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MALATTIE CRONICO DEGENERATIVE, Sintesi del corso di Igiene

Appunti sulle malattie cronico degenerative, più integrazione con il libro

Tipologia: Sintesi del corso

2017/2018

In vendita dal 17/05/2023

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LE MALATTIE CRONICO DEGENERATIVE
Malattie cronico degenerative: sono patologie non trasmissibili,
caratterizzate da un lungo decorso e da un esito invalidante o
addirittura letale.
Non hanno un’unica causa determinante ma insorgono per il
concorso di più fattori concausali detti FATTORI PREDISPONENTI
O FATTORI DÌ RISCHIO.
Le principali malattie cronico degenerative sono:
1) cardiopatie ischemiche (es. infarto, angina pectoris);
2) vasculopatie cerebrali (es. ischemie cerebrali: attacchi
ischemici transitori, ictus, emorragia cerebrale;
3) bronco pneumopatie cronico - ostruttive (es. bronchite
cronica, asma, enfisema polmonare);
LE CARDIOPATIE ISCHEMICHE
Esse sono determinate da un insufficiente afflusso di ossigeno al
miocardio, che determina uno stato di sofferenza del muscolo
cardiaco che può arrivare alla necrosi. Le conseguenze cliniche
sono:
angina pectoris: è la conseguenza di uno stato di sofferenza
da ischemia del miocardio reversibile di breve durata; si
verifica più facilmente in conseguenza di uno sforzo e causa
un intenso dolore che può irradiare all’arto superiore
sinistro;
infarto del miocardio: è la conseguenza della necrosi del
miocardio causata da un insufficiente apporto di sangue e,
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LE MALATTIE CRONICO DEGENERATIVE

Malattie cronico degenerative: sono patologie non trasmissibili, caratterizzate da un lungo decorso e da un esito invalidante o addirittura letale. Non hanno un’unica causa determinante ma insorgono per il concorso di più fattori concausali detti FATTORI PREDISPONENTI O FATTORI DÌ RISCHIO. Le principali malattie cronico degenerative sono:

  1. cardiopatie ischemiche (es. infarto, angina pectoris);
  2. vasculopatie cerebrali (es. ischemie cerebrali: attacchi ischemici transitori, ictus, emorragia cerebrale;
  3. bronco pneumopatie cronico - ostruttive (es. bronchite cronica, asma, enfisema polmonare); LE CARDIOPATIE ISCHEMICHE Esse sono determinate da un insufficiente afflusso di ossigeno al miocardio, che determina uno stato di sofferenza del muscolo cardiaco che può arrivare alla necrosi. Le conseguenze cliniche sono:  angina pectoris: è la conseguenza di uno stato di sofferenza da ischemia del miocardio reversibile di breve durata; si verifica più facilmente in conseguenza di uno sforzo e causa un intenso dolore che può irradiare all’arto superiore sinistro;  infarto del miocardio: è la conseguenza della necrosi del miocardio causata da un insufficiente apporto di sangue e,

quindi, di ossigeno al muscolo cardiaco. Le conseguenze di un infarto dipendono sia dalla sede sia dall’ampiezza dell’area colpita ed anche dalla tempestività dell’intervento terapeutico. Un’occlusione completa di una grossa arteria coronarica (= arterie che irrorano il cuore) può determinare la morte improvvisa ; anche quando la lesione è meno estesa, posso lasciare danni al tessuto cardiaco determinando uno stato di invalidità cronica della persona colpita, che necessita di interventi assistenziali prolungati nel tempo , con notevoli costi sociali legati alla perdita di capacità lavorative del malato; I sintomi di un infarto sono simili a quelli dell’angina pectoris, spesso più intensi ma al contrario dell’angina non si risolvono e durano a lungo; talvolta un infarto può verificarsi senza alcun disturbo evidente (viene rilevato dall’elettrocardiogramma). EPIDEMIOLOGIA DELLE CARDIOPATIE ISCHEMICHE Le cardiopatie ischemiche sono responsabili in Italia del 20% della mortalità generale. Il tasso di mortalità nel sesso maschile è circa il doppio rispetto al sesso femminile (almeno fino alla menopausa, per effetto di un’azione protettiva degli ormoni sessuali femminili) ed aumenta proporzionalmente con l’età. Fattori predisponenti Come per le altre malattie cronico - degenerative, non esiste un unico agente causale delle cardiopatie ischemiche ma FATTORI

di educazione alimentare, per evitare l’insorgenza di dislipidemie, per contrastare sovrappeso, obesità, vita sedentaria e tabagismo. A livello individuale è molto importante programmare interventi correttivi sui diversi fattori di rischio n ei soggetti che presentano specifiche condizioni di rischio per le cardiopatie ischemiche: soggetti con familiarità per queste patologie, soggetti ipertesi, soggetti con ipercolesterolemia, soggetti sovrappeso o soggetti diabetici o con altre patologie dismetaboliche. DIETA: è da preferire la dieta, un controllo calorico nei soggetti sovrappeso e apporto di sodio nei soggetti ipertesi. Se il controllo del peso e della pressione arteriosa non sono sufficienti si provvederà ad una terapia farmacologica; adottare uno stile di vita adeguato è importante evitare condizioni di stress che possono accelerare il ritmo cardiaco ed aumentare la pressione arteriosa. LE VASCULOPATIE CEREBRALI L’ischemia dovuta ad un ridotto afflusso di sangue alle arterie, molto spesso causato dalla presenza di placche aterosclerotiche, non riguarda solo il cuore e il distretto arterioso coronarico ma può interessare qualunque arteria della circolazione sistemica in particolare le arterie cerebrali, determinando le ischemie cerebrali. Circa l’80% delle ischemie cerebrali sono determinate da fenomeni trombo-embolici, mentre un 20% risulta legato a rottura di un’arteria cerebrale con emorragia.

Le conseguenze di questo danno vascolare a carico di arterie che irrorano organi di vitale importanza, gli organi del SNC, sono spesso letali o comunque fortemente invalidanti: l’ictus cerebrale rappresenta nei paesi avanzati la terza causa di morte e la principale causa di invalidità. La forma più lieve è il TIA (= attacco ischemico transitorio), che regredisce entro 24h senza lasciare segno, mentre l’ictus ischemico o emorragico lascia sempre danni permanenti, la cui entità dipende dalla zona colpita. Il meccanismo patogeno delle ischemie cerebrali è lo stesso delle cardiopatie ischemiche, perciò simili sono i fattori predisponenti con ruolo particolare svolto dall’ipertensione arteriosa, che può determinare una rottura di un’arteria già danneggiata da una lesione aterosclerotica, causando un’emorragia cerebrale. L’intervento preventivo è dunque lo stesso descritto per le cardiopatie ischemiche. IL DIABETE MELLITO Il diabete mellito è una malattia caratterizzata da un’alterazione del metabolismo del glucosio, che determina un aumento della sua concentrazione nel sangue (iperglic emia ) a riposo e ancor più dopo pranzo e la perdita di glucosio con le urine (glicos uria ). Paradossalmente, il miglioramento delle cure di questa malattia ne ha notevolmente favorita la diffusione, perché presenta un elemento genetica importante e la maggior sopravvivenza dei malati significa maggiore possibilità di riproduzione e diffusione di nuove generazioni di malati.

l’organismo reagisce innescando una risposta autoimmunitaria che porta alla distruzione delle cellule che producono insulina. Le infezioni virali possono rappresentare un fattore scatenante su una predisposizione ereditaria latente. Un’azione protettiva deriva dall’allattamento al seno e dall’integrazione all’allattamento con vitamina D. La carenza di insulina determina l’incapacità di utilizzare il glucosio nelle cellule (soprattutto quelle muscolari), perciò per produrre energia vengono utilizzati i lipidi con accumulo di sostanze di scarto (es. acetone, che dà un caratteristico odore all’alito) che riducono il pH del sangue. Questa condizione, detta acidosi , può portare al coma che spesso segna l’esordio della malattia; prima del coma, si possono manifestare i sintomi legati all’iperglicemia: aumentata produzione di urina (poliuria), dovuta alla perdita di glucosio con le urine (glicosuria: si verifica quando la glicemia supera i 180 mg/dL), disidratazione e mancata sete, aumento della fame paradossalmente accompagnata da dimagrimento. Per questa forma è necessaria la somministrazione quotidiana di insulina, perché la sua mancanza è all’origine della malattia; una dieta equilibrata ed esercizio fisico, essenziali nel diabete di tipo 2, sono anche qui importanti per il controllo della glicemia. DIABETE DÌ TIPO 2 Detto anche “ diabete non insulino-dipendente ”, presenta anch’esso una forte componente ereditaria ancora oggi poco

conosciuta, che insorge per effetto di fattori scatenanti come una dieta ipercalorica, obesità, vita sedentaria. Si manifesta in età avanzata e in soggetti obesi, perciò viene detto “ diabete senile ”. L’obesità e l’iperalimentazione determinano nei soggetti predisposti l’incapacità dell’insulina di agire nella regolazione del metabolismo giuridico; si realizza un’insulina resistenza, perciò i muscoli e gli altri tessuti non sono in grado di usare il glucosio che si accumula nel sangue. Diversamente dal diabete di tipo 1, in questo caso l’insulina c’è ma non riesce ad agire, per cui il trattamento con l’insulina non è efficace e si utilizzano farmaci detti antidiabetici orali; nelle fasi avanzata della malattia si può verificare una carenza insulinica che rende necessaria anche la terapia sostitutiva. In questa forma di diabete è più raro il coma cheto-acidosico; l’iperglicemia determina i sintomi sopra ricordati e, in presenza di obesità, perché il tessuto adiposo produce una serie di sostanza come la leptina, che determinano resistenza dei tessuti periferici all’azione dell’insulina. COMPLICANZE DEL DIABETE A lungo andare, la cronicità della malattia, in entrambe le forme determina la comparsa di numerose complicanze, che possono determinare gravi di disabilità anche gravi nei soggetti diabetici. Distinguiamo complicanze acute e croniche; tra quelle acute (= a rapida insorgenza, come nel diabete di tipo 1) ricordiamo: la cheto acidosi ed il conseguente coma cheto-acidosico; per il

uno stato di ridotta tolleranza al glucosio, mediante controllo della glicemia a digiuno e dopo curva da carico di glucosio. Importante è inoltre la prevenzione delle complicanze (prevenzione terziaria) nei soggetti già diabetici che possono essere evitate o ritardare nel tempo, mediante adeguato compenso glicometabolico. LE BRONCOPNEUMOPATIE CRONICO-OSTRUTTIVE L’ostacolo cronico al passaggio dell’aria nelle vie aeree determina un quadro patologico definito broncopneumopatia cronico - ostruttiva. Questa patologia si manifesta con tosse cronica, catarro con o senza difficoltà respiratorie. Fanno parte di questo gruppo di malattie:  bronchite cronica;  asma;  enfisema polmonare. Anche se i dati epidemiologici delle BPCO sono incerti è in dubbio che esse siano in costante aumento e si ritiene che siano responsabili del 10% dei decessi nel nostro paese; colpiscono circa il 10% degli adulti con una prevalenza che aumenta con l’età (sono da considerarsi malattie legate all’invecchiamento). Concorrono a determinare le BPCO diversi fattori concausali:

  1. predisposizione familiare: evidente per l’asma bronchiale indotto da reazioni allergiche a sostanze generalmente innocue che scatenano queste patologie solo nei soggetti

predisposti: pollini, polveri di casa, peli e forfora di animali, alimenti, farmaci, prodotti chimici industriali; da ricordare che questi allergeni possono scatenare anche uno shock anafilattico;

  1. iperattività bronchiali a vari stimoli irritativi aspecifici;
  2. deficit enzimatici ereditari (es. deficit di alfa-1-antitripsina): predispongono all’enfisema polmonare perché danneggiano le strutture alveolari in risposta a stimoli irritativi ambientali;
  3. infezioni respiratorie ricorrenti nell’infanzia;
  4. fattori meteorologici: stagioni fredde, poiché il freddo riduce le difese naturali dell’apparato respiratorio e facilita le infezioni batteriche e virali;
  5. esposizione professionale a sostanze tossiche come la polvere di silice o di asbesto, responsabili della silicosi e dell’asbestosi (l’asbesto o amianto è imputato come causa scatenate di tumori della pleura ma anche molte altre sostanze prodotte e liberate nell’aria dalle industrie);
  6. inquinamento atmosferico: per il riscaldamento ed il traffico veicolare nelle città che porta all’accumulo nell’aria delle polveri sottili e di sostanze irritanti come l’anidride solforosa o gli ossidi di azoto;
  7. fumo di sigaretta: considerato il più importante fattore di rischio per le BPCO. PREVENZIONE DELLE BPCO La prevenzione delle BPCO (prevenzione primaria) mira all’eliminazione dei fattori di rischio ambientali attraverso interventi di risanamento e di lotta all’inquinamento atmosferico.

condurre, nel caso di tumori maligni, fino al decesso dell’individuo. TUMORI MALIGNI E BENIGNI I tumori vengono classificati in due categorie:  tumori maligni: conducono alla morte;  tumori benigni: non hanno un destino altrettanto infausto. TUMORI MALIGNI In genere si sviluppano rapidamente ed hanno un accrescimento di tipo infiltrativo: le cellule che li costituiscono si espandono infiltrandosi negli spazi in cui trovano minor resistenza e formano propaggini fortemente radicate nel tessuto sano che viene invaso e distrutto. Si può paragonare ad una macchia di inchiostro che si espande in un pezzo di stoffa, infiltrandosi tra le fibre del tessuto. In questa espansione, le cellule tumorali possono penetrare nei vasi sanguigni o linfatici e trasportate dal flusso sanguigno o linfatico, dare metastasi (= localizzazione e riproduzione del tumore in altri organi a distanza della sede primitiva di origine). Infine i tumori maligni, se non curati, oltre a provocare danni diretti agli organi che vengono invasi, determinano una progressiva perdita di peso, un grave e progressivo deperimento organico detto cachessia , che può portare alla morte. TUMORI BENIGNI Essi, in genere, si sviluppano lentamente con un accrescimento di tipo espansivo come un pallone che si gonfia; non si infiltrano nei

tessuti circostanti ma restano delimitati e non danno metastasi e cachessia. Generalmente, non portano alla morte anche se provocano disturbi per la compressione degli organi circostanti o perché generano ostruzioni. Alcuni tumori benigni possono portare alla morte, se si sviluppano in sedi particolari: ad esempio, un tumore benigno all’interno della scatola cranica, espandendosi, può comprimere il cervello o un tumore benigno all’interno delle cavità cardiache può ostruire il flusso sanguigno. Nelle fasi iniziali per differenziare un tumore benigno da uno maligno è opportuno effettuare una biopsia (= prelievo di un frammento del tumore che viene esaminato al microscopio: esame istologico, le cellule maligne sono diverse da quelle normali mentre le cellule benigne sono simili a quelle sane, dalle quali derivano). L’esame istologico consente, inoltre, in presenza di tumori maligni di verificare il grado di infiltrazione, vale a dire l’estensione del tumore. CAUSE DEI TUMORI