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Shitposting: funzione e utilità, Appunti di Semiotica

Breve saggio sul ruolo della pratica dello shitposting

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 17/08/2022

daniluopetrassi
daniluopetrassi 🇮🇹

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In un momento storico in cui, grazie all’esplosione del web e all’evoluzione di quella viene
definita la cybercultura, prendono piede sempre di più nuove figure, come il classico e ormai
consolidato Youtuber, lo Streamer, il Gamer, l’Influencer e così via, e tra tutte queste figure non
possiamo non nominare lo Shitposter. Nel 2017 l’American Dialect Society ha stilato una lista di
parole ritenute le più utilizzate e le più significative per rappresentare l’anno a cui fa riferimento, e
proprio in questo particolare anno che emerge la parola ‘shitposting’ (tradotto letteralmente
‘caccapostaggio’) che si guadagna il titolo di parola digitale dell’anno. Ma cos’è questo shitposting?
Possiamo descriverlo brevemente come una pratica digitale nata nel 2016 sui vari social
network più comuni, in stretto contatto con la pratica che consiste nel divulgare le ‘fake news’ che
stavano spopolando durante la corsa alla Casa Bianca tra Donald Trump e Hillary Clinton. Ma nel
giro di poco tempo lo shitposting diverrà un fenomeno a se stante ponendosi come una sorta di
nemesi (ironica) per eccellenza dalle fake news.
Lo shitposting nasce come metodo, o meglio come approccio, in cui utilizzando meme,
battute e contenuti totalmente fuorvianti in una determinata discussione, si viene a creare una sorta
di spostamento del topic che è in corso, in altre parole si dirotta la discussione in corso (che ad
esempio può essere a sfondo politico), partecipando ad essa pubblicando contenuti che non
c’entrano assolutamente nulla, sfociando apparentemente in una sorta di trolling. Seppure possa
sembrare una modalità simile a quella della veicolazione delle fake news, in realtà l’approccio degli
shitposter è totalmente differente, poiché le prime tendono ad alimentare l’opinione pubblica con
una serie di contenuti che mirano ad avere un certo effetto e una certa influenza su coloro che li
leggeranno, mentre i secondi smontano questo processo tramite un sabotaggio metodico, in cui non
vogliono sindacalizzare o giudicare una tale notizia, ma in cui si mira a decostruire il potere che
possono avere determinate notizie se trattate e comunicate in modo sbagliato, utilizzando le loro
armi a disposizione – per lo più meme. Dunque, lo shitposting nasce come reazione ad un certo tipo
di atteggiamento, ritenuto sbagliato, nello stare sui social network, e inizialmente con questa pratica
si faceva riferimento alla pubblicazione di contenuti ritenuti inutili o irrilevanti con il semplice
scopo di provocare gli altri.
Ma qual è il nesso tra shitposting e di conseguenza tra gli shitposter e la depressione?
Prendendo in considerazione un articolo intitolato Shitposting is an art, if history is any indication
di Sam Grezszes, l’autore ci invita a tracciare un parallelo tra la pratica dello shitposting presente
sui social network e quello che è stato il movimento, anzi l’anti-movimento artistico per eccellenza,
il Dadaismo. L’articolo si apre con una frase apparentemente molto semplice, ma al contempo
molto insidiosa «There are few feelings more uncomfortable and alienating than explaining a
shitpost to somebody who is unfamiliar with shitposting». Cosa fanno quindi questi shitposter?
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In un momento storico in cui, grazie all’esplosione del web e all’evoluzione di quella viene definita la cybercultura, prendono piede sempre di più nuove figure, come il classico e ormai consolidato Youtuber , lo Streamer , il Gamer , l’ Influencer e così via, e tra tutte queste figure non possiamo non nominare lo Shitposter. Nel 2017 l’ American Dialect Society ha stilato una lista di parole ritenute le più utilizzate e le più significative per rappresentare l’anno a cui fa riferimento, e proprio in questo particolare anno che emerge la parola ‘shitposting’ (tradotto letteralmente ‘caccapostaggio’) che si guadagna il titolo di parola digitale dell’anno. Ma cos’è questo shitposting? Possiamo descriverlo brevemente come una pratica digitale nata nel 2016 sui vari social network più comuni, in stretto contatto con la pratica che consiste nel divulgare le ‘fake news’ che stavano spopolando durante la corsa alla Casa Bianca tra Donald Trump e Hillary Clinton. Ma nel giro di poco tempo lo shitposting diverrà un fenomeno a se stante ponendosi come una sorta di nemesi (ironica) per eccellenza dalle fake news. Lo shitposting nasce come metodo, o meglio come approccio, in cui utilizzando meme, battute e contenuti totalmente fuorvianti in una determinata discussione, si viene a creare una sorta di spostamento del topic che è in corso, in altre parole si dirotta la discussione in corso (che ad esempio può essere a sfondo politico), partecipando ad essa pubblicando contenuti che non c’entrano assolutamente nulla, sfociando apparentemente in una sorta di trolling. Seppure possa sembrare una modalità simile a quella della veicolazione delle fake news, in realtà l’approccio degli shitposter è totalmente differente, poiché le prime tendono ad alimentare l’opinione pubblica con una serie di contenuti che mirano ad avere un certo effetto e una certa influenza su coloro che li leggeranno, mentre i secondi smontano questo processo tramite un sabotaggio metodico, in cui non vogliono sindacalizzare o giudicare una tale notizia, ma in cui si mira a decostruire il potere che possono avere determinate notizie se trattate e comunicate in modo sbagliato, utilizzando le loro armi a disposizione – per lo più meme. Dunque, lo shitposting nasce come reazione ad un certo tipo di atteggiamento, ritenuto sbagliato, nello stare sui social network, e inizialmente con questa pratica si faceva riferimento alla pubblicazione di contenuti ritenuti inutili o irrilevanti con il semplice scopo di provocare gli altri. Ma qual è il nesso tra shitposting – e di conseguenza tra gli shitposter – e la depressione? Prendendo in considerazione un articolo intitolato Shitposting is an art, if history is any indication di Sam Grezszes, l’autore ci invita a tracciare un parallelo tra la pratica dello shitposting presente sui social network e quello che è stato il movimento, anzi l’anti-movimento artistico per eccellenza, il Dadaismo. L’articolo si apre con una frase apparentemente molto semplice, ma al contempo molto insidiosa «There are few feelings more uncomfortable and alienating than explaining a shitpost to somebody who is unfamiliar with shitposting». Cosa fanno quindi questi shitposter?

Possiamo dire che colui che shitposta, non solo e non per forza condivide – o forse sarebbe più corretto dire ‘posta’ – contenuti o meme che fanno riferimento alla depressione e ai temi che abbiamo evidenziato finora, ma è colui che in maniera quasi compulsiva sviluppa un rapporto di posting seriale sui social network; in media uno shitposter condivide dai dieci ai venti contenuti al giorno^1 , sviluppando una certa attitudine a tratti reazionaria che sia in grado di mettere in discussione il rapporto che di solito si intrattiene con un social network; quindi, il loro atteggiamento rappresenta una modalità di comunicazione che in un cero senso smonta le modalità e le prassi tradizionali nel comunicare e postare sui social network. La relazione con il Dadaismo, e con i Dadaisti secondo Grezszes consisterebbe nella medesima attitudine che coinvolge i partecipanti, pensiamoci un attimo, il Dada nasce in un contesto storico in cui la guerra e le ingiustizie sociali schiacciavano il singolo, ma anche la collettività, sfociando in quella che Grezszes definisce una ‘rabbia culturale’, questa rabbia è stata convertita e utilizzata come strumento per creare un movimento che permettesse ai partecipanti di prendere una posizione distante e contrastante da ciò che stava succedendo nel mondo. Il Dada quindi si pone come (anti)movimento artistico e culturale caratterizzato dalla spregiudicatezza e della sfrontatezza in cui venivano smontate le norme sociali. Hugo Bell nel Manifesto del Dadaismo scrive: How does one achieve eternal bliss? By saying dada. How does one become famous? By saying dada. With a noble gesture and delicate propriety. Till one goes crazy. Till one loses consciousness. How can one get rid of everything that smacks of journalism, worms, everything nice and right, blinkered, moralistic, europeanised, enervated? By saying dada. Dada is the world soul, dada is the pawnshop. Dada is the world’s best lily-milk soap. Un altro aspetto del Dadaismo è relativo alla relativa possibilità che tutto possa diventare arte

  • in un mondo che la stava letteralmente distruggendo – e tra le figure principali non possiamo non nominare Marcel Duchamp e i suoi ready-made che hanno sancito uno strappo senza precedenti nella produzione artistica convenzionale. Ora, tornando all’articolo, Grezszes ci invita a riconoscere nello shitposting una sorta di nuovo dadaismo, in cui – proprio come allora – la società si ritrova in uno stato di sconvolgimento, di caos e di mancate certezze, in cui i più deboli vengono schiacciati e i più ‘forti’ non vengono intaccati, ma a differenza di allora (adesso) abbiamo uno strumento che può consentire a tutti di dar sfogo ai propri pensieri, ai propri turbamenti e alle proprie angosce esistenziali, ovviamente questo strumento sono i meme. (^1) Stima relativa ad un campionato di dati raccolti dall’autore in cui sono stati presi in considerazione una serie di utenti presenti nella sua lista di amici di Facebook che condividono dai dieci ai venti contenuti giornalieri, che vanno per lo più dai meme (delle volte riguardano meme a sfondo depressivo-suicidio) a tutta una serie di ‘stati’ che vengono condivisi e a loro volta ricondivisi da altri.