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Pedagogia Interculturale: Definizione, Utilità e Concetti Fondamentali, Dispense di Letteratura

Il concetto di pedagogia interculturale, definendola come la branca della scienza dell'educazione che studia l'agire educativo in una dimensione intersoggettiva e internazionalizzante. L'importanza della pedagogia interculturale nel promuovere la comprensione e il rispetto tra culture diverse, evidenziando il ruolo fondamentale dell'educazione nella formazione dell'identità individuale e nella costruzione di una società più inclusiva.

Tipologia: Dispense

2023/2024

Caricato il 16/01/2025

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PEDAGOGIA INTERCULTURALE
Definizione: La pedagogia interculturale è la branca della scienza dell'educazione
che, con approccio critico, dialogico e in continuo confronto con la vita, studia il
concreto agire educativo in una dimensione intersoggettiva e internazionalizzante,
proponendo modelli di vita positivi nella valorizzazione dei rapporti con l'altro.
Utilità: Nonostante il mondo sia oggi sempre più popolato da una grande varietà di
tipologie umane che si trovano nelle ottimali condizioni comunicative, si registra una
diminuzione delle interrelazioni umane che possano definirsi autentiche e
qualitativamente significative. Pertanto, lo studio accademico di tali rapporti risulta
quanto mai utile al miglioramento della qualità di vita. Più aumentano le possibilità di
venire in contatto con l'alterità più si presenta la necessità di trovare punti di unione,
verso un cammino che porti ad accettare le pluralità attraverso la valorizzazione della
capacità cognitive dell'essere umano.
L’incontro tra popoli diversi, fin dall’antichità, ha portato spesso a conflitti perché
questa diversità era vista come un problema. Le guerre sono un tentativo di
affermazione di sé, di prevaricazione sui “diversi”. La Montalcini in un’intervista,
sostiene che l’uomo odierno, rispetto all’uomo di Neanderthal, ha sviluppato una parte
del cervello chiamata “neo-corteccia” adibita alla capacità di ragionamenti complessi
e astratti, ma la parte emotiva e sentimentale è rimasta la stessa perché altrimenti le
guerre non esisterebbero.
CAPITOLO I
L'identità dialogica
L’identità è uno dei tre pilastri dl sapere pedagogico. Nella sua radice etimologica
(identitate idem) il termine "identità" rimanda al concetto di "uguaglianza completa e
assoluta", ovvero alla qualificazione (identificazione) della persona per cui essa è tale
e non altra. Willard Van Orman Quine si chiede a cosa serve la nozione di identità se
“identificare un oggetto con sé stesso è banale e identificarlo con qualcos’altro è
falso”. È importante identificare quali siano i nessi e le peculiarità di una persona, ma
bisogna precisare che il concetto di identità non può essere catalogato in maniera
rigida, definita e stabile, infatti basti pensare ad un adolescente che pensa, agisce e
interagisce con gli altri secondo modalità che sente come proprie. Pensiamo poi alla
stessa persona in piena età adulta, quali sono le caratteristiche peculiari nell'adulto
dell'adolescente? È chiaro che l'esperienza, le relazioni con gli altri lo hanno portato a
crescere ma quei tratti peculiari, che connotano l’identità della persona, permangono
come uno sfondo sul qual realizzare la propria esistenza.
La prima connotazione dell’identità è quella “dialogica” perché ciascuno di noi è in
costante relazione con sé stesso e con gli altri. Platone nel “Teeteto” distingue tra
doxa (opinione comune) ed episteme (conoscenza assoluta). Bisogna passare dalla
prima alla seconda e lo strumento per farlo è il dialogo che ci permette di ascoltare e
riflettere su noi stessi per porci, in un secondo momento, in ascolto dell’atro. Lo
strumento per fare ciò è il LOGOS: concetto platonico, discorso ma anche ragione e
capacità di analisi, è studio e riflessione sulle peculiarità specifiche che stabiliscono le
differenze. È anche linguaggio, cioè l'elemento peculiare della persona in relazione.
Infatti, la comunicazione (etimologicamente “porre in comune”) è lo strumento
principale di relazione già a partire dall'infanzia. Si parla di "linguaggio esteriore"
attraverso cui il bambino riesce a comunicare con le persone che gli stanno attorno.
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PEDAGOGIA INTERCULTURALE

Definizione: La pedagogia interculturale è la branca della scienza dell'educazione che, con approccio critico, dialogico e in continuo confronto con la vita, studia il concreto agire educativo in una dimensione intersoggettiva e internazionalizzante, proponendo modelli di vita positivi nella valorizzazione dei rapporti con l'altro. Utilità: Nonostante il mondo sia oggi sempre più popolato da una grande varietà di tipologie umane che si trovano nelle ottimali condizioni comunicative, si registra una diminuzione delle interrelazioni umane che possano definirsi autentiche e qualitativamente significative. Pertanto, lo studio accademico di tali rapporti risulta quanto mai utile al miglioramento della qualità di vita. Più aumentano le possibilità di venire in contatto con l'alterità più si presenta la necessità di trovare punti di unione, verso un cammino che porti ad accettare le pluralità attraverso la valorizzazione della capacità cognitive dell'essere umano. L’incontro tra popoli diversi, fin dall’antichità, ha portato spesso a conflitti perché questa diversità era vista come un problema. Le guerre sono un tentativo di affermazione di sé, di prevaricazione sui “diversi”. La Montalcini in un’intervista, sostiene che l’uomo odierno, rispetto all’uomo di Neanderthal, ha sviluppato una parte del cervello chiamata “neo-corteccia” adibita alla capacità di ragionamenti complessi e astratti, ma la parte emotiva e sentimentale è rimasta la stessa perché altrimenti le guerre non esisterebbero.

CAPITOLO I

L'identità dialogica L’identità è uno dei tre pilastri dl sapere pedagogico. Nella sua radice etimologica ( identitate idem ) il termine "identità" rimanda al concetto di "uguaglianza completa e assoluta", ovvero alla qualificazione (identificazione) della persona per cui essa è tale e non altra. Willard Van Orman Quine si chiede a cosa serve la nozione di identità se “identificare un oggetto con sé stesso è banale e identificarlo con qualcos’altro è falso”. È importante identificare quali siano i nessi e le peculiarità di una persona, ma bisogna precisare che il concetto di identità non può essere catalogato in maniera rigida, definita e stabile, infatti basti pensare ad un adolescente che pensa, agisce e interagisce con gli altri secondo modalità che sente come proprie. Pensiamo poi alla stessa persona in piena età adulta, quali sono le caratteristiche peculiari nell'adulto dell'adolescente? È chiaro che l'esperienza, le relazioni con gli altri lo hanno portato a crescere ma quei tratti peculiari, che connotano l’identità della persona, permangono come uno sfondo sul qual realizzare la propria esistenza. La prima connotazione dell’identità è quella “dialogica” perché ciascuno di noi è in costante relazione con sé stesso e con gli altri. Platone nel “Teeteto” distingue tra doxa (opinione comune) ed episteme (conoscenza assoluta). Bisogna passare dalla prima alla seconda e lo strumento per farlo è il dialogo che ci permette di ascoltare e riflettere su noi stessi per porci, in un secondo momento, in ascolto dell’atro. Lo strumento per fare ciò è il LOGOS : concetto platonico, discorso ma anche ragione e capacità di analisi, è studio e riflessione sulle peculiarità specifiche che stabiliscono le differenze. È anche linguaggio, cioè l'elemento peculiare della persona in relazione. Infatti, la comunicazione (etimologicamente “porre in comune”) è lo strumento principale di relazione già a partire dall'infanzia. Si parla di "linguaggio esteriore" attraverso cui il bambino riesce a comunicare con le persone che gli stanno attorno.

Lo psicologo russo Vygotskij ha studiato questo fenomeno, distinguendo anche altre due funzioni del linguaggio: quello egocentrico e quello interiore. Per questo autore il linguaggio nasce dall'interazione del bambino con l'ambiente esterno nel quale vive, solo successivamente il linguaggio diviene interiore, andando a contribuire alla strutturazione di pensiero. In questa prospettiva il linguaggio del bambino nasce dapprima come necessità di relazionarsi con l'ambiente con cui viene in contatto (la madre in primis), e con gli strumenti culturali mediati attraverso le attività pratiche (per esempio il succhiare, il mordere ecc.). Dapprima il bambino apprende i segni e i codici linguistici attraverso processi imitativi dagli adulti con i quali interagisce maggiormente. Sempre attraverso questo processo imitativo inizierà ad assumere come propri i codici e le modalità che appartengono alle persone. In pratica possiamo affermare come una persona non parli un linguaggio ma è linguaggio. In linguaggio si va caratterizzando come qualcosa che ci appartiene, che ci caratterizza, ci rende esseri relazionali, innanzitutto con noi stessi, mediante il dialogo interiore e l'auto narrazione, mentre attraverso la comunicazione con l'altro il bambino inizia a delinearsi con una propria identità, per riconoscersi come singolo distinto dagli altri. Gli studi di Harry Wallon mostreranno che il bambino, 6-8 mesi di vita, prenderà coscienza della differenza tra sé e la persona che si prende cura di lui. Questi studi verranno ripresi e confermati da J. Piaget ne “la costruzione del reale nel fanciullo” (1926), mentre D. Winnicott sostiene che non è lo specchio che aiuta questo processo, ma gli occhi della madre che fungono da specchio. J. Bruner riconosce che i processi mentali del bambino sono strettamente influenzati dalla comunicazione che ha con le figure che si prendono cura di lui. Con queste vi è uno scambio di interazioni che fanno capire l’altro le proprie intenzioni. Il bambino percepisce queste figure come esseri intenzionali e gradatamente riesce a trasformare la comunicazione in verbalizzazione in quanto viene implicata l’elaborazione di una intenzione e di un’attività interpretativa. Michael Tomasello, autore de “le origini culturali della condizione umana”, sostiene che i bambini interagiscono con costruzioni linguistiche organizzate intorno a particolari elementi e solo gradualmente formano costruzioni più astratte che vanno a costituire un livello superiore di competenza linguistica. Egli distingue tre processi con cui si formano questi processi di astrazione:

  • l’apprendimento sociale (insieme di nozioni, informazioni e paradigmi che costituiscono l’ambiente in cui il bambino vive);
  • il discorso e la conversazione (capacità del bambino di apprendere segni e simboli e la capacità di veicolare che ha nella comunicazione);
  • l’astrazione e la schematizzazione (sviluppa le capacità raziocinanti). Il linguaggio , verbale e non verbale, permette a tutti di essere nel mondo con gli altri, indipendentemente dalla propria età cronologica, status sociale o culturale. Primo assioma della comunicazione elaborato dagli studiosi della scuola di Palo Alto: “non è possibile non comunicare”. L'identità come "materia signata" in Tommaso D'Aquino Il problema dell'identificazione della persona si presenta già al momento della nascita con la necessità di assegnare un nome al bambino. Non solo, viene identificato con un nucleo familiare, una appartenenza a un luogo e quindi, implicitamente, l'appartenenza ad una determinata cultura avente determinati codici comportamentali, educativi e sociali. Dal punto di vista biologico, l'identificazione avviene attraverso il DNA, non a caso il patrimonio genetico garantisce l’unicità del soggetto.

a relazionarmi con l’altro. Il processo di riconoscimento di sé e il riconoscimento dell’altro sono complementari: il primo è propedeutico per il secondo. Molto importante è il " conosci te stesso " socratico: bisogna partire dalla propria dialettica interiore, bisogna che la persona si rapporti dialetticamente con stessa, mettendosi in discussione, coltivando la propria autonomia di pensiero, economica in modo tale da iniziare a relazionarsi con l'altro in modo sincero ed iniziare a condividere. REGOLA AUREA DELLA PEDAGOGIA: (una legge della vita) ciascuno di noi può dare all'altro qualcosa che ha, quindi appropriandoci della nostra identità, dialoghiamo con noi stessi e possiamo spingere gli altri a farlo. La conquista dell'identità---> ad esempio Socrate invita a conoscere sé stessi, quindi appropriarsi della propria identità, lo stesso invito viene fatto da Freud (1899) che pubblica l’ "interpretazione dei sogni": egli sostiene che l'Io (parte razionale) non è padrone in casa propria. Egli mostra che c'è una dimensione, in ognuno di noi, che non conosciamo e che a volte rappresenta una peculiarità che orienta le nostre azioni, scelte, in direzioni di cui noi non siamo razionalmente consapevoli: l’inconscio (ES). ES = inconscio. Parte istintuale di noi che non conosciamo. Freud lo definisce come una sorta di contenitore in cui l'uomo archivia, sin dalla nascita, i vissuti, le esperienze più brutte e traumatiche che non riesce a tenere nella sua coscienza. L’archiviazione è come un meccanismo di difesa. IO = parte razionale, quella che interagisce con gli altri, chiamato anche EGO. SUPER-IO = parte che Freud definisce “ principio paterno ” poiché il padre, in quel periodo, era colui che stabiliva cosa si poteva fare o no. Freud non scopre l'inconscio, ma ha il merito di precisare che cos'è e cosa non è. Dante (Inferno XXVI canto) ci invita a seguire un percorso in cui la persona umana non è riconducibile soltanto a una dimensione di materialità, sottoposta al governo dei sensi, delle passioni, che appartengono alla sfera istintuale della sfera umana, MA ("per seguire virtute e conoscenza") per coltivare quelle peculiarità, quei doni interiori che hanno a che fare con la cura della dimensione interiore che ci trascende. Coltivare la virtù, ovvero coltivare le proprie parti buone, cioè la dimensione interiore che possa evolverci a capire e crescere, fare ciò è possibile attraverso la CONOSCENZA che non è altro che lo studio, la riflessione di ciò che circonda, interrogarsi sui tanti perché che la quotidianità ci restituisce. Monito a ricercare continuamente il senso della nostra esistenza, nostro ruolo e posto nel mondo. Platone--> mito della biga alata. Il mito della biga alata descritto nel “Fedro” è un tentativo di superare il dualismo che contrappone anima e corpo e spiegare i rapporti esistenti. L’anima appartiene al mondo delle idee, ma partecipa anche alla natura sensibile in quanto regola le attività corporee. L'anima è divisa in tre parti e paragonata ad un cocchio alato, guidato da un auriga e trainata da due cavalli, uno bianco ed uno nero. L'auriga, che tende verso l'alto, rappresenta l'anima razionale, che aspira alla contemplazione delle idee; Il cavallo bianco, generoso e docile, simboleggia l'anima irascibile, legata alla sensibilità ma capace di affetti passionali superiori, come il coraggio; Il cavallo nero, spregevole e ostile, raffigura l'anima concupiscibile, rivolta agli istinti più bassi. La biga trascinata dal cavallo nero verso il basso, può innalzarsi nuovamente se il cavallo segue gli incitamenti dell'auriga e il cavallo nero è sottomesso: così l'anima può di nuovo ascendere al mondo delle idee nel momento in cui raggiunge l'armonia con il corpo attraverso la fortezza dell'anima irascibile e la temperanza dell'anima concupiscibile. Il cavallo nero spinge la biga verso le cose terrene, verso quelli che sono gli aspetti umani dell'esistenza come l'egocentrismo, il

voler apparire coltivando l'esteriorità. Invece, il cavallo bianco tende per l'iperuranio, mondo di verità, di bellezza, trascendenza. Attraverso questo mito Platone ci vuole far vedere le due opposte dimensioni della natura umana. M. Polany parlava di dimensione tacita: c’è un grande bisogno di identità che oggi non viene codificato. Come si manifesta questo bisogno tacito nei singoli e nella società? L'identità negata come neotenia nell'era della globalizzazione Il filosofo francese J. F. Lyotard pubblica un saggio intitolato “la condizione post- moderna: rapporto sul sapere”. Dopo qualche anno, riprende questi assunti in un secondo libro “il post-modernismo spiegato ai bambini” in cui dice che la società attuale si chiama “post-moderna” perché è una stagione che viene dopo la modernità. La modernità si ha nel 1600. Uno dei pilastri dell’età moderna è Cartesio (visione materiale-meccanicistica). Cartesio parla di “res cogitans” (pensante) e di “res extensa” (materiale). Distingue, quindi, una dimensione fisica ed una pensante. Questa visione bidimensionale viene accolta nell’800 dai positivisti che hanno come modello la scienza come “chiave per spiegare la realtà”: l’uomo deve governare la realtà mediante la conoscenza. Il Post-modernismo supera la modernità. Due caratteristiche della società contemporanea sono:

  1. La fine delle grandi ideologie che per secoli hanno declinato la storia del pensiero occidentale. La metafisica non esiste più, come affermato da Nietzsche con la “morte di Dio”: Dio è morto perché la metafisica (ratio forte - paradigma onnicomprensivo), che ha governato il pensiero occidentale, da Platone all’800, lascia il posto alla scienza. L’idealismo (fondatore Hegel) non c’è più. Due filosofi italiani, Vattimo e Rovatti, organizzano un convegno in cui si riflette sul “pensiero debole”: il pensiero è debole perché privato della radice metafisica che ha rappresentato un paradigma fondamentale per tanti secoli, sia nella dimensione culturale che nell’immagine che l’uomo aveva di sé. Infatti, il paradigma investe ogni aspetto dell’esistenza umana. Quando questo viene a mancare, la persona si trova sola con sé stessa. Non c’è più qualcosa di interiore, che superi la mera materialità, a cui pensare e riconoscersi.
  2. Non ci sono più le grandi narrazioni che sono quei racconti, favole che appartenevano alle tradizioni millenarie. Italo calvino si accorge di queste dimenticanze sente la necessità nel 1950 di raccoglierle in un volume. Idem Mondadori. La dimensione della realtà è appiattita sulla dimensione del presente, hic et nunc, in cui ciascuna azione non lascia traccia di memoria perché viviamo una vita frenetica senza memoria, senza identità, senza radici. Questa società cancella quella precedente ed essendo senza memoria, senza identità, non ha progetti per il futuro. Benedetto XVI in Caritas in Veritate aveva fatto notare come l'uomo moderno sia sempre più convinto di essere il solo autore di sé stesso, della sua vita e della sua società. Questa presunzione, afferma Benedetto, porta alla chiusura egoistica in sé stessi. Da ciò derivano tutti gli aspetti negativi della società post-moderna: il consumismo, il relativismo, l'ottundimento della conoscenza individuale e l'incessante ricerca della felicità nell'esteriorità e nei beni materiali. Ne deriva un’inautenticità esistenziale che si connota con l'omologazione di ogni sentire e di ogni comprendere, alimentando opinioni già condivise capaci di dare certezze rassicuranti, in quanto non discendono da ricerche o da domande ma sono semplicemente già stabilite come certe. La dimensione individuale viene sopraffatta da quella globale. M. Heidegger, nel suo scritto “esseree tempo” (1927) para di inautenticità esistenziale che lui identifica con il prefisso “si” (Man): si dice, si pensa, si crede ecc. Il “si” heideggeriano può essere assimilato con quello di doxa platonica.

e giustifica la mia esistenza, perdo la mia centralità, divento al pari dell’oggetto che sto usando. Divento io stesso uno strumento. Identità come cura di sé Passaggio successivo dell’identità è la cura di sé. Sant'Agostino nel suo De vera religione invita all'introspezione, a non distrarsi nelle cose futili ed esteriori, in quanto solo partendo da uno sguardo interiore e autentico possiamo ascendere alla conoscenza di noi stessi: l’identità è la prima verità della persona. Successivamente, possiamo conoscere l'altro, gli altri e il mondo esterno, solo così si può scoprire la trascendenza di Dio. Nella società odierna questa riflessione introspettiva è quanto mai bistrattata e non coltivata. Per i greci prendersi cura di sé stessi era un anelito fondamentale dell'esistenza personale ma anche sociale, basti pensare al ruolo dell'individuo nella polis. Da ciò il monito socratico nell' Eutifrone a prendersi cura dei giovani perché la cura è l'azione educativa maieutica che porti il giovane allo svelamento della propria identità e natura autentica. L’uomo deve fare ordine nel caos originario della propria vita, emancipandosi dalla dimensione polimorfa e totalizzante, come Zeus, conducendo il carro alato, conduce e si prende cura di tutte le cose (Fedro, Platone). Questo processo non è automatico. Romano Guarini, filosofo contemporaneo, si pone il problema del rapporto dell’uomo con sé stesso. Indica nell’identità il contesto nel quale si dispiega il concetto di verità. La cura di sé è necessaria a prescindere e può sussistere solo in presenza di una relazione: non possiamo pensare alla cura in situazioni di completa chiusura rispetto a sé stessi. È fondamentale il rapporto con la realtà interna ed esterna. Nessun soggetto può dare ciò che non ha. Basti pensare al rapporto docente/discente. Da molto tempo si pone una diatriba sul ruolo della scuola, se questa debba istruire o educare. La prima, di matrice deweyana, in primis intesa come trasmissione di conoscenze ma ha anche il ruolo di formare cittadini in grado di interagire positivamente con i problemi della quotidianità; la seconda si concentra sull'esigenza di educare, ovvero di far emergere l'identità della persona e di coltivarla, così da farla crescere ed emanciparsi in una dimensione etica di consapevolezza di sé e di rispetto per l'altro. Pedagogicamente parlando, è chiaro che la scuola deve assumere entrambi questi aspetti e la crisi del sistema scolastico italiano affonda le radici proprio nello squilibrio tra queste due componenti fondamentali. Sicuramente negli ultimi anni è prevalso il ruolo dell'istruzione. Ma oggi, molto più di ieri, a causa di situazioni particolari restituite dal nostro presente, come la disgregazione familiare, famiglie monoparentali, genitori sempre più impegnatiti nel lavoro, il ruolo del docente scolastico riveste un'importanza primaria. La sua imago deve sopperire alla mancanza genitoriale. Deve verificarsi un processo di identificazione educativa nella figura del docente, se ciò non avviene possono insorgere nel soggetto blocchi emotivi, ferite narcisistiche e disturbi della personalità, come mancanza di autostima e carenza di volontà. Pertanto, l’insegnate ha il compito di cercare gli strumenti comunicativi adatti per raggiungere, in questo processo di cura, tutti i suoi allievi. In una società che restituisce l’immagine atomistica del soggetto e della realtà, l’atro è visto come un problema. Emmanuel Levinas dice che l’altro si ritrae nel suo mistero (sta nella sua interiorità) non si può pensare all’altro come un oggetto perché depositario di una alterità irriducibile. Foucault parla di “archeologia del sé”: insieme dei processi che portano la persona ad incontrare sé stessi e poi l’altro.

Il passaggio successivo alla cura di sé è la cura dell'altro, altrettanto a beneficio del proprio essere, ed importante per una civile convivenza. Esiste, però, una terza modalità di cura che è quella riferita all'ambiente circostante. Una delle conquiste della modernità è la spinta alla cura dell'ambiente e all'educazione ambientale. In definitiva solo chi riesce a prendersi cura di sé può curarsi dell'altro e dell'ambiente circostante. Anche se meno importante delle tre precedenti, anche la cura delle cose, degli oggetti, svolge un ruolo nell'educazione dell'essere. Questo fenomeno fu analizzato dai primi del Novecento in particolare della scuola di Francoforte da (Fromm, Marcuse, Habermas). Gli studiosi si basano sul concetto che l'essere umano si identifica con gli oggetti che possiede o che vorrebbe possedere. Le persone iniziano a riconoscersi, a sentire sentimenti profondi per le loro merci e in questa direzione cercano soddisfacimento e felicità. Una delle possibili ragioni di questa dinamica psicologica potrebbe essere individuata nel tentativo di sostituire la mancanza di relazionalità. Questa dinamica può essere particolarmente vera per il soggetto post- moderno. CAPITOLO II L'alterità come categoria pedagogica in Emmanuel Levinas Emmanuel Levinas, filosofo contemporaneo, si è più di tutti concentrato sull'Alterità come elemento cardine di ogni autentica relazione umana. La domanda da porsi è: può l'alterità essere considerata come una categoria pedagogica? Nell'ottica di Levinas l'ALTRO possiede la capacità di essere maestro e quindi di educare, guidare e orientare l'IO (il Medesimo). I due soggetti vengono dunque identificati come l'Altro e il Medesimo. Questo rapporto con l’Altro deve essere mediato da due dimensioni: una etica e una della giustizia. L’Altro è considerato come fine e mai come mezzo. La persona è continuamente protesa al dialogo, alla comunicazione con l’Altro. Per comprendere a fondo il suo pensiero risulta indispensabile sottolineare la sua interpretazione della filosofia occidentale in relazione alle sue origini ebraiche. Levinas nasce in Lituania nel 1905 da famiglia ebraica praticante. Recatosi nel 1928\1929 a Friburgo incontra Husserl, padre della fenomenologia, e Heidegger, suo allievo. Questi due incontri segneranno in maniera particolare la sua riflessione filosofica. In questo periodo legge l’opera del filosofo ebreo Franz Rosensweig “la stella della redenzione” che esprime la necessità di analizzare e di strutturare la parte razionale della persona (IO) in una dimensione concreta e reale. A questo autore dedicherà il suo libro più importante “totalità e infinito”. Chiamato alle armi nel '39 come sottoufficiale interprete sul fronte russo, fatto prigioniero viene internato in un campo di concentramento, soffrendo in prima persona l'orrore nazista: le discriminazioni per appartenere ad una cultura diversa. Durante questo periodo scrive “dall’esistenza all’esistente” che pubblicherà nel 1947: si delinea la struttura del suo pensiero. Si possono individuare tre momenti del suo pensiero filosofico:

  1. Il primo riconducibile alla pubblicazione di Dall'esistenza all'esistente in cui Levinas parla di il ya (c'è), cioè l'evento, l'atto di esistere in generale, colto dall'io. È la forma impersonale dell’esistenza. Qualcosa che esiste, ma non è collegato ad una persona in particolare. Fa l’esempio del buio: esiste, ma è impersonale. IL YA è assenza di tempo, l'eternità, l'eterno ritorno, angoscia davanti all'essere e come errore dell'essere.
  2. Dimensione personale (io) descritta in “etica e infinito”: l’Io è la parte razionale della persona. Dispone di sé stesso, cioè è qualcosa che appartiene in maniera

La relazione con l’Altro è una relazione pedagogica perché è fondativa per lo sviluppo e la crescita armonica della persona. L’Altro è un soggetto fondante di qualsiasi relazione umana. Riconoscere l’Altro come mio maestro mi richiama da una parte alla relazione con l’Altro e dall’altra al dialogo con me stesso: io riconosco qualità tali che attraverso l’Altro riesco a trarne insegnamento. La relazione tra l'Altro e il Medesimo viene a stabilirsi soprattutto attraverso il LINGUAGGIO. Infatti, è proprio attraverso le parole catalizzate dal volto dell'Altro che si stabilisce una relazione umana. L'ESSENZA DEL LINGUAGGIO È L'APERTURA VERSO GLI ALTRI, IL CONFRONTO EDUCATIVO. Questo essere umano è imago dei, cioè depositario della propria identità, con tratti fisici come per esempio il volto, che lo distingue d tutto rendendolo unico. Ma la persona è maggiormente immagine di Dio e, nell'apertura verso gli altri, si concretizza con l'incontro con Dio. Incontrando l'altro la persona va verso dio. L'alterità pedagogia viene quindi nuova categoria pedagogica perché i nessi comunicativi tra i soggetti nelle varie relazioni umane portano all'arricchimento e alla crescita pedagogica dell'individuo. Il rapporto io-tu come fondamento pedagogico della relazione in Martin Buber L'essere umano costituisce la propria identità in divenire: il soggetto non è mai statico, immutabile ma è in continua metamorfosi. Allo stesso tempo l'essere percepisce il proprio essere immaturo rispetto alla vita e alle dinamiche esistenziali. Questo dato si pone alla base delle Scienze dell'Educazione. Tale concetto si trova anche nella cultura ebraica, con l'identificazione dell'uomo come claudicante, un uomo caratterizzato dall'incompiutezza dell'animo. Ogni essere umano claudicante, dunque imperfetto, è desideroso di migliorare la sua condizione. Per farlo ha bisogno di intraprendere sentieri di perfezionamento di sé. Il soggetto che prende forma si caratterizza e si emancipa per mezzo delle esperienze, delle emozioni e soprattutto delle relazioni. Sappiamo quanto la dimensione relazionale sia importante in quanto arricchisce la propria interiorità, ma anche siamo consapevoli di come queste oggi siano sempre meno labili a causa di narcisismo o di costumismo ecc., quindi, ribadiamo la necessità di analizzarle a fondo. Per farlo è opportuno riferirsi a Martin Buber, filosofo ebreo che ha elaborato una profonda riflessione sul tema delle relazioni interpersonali. L'uomo, sostiene Buber, diventa io solo quando entra in contatto con il tu. Il riconoscimento e l'accettazione dell'altro rappresentano la prima tappa della socializzazione e dunque della formazione umana. IMPORTANTE---> L'uomo è relazione come io-tu cioè l'uomo si fa IO nel TU. L'uomo raggiunge l'autentica libertà quando prende conoscenza di sé stesso

nel rapporto con l'altro.

Buber si è posto un problema centrale del pedagogo: come educare il bambino e aiutarlo a crescere e a far svelare il più possibile le sue forze creative? In questa direzione si colloca Sull'educativo, testo della sua relazione alla terna conferenza internazionale di pedagogia tenutosi nel 1925. Buber riconosce come" il bambino viva nella fulminea luce dell'incontro". Già a livello precoce, il bambino dimostra l'originarietà della tensione verso la relazione. Questo bisogno di relazione inizia a manifestarsi già dall'infanzia, infatti il tu innato produce molto presto i suoi effetti nell'istinto del contatto. La relazione è categoria dell'essere perché il bambino inizierà a riconoscersi come

persona tra contesti di persone con cui dialogare. Anche la creatività infantile è fortemente condizionata dal rapporto con l'Altro nell'ottica in cui cerca l'approvazione per i suoi prodotti creativi. In questo senso lo sviluppo interiore e il rapporto con l'altro vanno di pari passo. Ma anche se il bambino è per natura incline alla cooperazione e alla solidarietà possiamo comprendere come nelle fasi successive di crescita e sviluppo, l'essere umano negando la sua relazione con gli altri, manifesti una grave forma di alienazione e di chiusura verso la realtà. (propensione innata del bambino all’altruismo è espresso nella sua opera “Altruisti nati – cooperiamo fin da piccoli”). Buber individua questa crescente solitudine nell'enorme confusione della vita moderna (in “Sentieri e utopia”, 1950). Con la perdita dei rapporti personali, l'uomo moderno si trasforma in un ingranaggio della macchina collettiva. Venendo a mancare l'originario rapporto dialogico e umano tra le persone l'uomo naufraga con i suoi bisogni e le sue aspettative in una dimensione sociale, l'individuo si vede reciso del valore della sua esistenza. Nel 1923 Buber scrive il saggio "Io e Tu". Secondo Buber, il mondo è duplice, perché l'uomo si può porre dinanzi ad esso in due maniere diverse:  Si può porre come io-tu. Qui sostiene che il senso fondamentale dell'esistenza è da rintracciarsi nel principio dialogico, cioè nella capacità di creare un rapporto con gli altri, ponendosi in un continuo rapporto io-tu.  Ma si può porre anche come rapporto tra io-esso che connota in maniera più particolare il mondo dell'esperienza a differenza dell'io-tu che connota il mondo relazionare. Le sfere in cui si instaura il mondo della relazione sono, per Buber, tre: la prima è la vita con la natura. Qui la relazione oscilla nel buio, al di sotto della parola. Le creature reagiscono di fronte a noi, ma non hanno la possibilità di giungere fino a noi. La seconda è la vita con gli uomini. Qui la relazione è manifesta, in forma di parola, potendo dare e ricevere il tu. La terza è la vita con le essenze spirituali. Qui la relazione è avvolta nelle nubi, ma capace di manifestarsi, muta, ma creatrice di parola. Non usiamo nessun tu e tuttavia ci sentiamo chiamati. Queste tre relazioni connotano in maniera peculiare le dinamiche relazionali della persona e rappresentano i tre paradigmi fondamentali dell'esistenza umana. Nel secondo paradigma relazionale abbiamo visto come Buber parli di relazioni interpersonali. In quest'ottica assume un ruolo principale il concetto di Amore. L'amore è la forma più profonda e nobile della persona umana, attraverso questa apertura incondizionata dell'io al tu si realizza il sentimento amoroso che fa esprimere all'uomo tutta la sua umanità. Attraverso l'amore gli uomini si liberano dal groviglio dell'ingranaggio. L'amore non è concepito come un sentimento da barattare ma è apertura sincera all'altro, ed è attraverso questo amore disinteressato e autentico che la persona riconosce sé stessa. L'amore è responsabilità di un io verso un tu. è un grande collante di umanità ed uguaglianza cioè sta l'uguaglianza di tutti coloro che amano. In questo passaggio Buber fa chiaramente riferimento a Gesù Cristo, che rappresenta la forma di amore incondizionato più totale e perfetta. Identità e alterità in Paul Ricoeur "Sé come un altro" è il titolo di uno scritto di Paul Ricoeur del 1990. Qui si affronta uno dei temi fondamentali della riflessione filosofica e pedagogica: il rapporto tra io e l'Altro. L'elemento fondativo di questo scritto è la coscienza che l'io , che Ricoeur chiama ipseità , e l'Altro non sono elementi separati tra loro, ma bensì sono complementari in quanto si costituiscono a vicenda. Innanzitutto, affronta la

altrettanto importante e la figura del docente. Ad esso, stabilendo una comunicazione empatica, spetta il delicato compito di interpretare le esigenze degli allievi, andando a riconoscere le loro capacità e condurli soprattutto verso una giusta strada di realizzazione delle proprie potenzialità, dapprima a livello embrionale. Questa è una delle priorità pedagogiche dell'educazione. Il riconoscimento pone in relazione con l'altro. Solo attraverso il tu, infatti, ricevo i riconoscimenti che mi fanno essere e riconoscere per ciò che sono. Il soggetto isolato non riesce in alcun modo ad accedere alla verità. Sapendo che l'individuo arriva ad acquisire la propria identità unica, irrepetibile solo la relazione, in quest'ottica il linguaggio diviene uno degli elementi primari del riconoscimento reciproco. Secondo Apel si concretizza una dinamica che lega il linguaggio a una comunità di persone che parlano, questa esperienza linguistica scaturisce da regole proprie del linguaggio dinanzi a una comunità di parlanti. I "parlanti" sono per Apel una comunità aperta a tutti coloro che parlano ( comunità illimitata). Talvolta la comunicazione può essere impedita da alcuni fattori- psicologici, economici, sociali, di pregiudizio- che impediscono questa libertà comunicativa. L'invito socratico a conoscere sé stessi non è un invito volto solo alla scoperta della propria interiorità, ma il fine ultimo di questa conoscenza è il rapporto con l'altro. Nel riconoscersi le persone si aprono agli altri nella propria identità e questa apertura viene accolta dall'altro che a sua volta si apre e identifica sé stesso. Dobbiamo comunque precisare che in ogni essere esiste un istinto primario che è l'autoconservazione. Da questo assunto ogni soggetto percepisce l'altro come estraneo, potenziale minaccia l'istinto primordiale di autoconservazione. L'istinto naturale suggerirebbe di negare l'altro o combatterlo. Da qui però scaturisce l'istinto del riconoscimento dell'altro: solo dopo aver conosciuto l'altro posso relazionarmi a lui e non negarlo. Ci sono certamente casi in cui il soggetto si rifiuta di riconoscere l'altro a causa di matrici narcisistiche o egocentriche che impediscono la relazione. L'altro viene talvolta rimosso, negato, non riconosciuto. La tematica del riconoscimento la ritroviamo per esempio in Hobbes, il quale analizza la genesi dello stato moderno, mettendo in luce come questo sia caratterizzato dalla conflittualità permanente per l'affermazione di tutti su tutti, attraverso la guerra che scaturisce dalla manifestazione incontrollata di tre arcaiche passioni umane: competizione, diffidenza, gloria. Hobbes indica nella diffidenza dell'uomo verso il suo simile l'elemento che impedisce la serena relazione tra i soggetti che di fatto rende impraticabile il riconoscimento. Nel pensiero di Hobbes i soggetti sono isolati nelle loro individualità, vivendo allo stato di natura senza leggi o limitazioni. Questa condizione comporta il continuo ricorso al conflitto, alla guerra per rivendicare i propri diritti naturali. Partendo da Hobbes, Hegel sviluppa la Fenomenologia dello spirito in cui cerca di dare una risposta al problema della costruzione della coscienza umana. La Fenomenologia è suddivisa in sei sezioni: la coscienza, l'autocoscienza, la ragione, lo spirito, la religione e la filosofia. È nella sezione dell'autocoscienza che Hegel ci parla del riconoscimento. L'istinto primario dell'autoconservazione tenderebbe a bloccare le normali relazioni umane, eppure l'uomo riesce a superare questo suo naturale impulso e partecipa alla vita, attraverso un processo di formazione. L'arte, la religione, la filosofia, sono tutte tappe importanti di questo processo. Infatti, solo attraverso l'esperienza concrete l'uomo ottiene il riconoscimento della sua coscienza e poi di quella di qualcun altro. Successivamente prende coscienza della gerarchizzazione dei rapporti umani, poi affronta il problema del lavoro, che diviene

anch'esso strumento di formazione. Solo colui che si sottopone con coraggio alla lotta per il riconoscimento, rischiando la morte o l'alienazione può ascendere a riconoscersi ( ad essere cosciente di sé stesso).Questo processo non è pacifico ma avviene attraverso uno scontro con l'io. Il confronto con l'altro è fondamentale. Dal mancato incontro con l'altro infatti nascono problemi identitari, come l'isolazionismo e il conformismo. Infatti, il soggetto non essendo in grado di riconoscere né sé stesso né gli altri preferisce conformarsi alle scelte della moda nella speranza di essere riconosciuto non come singolo ma come facente parte di un particolare contesto. Il riconoscimento della persona nelle stagioni dell'esistenza Abbiamo già sottolineato come la persona non vada considerata come un'entità statica e immutabile. Questa infatti attraversa diverse stagioni dell'esistenza: infanzia, adolescenza, giovinezza, adultità e senescenza sono le tappe del percorso dinamico dell'uomo. Nell' infanzia l'uomo "gettato" nel mondo inizia gradualmente a rapportarsi con il riconoscimento della propria immagine riflessa. Intorno ai nove mesi il bambino inizia a manifestare consapevolmente le proprie intenzioni. Ancora prima dei nove mesi i bambini comprendono che le loro azioni hanno una ricaduta sull'ambiente circostante ma non riescono ancora a codificare in quale modo l'azione determini quel particolare risultato. Jean Piaget definisce questo particolare stadio evolutivo " pensiero magico ". Il riconoscimento di sé nella prima infanzia viene associato "allo specchiamento della propria immagine", infatti Lacan, parla di " stadio dello specchio" attraverso lo specchio è propedeutico al riconoscimento dell'altro. Il bambino, nei primi mesi di vita, non ha coscienza di sé come soggetto distinto dagli altri e dalle cose del mondo. In sostanza, la presa di coscienza da parte del bambino di fronte alla propria immagine riflessa che ciò che vede nello specchio non è un altro individuo ma sé stesso, rappresenta un momento fondamentale della formazione e dello sviluppo della sua psiche. Secondo la teoria di Jacques Lacan il bambino, tra i sei e i diciotto mesi, si trova a confrontarsi con la propria immagine riflessa nello specchio:  nella prima fase egli identifica quest’immagine con quella di un altro, di uno sconosciuto;  nella seconda fase egli è in grado di riconoscere l’altro, ma solo come immagine e non come reale;

 nella terza fase il bambino riconosce l’altro come propria immagine riflessa

Il bambino, quindi, sarà ora in grado di far corrispondere la propria immagine a quella del proprio corpo, attraversando così un momento decisivo nel suo sviluppo, e arriverà ad acquisire un’immagine di sé unitaria e definita. Inoltre, il bambino, specchiandosi, si vede vicino a un altro e si riconosce come separato, quindi per la prima volta riconosce sé stesso separato dagli altri e di conseguenza prende coscienza di sé. Riconoscersi intero allo specchio comporta una definizione dei propri confini fisici e impone la definizione dei confini che lo separano dalla madre. Spinto fuori dal primo contenitore. Il bambino cercherà ospitalità nell’immagine speculare che lo emancipa dalla madre e lo preserva dall’angoscia di annientamento causata dall’essere fuori dalla madre. Lo stadio dello specchio garantisce un collegamento tra l’organismo e l’ambiente, tra il mondo interno e quello esterno.

l'esistenza del giovane verso l'utopia, un non luogo immateriale che pedagogicamente si connota come i sogni, le aspettative, i desideri della persona. Tali istanze si trovano però spesso a collidere con le concrete possibilità di realizzazione dei progetti desiderati: il rapporto con la realtà dell'adolescente si carica perciò di conflittualità per l'impossibilità di concretizzarle. L'incertezza interiore che declina l'adolescente nasce dal desiderio di appagamento e dal senso di onnipotenza che permangono come residuo dell'infanzia. Crescendo l'adolescente impara a mitigarsi. La fase successiva è quella dell'adultità. A volte, però, accade che l'individuo non riesca o non voglia crescere e che resti prigioniero nella fase adolescenziale. Ciò porta l'individuo a non riesce a realizzare alcun progetto di vita perché privo del senso di realtà. Da ciò si capisce come le stagioni della vita non siano un passaggio cronologico ma caratterizzate da maturità, adultità, saggezza. L'adultità è la stagione della vita in cui l'individuo è posto difronte a delle responsabilità, a scelte e capace finalmente della piena realizzazione esistenziale. La categoria pedagogica che più di tutte rappresenta la persona nell'età adulta è la scelta. Avendo raggiunto pienamente lo status di persona matura e responsabile attraverso le scelte che compie, agisce e interagisce con la realtà. L'essere persona dell'adulto si esplica innanzitutto nel personale rapporto con sé stesso, con ciò che lo caratterizza come essere unico, quindi con la sua identità. Duccio Demetrio identifica quattro fasi peculiari dell'età adulta: 1) "la ricerca della conformità" ( ovvero la ricerca del proprio progetto esistenziale) 2) "la mancanza di sincronia" (una consapevolezza profonda sulle scelte intraprese) 3) " la presa di distanza" (caratterizzata dalla coscienza della propria finitudine e dalla necessità di dialettalizzare sé stessi attraverso il dialogo interiore); 4) "la reintegrazione" (la consapevolezza didascalica dei fatti della vita e della necessità di stabilire una relazionalità autentica e disinteressata). Nasce a questo punto ciò che si dice "l'uomo" e la "donna", cioè la personalità maschile e quella femminile. L'ultima stagione umana è la senescenza , età che segna il confine temporale della vita che volge al declino. All'anziano nella tradizione veniva riconosciuto un ruolo di maestro, di guida, educatore e testimone della memoria culturale e sociale. Per questi compiti che assolveva l'anziano era temuto e rispettato. Questa immagine si ribalta completamente nella nostra società globalizzata ed efficientista che disconosce gli anziani in qualsiasi ruolo sociale o personale, relegandoli ai margini della società. vengono percepiti come emarginati e fuori tempo. Questa negazione dell'anziano implica una riflessione sulle cause di questa estromissione che è ben radicata in ragioni meramente economiche. L'anziano infatti non è più un consumatore e un fruitore di beni materiali. Ma maieuticamente parlando l'anziano recupera gli episodi più importanti che ha vissuto e li rilegge conferendogli nuovi significati. Secondo tali modalità ascende verso la consapevolezza di sé, manifestando il passato nel presente. È così che la memoria personale della senescenza diventa un elemento imprescindibile di costruzione di sé stessi e della propria identità.

Il riconoscimento dell'altro come fondazione etica della civile convivenza L'Altro si presenta come l'elemento fondamentale per la formazione dell'identità; è depositario di tanti tratti culturali, convenzioni e credenze differenti dalle nostro. In una società dominata dalla globalizzazione dell'omologazione ciò risulta quanto mai importante. Abbiamo già visto come nella storia l'incontro con l'altro sia spesso stato traumatico. Il problema risiede nel fatto che oggi l'incontro tra due culture completamente diverse non è caratterizzato da una fusione di esse che genera uno scambio equilibrato, ma la cultura ricettiva è minacciata nella sua propria essenza. La globalizzazione dell'economia ha innescato profondi cambiamenti nella società, infatti secondo la logica di mercato e di profitto, l'economia acquisisce le su basi esclusivamente sulla produttività, restando indifferente ad esempio alla comunicazione, la relazione umane, l'educazione, l'istruzione, la sanità quindi alla vita dell'uomo stessa. Per contrastare tale fenomeno risulta fondamentale l'educazione multiculturale, in cui si possano far conoscere agli studenti le caratteristiche principali della cultura tipica di altri gruppi. La consapevolezza culturale fa scaturire il rispetto reciproco, che a sua volta è necessario per istaurare un dialogo. Sappiamo come il riconoscimento di sé stessi sia un passo fondamentale per il riconoscimento dell'altro. In tal senso la mancata accettazione del diverso non è solo sintomo di chiusura e ignoranza, ma anche in riflesso più diretto della mancata conoscenza di noi stessi. Se il soggetto non riconosce sé stesso, non riuscirà a scoprire l'identità dell'altro e questo lo porterà a vederlo come una minaccia per la sua integrità L'Altro per eccellenza è lo straniero. per Freud, lo straniero è dentro di noi, e quando lottiamo contro lo straniero, lottiamo contro il nostro inconscio... esso non parla di straniero ma di estraneità dentro di noi Lo straniero è sempre portatore di istanze e stimoli nuovi, di cambiamento per la comunità che lo accoglie. Il rischio reale, riferendoci all'incontro con lo straniero, nella nostra società governata dalle logiche di mercato, è quello di confondere i conflitti di interessi con quelli di identità. Basti pensare alle "guerre sante", dell'Occidente verso i Paesi medio orientali molto ricchi. Ma la negazione dell'altro implica drammatiche conseguenze: disconoscendo l'alterità, isolandola all'interno di barriere di indifferenza, ci scontreremo con noi stessi, rischiando la chiusura nel solipsismo. Purtroppo, il presente restituisce troppo spesso episodi di disconoscimento e violenza nei confronti dell'altro. Ciò significa intraprendere un cammino di solitudine, una sorta di esilio volontario, come scrive Martha Nassbaum. Ancora la studiosa afferma che deve essere compito degli educatori mostrare agli studenti la bellezza del mondo aperto. CAPITOLO IV L'educazione come costruzione dell'intersoggettività L'educazione è il processo di trasmissione culturale e di integrazione sociale mediante il quale, all'interno di determinate condizioni storiche, ambientali e relazionali, si struttura la personalità umana. Il compito specifico della pedagogia è

come obiettivo dotare l'uomo della facoltà di conoscere e discernere con criticità le notizie e farlo garante di autonomia di pensiero per non permettergli omologazione totale. Aprendo un normale social network possiamo vedere come la gente non sia attualmente in grado fare ciò, lo dimostrano le continue notizie false condivise, inventate per far leva sul senso di rabbia e frustrazione della gente.

 La seconda categoria all'interno della dinamica formativa è la motivazione. È

la spinta che anima il soggetto e lo investe della forza necessaria a intraprendere e realizzare un qualsiasi progetto. Bisogna stare attenti a non confonderla con quelle tecniche aziendali e certe strategie didattiche in cui motivare il soggetto significa fargli intravedere premi, promozioni o voti alti. La motivazione alla quale facciamo qui riferimento è quella scintilla profonda che anima la persona, che gli dà la forza di affrontare le avversità e le sfide della vita nel tentativo continuo di vivere pienamente la propria esistenza. La mancanza di motivazione oggi è un problema pressante e complesso che riguarda soprattutto i giovani, oggi sempre più poveri di una dimensione progettuale. Infatti, il raggiungimento di certi traguardi è sempre più problematico e la mancanza di motivazione si traduce nel fallimento del proprio progetto esistenziale. Il nichilismo che serpeggia tra la gioventù contemporanea, che Umberto Galimberti definisce "ospite inquietante", rischia di soffocare sul nascere le speranze, le aspettative e i progetti di un'intera generazione che schiacciata da verità presunte come "vai avanti solo se sei raccomandato", "è inutile studiare, la laurea non serve perché non c'è lavoro", miste a reali condizioni di difficoltà, diviene preda della svalutazione delle proprie capacità e potenzialità

 La terza categoria è quella della scelta. È la capacità di assumersi un impegno,

di caricarsi di una responsabilità, una variabile della vita sempre più relegata e rifiutata. Scegliere nel mondo moderno è difficile. Scegliere chi essere, chi apparire, chi diventare, a quale categoria appartenere. Scegliere presuppone innanzi tutto di conoscersi, richiamando il motivo socratico. Solo conoscendo i miei talenti, i miei limiti e le mie tensioni, adottando scelte dettate da meschine logiche di mercato, sarò capace di intraprendere strade personali e autentiche che restituiscano dignità alla mia coscienza. La coltivazione è la capacità di impegnarsi per realizzare un determinato progetto. Anch'essa è interessata da processi di impoverimento, essendo sempre più limitata, nell'era del tutto e subito, la capacità di investire tempo ed energie per la realizzazione di un determinato obiettivo. Un aspetto subdolo della modernità è il porre il soggetto nella comoda veste di consumatore. Bauman parla di "oziosità del progresso" Ciò sminuisce la sua sfera di laboriosità e creatività, infondo perché impegnarsi quando è tutto a portata di mano? La sfera dei bisogni umani si esaurisce nello scaffale del supermercato e nella lista dei canali della televisione. Quello di cui l'uomo ha bisogno è il denaro per soddisfare questi desideri. L'uomo, scrive Fromm è l'uomo è infinitamente più che un semplice consumatore passivo, in quanto il suo animo richiede un riscatto morale che restituisca integrità e senso di esistenza anche se al giorno d'oggi esso viene identificato più con un "io ho" piuttosto che con un "io sono".

 Altra categoria fondamentale della formazione è la cura che si presenta in

particolare riferimento all'alterità. Oggi le opportunità di scambio tra uomini e gruppi sociali sono tantissime, moltiplicate e accelerate dal progresso che ha generato una rivoluzione delle modalità di incontro e comunicazione dotando l'essere umano di una serie di requisiti potenziali con i quali può intessere reti di rapporti sempre più fitti e intricati. Tuttavia, proprio nel tempo dell'efficienza delle comunicazioni si registra una crisi di relazioni autentiche e qualitativamente significative. Per Aristotele "amicizia" era l'insieme delle disposizioni morali e affettive dell'uomo dei confronti dei suoi simili. Oggi, sempre più svilito e sfibrato, è relegato a "accettare l'amicizia su Facebook". Ma l'incontro con l'altro, la relazione intersoggettiva, l'esperienza autentica dell'alterità sono qualcosa di estremamente determinante nella formazione del soggetto. La cura è la categoria che pedagogicamente parlando potremmo definire come summa delle attitudini più intime dell'animo umano. Attraverso la cura l'uomo ha la possibilità di aprirsi al dialogo autentico con l'altro, di accoglierlo e farsene carico. Il simbolo per eccellenza è la madre, che si prende cura del suo piccolo, nutrendolo, cullandolo, emozionandosi nel vederlo crescere. Questa categoria sempre essere l'antidoto perfetto al disfacimento dell'essere moderno. Se l'uomo riconosce come impegno, come progetto il prendersi cura dell'altro, ovvero il farsi carico dei bisogni, delle aspettative e delle esigenze del proprio simile, verranno meno tutte le barriere culturali, sociali, politiche ed economiche che impediscono al soggetto di entrale in relazione profondo con l'altro e col sé. La formazione si esplica poi attraverso la categoria degli eventi che irrompono nell'umana esistenza proponendo sfide e interrogativi sempre nuovi. Si può intendere come uno stimolo al continuo miglioramento di sé che si realizza nella dimensione intersoggettiva e tende incessantemente verso l'ultima categoria che è quella dell' utopia , cioè quei orizzonti esistenziali capaci di appagare; l'utopia è quell'inquietudine che accompagna l'uomo da sempre e per sempre ma che al contempo lo investe della vitalità necessaria a spendere positivamente la straordinaria opportunità dell'essere nel mondo. Educare alla pluralità nella società del Melting Pot se fino a pochi anni fa la questione relativa alla pedagogia e all'educazione interculturale si poneva come orizzonte avanguardistico, oggi, nell'era della globalizzazione, il problema è divenuto di estrema attualità, interessando ogni giorno contesti educativi sempre più ampi. Il confronto interetnico rappresenta oggi una delle realtà più difficili e delicate. L'internazionalizzazione del mercato economico e l'infittirsi dei flussi migratori hanno modificato gli orizzonti culturali dell'uomo contemporaneo la cui esistenza è destinata, oggi più che mai, a vivere il confronto continuo con l'alterità culturale, religiosa, politica ed economica. Il rapporto tra la struttura sociale e il processo formativo, a lungo indagato all'interno della ricerca pedagogica, è ancora oggi la chiave di volta per comprendere i problemi dell'educazione e costruire ipotesi teoriche e operative finalizzate alla loro risoluzione. Proprio per questo le scienze dell'educazione e tutte le scienze umane in generale si occupano di analizzare, descrivere e interpretare quelle che sono le dinamiche che caratterizzano il mondo contemporaneo. Tali dinamiche sfuggono a un'indagine lineare