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Riassunto della variazione di Medea di Christa Wolf
Tipologia: Appunti
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Una riscrittura singolare quella proposta dall’autrice tedesca nel 1996. Posta agli antipodi della versione latina, questa variazione del mito ci propone una storia in cui la donna è completamente innocente. Vedremo successivamente nel dramma di Anouilh, e abbiamo già visto nei testi di Grillparzer e Alvaro, la trattazione di un’opera in cui Medea ci appare, sotto una luce diversa, più vittima che colpevole. Christa Wolf va addirittura oltre le versioni precedenti, traspone la vicenda in una dimensione del tutto nuova, in cui senza alcuna ombra di dubbio lo spettatore è dalla parte della protagonista, caratterizzata da una nuova innocenza pura e totalizzante. Scritto sotto forma di romanzo, il testo di cui si parla si divide in undici sezioni, in cui sei personaggi si alternano nel raccontare gli avvenimenti del mito in maniera del tutto innovativa. Oltre alle figure principali di cui parleremo successivamente, la scrittrice introduce nella sua rivisitazione personaggi minori: Aretusa, amica di Medea; Oistros, scultore e amante di Medea; Turone, assistente di Acamante; Lissa, la nutrice e Arinna, sua figlia; Presbo, giocoliere colco; Telamone, un argonauta e amico di Giasone.
2.6.1 Le voci
come se mi rifiutassi di assistere semplicemente allo svanire della Colchide dentro di me” 1. Medea si reca dalla nutrice Lissa, parla del suo profondo rapporto con la donna che ha cresciuto i suoi figli, che conosce ogni suo sentimento. La protagonista sa che la serva, così come altre persone, si è separata dai propri affetti e ha pagato un prezzo alto per aver abbandonato la Colchide e per aver scelto di seguire in terra straniera una donna che non ha potuto nemmeno preservare il motivo della fuga, ovvero il matrimonio con Giasone.
1 Christa Wolf, “Medea. Voci” Edizioni E/O, 1996, pos. 230
La principessa di Corinto racconta che un giorno parlando con Medea, le aveva confidato della stanza che un tempo era appartenuta alla sorella Ifinoe, di cui non si parlava mai, di cui mai nessuno pronunciava il nome. Tra i ricordi di Glauce riaffiora la scena dei soldati che trattenevano per le braccia la sorella, poi l’urlo della madre. Ha sempre saputo che Ifinoe non era partita, che era morta, ma ha voluto credere che fosse solo la sua immaginazione e l’influsso negativo di Medea a portarle alla mente quei ricordi offuscati.
male, con l’esilio della donna su cui scaricarono la responsabilità di ogni sventura subita. Nessuno aveva potuto fare nulla per salvarla, nemmeno Leuco. Glauce morì il giorno in cui fu emessa la condanna su Medea. Crearono una storia fittizia da divulgare tra il popolo, storia secondo cui, sarebbero state le vesti avvelenate che la straniera aveva donato a Glauce a ucciderla, strumentalizzando il consueto motivo dei doni. Ai corinzi non bastava l’esilio della donna, andarono oltre, si macchiarono di un atroce delitto: l’uccisione dei suoi figli.
2.6.2 Medea: da assassina a vittima
Christa Wolf ci presenta un mito sviluppato in maniera completamente diversa rispetto a quelli affrontati finora. La distanza tra la selvaggia terra della Colchide e quella civile di Corinto si assottiglia sempre di più, anzi, la scrittrice ci mostra come in realtà i due mondi siano più simili di quanto si possa credere. Ifinoe e Apsirto sono un esempio di quanto i due popoli siano vicini tra loro, entrambi colpevoli dell’uccisione di due ragazzi uniti dallo stesso destino di morte. La Wolf non rende il dolore della donna per il tradimento di Giasone il fulcro del suo romanzo, bensì la mancata integrazione dei colchi a Corinto. La grande abilità della scrittrice consiste nell’essere riuscita a capovolgere un dramma che per anni ha visto Medea colpevole di un infanticidio che, secondo alcuni storici, sarebbe stato commesso dal popolo corinzio. Nel corso dei secoli, da Euripide in poi, la protagonista è diventata un capro espiatorio, una vittima su cui riversare ogni responsabilità, ogni accusa. Un comportamento recidivo nell’uomo è proprio quello di non considerare mai i propri errori, addossando le colpe sempre a qualcun altro. Questo è stato per anni l’atteggiamento che gli autori hanno assunto per la riscrittura di un mito in cui i corinzi venivano deresponsabilizzati da ogni avvenimento. La Wolf, influenzata dalle proprie vicende personali, cambia le carte in tavola e si proietta nella figura di Medea, elevandola a donna sicura di sé e non colpevole dell’atroce delitto commesso da un popolo che, dietro un apparente razionalità, cela istinti selvaggi e primordiali. La donna, provenendo dalla Colchide, che aveva una cultura matriarcale, a causa delle sue origini non avrebbe ucciso la propria prole. Infatti, l’innocenza della straniera si percepisce fin dai primi