provenienza geografica (a Vittorio Emanuele III, famiglia reale, ministri): caratteri tipici dell’italiano semicolto o popolare, anche se tutti hanno ricevuto un primo livello di alfabetizzazione e scolarizzazione (irregolarità grafiche e interpuntive, uso regionale in fonetica e morfologia, storpiature di vocaboli, sintassi che ricalca i moduli del parlato) Es. 1916 lettera alla regina, cittadino di Montespertoli: forma “dia” per “dica”, riflette la pronuncia toscana (gorgia) + formula di congedo stereotipata + anteposizione del cognome al nome, uso tipico dei semicolti derivato dal modello della scrittura burocratica IV. La creazione della lingua comune stampa separa oralità e codificazione, esigenza di razionalizzazione e regolarizzazione (superamento scriptio continua e traduzione grafica della fonologia di giuntura): impulso alla concezione grammaticale e vocabolaristica della lingua, esplode la “questione della lingua” (che riguarda essenzialmente la lingua scritta) XV sec. massimo di omogeneità possibile è la koinè regionale, che riflette l’uso di alcuni ambienti cortigiani (dialetto locale, smunicipalizzato sotto l’influsso di toscano e latino): con la stampa, sede dell’elaborazione di un modello unitario passa da un luogo reale a uno culturale (il libro, in cui lo scritto celebra la sua apoteosi)

Foscolo, “anche nel medio evo” ma poi “neppure oggi” (molteplicità di volgari, inadeguatezza comunicativa e censurabilità sociale) + Niccolò Tommaseo, “non è che scritta” (dubbio sull’esistenza dell’italiano comune) XVIII-XIX sec. testimonianze di viaggiatori, la cui conoscenza si limita a un “italiano turistico” di sopravvivenza (stereotipi negativi o suggestioni positive, consapevolezza di rivolgersi a non italiani): molti “annacquano” la propria parlata nativa, conclusione significativa dal punto di vista storico-linguistico (persistenza e progresso di fenomeni collegati ai tentativi di superamento dell’idioma municipale) VI. Il cantiere aperto dell’italiano lingua semiomologata dei colti, usata in alternativa all’italiano omologato anche in ambito processuale: situazione formale o semiformale, 2 parti che tentano di venirsi incontro + trascrizione del dialogo effettuata dal protocollante Es. 1527-28 confessione di Bellezze Ursini da Collevecchio, adattata dal notaio Luca Antonio (stessa area ma diversa estrazione sociale): conserva i tratti della lingua che considera compatibili con il livello diafasico di un verbale (rifiuto: metafonesi, “-u” finale + condivisione: no anafonesi, “e” protonica, riduzione di “-rj-” a “-r-”) Es. 1557 processo a una certa Caterina siciliana (forme di varietà inferiori e dialetti diversi, impronta di verità): varietà alta del romanesco, ormai toscanizzato (tratti autoctoni: “-e-, -ar-” atoni, suffisso “-aro”, morfema verbale “-amo” + tratti importati: dittongo toscano “ie”, articolo “il” + residui meridionali) Es. 1554 processo a Giovanna detta l’Astrologa: a Venezia, dialetto trova spazio anche nel discorso pubblico e istituzionale (forme interrogative veneziane) Es. 1623 processo a Orazio di Adamo: alternanza continua tra italiano e siciliano, coloritura locale si espande alle sezioni in cui il verbalizzatore espone il contenuto delle dichiarazioni (accusativo preposizionale) + disomogeneità linguistiche, sensibilità dello scrivente alla componente diafasica della variabile lingua/dialetto Antonio Gramsci, considerazione letteraria e retorica della lingua contribuisce al mantenimento di privilegi politici e steccati sociali (ma manifestazioni di un’autonomia del corpo rispetto alla testa del paese): individui e ambienti colti, mentalità più aperta e indole meno conformista + cospicui filoni di scrittura, materiali dalla dimensione dell’oralità (lettera familiare, diario, testo teatrale) + testimonianze di persone umili, elementi caratteristici del fondo dialettale figure “itineranti” che con il loro dinamismo svolgono un ruolo di stimolo anche in campo linguistico, contatto con persone di luoghi e ceti sociali diversi (Ugo Foscolo, “linguaggio comune […] mercantile e itinerario”): Es. 1930s inchiesta dialettologica nel Lazio, Raffaele Giacomelli (vecchio campagnolo analfabeta mostra influenze della lingua letteraria, per 10 anni alle dipendenze di un direttore del dazio conosciuto come “molto istruito”) italofoni in netta minoranza, per comunicare sono costretti ad usare il dialetto e ci sono poche occasioni per trasmettere la lingua comune a chi non la conosce: 1861-1915 progressi nell’uso dell’italiano, “mantenendo qualche peculiarità locale o regionale nell’uso scritto e più ancora nell’uso parlato” + italianizzazione dialetti diffusione di forme linguistiche non omologate tra persone di elevata statura intellettuale, italiano regionale parlato presenta tratti simili a quelli riscontrabili nell’italiano scritto di semicolti e colti: italiano regionale dei colti, ascensore idoneo a salire fino al piano alto della lingua codificata + italiano popolare dei semicolti, si ferma a un piano inferiore e può solo scendere italiano regionale o locale, “terzo termine” tra lingua e dialetto (varietà almeno parzialmente comune ma influenzata dal dialetto soggiacente): mancanza di descrizioni fenomenologiche e campionature esemplificative + accuse diffuse di contaminare il “purissimo fiore” della lingua (Enrico Ramondini, simpatia per questo nuovo “crogiuolo”) VII. Comune ma non troppo Ludovico Muratori, “commun parlare italiano” che “può chiamarsi gramaticale” (lingua regolata ed elevata, il cui uso è circoscritto a chi possiede un’adeguata formazione culturale): lingua “gramaticale”, acquisita con lo studio e affine allo scrivere “per cagione della gramatica” (italofonia, non semi-italofonia) + lingua “volgare”, derivata dall’uso spontaneo rilievo circa la generale diffusione della competenza passiva della lingua comune, incolti di tutto il paese sono in grado di comprenderla: p. m. XX sec. ancora non è così, necessaria almeno un’alfabetizzazione di base (Sud Italia, grave arretratezza complessiva e alta percentuale di analfabeti) + perdurante difficoltà di passare dalla competenza passiva a quella attiva

pre-1861 embrionale lingua comune, forma non omologata di italiano approssimativo e interferito con la soggiacente realtà dialettale: Enrico Testa, italiano “nascosto” (varietà accomunate dalla riduzione del gradiente letterario e dalla crescita del gradiente regionale e popolare, con complessivo avvicinamento della scrittura ai modi del parlato) italiano dei semicolti, diffusione contenuta e prestigio basso (lingua dei “sottratti all’area dell’analfabetismo ma neppure del tutto partecipi della cultura elevata”): lingua codificata nei testi scritti e dialetto nel parlato corrente, entrambi generalmente più apprezzati dell’ibridismo (coacervo di varietà parzialmente diverse, non codificato né codificabile a causa della sua identità eterogenea) m. XIX sec. volume scambi in italiano è condizionato negativamente, ridotta competenza dell’italiano ed eccellente competenza dei dialetti: 30-35%, limite massimo italofoni anche parziali + 65-70%, limite minimo dialettofoni pressoché totali Enrico Testa, “italiano per capirsi” e non lingua comune (enfasi su fattori di similarità o intelligibilità, annullamento indici di variazione linguistica): Alessandro Manzoni, vestito “pieno di toppe, di buchi e sbrani” (“intendersi” è più facile se si ha padronanza di una lingua comune, più difficile se la capacità di interlocuzione è deficitaria o sbilanciata) Es. XIV sec. “Cronica”, anonimo romano + 1527-28 confessione, Bellezze Ursini da Collevecchio: lingua molto vicina al dialetto sabino dell’epoca, senza però “perdere mai né in riconoscibilità né in efficienza pragmatico- comunicativa” (tratti locali: innalzamento metafonetico vocali medio-alte, conservazione “-u” finale) Enrico Testa, linea alternativa al modello linguistico bembiano: basso ricorso alla dittongazione, assenza anafonesi toscana, conservazione “ar” protonico, preposizione articolata “dil”, articolo “li”, I p.p. indicativo presente in “-amo, -emo”, esiti anormali imperfetto e congiuntivo, condizionale in “-ia”, forme analogiche (tratti non toscani comuni a molti dialetti, spesso sostenuti dall’esempio latino o dalla tradizione poetica) italiano tipografico è quello che meglio risponde alla nozione di “italiano comune”, non soggetto a marcate peculiarità diatopiche e diastratiche (tipiche della lingua scritta dei semicolti e dei colti in contesti informali): capacità di diffondersi e incidere sull’uso linguistico + accoglienza offerta a opere del più vario genere VIII. I briganti e la scrittura testi criminali, prezioso contributo “dal basso” alla storia delle classi popolari (documenti rari, analfabetismo diffuso e dispersione): scritture più rudimentali sono quelle dei briganti, individui provenienti dalla campagna o dalla montagna con gravi carenze nell’alfabetizzazione (ma l’esperienza del brigantaggio gli permette di avvicinarsi “all’apprendimento e alla pratica della scrittura”, situazioni estreme in cui devono scegliere tra comunicare o stare in silenzio) elaborazione “genere testuale specifico”, lettera di ricatto: grande intensità comunicativa, ma paradossali limiti di intelligibilità (influsso forme locali, ridotta competenza lingua, forti carenze organizzazione sintattica) Es. 1861 lettera di ricatto, Luigi Alonzi detto Chiavone (Sora): lingua, meridionalismi (preferenza per la sorda intervocalica, sonorizzazione sorda dopo nasale, inesatto ripristino vocale indistinta) + sintassi (ripetizione di “che”, assenza punteggiatura interna) 1861 (Sud Italia) repressione militare brigantaggio, bande ricorrono alla lettera di ricatto per procurarsi risorse senza uscire allo scoperto: chiedono qualcosa ad una persona facoltosa, minacciando terribili rappresaglie Es. 1861-65 lettere di ricatto, briganti vari: meridionalismi (scadimento vocale finale a fono di articolazione centrale e timbro indistinto, sonorizzazione consonanti dopo nasale, metafonesi, passaggio “nd” a “nn”) + linguaggio burocratico esplicito proposito ricattatorio, ultimatum o relativa disponibilità (accenni ad un preavviso, rassicurazioni, blandimento con titoli reverenziali): nome del brigante, leggenda delle loro spietate gesta + parola “brigante”, appartenenza ad una categoria di riconosciuta pericolosità IX. Lingua comune e comunità linguistica “prospettiva variazionale”, abbandono tendenza a sottovalutare le variazioni all’interno della realtà linguistica (anche se relazioni e nessi non annullano le divergenze né i punti di cesura): valutazione positiva degli elementi regionali da parte dei parlanti, però sono evitati nello scritto (quotazione medio-bassa nella borsa dei valori diastratici e diafasici) continua lingua-dialetto, entro i quali si collocano gli italiani locali (italiano comune è privo di contrassegni linguistici riferibili a una certa area): tratti dialettali, più marcati + tratti locali territorialmente estesi, non toscani e quasi italiani