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Medea - Christa Wolf, Sintesi del corso di Letteratura

Sintesi e analisi dettagliata della Medea di Christa Woolf

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021
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Caricato il 06/07/2021

NinaVu
NinaVu 🇮🇹

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Christa Wolf - Medea. Voci
Il titolo del romanzo-Medea-ci mette immediatamente in un orizzonte mitologico. Qualsiasi lettore
che abbia familiarità con la letteratura classica identifica nel nome di Medea la donna che, travolta
dalla gelosia, uccide i figli avuti da Giasone. Da Euripide a Pasolini è infatti quella dell’infanticida
l’immagine che c’è stata tramandata.
Si rifà a Euripide ma anche a Seneca. Molto importante nella 900 per la riscrittura di Medea in
chiave:
Politica
Femminista
Si tratta di due momenti che vanno insieme, ma non manca una riflessione sui personaggi maschili.
Primo elemento originale: abbondanza di apparati paratestuali.
I personaggi sono indicati come “Le voci” perché sono tutti monologanti: si tratta appunto
dell’elemento teatrale del monologo. Il sottotitolo, voci, disegna una sorta di fondale frastagliato
accanto alla figura centrale. Da una parte evoca la traccia di altre Medee che parlano alla nostra
memoria letteraria; dall’altra il termine invito all’ascolto del romanzo, introducendo uno degli
elementi importanti del testo: sguardo incrociato, ovvero la molteplicità dei punti di vista rispetto
alla protagonista.
Del tutto inconsueta nel romanzo contemporaneo è la presentazione dei personaggi, più esattamente
delle voci protagoniste, redatta nella forma propria del testo teatrale, con tanto di indicazione, anche
per gli altri personaggi che non sono voci, della provenienza e del ruolo loro assegnato sulla scena
del romanzo. Sei una te, da un punto di vista spaziale, risulta subito divisa in modo bipolare,
secondo i due toponimi Colchide e Corinto.
Altri personaggi: in questa sezione troviamo anche alcuni personaggi, che non sono propriamente
“voci”, e che ci aspetteremmo tra le voci in quanto protagonisti tra cui Creonte.
Riprendere i nomi e la genealogia: effetto molto realistico che permette di individuare subito il
mito. Creonte non parla a parlare sono i due astronomi del re che parlano per lui. Si tratta appunto
di una variante: farlo parlare attraverso personaggi fittizi. Gli altri personaggi non parlano,
compaiono indirettamente attraverso le voci che raccontano di loro.
Paratesti: apertura con citazioni che tematizzano il tempo (i miti sono molto lontani nel tempo).
Tant’è che il tempo è un tema importante di questo romanzo.
Prologo:
Parte in posizione di prologo anche se non così definito
Riguarda la storia narrata ma è anche estraneo ad essa: Viene infatti riportato in corsivo
Il prologo è presentato in un corsivo senza titolo: ancora riconosciamo una traccia teatrale. È
l’autrice che interviene sul proscenio del testo. Attraverso la sua voce, ovvero la voce narrante, si
determina un procedere verso il passato. Di qui l’incontro, e lo sguardo di intesa con la
protagonista, ancora anonima, seppur immediatamente definita dalla domanda che enuncia il nodo
ideologico del testo: «Infanticida? Ecco, per la prima volta, il dubbio».
Sostenuto dal gesto amicale della mano tesa e dell’lessico dell’incontro, il «noi» tende a includere
anche il lettore chiamandolo a una compresenza, sottolineata nello stacco finale da un invito
all’ascolto: «adesso udiamo le voci».
Wolf motiva il suo accostamento al mito in veste di scrittrice e quindi in un linguaggio letterario.
Acronia: il mito c’è ma non nelle condizioni in cui si è manifestato all’inizio. È come se
interrogasse Medea: “è vero che hai ucciso i tuoi figli?”. Il dubbio non viene sciolto.
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Christa Wolf - Medea. Voci Il titolo del romanzo-Medea-ci mette immediatamente in un orizzonte mitologico. Qualsiasi lettore che abbia familiarità con la letteratura classica identifica nel nome di Medea la donna che, travolta dalla gelosia, uccide i figli avuti da Giasone. Da Euripide a Pasolini è infatti quella dell’infanticida l’immagine che c’è stata tramandata. Si rifà a Euripide ma anche a Seneca. Molto importante nella 900 per la riscrittura di Medea in chiave:  Politica  Femminista Si tratta di due momenti che vanno insieme, ma non manca una riflessione sui personaggi maschili. Primo elemento originale: abbondanza di apparati paratestuali. I personaggi sono indicati come “Le voci” perché sono tutti monologanti: si tratta appunto dell’elemento teatrale del monologo. Il sottotitolo, voci, disegna una sorta di fondale frastagliato accanto alla figura centrale. Da una parte evoca la traccia di altre Medee che parlano alla nostra memoria letteraria; dall’altra il termine invito all’ascolto del romanzo, introducendo uno degli elementi importanti del testo: sguardo incrociato, ovvero la molteplicità dei punti di vista rispetto alla protagonista. Del tutto inconsueta nel romanzo contemporaneo è la presentazione dei personaggi, più esattamente delle voci protagoniste, redatta nella forma propria del testo teatrale, con tanto di indicazione, anche per gli altri personaggi che non sono voci, della provenienza e del ruolo loro assegnato sulla scena del romanzo. Sei una te, da un punto di vista spaziale, risulta subito divisa in modo bipolare, secondo i due toponimi Colchide e Corinto. Altri personaggi: in questa sezione troviamo anche alcuni personaggi, che non sono propriamente “voci”, e che ci aspetteremmo tra le voci in quanto protagonisti tra cui Creonte. Riprendere i nomi e la genealogia: effetto molto realistico che permette di individuare subito il mito. Creonte non parla a parlare sono i due astronomi del re che parlano per lui. Si tratta appunto di una variante: farlo parlare attraverso personaggi fittizi. Gli altri personaggi non parlano, compaiono indirettamente attraverso le voci che raccontano di loro. Paratesti: apertura con citazioni che tematizzano il tempo (i miti sono molto lontani nel tempo). Tant’è che il tempo è un tema importante di questo romanzo. Prologo:  Parte in posizione di prologo anche se non così definito  Riguarda la storia narrata ma è anche estraneo ad essa: Viene infatti riportato in corsivo Il prologo è presentato in un corsivo senza titolo: ancora riconosciamo una traccia teatrale. È l’autrice che interviene sul proscenio del testo. Attraverso la sua voce, ovvero la voce narrante, si determina un procedere verso il passato. Di qui l’incontro, e lo sguardo di intesa con la protagonista, ancora anonima, seppur immediatamente definita dalla domanda che enuncia il nodo ideologico del testo: «Infanticida? Ecco, per la prima volta, il dubbio». Sostenuto dal gesto amicale della mano tesa e dell’lessico dell’incontro, il «noi» tende a includere anche il lettore chiamandolo a una compresenza, sottolineata nello stacco finale da un invito all’ascolto: «adesso udiamo le voci». Wolf motiva il suo accostamento al mito in veste di scrittrice e quindi in un linguaggio letterario. Acronia: il mito c’è ma non nelle condizioni in cui si è manifestato all’inizio. È come se interrogasse Medea: “è vero che hai ucciso i tuoi figli?”. Il dubbio non viene sciolto.

Inizialmente, abbiamo una prima voce femminile, in forma di epigrafi, con la citazione da Elisabeth Lenk, attraverso la quale l’autrice annuncia un principio caratteristico del romanzo moderno: quello dell’acronia. C’è da notare che Lenk utilizza acronia come incastro di epoche congiunte insieme. Ma nella tecnica narrativa della Wolf, che pur perseguendo la linea del ricordo, tipico dello Stream of Consciousness, opera sulla successione degli eventi narrati: la fuga dalla Colchide, la violenza di Corinto e l’emarginazione finale. Testi più antichi (Euripide) le parlano con più chiarezza di altri. Prospettiva del recupero per l’antico: non importa da quale prospettiva, per ciascuno è diverso. Pudore e tabù: due parole chiave nei confronti del mito. La scrittrice propone un approccio diverso nei confronti del mito e non sommario. Una parte di noi va verso mito che abbiamo evocato se vogliamo scrivere un’opera letteraria. Dobbiamo dare una parte di noi al mito. Epigrafe, presentazione, prologo. Tre passi per entrare nell’edificio centrale del testo, costituito da 11 capitoli numerati e intestati ai sei personaggi con diritto di parola. Sono le voci del romanzo: Medea, Giasone, Agraneda, Acamante, Glauce e Leuco. Ben visibile e la struttura tettonica adottata dalla Wolf. Quattro volte interviene Medea, che apre chiude la narrazione. A Giasone, come a Leuco è assegnata una replica. Solo un intervento sentiamo invece da Agameda, Acamante e Glauce. Quest’ultima ha tuttavia una posizione centrale, il sesto capitolo, all’interno del romanzo. In realtà non si tratta propriamente di capitoli: si tratta piuttosto di monologhi che corrispondono alle diverse facce di un prisma, una struttura che segnala un’inquietudine strumentale, sottolineando la solitudine dei singoli personaggi, la cui voce resta sigillata tra le pagine bianche che dividono i capitoli. È il segno del conflitto radicale che separa gli individui isolandoli uno dall’altro. Interessante è il modo con il quale si compensa l’assenza dell’intervento autoriale: le voci risultano filtrate dalle 11 citazioni che precedono, orientandolo, l’ascolto del personaggio. Paradossalmente muta, la voce narrante, la scrittrice si serve di questa rete di voci secondarie che innervano tutto il testo per introdurre il suo punto di vista.  Apertura primo monologo: citazione fuori dal testo. Ce n’è una per ogni monologo. Prima citazione è presa da Seneca. Quindi il primo monologo è aperto nel segno di Seneca.  Apertura secondo monologo: Platone, Simposio, citazione legata a Giasone. Tale citazione richiama l’impulso del maschio a restare nella memoria conquistandosi nome immortale per l’eternità.  Apertura terzo monologo: parla Agameda, la citazione è presa dalla Medea di Euripide. La situazione di Euripide annuncia la perfidia di Agameda. Creonte teme la sapienza di Medea, si aspetta una ritorsione contro la sua cattiva azione.  Apertura quarto monologo: parla Medea, citazione presa nuovamente da Seneca.  Apertura quinto monologo: parla Acamante, secondo astronomo di Creonte, il monologo è aperto da Catone. Principio fondamentale è quello di tenere le donne in uno stato di inferiorità per non scoprire la loro superiorità.  Apertura sesto monologo: parla Glauce, è aperto da una citazione di Bachman. La figlia del re con difficoltà acquista personalità attraverso le versioni. Lei si interroga sul rapporto con il padre la sorella morta, della quale il padre e la madre hanno nascosto le tracce. Viene esplicitato un trauma che in Glauce si manifesta attraverso l’epilessia: Medea attraverso il dialogo con Glauce e cerca di tirar fuori la causa.  Apertura settimo monologo: da Girard. Parla Leuco. Riferimento al capro espiatorio: collocando la causa ad una persona concreta, si elimina la persona e si elimina il male. Non ci si interroga sulle vere ragioni.

femminile ad esempio, che lenisce le ferite, fondano i capelli dei figli o sfiora nel ricordo il corpo di Giasone, Scandiscono lungo il testo il linguaggio fidato dei sensi:  Gusto: «lecca l’umido che strillava dalle pareti»  Olfatto: «sentite la composizione dell’aria cambiava»  Udito: «udire il suono», «quel che avanzava strisciando aveva appreso a muoversi senza rumore, e senza produrre spostamenti d’aria».  Vista: «quando gli occhi si furono orientati nell’oscurità», «vidi la regina»  Tatto: «nell’oscurità totale i miei polpastrelli trovarono ciò che cercavano» Donna di semenza vigile e ostinata, la barbara della Colchide nega la separazione tra pubblico e privato e non riconosce altra autorità se non quella del proprio intuito. È questo suo secondo sguardo che la spinge a seguire Merope, regina muta e sepolcrale, fin nelle viscere della suntuosa casa reale carpendone il segreto murato nel sottosuolo: nel timore di perdere il trono il re creo un te le ha ucciso la figlia primogenita, Ifinoe. Me dea, attraverso il tatto, scopre il “cranio infantile”, “scapoli sottili”, “friabile colonna vertebrale”. Sempre durante il monologo di Medea, quest’ultima informa che hai trascorso la notte con Giasone e che proprio in quell’occasione aveva visto l’eroe piangere per la prima volta. Propone un paragone con gli uomini della Colchide che davano libero corso ai propri sentimenti: suo padre per esempio aveva pianto pubblicamente quando suo fratello era perito in un incidente; mentre a Corinto durante un funerale non si vedeva piangere nessun uomo, erano le donne a doverlo fare per conto degli uomini. Ci viene presentata la figura di Lissa, proveniente dalla Colchide e amica di Medea. È una donna che capisce e vede tutto, senza però pronunciare sentenze. Si immedesima, come dice Medea, in ognuno dei sentimenti dell’amica, alcune volte li coglie anche prima della stessa Medea. Lissa sa bene quando un uomo può piangere: per seguire e Medea sull’Argo e in un viaggio incerto Lissa lasciò un giovane colco che l’amava e al quale lei è affezionata. Ha messo al mondo Arinna, la figlia di lui, durante il viaggio, poi non ci furono uomini nella sua vita. Da qui parte il ricordo della Colchide, e più ne parla più accresce la nostalgia. Per i call chi che seguirono Medea, la separazione tra Medea e Giasone appare, a Medea come prova dell’inutilità della loro fuga. Fu Lissa a radunare, nella Colchide, quel piccolo drappello di colchi che voleva unirsi alla fuga. Giasone aveva percorso la Colchide come un cieco, non avevo capito nulla, si era misto totalmente nelle mani di Medea, ma quando segretamente salirono sulla nave in fuga, con il Vello intorno alle spalle, divenne un’altra persona. Scomparve ogni sorta di goffaggine. È proprio sulla nave che Medea sente per la prima volta la parola profughi: per gli argonauti loro non erano altro che profughi. Qui apprendiamo che la madre di Medea, mentre la salutava sulla riva, le lasciò intendere che approvava la fuga di Medea. Si apre qui una spiegazione sulla Vello, quella pelliccia, come le pellicce di tanti arieti della Colchide, era stata usata per estrarre loro. Gli argonauti interrogarono Medea sulla questione, un qualcosa che a Medea sembrava del tutto usuale e che invece per loro era fonte di grande agitazione: nella Colchide c’era loro. Se Medea lo avesse raccontato prima, l’impresa degli argonauti sarebbe stata più produttiva. Medea sostiene che solo a Corinto ha capito il significato del Vello. A Corinto infatti erano ossessionati dalla brama dell’oro: una cosa che lasciò sorpresa Medea era il fatto che il valore di un cittadino di Corinto si misurasse dalla quantità d’oro che possedeva, in base a questa si calcolavano i tributi che egli doveva pagare al palazzo. Pare che la divisione dei Corinzi in ceti diversi, sia la sola modalità in grado di rendere governabile un paese. Medea quindi chiede perché proprio oro. A risponderle è il primo astronomo del re Creonte, Acamante. Egli dice che sono i nostri desideri le nostre mogli a conferire valore a un materiale e disvalore a un altro: pare che il padre del re Creonte, con un unico divieto, rese l’oro un oggetto agognato a Corinto.

La conclusione del primo monologo vede Medea malata, confusa. E qualcuno cerca di aiutarla. Febbre di Medea: il delitto e il male che ne derivano inquinano Medea. Secondo monologo: Giasone Giasone cerca di interpretare l’incontro con Medea. La citazione è tratta da Platone: «potente è l’impulso degli uomini a restare nella memoria e a conquistarsi un nome immortale per l’eternità». Tema fondamentale è quello della fama immortale. I Corinzi raccontano le gesta degli argonauti come qualcosa accaduto in un tempo lontano al punto tale che nessuno più riconosce Giasone, ancora vivo. Nel monologo, proprio rispetto a questa situazione si intravede un tono malinconico. Assieme al tono malinconico è presente anche un tono interrogante: Giasone oscilla tra la volontà di Creonte e dei Corinzi e il suo passato di eroe. Giasone, al contrario di Medea, è indeciso e soprattutto codardo. Lascia agire gli altri: sarà Creonte ad emanare l’editto con il quale Medea viene allontanata dalla corte. Lui quindi non agisce né a favore di Medea me contro di essa. Attraverso questa sua indecisione, Giasone appare come un personaggio più complesso e soprattutto umano. Caratteristica fondamentale è la sua debolezza che lo rende un personaggio pieno. Giasone ci informa che sin dall’inizio il rapporto tra Medea e Acamante fu un rapporto infelice: lei non voleva assecondarlo. Proprio per questo non si aspetta nulla di buono. Adesso Acamante è nemico di Medea. Secondo Giasone Medea deve aver provocato l’astronomo del re. Pare infatti che questo cerchi di scoprire quella vecchia storia secondo la quale Medea a suo tempo avrebbe ucciso il fratello: Giasone deve pronunciarsi, nel consiglio, su questa accusa. Non è dunque la vita di Giasone ad essere in pericolo ma è quella di Medea: egli però asserisce che ella è sua moglie. Parte qui il ricordo della Colchide e della prima volta in cui vide Medea. Racconta quindi la prima volta in cui mise piede nella Colchide, la terra più orientale, la più straniera di tutte, grazie alla quale gli sembrava ormai certa la sua fama postuma. Un paese barbaro con costumi barbarici, ragazze dalla pelle bruna e dai capelli scuri. Ma tra tutte le usanze la più raccapriccianti le modalità di seppellire i corpi, nella Colchide, gli lascia ancora un brivido. Questa modalità verrà poi spiegata dalla stessa Medea: i colchi seppellivano solo le donne; i cadaveri degli uomini venivano appesi tra gli alberi, perché gli uccelli potessero spolparli fino allo scheletro. Poi questi scheletri venivano custoditi in caverne nella roccia: era un sistema pulito e rispettoso. Parla poi di Medea, somma sacerdotessa di Ecate, che provocò in lui un senso di magia: «mi ha sgridato», «devo trovare le armi adatte a non farmi abbindolare di nuovo». Giasone colto di sorpresa, non appena arrivato nella Colchide, rivela a questa donna so che sono il re doveva sapere. In questa parte viene un un continuo di flashback e flashforward che si alternano all’interno del monologo. Medea si comporta in un modo che Giasone non riesce a decodificare, per questo motivo gli crea spaesamento e timore. Figlia del re e sacerdotessa riveste per i colchi un ruolo importante, quasi sciamanico. Pare che l’atteggiamento di Acamante verso Medea è cambiato quando lei ha allontanato la carestia che dopo due anni di siccità minacciava Corinto: Medea ha portato le sue arti anche a Corinto. Essa non ha utilizzato sortilegi, semplicemente ha divulgato la sua conoscenza delle piante selvatiche commestibili e costrinse i Corinzi a mangiare carne di cavallo: in questo frangente siamo all’interno dell’infrazione del tabù nei confronti della carne di cavallo. I Corinzi e spiano il senso di colpa dopo che Medea li ha stregati. Il primo ad assaggiare la carne di cavallo fu Giasone, mentre Medea impassibile stette a guardare come il boccone gli restava in gola. Giasone poi non ricorda in che modo lo indusse a confessare davanti a tutto il popolo di aver mangiato carne di cavallo. Ma la punizione degli dei non lo aveva

l’ha seguita. Non si può difendere qualcuno da accuse pretestuose: se fossi andato con lei avrebbe peggiorato la loro situazione (così asserisce Giasone). A poco a poco durante il monologo il bello diventa qualcosa di banale. «Il Vello giace in mezzo a tante altre oblazioni presso l’altare di Zeus e ammuffisce». Aura mai perso il suo scopo di recuperare il regno. Solo Medea, colei che sa consigliare provvedere, potrebbe consigliarlo ma egli è diviso tra la volontà di sottostare a Creonte e chiedere consiglio a Medea. Terzo monologo: Agameda È un personaggio assolutamente negativo, proviene dalla Colchide e un tempo era allieva di Medea. Particolare l’epigrafe con la quale viene introdotta Agameda. Si tratta di una citazione dalla Medea di Euripide nella quale Creonte asserisce che “se le donne non sono neanche capaci di bene, sono tuttavia maestre del male”. Il monologo di Agameda inizia con una soddisfazione da parte della ex allieva, finalmente ha visto impallidire Medea, come a volerla incontrare nel suo intimo. Agameda viene a sapere della febbre alta di Medea, in quel momento comprese che aveva bisogno di aiuto: poteva finalmente avverare il suo più intimo desiderio. Sin dalla sua infanzia, infatti, sperava di poter diventare la sua assistente, di rimanere al suo capezzale, di curarla e servirla, per poter ricevere finalmente la sua gratitudine, il suo amore. Ma proprio in quel momento Lissa la scaccia via, come se fosse stata lei ad augurare a Medea quella malattia. Da qui parte il monologo di Agameda. Anche lei, come suggerisce del resto il nome è diventata una guaritrice. Presbo, organizzatore dei giochi di Corinto, proveniente anche lui dalla Colchide è un arrampicatore sociale, traditore di Medea, ha raccomandato Agameda ai suoi amici e sostiene che quest’ultima stia diventando di moda a palazzo. Anche Agameda, come Medea, si reca nelle case dei nobili in qualità di guaritrice. Il suo desiderio più profondo è quello di distruggere Medea: «il giorno in cui accadrà sarà per me il giorno più felice». Infatti insieme a Presbo si reca da Acamante per accusarla di aver seguito, durante la festa del re, la regina Merope. Infatti Agameda è l’accompagnatrice della figlia del re, Glauce, e prima che quest’ultima venisse colpita da una crisi di debolezza, vive la regina che lasciava la sala e subito dopo Medea. Una particolarità del monologo di Agameda è il fatto che dice di Acamante che «La parte della sua anima che ama di più continua ad essere legata a Medea, tanto che con una mano, quella che appartiene a righe, lavora contro di lei, e con l’altra, quella che porta al cuore quando li sentina dinanzi, seguita a tentare di attenuare la sventura che le sta apparecchiando». Pare comunque che il segreto su le cui tracce Agameda e Presbo si erano messi è così orribile che non è possibile utilizzarlo pubblicamente contro di lei. A tal proposito Presbo cerca di trovare un reato da utilizzare pubblicamente e che portasse allo stesso desiderio: distruggere Medea. La accuseranno dell’omicidio del fratello Apsirto. Il piano era geniale, perché lasciava aperte tutte le possibilità. Medea sarebbe stata accusata di aver ucciso suo fratello in Colchide. Ciò avrebbe dato ad Acamante il pretesto per procedere contro di lei. Agameda poi fa un ritorno al passato e alla sua infanzia: all’epoca il modo di vivere di Medea le sembrava l’unico desiderabile, e così dopo la morte della madre, riusciva a non essere totalmente triste. Medea era stata amica di sua madre, aveva cercato con tutte le sue arti, di salvarla, ma la febbre l’aveva consumata. Mai prima di allora Medea si adirò per la morte di qualcuno che lei aveva curato. Un fatto sconveniente anche per i colchi, perché ogni colco sa che esiste un limite alla capacità umana di guarire, oltre il quale gli dei stessi prendono le cose nelle loro mani. In questo modo, con un’eccessiva tristezza per i morti, come fanno i Corinzi, si manca di rispetto agli dei. Comunque sia, Medea accolse Agameda nel gruppo delle sue allieve, come aveva promesso a sua madre. Le insegnò tutto ciò che conosceva, ma rifiutò alla bambina l’affetto che desiderava, la teneva lontana da sé: una volta le disse che era stata costretta a trattarla con maggiore severità

affinché di lei non si potesse dire che preferiva la figlia della sua amica. Da quel momento comincio ad odiarla. Solo a Corinto, Medea, secondo ad Agameda, fece di nuovo attenzione alla ragazza, quando cioè si staccò dai bravi noiosi colchi, che nostalgicamente erano molto legati alla loro terra, e si mescolò ai giovani di Corinto. Il monologo di Agameda si conclude con un incontro con me dea, durante il quale Medea impallidisce, come ci viene presentato all’inizio del monologo. «Senti un po’, Agameda, disse senza preamboli, tu sai benissimo che io non ho niente a che fare con la morte di Apsirto. Allora ebbi una delle mie geniali ispirazioni. Dissi: e tu, Medea, dovresti sapere che una sorella può avere il fratello sulla coscienza in vari modi. Allora è impallidita, l’ho visto». Quarto monologo: Medea Questa volta Medea parla al fratello Apsirto. La donna asserisce che dopo tanto tempo ha sentito di nuovo nominare il suo nome, nella città di Corinto nella quale tutti si affaticano ad incolparla della sua morte. È in questo monologo che Medea racconta la verità, ciò che è accaduto in Colchide. Presentì la decadenza della Colchide come una malattia. Il modo in cui Eete, suo padre, governava la Colchidde irritava un gran numero di persone. Anche Idia, sua madre, sacerdotessa, come Medea, di Ecate. Il tempio di Ecate diventò il luogo in cui gli scontenti si incontravano, soprattutto i più giovani e Apsirto era sempre tra loro. Si scandalizzavano per la cocciutaggine di Eete, per l’inutile pompa della corte e chiedevano che il re utilizzasse i tesori del paese per dare impulso il commercio, alleviare la misera esistenza dei cittadini. A Corinto, invece, nessuno sembra turbarsi per la pompa del palazzo: i poveri che vivono nei villaggi sono rapiti e impressionati, positivamente, per le grandi feste del palazzo, per le quali sono costretti a fornire bestiame e cerali. In Colchide invece erano vivificati dalle antichissime leggende secondo le quali il loro paese era governato da regine e re giusti, abitato da persone che vivevano in armonia e tra le quali la proprietà era distribuita così equamente che nessuno invidiava l’altro o attentava ai suoi beni o addirittura alla sua vita. Il loro re, Eete, fossilizzato era l’ostacolo maggiore. Era ovvia l’idea che un nuovo re potesse cambiare le cose. Dalle donne che facevano parte del circolo venne l’audace idea di fare regina Calciope, sorella di Medea e Apsirto. È tramandato che nei tempi passati in Colchide le donne erano regine, e siccome Medea e i componenti del circolo erano in procinto di restaurare gli antichi costumi, alcuni dei più anziani ricordarono loro che un tempo in Colchide un re poteva regnare solo sette anni e poi al massimo altri sette e poi il suo tempo era scaduto e doveva lasciare l’incarico al suo successore. Rifacevano il calcolo: erano nel settimo anno del secondo incarico del re Eete, e tra di loro c’erano alcuni ingenui che ritenevano possibile che Eete si sarebbe dimesso spontaneamente, se solo si fosse riusciti a convincerlo che così obbediva a un’antica legge della Colchide. Ma, sostiene Medea, di aver sottovalutato Eete: quando il gruppo dei colchi delegati si presentò al re, questi era preparato. Invece di farsi comunicare che il periodo del suo regno era terminato, lì stupì raccontando in modo prolisso dell’uso antico, secondo il quale un re poteva regnare solo per due settennati, e dichiarando trionfalmente che lui si sarebbe piegato a quell’uso; più ancora, che avrebbe fatto esattamente ciò che avevano fatto i suoi antenati: per un girono solo si sarebbe dimesso dalla sua carica, e quel giorno sarebbe stato re della Colchide suo figlio, futuro successore, Apsirto. Gli scontenti, tra cui Medea, non riuscirono a reagire perché in quei giorni gli argonauti arrivarono nella Colchide e affinché non contrastassero i loro disegni, dovevano distrarli: non dovevano accorgersi di nulla. Quindi Eete per un giorno si dimise dal suo incarico e per un giorno Apsirto fu re. Ma Eete aveva escogitato un piano: aveva concepito l’idea di uccide Apsirto o di farlo uccidere. Pare che Apsirto venne ucciso da un gruppo di vecchie fanatiche, il cui scopo nella vita era quello di riuscire a far sì che in Colchide tutti vivessero in ogni minimo dettaglio come i loro avi. Quando fu mezzanotte e terminò il giorno da re di Apsirto, attraverso un ingresso che quella notte stranamente non era sorvegliato, le vecchie donne si sono introdotte nelle sue stanze, dove fu loro possibile trovarlo

per aiutare alcuni argonauti che erano stati feriti dai colchi. Non ebbe niente in contrario a diventare sua moglie anche perché altrimenti il re di Corcira, dove avevano cercato asilo, l’avrebbe consegnata alla seconda flotta di Colchide che aveva l’ordine di non tornare a casa senza Medea. La cerimonia nunziale si svolse nella grotta di Macride, l’antica dea, sotto la cui protezione si mise Medea, e depose tutti i suoi gioielli sul suo altare. Da allora non ha più portato gioielli: fu il suo voto alla dea. Non avere più gioielli significava, abbandonare il suo rango, non essere più figlia di re e regina, non più principessa, solo profuga. Con il passare del tempo anche le spalle e il corpo di Giasone si indurì come quello degli uomini di Corinto: divenne un uomo di corte. Quinto monologo: Acamante Primo astronomo del re. Quello di Acamante è un personaggio fortemente negativo. Vero e proprio stratega, l’astronomo riesce ad influenzare il re in ogni sua decisione. Egli è al corrente di tutti i segreti di palazzo, compreso il sacrificio della povera Ifinoe e non fa nulla per impedirlo. Questo perché, da intellettuale e osservatore, è perfettamente cosciente della rovina che si sta abbattendo su Corinto e sul fatto che non ci sia nulla per impedirlo. Acamante racconterà nel suo monologo la storia di Ifinoe. Era giovane quando accadde il misfatto. Nel consiglio c’erano due partiti, uno era fedele a Creonte, l’altro spalleggiava la regina Merope, il cui voto era importante, giacché secondo un costume antico da tempo diventato privo di senso, il re aveva ricevuto una corona della regina, la sovranità si ereditava il linea materna. All’improvviso le antiche leggi dimenticate parevano assumere nuovamente importanza, i due partiti si combattevano con asprezza. C’era la possibilità di un‘alleanza con una città limitrofa, che avrebbe reso Corinto sicura e inattaccabile, ma solo a condizione che, di quella città, Ifinoe potesse sposare il giovane re e in seguito succedere a Creonte. Molti membri del consiglio, tra i quali Merope, trovavano ragionevoli queste proposte, e altamente auspicabile la prospettiva di liberare Corinto dall’accerchiamento di svariate grandi potenze. Creonte era contrario. Consiglio non poteva fare approvare il nulla senza di lui o contro di lui. Merope era furente, era chiaro che il rifiuto del re era diretto contro di lei. Acamante Dice che lui era dalla parte del re. Creonte gli disse che non aveva senso, dopo la difficilissima esclusione di Merope da ogni sfera di influenza e di potere, esclusione che aveva richiesto molta astuzia pazienza e perseveranza, consolidare nella figlia Ifinoe e nelle donne che la seguivano la speranza in un nuovo matriarcato.E non che lui avesse qualcosa contro le donne, la storia dei popoli intorno al loro mare forniva sufficienti esempi di dinastie femminili ricche di successi. È presente un aspetto fondamentale del romanzo: l’autrice parte dal presupposto che dal matriarcato non possono discendere pulsioni distruttive. Anche Corinto quindi, come la Colchide, in passato poggiava le sue radici sul governo di donne, e non è un caso che la citazione che apre il monologo di Acamante, si riferisca proprio alle donne: “appena le donne saranno equiparate a noi ci saranno superiori “. (Tratto da Catone) L’opinione di Creonte rispetto ad un nuovo matriarcato gira intorno alla preoccupazione per il futuro di Corinto: tra battaglie e atrocità, intorno a Corinto si formavano stati all’altezza dei quali non si poteva essere una Corinto guidata dalle donne, alla vecchia maniera Ribellarsi contro il corso del tempo non aveva senso. Il prezzo che si doveva pagare per questo era molto doloroso: il loro prezzo fu Ifinoe. L’intera Corinto sarebbe andata in rovina se non avessero sacrificato la figlia del re, questo concetto Acamante lo confessa a Medea. Ciaone una descrizione sulla morte di Ifinoe. La ragazza, una bambina graziosa, probabilmente non ha sospettato nulla. Merope, sua madre, dovettero tenerla quattro uomini, in quell’ala del palazzo in cui abita ad allora, e si dice che abbia perso la voce per le folli urla, e che da allora sia muta. Creonte, il padre, ero in viaggio per mare con il fine di recarsi dagli ittiti, insieme ai quali negozio contratti che alcuni hanno chiamato “sottomissione”. Adesso, dice Acamante, gli ittiti consolidano la loro egemonia e Corinto piomba in una sempre più crescente dipendenza da loro. Quella che stanno vivendo è una tua sfera di crisi: Medea provoca in cui tu di in un momento sfavorevole.

La nutrice di Ifinoe è andata con lei. Era necessario che la bambina vedesse almeno un viso familiare mentre moriva, pare che abbia detto la donna. Pare che per tutto il tempo abbia parlato con la ragazzina e le abbia cantato la sua vecchia ninnananna, pare che l’abbia tenuta per mano, l’abbia guidata nel corridoio illuminato dalle torce, dietro i sacerdoti scelti per compiere il sacrificio, e davanti ai funzionari reali incaricati di attestarlo. La nutrice naturalmente diventata pazza, per giorni cammino per le strade di Corinto, evitava la regina fino a che un giorno trovarono il suo corpo fracassato sotto gli scogli. Non era riuscita a rassegnarsi alla perdita della bambina. Nel frattempo, a Corinto era stata data la notizia che la giovane Ifinoe era stata rapita, che erano in corso trattative con la casa reale con la quale doveva imparentarsi, e che non c’era motivo di preoccupazione. Ovviamente non era possibile rivelare la verità ai cittadini di Corinto. Se avessero creduto che la ragazza si trovava ancora in città avrebbero assaltato ogni edificio in cui avessero supposto che si trovasse, anche il palazzo: sarebbero scoppiati disordini. Il suicidio della nutrice ha resi un grande servizio: ognuno credette che la ragazza fosse partita. Per un fantasma le persone normali non mettono a repentaglio la vita. Per questo motivo preferiscono immaginarsi la fanciulla felicemente sposata, in un paese fiorente, presso un giovane re, anziché morta in un buio passaggio della loro città. Altro passaggio fondamentale di questo monologo è il racconto dell’arrivo di Giasone e Medea a Corinto: Acamante descrive minuziosamente il primo incontro con Medea. Acamante ebbe l’ordine di disporre il necessario per l’arrivo di Giasone e dei suoi. La donna scese dalla passerella sostenuta da Giasone per il gomito, con andatura naturale, pesante, era in avanzato stato di gravidanza. Le donne che se ne prendevano cura avevano temuto che partorisse sulla nave. Giasone rivelò ad Acamante i nomi dei pochi argonauti che erano ancora con lui, ma Acamante gli fece notare che aveva dimenticato di presentargli sua moglie. Ciò lo confuse terribilmente. Medea rise. Dopo i suoi occhi, con scintille d’oro nell’iride verde, la si poteva riconoscere dalla risata. Acamante sostiene che è lungo tempo che non sente più quella risata: ormai sa che sono stati loro a soffocarla. Quella stessa notte mise al mondo i suoi figli, erano gemelli, due maschi, sani e forti, uno biondo come Giasone, l’altro scuro e dai capelli ricci come lei. Il parto non fu difficile, si sentivano le donne che, dalla stanza di Medea, perfino cantavano. Alcune delle donne di Corinto si fecero insegnare dalle donne di Colchide il loro modo di partorire, ma nel palazzo i nostri dotti medici non lasciarono entrare l’arte medica delle donne di Colchide. Quando nella Colchide nasce un bambino, viene da pensare che il suo unico obbligo sia di stare al mondo, e che, non fosse altro che per questo, gli spetti tutto l’amore è tutta la dedizione. Cosa che è senz’altro bella e buona, come dice Acamante, solo che è primitiva e non ha senso. Creonte non è una voce all’interno del romanzo, ma la sua opinione trapela attraverso il monologo di Acamante che parla per lui. Creonte trovava che quella donna fosse troppo astuta, e troppo impertinente. Soprattutto era inquietante per lui. Era troppo femmina, cosa che ne coloriva anche il pensiero. Tra Medea e Acamante si instaura un rapporto, un rapporto di tipo intellettuale. Medea soprattutto interrogava Acamante sulle usanze di Corinto e spiegava a sua volta le idee, la religione, i costumi della sua Colchide. Per notti intere osservarono, sulla terrazza, il cielo, e Medea spiego l’astronomia dei colchi, che viene praticata dalle donne, nel frattempo si fece dire da Acamante i nomi che loro danno alle costellazioni, se ne fece descrivere il corso e si fece raccontare le conclusioni che l’astronomo del re traeva per il loro destino. Tra i due comunque esiste uno scambio di opinioni. Tant’è che a chiamante mettendo da parte la sua riservatezza, finisce di me è una specie di confidente. Si vede che si tratta di un personaggio che oscilla: da un lato è affascinato da Medea, dall’altra però, fedele al re Creonte, cerca un modo per allontanarla e quindi allontanare il male da Corinto. Soprattutto all’inizio Acamante era vicino a Medea, era il tempo in cui potevano ancora permettersi simili giochi con gli stranieri poiché erano sicuri di loro stessi e della loro città e sicuri che nessun pericolo si sarebbe abbattuto su di loro. Ma, l’atteggiamento di Medea, le insinuazioni di Agameda e Presbo, la peste che incombe sulla

Medea apparve quasi rallegrarsi quando comparve di nuovo l’eruzione cutanea a Glauce: le fece gli stessi impacchi che le aveva fatto la madre, canticchiando le stesse canzoni, parlò di rinascita, furono giorni pieni di speranza. Fino a quando non la piantò in asso, come un tempo aveva fatto sua madre, era quello che non avrebbe mai dovuto fare per questo motivo Glauce la odia. Proprio quando si era affezionata a Medea, questa l’abbandona, allo stesso modo in cui viene abbandonata dalla madre. Nel monologo appaiono anche altri personaggi per la prima volta: Oristos, Aretusa e in parte anche Leuco, anche se era già comparso nel monologo precedente. Glauce è divisa tra amore e odio nei confronti di Medea, l’abbandono la conduce all’odio: a Glauce interessa la reazione di suo padre che ha dimostrato ira nei suoi confronti: quest’ira la giustifica con l’amicizia di Medea. Quando Creonte ebbe finalmente scoperto gli intrighi di quella donna, quando gli ebbero riferito che visitava Glauce di frequente e regolarmente, Glauce ottiene ciò che desiderava: finalmente il padre la toccò. «Creonte mi afferrò per le spalle mi scrollò, mio padre mi stava toccando, non era mai accaduto, fu paura e gioia nello stesso tempo. C’ero riuscita, l’avevo portato al punto di toccarmi; dovrebbe vederlo, pensavo, perché a lei che non dovevo più vedere, a lei che voleva togliermi la paura del padre, a lei volevo mostrare che da lui potevo avere solo gioia mi scolata paura». La disobbedienza di Glauce comporta una piccola gioia: l’ira del padre e sempre meglio della sua indifferenza. Contrapposizione ombra-luce: la luce appartiene a Corinto, l’ombra appartiene a me dea di cui è responsabile. Settimo monologo: Leuco Leuco è il secondo astronomo del re Creonte, molto diverso da Acamante che in passato, quando erano ancora giovani allievi, erano amici. Quanto Corinto si trovò in difficoltà e si decise per la morte di Ifinoe, Leuco patteggiava per la salvezza della ragazza. Pare, secondo quanto dice Acamante, che prese parte ad una cospirazione. Da quel momento in poi fu assegnato al circolo di astronomi che trascorrono la loro vita osservando gli astri, che devono astenersi da qualsiasi interpretazione, soprattutto di tipo politica. Da una parte abbiamo quindi Acamante, fedele a Creonte e suo stratega, dall’altra abbiamo Leuco che invece non troppo si fida del re e accoglie Medea come sua amica, come sua confidente. Nel monologo di Leuco per la prima volta siamo informati rispetto ad un’epidemia che incombe sulla città: la peste. Per questo motivo Medea è perduta. Leuco si intrattiene spesso con Oistros, amante di Medea, uno scultore, che lo scalpello è il prolungamento delle sue dita e Medea si è impossessata di quelle dita. Medea e Leuco si ritrovano dunque a parlare spesso insieme, soprattutto sulla terrazza, bevendo vino fresco. Leuco sostiene che diventa sempre più pericoloso per chiunque finire nel riflesso della luce irradiata da Medea. Lei è il centro del pericolo. Ma la cosa più terribile è che non vuole ammetterlo. La sicurezza che da lei si spigiona viene percepita dai corinzi come arroganza e per questo motivo la odiano. Un altro soggetto del monologo di Leuco è Aretusa, proveniente da Creta e amica di Medea, nonché amante di Leuco. Ma Leuco è costretto a dividerla con il vecchio, un personaggio proveniente da Creta che appunto tutti chiamano solo il Cretese e che addirittura alcuni ritengono suo padre, il suo primo compagno d’amore, così lei lo definisce. Aretusa non parla della traversata sulla nave su cui il vecchio, all’epoca un uomo nel fiore degli anni, dovette conquistare un posto per lei con sé. Con la violenza, questo si fece sfuggire una volta. Solo Medea è a conoscenza del dolore che prova Leuco, poiché lei non ha mai avuto intenzione di compatirlo. Altra caratteristica di Leuco è questo odio, ma allo stesso tempo amore per la sua città, Corinto: “non cesserà mai il mio attaccamento per questa città non amata?”. Nel monologo Leuco parla di un episodio molto importante per poi comprendere la successione degli eventi. Durante un tranquillo pomeriggio uno dei suoi allievi gli portò la notizia che la città di Corinto e i suoi abitanti davano la caccia a Medea. Proprio per questo motivo, finalmente si ribella

ad Acamante, getta su di lui tutte le colpe. Acamante infatti aveva corrotto la plebe affinché si rovesciasse contro una donna, contro Medea. Ma Leuco, anche se irato, sa bene che non avrebbe mai potuto dimostrare che Acamante aveva ordito contro di lei. Leuco comprese presto che a Medea era toccato portare alla luce la verità sepolta che determinava la loro convivenza e che proprio per questo motivo non riusciranno a tollerarla. Leuco poi riporta le sensazioni che la stessa Medea gli ha confessato quando cominciarono a darle la caccia. Ebbe paura, e corse per salvarsi la vita, come avrebbe fatto qualsiasi animali inseguito, anche se una parte di lei rimase calma e fredda perché ciò che stava accadendo era qualcosa che doveva accadere. Medea asserisce che era ben lontana dal voler divulgare la sua scoperta, voleva solo rendersi contro del luogo in cui viveva. Voleva solo, in un certo qual modo, dimostrare a sé stessa che in realtà Corinto non era la città perfetta, pulita, civilizzata e soprattutto giusta come le avevano sempre voluto far credere, e che anche Corinto, così come la barbara e selvaggia Colchide, la primitiva città ai confini del mondo, la città dove le donne avevano diritto di parola e la cui parola era fondamentale, la città in cui i morti giacevano sugli alberi, si fondava su un delitto, un macabro delitto. Durante la fuga per le città di Corinto Medea viene scansata da tutti, allontanata, nessun aiuto, fino ai sobborghi della città. Un uomo vigoroso, dai capelli rossi e scompigliati, non si scansò, si fermò, la afferrò e la trascinò fino alla sua porta e la portò dentro: era Oistros. Dopo averlo incontrato Medea ha come l’impressione di avere di nuovo un posto in quella città. Qualche tempo dopo Corinto fu colpita da un terremoto: l’epicentro fu al sud della città dove vivono i più poveri, tra loro i colchi. Acamante suggerì al re Creonte che il terremoto era stato suscitato dall’arte malvagia di Medea. Durante il terremoto Medea cura Aretusa che aveva perso conoscenza per la paura, la scossa le aveva fatto rivivere la catastrofe di Creta. Dopodiché si reca nei quartieri distrutti per aiutare la gente in difficoltà. Medea quindi prega Leuco di andare a controllare Lissa e i bambini. Vi è dunque un dialogo tra Leuco e Lissa. Leuco le chiede dove lei vedeva l’origine della loro decadenza. Qui Lissa dà una risposta esemplare: “nella vostra presunzione, disse. Vi sollevate sopra tutto e tutti, ciò altera il vostro giudizio sul reale, e anche su come siete realmente”. Le conseguenze del terremoto furono peggiori della scossa stessa. La casa reale continuò a curarsi solo di sé, con grande pompa fu seppellito un alto funzionario di corto che era stato ucciso dalle macerie: quello sperpero era destinato ad accendere l’ira dei corinzi, i quali aveva perso tutti i loro averi e avevano morti destinati a imputridire per settimane sotto le macerie delle case. Naturalmente gli ammonimenti di Medea non trovarono ascolto, ma perfino i medici della cerchia di Creonte esortarono a estrarre a seppellire i morti, sapevano che essi rappresentavano un pericolo per i vivi, ed effettivamente i primi casi di quella che sarebbe stata un’epidemia comparvero nelle immediate vicinanze dei quartieri devastati, dove i sopravvissuti abitava insieme ai ratti, in prossimità dei morti. C’era la peste in città: Acamante incolpa Medea, hanno intenzione di fare qualcosa contro di lei. La peste si propaga e Medea ha fatto più di chiunque altro: i malati la vogliono, lei ci va. Ma molti corinzi sostengono che si tira dietro la malattia. Hanno trovato un’altra vittima da sacrificare, Medea, causa dei loro mali. Ottavo monologo: Medea È un monologo fondamentale, Medea sa che i Corinzi devono sbarazzarsi di lei perché non hanno scelta: i Corinzi cioè devono svolgere il loro ruolo dettato dal mito, un ruolo che è già scritto, come a teatro. Riescono a mitigare la loro paura solo con la furia contro gli altri. Medea decide di partecipare alla festa di primavera dei Corinzi in onore di Artemide. Ma Medea conosce bene i riti, sa cosa sono, e non crede nell’efficacia di quelli di Corinto. La sua presenza a questi è solo una presenza puramente mortale e umana. In occasione della festa Medea apre il baule che custodisce i suoi averi, i segni del passato, cassapanca che Lissa ha portato per lei. In occasione delle grandi solennità indossa la veste bianca

Arrivarono le guardie ad arrestare Medea. Medea fa un esercizio spirituale, decide di non farsi sopraffare dalla sensazione di aggressività nei suoi confronti rievocando la sua terra. Capro espiatorio: non è importante che sia quanto l’analogia del colpevole con la colpa. Decimo monologo: Leuco È un monologo fondamentale perché racconta la fine di ogni personaggio. Aretusa è morta, Medea, come si poteva immaginare, diventa il capro espiatorio, viene bandita dalla città: la folla schiumante d’odio urlava, sputava, agitava i pugni. La peste comincia regredire: ognuno pensa che cacciando la maga dalla città hanno ben interpretato il volere degli dei. Oistros ha perso ogni misura, lavora come un ossesso nella grotta dove non fa entrare nessuno. Si lascia crescere la barba e rossi capelli, quasi non mangia non si possono fare domande, lavora fino a morirne: questo vuole. Anche Medea aveva perso ogni misura. Smodata era alla fine, proprio come serviva ai Corinzi, una furia, irruppe nel tempio di Hera con i ragazzi per mano e minacciò la sacerdotessa di prendersi cura e di proteggere i bambini visto che lei, la madre, non era più in grado di farlo. Le sacerdotesse promisero per paura e per compassione, parlò con i bambini e cercò di far passare loro la paura. Per tutto il tempo che la portarono per la città come un capro espiatorio, levo un canto spaventoso, e stimolò la gente ai margini della strada a pulirlo soffocare. Deve aver mirato a farti uccidere, ma le guardie avevano l’ordine di portarla viva fuori dalla città. Il giorno in cui Medea fu cacciata, Glauce si lanciò dal pozzo con la corda: Leuco se ne accorse quando la regina si trascinò per il cortile del palazzo appoggiata alle sue ancelle. Deposero la figura inanimata ai piedi della regina, questa si inginocchiò e mise nel suo grembo la testa della figlia. Così rimase ferma e a poca poco si diffuse il silenzio, un silenzio che in quel luogo non si era mai udito. In quel silenzio jazz one vacillò per il cortile. Nessuno si girò a cercarlo e, adesso pare che giaccia giorno e notte sotto lo scafo mezzo marcio della sua nave. Nel palazzo corrono alcune voci: Medea aveva donato a Glauce quella veste bianca che aveva indossato durante la festa di Artemide. Glauce aveva ringraziato tra le lacrime per quel regalo. Dopo che era stata pronunciata la sentenza su Medea, Glauce si era fatta visibilmente più irrequieta. Aveva girovagato per il palazzo: non aveva voluto vedere a nessun costo già assone, e davanti a Creonte aveva indietreggiato dando segni di spavento. Aveva continuato a parlare solo con sé stessa. Era molto sbadata, non riuscivano a capire quanto fosse presente a se stessa, aveva rifiutato il cibo. Il giorno in cui Medea era stata cacciata via aveva camminato su e giù per la sua stanza torcendosi e piangendo. Infine, si era fatta portare la bianca veste e l’avevo indossata malgrado le proteste della serva. Poi tutt’a un tratto era diventata calmissima, come se sapesse cosa fare, e aveva detto alla serva che voleva prendere un po’ d’aria nel cortile del palazzo. Andò dunque nel cortile, avvicinandosi al pozzo: due rapidi passi e futuri bordo, poi un altro passo nel vuoto. Da allora nessuno ha visto il re. Pare che se ne stia seduto in fondo ai suoi appartamenti e faccio entrare solo Acamante. È un uomo morto. Acamante deve cercare di cancellare ogni memoria, ha fatto sparire dalla città Presbo e Agameda, fatto murare l’ingresso della grotta di Ifinoe. Merope, la vecchia regina, è in arresto nelle sue stanze. I Corinzi, la folla, ha ucciso i figli di Medea: festeggiano in un clima di vittoria. Sostengono che hanno liberato Corinto da questo flagello, i ragazzi sono stati lapidati, come si meritavano. Undicesimo monologo: Medea La citazione è di Cavarero «Gli uomini, esclusi dal generale la vita che esperienza esclusivamente femminile (esclusi dal segreto), trovano nella morte è un luogo ritenuto più potente della vita in quanto la vita toglie».

Una comunità minacciata dalla peste cerca una soluzione per bilanciare la paura con un’azione altrettanto forte: la morte. Non viene utilizzato nell’amore nella cura del prossimo dal momento che si tratta di una società patriarcale. I Corinzi affermano che sia stata me dea ad uccidere i figli per nascondere, ancora una volta, come con Ifinoe, figlia del re, il loro gesto brutale. Per i fanciulli viene celebrato un rito: nel settimo anno dalla morte dei bambini i Corinzi hanno scelto sette fanciulli e sette fanciulle di nobili natali, hanno rasato loro i capelli, gli hanno mandati nel tempio di Era, dove dovranno trattenersi un anno per commemorare i figli di Medea morti. Questo rito è un ulteriore elemento per nascondere la loro colpa così che non può gravare sulle loro spalle. «Curano che io possa essere chiamata infanticida anche presso i posteri». Uno degli aspetti più importanti è la permanenza del mito all’interno di una data società e il generarsi di una falsa coscienza. Medea si ritiene superiore agli dei: potranno frugare con i loro arti crudeli in lei, ma non troveranno alcuna traccia di speranza e di paura. L’amore è stato fatto a brani, cessa anche il dolore. Senza desideri ascolta il vuoto che la colma. Alla fine, Medea maledice i Corinzi, Creonte, Agameda, Presbo: una maledizione che non porta al bene perché Medea esportata da qualsiasi cosa. La lettura del romanzo, a partire dal dubbio non può che procedere verso il continuo confronto con l’altra Medea. La protagonista della Wolf costituisce infatti una negazione radicale del mito, o meglio un’interpretazione canonica che la vuole infanticida. In un’epoca come la nostra, incerta e confusa, ma forse proprio per questo ancorata ad alcune stelle fisse, mettere in discussione un mito consolidato da oltre due millenni può destare qualche perplessità in quanto tende a incrinare dei riferimenti consueti e a cancellare una convenzione. Facciamo riferimento alla funzione rassicurante del mito nella nostra cultura. A partire dall’epica omerica il mito è legato alla memoria racconto, quindi alle forme attraverso le quali le comunità arcaiche hanno conservato e trasmesso il proprio patrimonio di conoscenze. Per questo i personaggi che agiscono nel racconto mitico hanno delle costanti che li rendono riconoscibili e quindi rassicuranti. Nella loro funzione ripetitiva e si risultano adatti a riproporre un nucleo vitale ricorrente, nel caso di Medea la gelosia d’amore. Da qui è nata l’irritazione di alcuni recensori che hanno ravvisato nel romanzo della Wolf una censura femminista a un nodo ritenuto centrale nell’immaginario sentimentale: La rappresentazione di una crescente passione femminile incondizionata tale da annullare i vincoli di appartenenza familiare e di cancellare la stessa identità materna fino ad arrivare all’infanticidio. Parte della critica si è quindi sentita privata della cancellazione operata dalla scrittrice: anche perché la sua integra e saggia Medea è oggettivamente priva della HYBRIS che sostiene la figura euripidea, cosicché buona parte della critica sembra essere mossa da un’offesa rivendicazione. Nel caso del romanzo della Wolf è il caso quindi parlare di una Medea autentica? Il sottotitolo del romanzo, voci, e la rete delle citazioni alludono a una lettura polisemica, consapevole delle varie interpretazioni. Il mito è un sistema dinamico, suscettibile di varianti, articolazioni, aggiunte che si stratificano nel tempo. Infatti, è proprio attraverso lo studio dei vari filoni narrativi relativi alla figura di Medea che la Wolf si è vista confermare una sua intuizione. È importante sottolineare infatti il percorso della sua ricerca: dalla rivisitazione del concetto di matriarcato all’analisi di una incoerenza linguistico-comportamentale; dalla ricerca filologica alla messa in discussione del testo euripideo. Christa Wolf parte dal presupposto che dal matriarcato non possano discendere pulsioni distruttive: nel corso dei millenni la figura di Medea è stata ribaltata nel suo opposto dal bisogno patriarcale di denigrare lo specifico femminile. Ma qualcosa non tornava all’intuito della scrittrice: Medea non poteva essere un’infanticida perché una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai ucciso i suoi figli. Da qui nasce la spinta a interrogarsi su un’altra anomalia: il significato del nome. Inspiegabile e il contrasto tra l’etimo positivo del nome- Medea, ossia colei che porta consiglio, come si conviene a una guaritrice- e la raffigurazione classica di un infanticida. Questo impulso alla verifica tende a mettere in discussione la rappresentazione usuale del mondo,

socialista nell’ambito di una confederazione tedesca, si illudono che una volta deposto Honecker si possa ancora riformare dall’interno il paese. Abbattuto il muro, l’unificazione è ormai inarrestabile. Le prime elezioni libere non fanno che accelerare la conclusione: in pochi mesi la DDR, screditata dalle rivelazioni su servizi segreti e travolta dall’economia di mercato, è di fatto cancellata con le sue strutture dalla scena politica. Christa Wolf è tra coloro che tentano di arginare la liquidazione della DDR come postilla della storia, promuovendo discussioni pubbliche sul ruolo della sinistra nel processo di unificazione del paese. È in questo contesto che ha inizio su alcuni quotidiani della Germania federale la campagna di denigrazione contro quegli intellettuali che, come la scrittrice, intervengono per difendere l’utopia socialista. Accusano la scrittrice “poetessa di Stato” di spacciarsi per vittima dei servizi segreti. Secondo altri la fedeltà della Wolf al socialismo va rivista alla luce dell’analisi del nazismo essendo i quarant’anni di DDR una continuazione di quel disgraziato rapporto tra intellettuali e potere che distingueva la Germania del Terzo Reich. La risposta della Wolf giunge nel sesto anno della riunificazione tedesca: attraverso la riscrittura della Medea la Wolf segnala una rivolta contro ogni forma di mistificazione storiografica in primis quella relativa al recente dopoguerra. Contemporaneamente la scrittrice articola la sua riflessione sul rapporto tra potere costituito e intellettuali, nella DDR di ieri e nella Germania di oggi. Emerge, in Medea, la cifra di un una naturalezza esotica. Un tratto, questo, che allarga il ventaglio di riferimenti al confronto tra etnie e culture diverse. Sin dalle prime pagine si intuisce l’impronta di un’altra cultura, primitiva e periferica, depositario di un sapere niente e agreste, non ancora inquinata dalla prassi greca, intesa qui come una corsa verso un falso progresso. Medea non rappresenta tuttavia l’oscuro inabissamento della dimensione istintuale, al contrario essa rivendica l’archetipo della chiarezza, lo scandalo della ragione. Né c’è una difesa del femminile inteso come principio salvifico: la violenza, infatti, non risulta dislocata nel solo mondo maschile, si pensi alla fine di Apsirto, ucciso da alcune vecchie fanatiche, o alla scene in cui un manipolo di ebbre femmine colche evirano Turone, sorpreso ad abbattere il bosco sacro a Demetra. Donna di semenza vigile e ostinata, la barbara della Colchide si oppone al progetto di Acamante, l’astronomo di corte che la vorrebbe ligia e devota a una liturgia del potere destinata a celare i crimini del palazzo. Quel regno che si pretende vessillo di gesta gloriose è dunque fondato su di un crimine: nel timore di perdere il trono il re Creonte ha ucciso la figlia primogenita Ifinoe. È proprio questa scoperta a travolgere Medea: Corinto reagisce prima con la diffamazione, poi, devastata dalla peste, identifica il lei, nella donna diversa, il riducibile alla norma dei potenti, il capro espiatorio. Aizzata dalla corte, sarà la folla a lapidarle i figli. E sarà Corinto, o meglio la ragione di Stato, complice Euripide, a consegnare ai posteri l’immagine di una Medea sfregiata dall’accusa di infanticidio, istituendo con ipocrita cura un rito di riparazione per un delitto da lei non commesso. Dalle diverse voci affiorano gli altri nodi tematici del mito. L’uccisione di Apsirto, fratello di Medea, per mano del padre Eete, re della Colchide, è un misfatto che nell’economia politica del romanzo istituisce una simmetria della violenza patriarcale tra la Colchide e Corinto. Come Merope, anche Idia, la madre, deve infatti subire la violenza regale contro la propria carne. Ed è questa ferocia maschile che spinge Medea alla fuga. Un elemento significativo che, nei suoi riflessi tedeschi, getta una luce sinistra anche sulla storia della DDR. Dislocate nelle frequenti analessi le schegge di una valutazione negativa del passato di Medea sono infatti inequivocabili: «la nostra infanzia, no, l’intera Colchide era piena di oscuri segreti». Un’infanzia segnata da oscuri segreti, ma anche da un’obbedienza incondizionata alla norma vigente, complice lo stesso precetto materno. Qui le metafore si fanno trasparenti evocando una giovinezza murata armilla coercizione collettiva. Alla stessa Agameda, figura di discepola al tempo stesso perfida e meschina, è assegnata la funzione di enunciare la presunta colpa di Medea, quella dell’oblio di una partecipazione, nella Colchide, al potere del palazzo: i vuoti nella memoria di Medea. Un segnale che va correlato con il riemergere dei fascicoli relativi alla collaborazione della Wolf con i servizi di sicurezza della DDR. Ma se da una parte la Wolf fai i conti con il proprio

passato, altrettanto palesi sono nel testo le allusioni a quella parte della Germania che, spinta dall’ansia verso un sempre maggiore benessere, individua nel censo la misura della dignità umana. I riferimenti al sistema di valori del liberismo economico occidentale sono espliciti. L’arroganza ideologica dei Corinzi e l’incapacità di interagire con la diversità, anche culturale, la Wolf l’ha sperimentata di persona. Non a caso Medea e la sua gente nel romanzo vengono definiti fuggitivi o immigrati: i colchi rappresentano infatti agli occhi dei greci dei reietti di un mondo alla deriva, destinati a vivere alla periferia di una società opulenta e sofisticata, privi ormai anche di un’identità storica. Ora, si potrebbe pensare che queste allusioni alle tensioni interne del paese riunificato siamo ormai obsolete. In realtà recentemente uno studioso tedesco ha definito i cittadini della ex DDR: immigrati in una società dei consumi che essi non hanno contribuito a edificare. Non sarebbe tutta via corretto vincolare il testo a una lettura “a chiave” strettamente legata alle interne vicende tedesche. Depositaria di un remoto sapere del corpo della terra, Medea ci parla col tumulto nel cuore di chi denuncia la violenza del mondo, questa sì sempre attuale, sempre ostinatamente reiterata. Chi è oggi l’infanticida? Chi sono i carnefici? Anna Chialoni fa riferimento alla mafia, alle mine antiuomo, al mercato di armi che paga e massacra. Si fa riferimento ad una frase pronunciata da Circe a Medea: “sai che cosa cercano, Medea? Mi chiese. Cercano una donna che dica loro che non hanno colpe; che sono gli dei, oggetto casuale di adorazione, a trascinarli nelle loro imprese. Che la scia di sangue che si lasciano dietro fa parte della mascolinità così come gli dei l’hanno determinata. Grandi bambini terribili, Medea. È cosa che si intensificherà, credimi. Si propagherà”. Ricomponendo il volto di Medea la Wolf si ripropone come figura d’intellettuale capace di riscrivere la storia alla ricerca di una verità che vuole essere il coinvolgimento esistenziale, formazione della coscienza. Ricondotta alla sua trasparenza onomastica, la Medea tedesca “porta consiglio” ripercorrendo le ragioni archetipiche di una limpidezza morale che si coniuga con un ritorno alla naturalezza, ma anche un principio di reciproca tolleranza. La rivendicazione di fondo resta ancora oggi quella di una sintesi concettuale che tuteli la comprensione delle diversità tra le due Germania dal dopo guerra alla caduta del muro.