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Mare ed ambiente costiero, Guide, Progetti e Ricerche di Geografia

Mare ed ambiente costiero (documento)

Tipologia: Guide, Progetti e Ricerche

2018/2019

Caricato il 02/05/2019

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CAPITOLO 5
MARE E AMBIENTE COSTIERO
Introduzione
La particolare morfologia della nostra Penisola determina la
suddivisione del Mediterraneo in due bacini principali che si possono
considerare semichiusi. Il primo è quello del Mediterraneo
occidentale, delimitato dal canale di Sicilia e caratterizzato da ampie
piane abissali, il secondo, il Mediterraneo orientale, è molto più
irregolare e dominato dal sistema della dorsale mediterranea.
La costa italiana ha una lunghezza di circa 8.300 km. Nella
determinazione della lunghezza sono considerati anche tratti di costa
rettilinei introdotti in corrispondenza delle foci dei fiumi e delle
strutture portuali e marittime (costa fittizia) e tratti di costa artificiali
con strutture permanenti realizzate a ridosso della costa. Più del 9% di
costa è ormai artificiale, delimitata da opere radenti la riva (3,7%),
porti (3%) e strutture parzialmente sovraimposte al litorale (2,4%).
La costa italiana ha
una lunghezza di
circa 8.300 km.
Figura 5.1: Mappa delle coste italiane: alte e basse1
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Fonte: ISPRA, Elaborazione della copertura territoriale disponibile con le ortofoto del volo IT200 6
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CAPITOLO 5

MARE E AMBIENTE COSTIERO

Introduzione

La particolare morfologia della nostra Penisola determina la suddivisione del Mediterraneo in due bacini principali che si possono considerare semichiusi. Il primo è quello del Mediterraneo occidentale, delimitato dal canale di Sicilia e caratterizzato da ampie piane abissali, il secondo, il Mediterraneo orientale, è molto più irregolare e dominato dal sistema della dorsale mediterranea. La costa italiana ha una lunghezza di circa 8.300 km. Nella determinazione della lunghezza sono considerati anche tratti di costa rettilinei introdotti in corrispondenza delle foci dei fiumi e delle strutture portuali e marittime (costa fittizia) e tratti di costa artificiali con strutture permanenti realizzate a ridosso della costa. Più del 9% di costa è ormai artificiale, delimitata da opere radenti la riva (3,7%), porti (3%) e strutture parzialmente sovraimposte al litorale (2,4%).

La costa italiana ha una lunghezza di circa 8.300 km.

Figura 5. 1 : Mappa delle coste italiane: alte e basse^1

(^1) Fonte: ISPRA, Elaborazione della copertura territoriale disponibile con le ortofoto del volo IT

La costa naturale (Figura 5.1) è circa 7.500 km. Più di un terzo sono coste alte che si sviluppano, secondo varie morfologie, con tratti rocciosi molto spesso articolati e frastagliati, presenti prevalentemente sulle due isole maggiori, Sardegna e Sicilia, e sulle regioni tirreniche, Liguria, Toscana e Campania. Le coste basse, sabbiose e rocciose, sono generalmente diffuse su tutti i fronti costieri, spesso si alternano a tratti alti rocciosi o sono racchiuse tra due promontori, con eccezione della costa adriatica costituita quasi esclusivamente da lunghi tratti rettilinei di litorali sabbiosi o deltizi e dai più estesi ambienti lagunari del Paese (vedi box di approfondimento Laguna di Venezia).

7.500 km di costa naturale.

Circa il 70% delle coste basse è costituito da spiagge sabbiose o ghiaiose, per una lunghezza complessiva di 3.270 km e una superficie territoriale di oltre 120 km^2. Le spiagge italiane sono generalmente ampie (alcune decine di metri), presenti soprattutto sul fronte adriatico. L’Emilia-Romagna e il Veneto hanno le spiagge più ampie; la Sicilia è la regione con il maggior numero di chilometri di litorali sabbiosi, mentre la Calabria ha il maggior numero di km^2 di spiagge, pari al 20% della superficie nazionale.

Il 70% delle coste basse è costituito da spiagge sabbiose o ghiaiose, per una lunghezza di 3. km e una superficie di 120 km^2_._

L’ambiente costiero è un ecosistema dinamico in cui processi naturali e di origine antropica si sommano e interagiscono modificandone le caratteristiche geomorfologiche, fisiche e biologiche e i litorali sabbiosi sono i territori più vulnerabili, dove maggiormente si manifestano dette evoluzioni. La continua movimentazione dei sedimenti a opera del mare (correnti, maree, moto ondoso, tempeste) sottopone i territori costieri a continui cambiamenti, che si evidenziano con nuovi assestamenti della linea di riva e con superfici territoriali emerse e sommerse dal mare, riscontrabili anche nell’arco di una stagione. L’azione del mare è contrastata principalmente dall’apporto fluviale di materiale detritico, riutilizzato per il naturale ripascimento dei litorali ghiaiosi o sabbiosi, e da tutti quegli interventi, come opere idrauliche e marittime, che costituiscono uno sbarramento al progressivo apporto di sedimenti alla foce dei fiumi e un ostacolo al loro flusso litoraneo. Negli ultimi decenni i litorali italiani hanno subito significative evoluzioni geomorfologiche ed è ormai nota una predominanza dei fenomeni di erosione costiera di origine prevalentemente antropica.

Dinamica litoranea.

In termini di superficie, dal 1950 al 1999 ben 54 km^2 hanno subito una significativa erosione (superiore a 25 m) e il bilancio complessivo tra le aree in arretramento e in avanzamento è comunque negativo, con una perdita definitiva di territorio costiero di circa 5 km^2. L’arretramento della linea di riva e la perdita di superfici marino - costiere sono particolarmente evidenti e profonde in corrispondenza delle foci dei fiumi. Interi arenili sono fortemente arretrati, con una perdita di territorio e del suo valore sia dal punto di vista ambientale sia economico, inoltre, molti sono i casi in cui l’erosione dei litorali ha messo in crisi la sicurezza di abitazioni, strade e ferrovie, specie in caso di mareggiate. Nonostante i numerosi interventi di conservazione e ripristino dei litorali, le spiagge continuano a perdere superficie. Tra il 1999 e il 2007 le spiagge italiane hanno perso 16 km^2 a fronte di 15,2 km^2 di aree in progradazione. Il bilancio tra le variazioni contrastanti (progradazione e arretramento) e la stabilità dei litorali è ancora negativo (Tabella 5.2), inoltre la differenza tra la superficie delle spiagge in Italia nel 1999 (122,2 km^2 ) e nel 2007 (121,6 km^2 ) ha evidenziato che ulteriori 600.000 m^2 di arenili sono andati persi. Alcuni arenili si sono ulteriormente ristretti o, come illustrato in Figura 5.2, in alcuni casi si sono riposizionati verso l’entroterra.

Nonostante gli interventi di conservazione e ripristino dei litorali, tra il 1999 e il 2007, le spiagge italiane hanno perso 16 km^2 a fronte di 15,2 km^2 di aree in progradazione.

Tabella 5.2: Variazione delle spiagge nel periodo 1999/2007^4

km % km^2

Spiagge 3.271 100% 121,

Stabilità 1.499 46%

Arretramento 882 27% 16,

Avanzamento 851 26% 15,

Non definito 39 1%

Il bilancio tra le variazioni contrastanti (progradazione e arretramento) e la stabilità dei litorali è ancora negativo.

Le aree costiere sono i territori maggiormente occupati da insediamenti urbani e da attività economiche e produttive; negli ultimi decenni l’elevata densità di popolazione e di attività ha aumentato l’attenzione sui processi evolutivi litoranei, specie di tipo erosivo. La densità di popolazione sulle coste è in misura più che doppia rispetto alla media nazionale, senza tener conto dei flussi stagionali e delle presenze turistiche. Dai dati ISTAT emerge che il 30% della popolazione italiana vive stabilmente nei 646 comuni costieri, ossia su un territorio di 43.000 km^2 , pari a circa il 13% del territorio nazionale. All’elevata densità di popolazione corrispondono numerosi insediamenti urbani, economici e produttivi, che in molte zone hanno modificato e alterato notevolmente le caratteristiche naturali e ambientali del territorio. Le principali infrastrutture di trasporto terrestri si sviluppano, anche per l’orografia del territorio, a poca distanza dalla costa e la posizione strategica dell’Italia nel Mediterraneo ha storicamente favorito il trasporto e gli scambi commerciali marittimi.

Circa il 30% della popolazione italiana vive nei 646 comuni costieri.

(^4) Fonte: ISPRA

In Italia, l’occupazione del suolo in aree costiere è più elevata rispetto al resto del territorio nazionale; dall’analisi dei dati del Corine Land Cover , aggiornati al 2006, è emerso che il territorio occupato con strutture urbane nella fascia di 10 km dalla riva è pari al 9,2%, mentre nel resto del territorio nazionale è del 5,8%. L’artificializzazione con strutture abitative e di trasporto in aree costiere è in progressivo aumento e, tra il 2000 e il 2006, si è registrato in generale nei paesi europei un incremento relativo del 5% nell’area a 10 km dalla riva^5. Se poi si osserva il fenomeno dell’urbanizzazione nei territori più prossimi alla costa, le percentuali di suolo occupato aumentano esponenzialmente. Il 34% del territorio nazionale compreso nella fascia dei 300 m dalla riva, area che la normativa annovera tra i beni da tutelare per il loro valore paesaggistico (D.Lgs. 42/2004 e s.m.i.), è urbanizzato, per un valore complessivo di 696 km^2.

In Italia, nel 2006, il territorio occupato con strutture urbane nella fascia di 10 km dalla riva è pari al 9,2%, mentre nel resto del territorio nazionale è del 5,8%.

Le regioni centro-adriatiche, con un processo di urbanizzazione che si è sviluppato prevalentemente negli ultimi 50 anni, hanno occupato oltre la metà del territorio entro i 300 metri dalla riva (Abruzzo: 62%, Marche: 59%, Emilia-Romagna: 55%). Altre zone dell’Italia presentano una condizione più articolata, composta da grandi aree abitative, solitamente collegate ai centri urbani marittimi (Trieste, Napoli, Catanzaro, Catania), ma connesse anche a tratti di costa naturale, libera da edifici e opere, con evidenze maggiori in Sardegna, che nel complesso presenta la minore concentrazione di nuclei e centri abitati costieri.

Figura 5.3: Spiaggia con limite interno parzialmente occupato da strutture abitative (Molise)^6

Come si evince dall’esempio in figura, l’azione antropica ha interferito sempre di più nei naturali processi litoranei. L’irrigidimento del limite interno delle spiagge con strutture artificiali permanenti, sia di tipo urbanistico sia marittimo, ha condizionato la dinamica e le caratteristiche ambientali di molti litorali.

(^5) EEA, 2010 , The European Environment – State and outlook 2010, Report 1/ (^6) Fonte: ISPRA

alla movimentazione delle merci, alle attività cantieristiche e quelle asservite all’industria, e circa 1.415 km (63%) è costituito da porti, porticcioli e porti canale che svolgono funzione di terminal traghetti e crociere, di porto peschereccio o da diporto, spesso coniugando insieme queste funzioni in strutture polifunzionali (Figura 5.5).

da porti, porticcioli e porti canale.

Dal 2000 al 2007 sono stati realizzati e completati 34 nuovi porti, occupando altri 13 km di costa, per uno sviluppo complessivo di 70 km, e ulteriori 7.500 posti barca^9.

Tra il 2000 e 2007, realizzati e completati 34 nuovi porti. I nuovi impianti portuali sono prevalentemente adibiti a ospitare imbarcazioni per la navigazione da diporto; infatti, 21 sono porti prettamente turistici (in Figura 5.6 ne è riportato un esempio), 9 sono riservati ad attività di diporto e pesca e solo i restanti svolgono funzioni esclusive di porto peschereccio, commerciale o di trasporto passeggeri.

Figura 5.6: Nuovo porto turistico di Rimini^10

Nello stesso periodo, tuttavia, 181 delle aree portuali esistenti, compresi i grandi sistemi portuali del paese, come Genova, Napoli, Civitavecchia, Ancona (Figura 5.7), sono state ampliate o ristrutturate e alcuni interventi sono ancora in corso.

(^9) http://www.pagineazzurre.com/italian/porti (^10) Fonte: ISPRA. Rilievi aerei del volo IT2000 e IT2006 e sovrapposizione dell’assetto della linea di riva rilevata al 2006

Figura 5.7: Porto di Ancona, esempio di ampliamento del porto, con trasferimento del porto turistico e realizzazione del nuovo scalo commerciale^11

Gli interventi sulle aree portuali hanno previsto lavori molto diversi, che vanno dall’ampliamento di piccoli porticcioli alla completa trasformazione d’uso di grandi strutture, come nel caso dell’ex-base NATO della Maddalena, che si va riconvertendo in polo turistico. In questi anni i lavori a mare hanno riguardato le ristrutturazioni necessarie prevalentemente per far spazio a nuove marine turistiche (Genova, Cagliari, Ravenna, ecc.), per migliorare l’approdo di traghetti e navi da crociera (Palermo, Civitavecchia, ecc.) e per aumentare il traffico merci. I fenomeni connaturati all’ambiente costiero, che si manifestano con erosione dei litorali, inondazioni ed eventi meteo-marini eccezionali, rappresentano una minaccia per gli insediamenti urbani prospicienti la riva, in cui sono messe a rischio abitazioni, infrastrutture e attività economiche. In Italia, infatti, il rischio nelle zone costiere è essenzialmente collegato a fenomeni di erosione e a eventi di tempeste e inondazioni, rilevanti soprattutto per le coste basse e sabbiose e per le pianure alluvionali costiere.

In Italia, il rischio nelle zone costiere è collegato a fenomeni di erosione ed eventi di tempeste e inondazioni.

Per fronteggiare il problema negli anni sono stati realizzati numerosi interventi per mitigare localmente i processi di erosione costiera e per proteggere abitazioni e infrastrutture di trasporto. Nei casi più gravi sono state realizzate opere rigide aderenti la riva, in altri sono state adottate e sperimentate soluzioni alternative, come pennelli, scogliere o soluzioni miste, con l’obiettivo principale di interferire sulla dinamica litoranea in corso, favorire la sedimentazione e limitare la forza d’urto delle mareggiate sulle coste. Le caratteristiche geomorfologiche dei litorali, l’esposizione a fenomeni meteo-marini e all’intensità delle mareggiate, sono i parametri che hanno influenzato

Sono stati realizzati interventi di protezione per mitigare i processi erosivi e proteggere le abitazioni e le infrastrutture.

(^11) Fonte: ISPRA

I progressi nella tecnologia dei cavi sottomarini, il veloce tasso di ritorno degli investimenti effettuati e la capacità di ricavare energia da sistemi idroelettrici o eolici hanno reso i collegamenti sottomarini estremamente attraenti, dimostrando di essere di gran lunga il mezzo più economico per il trasporto a larga scala di greggio, gas naturale e dei i loro prodotti. Al fine di limitare i fattori di rischio, l'interramento delle condotte e dei cavi, posati sul fondo marino, è diventata ormai prassi diffusa, dettata anche da esigenze di sicurezza e di normativa giuridica. In ogni caso, la realizzazione di infrastrutture di collegamento deve, necessariamente, tenere in considerazione l'impatto ambientale generato, in relazione alle attività di scavo della trincea e successivo ricoprimento per la messa in posa ed esercizio delle stesse. La sottrazione e modificazione temporanea delle biocenosi nell’area di scavo, la risospensione dei sedimenti e l’eventuale messa in circolo di sostanze contaminanti, lo stress ambientale degli organismi marini, la diminuzione dell’attività di fotosintesi, il peggioramento dello stato di salute di praterie di fanerogame o di ecosistemi sensibili situati in prossimità della trincea sono tra i principali impatti ambientali connessi alla messa in opera di tale tipologia di infrastrutture. Da quanto premesso emerge chiaramente che qualunque intervento in mare o in ambiente costiero non può prescindere da una concreta e solida conoscenza dei processi fisici e biologici di questi ambienti.

Il livello del mare, l’altezza e il periodo delle onde, le correnti, la pressione atmosferica, il vento, la temperatura sono i parametri di base per la caratterizzazione dei regimi mareali e ondosi dei mari italiani e della dinamica marina lungo le coste. I dati rilevati e raccolti dalle reti di misura mareografica (RMN) e ondametrica (RON) dell’ISPRA, opportunamente elaborati e analizzati statisticamente, forniscono una grande quantità di informazioni a scala locale e regionale sullo stato del mare, ad esempio le variazioni di marea, la caratterizzazione delle direzioni prevalenti delle onde di mareggiata, la distribuzione delle massime altezze, la elaborazione statistica delle mareggiate del passato, la stima della probabilità associata alle altezze d’onda attesa per ogni singola locazione e, quindi, la valutazione del rischio.

Lo stato del mare è caratterizzato dai parametri fisici: livello del mare, altezza e periodo delle onde, correnti, pressione atmosferica, vento e temperatura.

Nel mar Mediterraneo l’ampiezza massima delle maree è mediamente 45 cm, a differenza dei paesi nel nord Europa dove può superare i 10 metri, e le oscillazioni di marea sono di tipo semidiurno misto, con due massimi e due minimi durante la giornata, che si susseguono con valori diversi nel corso del mese con maree minori e maggiori. Relativamente ai bacini che bagnano le coste italiane, le maree hanno una periodicità media di 6 ore fra una bassa e un’alta marea e le escursioni sono abbastanza limitate, comprese mediamente tra i 30- cm. In Figura 5.8 è riportato un esempio dell’andamento di marea registrato alla stazione di Ancona.

Nel Mediterraneo, l’ampiezza massima delle maree è mediamente 45 cm.

Figura 5.8: Livello di marea registrato dal mareografo di Ancona^12

Andamento di marea alla stazione di Ancona.

Nell’Adriatico, che è un bacino semichiuso, si registrano i valori più alti di marea del Mediterraneo. Nell’alto Adriatico le ampiezze di marea possono superare anche il metro e, in particolari condizioni astronomiche e meteorologiche, quali forte vento di scirocco, si possono avere innalzamenti eccezionali del livello del mare, che provocano nella laguna veneta, sia per l’orografia della zona sia per le note problematiche di subsidenza, l’invasione del mare di ampi spazi terrestri per alcune ore, dando luogo al noto fenomeno di acqua alta a Venezia. Nel box di approfondimento sulla Laguna di Venezia viene descritto il fenomeno, le cause concomitanti e l’andamento rilevato negli ultimi 140 anni.

L’Adriatico presenta i valori più alti di marea.

La dinamica e i processi del mare in acqua bassa sono influenzati, oltre che dalle correnti di marea, anche dal moto delle onde, generate prevalentemente dall’azione del vento. Lo studio statistico delle direzioni caratteristiche delle onde prende il nome di “clima ondoso”. Le analisi più utili per lo studio del clima ondoso in un sito sono le distribuzioni statistiche dell’altezza significativa rispetto al periodo e alla direzione delle onde. Tali distribuzioni possono essere rappresentate graficamente come “rose dei venti”. Ad esempio, si può desumere in modo semplice quanti sono stati gli episodi, in 20 anni di rilevazioni, in cui le onde erano comprese tra 2 m e 2,5 m per mareggiate da Nord-Ovest. Infatti, il grafico permette di avere in una sola figura la distribuzione di tutte le possibili situazioni di altezze e direzioni.

Il clima ondoso è lo studio statistico della direzione delle onde.

Come si evince dalla Figura 5.9, in corrispondenza di ciascun punto di misura è possibile osservare la rosa dei venti che fornisce due diverse informazioni: la distribuzione angolare dell’altezza d’onda significativa e la frequenza degli eventi ondosi divisi per classi di altezza d’onda. Il clima ondoso italiano ha due principali comportamenti: unidirezionale (come nel caso di La Spezia) o distribuito su due o più settori direzionali (come Ancona o Civitavecchia).Il mar Tirreno mostra una certa 269ni direzionalità degli eventi, mentre nello Ionio e nell’Adriatico sono sempre presenti dei climi almeno bimodali.

Il clima ondoso italiano ha due principali comportamenti: unidirezionale (come nel caso di La

(^12) Fonte: ISPRA

Lo studio degli eventi estremi consiste nell’individuazione delle serie di eventi massimi indipendenti dalle altezze d’onda registrate e nell’applicazione del metodo Peak Over Threshold (POT); il risultato dell’analisi permette di stabilire quanto tempo, in media, trascorre tra due eventi intensi (tempo di ritorno). Questo metodo consente, inoltre, di stabilire con quale probabilità, in un periodo di tempo definito (ad esempio 25 anni), si presenterà un’onda più alta di 6 m o, all’inverso, una volta fissato un livello di probabilità del 95%, quale sarà l’onda più alta che si presenterà nell’arco di 25 anni (altezza di ritorno).

Lo studio degli eventi estremi (metodo Peak Over Threshold ) consente di stabilire il tempo di ritorno di un evento e la sua probabilità di accadimento.

Nota : Periodo di ritorno corrispondente al massimo valore osservato in 20 anni ™; livello di ritorno corrispondente a 35, 40, o 50 anni (Hs35, Hs40, Hs50), a seconda della estensione della serie temporale a disposizione. Figura 5.10: Distribuzione degli eventi estremi lungo le coste italiane^14

Il risultato dell’analisi degli eventi estremi permette di stabilire sia quanto tempo, in media, trascorre tra due eventi intensi (tempo di ritorno), sia con quale probabilità, in un periodo di tempo definito, si presenterà un’onda superiore a un’altezza prestabilita o, all’inverso, una volta fissato un livello di probabilità, quale sarà l’onda più alta che si presenterà nell’arco di tempo definito (altezza di ritorno).

Generalmente nei mari occidentali italiani (Tirreno, Ligure, Canale di Sicilia, Mediterraneo centrale) le mareggiate sono più intense e più frequenti rispetto a quando accade lungo le coste orientali (Mar Adriatico e Ionio). In funzione del numero medio di mareggiate per anno e delle massime altezze registrate è possibile distinguere tre zone:  Il mar Adriatico, caratterizzato da 12-15 episodi annui e altezze di ritorno tra 5-6 m;  Il mar Ionio, caratterizzato da 8-15 eventi annui con altezze di ritorno di circa 6 m;  Il mar di Sardegna, mar di Sicilia, Tirreno e mar Ligure, caratterizzati da 12-20 episodi annui e altezze di ritorno oltre i 6,8m.

Le mareggiate sono più frequenti nei mari occidentali italiani.

(^14) Fonte: Elaborazione ISPRA su dati rilevati dalla Rete Ondametrica Nazionale

Oltre al regime ondoso e di marea, altro parametro di base per l’analisi dei fenomeni fisici del mare è la temperatura delle acque marine: fattore essenziale per i movimenti delle masse oceaniche, alla stregua della temperatura e dell’umidità dell’aria per i movimenti atmosferici, e fondamentale per valutare i fenomeni di cambiamento climatico. La superficie del mare assorbe gran parte dell’energia radiata dal sole. Notoriamente, tale energia si propaga per conduzione dagli strati superiori verso quelli inferiori più freddi, oppure per effetto convettivo dei moti turbolenti della massa fluida. Il processo di trasmissione termica, per sola conduzione, può essere praticamente trascurato nei fenomeni che si svolgono con ritmi diurni e annui, restando significativo soltanto negli equilibri lenti (quali sono quelli stabiliti nel corso di periodi geologici), mentre il fenomeno della convezione è enormemente più rapido ed efficace provocando aumenti di temperatura sensibili sino a centinaia di metri dalla superficie del mare. Le serie dei valori di temperatura dell’aria e dell’acqua presentano caratteristiche molto simili tra loro, quali una forte autocorrelazione temporale e la presenza di componenti di natura stagionale e giornaliera, dovute alla variazione dell’irraggiamento solare. Il confronto diretto tra queste misurazioni, rilevate in mare aperto dalle boe della RON, permette di avere molte informazioni sui fenomeni termici della superficie dei mari e degli scambi di calore con gli strati superiori dell’aria, anche in assenza di osservazioni sulla forzante del fenomeno, l’irraggiamento solare.

La temperatura delle acque marine è un fattore essenziale per i movimenti delle masse oceaniche e per valutare i cambiamenti climatici.

A titolo d’esempio si riporta il confronto della temperatura dell’acqua marina e dell’aria rilevate nel ciclo annuale dalla boa di Ponza (Figura 5.11). Si evidenzia, infatti, che lo strato superficiale del mare subisce oscillazioni termiche limitate nel corso del riscaldamento annuale, per quanto enorme sia l’energia termica da esso assorbita. Il calore assorbito è perduto, in massima parte, negli scambi con l’aria, nell’evaporazione e nella trasmissione convettiva alle acque sottostanti; tuttavia il bilancio tra il calore assorbito e perso per effetto della radiazione solare è positivo e la temperatura media superficiale dell’acqua risulta maggiore di quella dell’aria sovrastante. Dalle misure effettuate mediante la RON, nei mari italiani la differenza termica fra acqua e aria è in media di circa 1,7 °C.

Note : Temperature rilevate dai sensori della boa di Ponza, ormeggiata in mare aperto a 40°52’00’N di latitudine, 12°57’00’E di longitudine in corrispondenza di un fondale di 115 m Figura 5.11: Temperature dell’acqua e dell’aria registrate dalla boa di Ponza^15

Lo strato superficiale del mare subisce oscillazioni termiche limitate nel corso del riscaldamento annuale, per quanto grande sia l’energia termica assorbita. La differenza termica, nei mari italiani, tra acqua e aria è in media di circa 1.7 °C.

(^15) Fonte: ISPRA

Alla scala giornaliera, a differenza di quanto avviene nel suolo che si scalda e si raffredda intensamente nel corso del ciclo diurno, le masse acquee superficiali si scaldano e si raffreddano lentamente. L’ampiezza dell’escursione termica diurna varia con fattori dipendenti dalle condizioni geografiche del sito e dal grado di stabilità della stratificazione delle acque, ma anche in base a fattori locali come nuvolosità, tasso di umidità e vento.

In particolare, dalle analisi dell’escursione termica giornaliera della temperatura superficiale del mare e dell’aria soprastante, si è evidenziato che la variazione massima nel Tirreno è stata dell’ordine di 0,3 °C per l’acqua e di circa 1,8 °C per l’aria. In genere la temperatura dell’acqua marina, nella giornata, subisce variazioni dell’ordine di decimi di grado; i massimi termici avvengono intorno alle ore 15. circa. Si osserva, inoltre, che in mare aperto l’escursione diurna media non supera pochi decimi di grado, mentre in prossimità della costa si hanno valori maggiori, anche raddoppiati. In ogni caso i valori massimi di temperatura dell’acqua si hanno quando il cielo è sereno, l’aria calma e l’altezza solare massima; i minimi quando il cielo è coperto, l’acqua agitata, l’altezza solare minima e l’oscillazione termica diurna dell’aria supera notevolmente quella dell’acqua superficiale. Nel corso dell’anno le temperature seguono le variazioni della declinazione solare, crescendo con sole alto, diminuendo con sole basso sull’orizzonte. I massimi termici dell’acqua, però, sono ritardati più di quelli dell’aria; dai rilievi della RON si osservano massime temperature delle acque marine fra luglio e ottobre, con massime frequenze in settembre.

La variazione massima giornaliera nel Tirreno è stata dell’ordine di 0,3 °C per l’acqua e di circa 1,8 °C per l’aria. Si osservano temperature massime delle acque marine fra luglio e ottobre.

Nei mari che circondano la Penisola, sottoposti a influenze continentali, le oscillazioni termiche annue raggiungono circa 16 °C nel Tirreno e 22 °C nell’Adriatico, a fronte di una temperatura media, rispettivamente, di 19,5 °C e di 18,2 °C. In ogni caso, a parità di latitudine, le oscillazioni termiche marine sono molto minori di quelle proprie di aree continentali.

Le oscillazioni termiche annue raggiungono i 16 °C nel Tirreno e 22 °C nell’Adriatico.

STATO ECOLOGICO DEL MARE

Il concetto di qualità ecologica dell’ambiente marino costiero è stato introdotto a livello normativo dalla Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/EC, recepita dal nostro Paese con il D.Lgs. 152/2006. In estrema sintesi, la qualità ecologica viene definita misurando lo scostamento dai valori di naturalità, ovvero di riferimento, degli Elementi di Qualità Biologica (EQB) fitoplancton, macroinvertebrati bentonici, macroalghe e angiosperme che caratterizzano l’ambiente medesimo. Lo scostamento dal valore di riferimento è la risposta dell’EQB a delle specifiche pressioni che insistono sull’ambiente e che ne compromettono lo stato.

La qualità ecologica si definisce misurando lo scostamento dai valori di naturalità degli Elementi di Qualità Biologica (EQB).

La procedura indicata dalla direttiva richiede, dunque, di definire le condizioni di naturalità proprie di ciascuna comunità biologica e di stabilire le eventuali variazioni o deviazioni dalle sue “condizioni di riferimento”. La definizione della qualità ecologica implica di classificare lo stato di comunità biologiche complesse ed estremamente dinamiche, caratterizzate cioè da elevata variabilità “naturale”, mediante un singolo punteggio numerico, un indice, su cui costruire l'intero sistema di classificazione. Il traguardo ambientale è rappresentato dal raggiungimento dello stato ecologico “buono” entro il 2015 per tutti i corpi idrici superficiali. Tale traguardo rappresenta il limite che determina se le condizioni del sistema siano accettabili o meno, nell’ottica dello sviluppo sostenibile delle attività antropiche sul territorio (Figura 5.14).

Il traguardo ambientale è il raggiungimento dello stato ecologico “buono” entro il 2015.

Figura 5.14: Modello concettuale rappresentativo dell’interazione tra le attività antropiche e la qualità ecologica dell’ambiente marino costiero^18

L’influenza delle attività antropiche sullo stato ecologico dei corpi idrici rappresenta un aspetto cruciale da considerare nella pianificazione degli interventi per la tutela degli ecosistemi.

(^18) Fonte: IAN.UMCES.EDU, 2012, Integration and Application network , University of Maryland USA

con il Decreto legislativo 30 maggio 2008, n.116. Pertanto, a partire dalla stagione balneare 2010, le acque di balneazione sono monitorate e valutate secondo i nuovi criteri, di seguito descritti. Il nuovo sistema di monitoraggio prevede il campionamento di soli due indicatori di contaminazione fecale (Enterococchi ed Escherichia coli ) e la frequenza di monitoraggio che passa da quindicinale a mensile. La valutazione qualitativa, inoltre, non è più effettuata in termini di conformità ai valori per l’idoneità alla balneazione, ma secondo quattro classi di qualità (eccellente, buona, sufficiente e scarsa). A tal proposito, si fa presente che nella Direttiva 76/160/CEE i valori di conformità sono distinti in valori imperativi, da rispettare obbligatoriamente, e valori guida più restrittivi cui bisogna tendere.

Il nuovo monitoraggio delle acque di balneazione prevede il campionamento degli indicatori di contaminazione fecale (Enterococchi ed Escherichia coli ).

Nell’attesa di avere una serie di dati acquisiti con il nuovo sistema, la Commissione Europea ha previsto un sistema di classificazione delle acque transitorio, in cui vengono utilizzati anche i dati acquisiti negli anni antecedenti al 2010 con il vecchio sistema di monitoraggio. A tal fine, gli Enterococchi intestinali ed Escherichia coli sono considerati equivalenti rispettivamente agli Streptococchi fecali e Coliformi fecali, previsti nella pregressa direttiva. Ne deriva che pur non avendo delle vere e proprie classi di qualità i risultati sono ancora espressi in termini di conformità, come nel sistema precedente. Inoltre, solo per la valutazione della stagione balneare 2010, la Commissione Europea, tenuto conto delle difficoltà nel passaggio al nuovo sistema di monitoraggio, ha ammesso un margine di tolleranza sulla frequenza di campionamento, considerando validi i campioni prelevati con un intervallo fino a 41 giorni. Poiché la direttiva richiede che il primo campione debba essere prelevato appena prima dell’inizio della stagione balneare, la regola meno restrittiva permette di considerare valido tale campione se prelevato fino a 10 giorni dall’inizio della stagione balneare. In questo caso l’intervallo di campionamento va considerato dall’inizio della stagione balneare e non dalla data di prelievo del primo campione.

La CE ha previsto un sistema di classificazione transitorio, in cui vengono utilizzati anche i dati acquisiti negli anni antecedenti al 2010 con il vecchio sistema di monitoraggio.

Quantitativamente l’Italia presenta 4.896 acque di balneazione, pari al 33,7% delle acque di balneazione costiere di tutta l’Europa. In totale sono conformi, nel 2010, l’85,3% delle acque, di cui il 77,2% ai valori guida e l’8,1% ai valori imperativi (Figura 5.16). Rispetto al 2009 in cui sono risultate conformi il 92,2% delle acque, si osserva un decremento del 6,9%. Considerando, invece, solo la conformità ai valori guida, più restrittivi, nel 2010 il decremento è pari al 13,6%. Il numero delle acque classificate come non conformi ai valori imperativi aumenta dello 0,2%. Diminuiscono sensibilmente le acque chiuse alla balneazione, che passano da 310 della stagione 2009 a 33 del 2010 (Tabella 5.3). Inoltre, l’introduzione della regola di valutazione meno restrittiva sulla frequenza di campionamento ha permesso all’Italia di “salvare” 2. acque di balneazione, giudicate altrimenti insufficientemente campionate.

L’Italia presenta 4.896 acque di balneazione, pari al 33,7% di quelle europee. Nel 2010, l’85,3% delle acque è conforme.

Tabella 5.3: Valutazione delle acque di balneazione^20

Anno

TOTALE B CG CI NC NF/NS n. 2009 4.921 310 4.467 69 51 24 2010* 4.896 33 3.779 395 57 632 2010 4.896 33 1.433 175 40 3. Note: *: Sistema di valutazione meno restrittivo CI : conformi ai valori imperativi; CG : conformi ai valori guida; NC : non conformi ai valori imperativi; NF : insufficientemente campionati; NS : non campionati; B: vietati alla balneazione.

_Nel 2010, l’85,3% delle acque è conforme. Si registra, però, un decremento del 6,9% rispetto al

Diminuiscono, inoltre, in modo marcato le acque chiuse alla balneazione, che passano da 310 della stagione 2009 a 33 del 2010._

Figura 5.16: Valutazione di conformità delle acque di balneazione^21

Sono conformi, nel 2010, l’85,3% delle acque, di cui il 77,2% ai valori guida e l’8,1% ai valori imperativi.

Dalla Tabella 5.4 emerge come sia sostanzialmente differente il quadro relativo alla maggior parte delle regioni considerando i due diversi sistemi di valutazione. Questo denota chiaramente come la stagione balneare sia stata caratterizzata da problematiche legate alla frequenza di monitoraggio. Va comunque detto che le acque insufficientemente campionate non sono necessariamente di scarsa qualità, ma sono acque in cui non è stato rispettato il campionamento secondo le regole dettate dalla normativa. Tuttavia, le acque insufficientemente campionate incidono nel calcolo delle acque conformi.

(^20) Fonte: Elaborazione ISPRA su dati dell’EEA (^21) Fonte: Ibidem