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Medea di Christa Wolf, Appunti di Letteratura Classica

Riassunto della variazione di Medea di Christa Wolf

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 25/03/2019

Vaneli94
Vaneli94 🇮🇹

4.5

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2.6 La Medea di Christa Wolf
Una riscrittura singolare quella proposta dall’autrice tedesca nel 1996. Posta agli antipodi della
versione latina, questa variazione del mito ci propone una storia in cui la donna è completamente
innocente. Vedremo successivamente nel dramma di Anouilh, e abbiamo già visto nei testi di
Grillparzer e Alvaro, la trattazione di un’opera in cui Medea ci appare, sotto una luce diversa, più
vittima che colpevole. Christa Wolf va addirittura oltre le versioni precedenti, traspone la vicenda in
una dimensione del tutto nuova, in cui senza alcuna ombra di dubbio lo spettatore è dalla parte della
protagonista, caratterizzata da una nuova innocenza pura e totalizzante. Scritto sotto forma di
romanzo, il testo di cui si parla si divide in undici sezioni, in cui sei personaggi si alternano nel
raccontare gli avvenimenti del mito in maniera del tutto innovativa. Oltre alle figure principali di
cui parleremo successivamente, la scrittrice introduce nella sua rivisitazione personaggi minori:
Aretusa, amica di Medea; Oistros, scultore e amante di Medea; Turone, assistente di Acamante;
Lissa, la nutrice e Arinna, sua figlia; Presbo, giocoliere colco; Telamone, un argonauta e amico di
Giasone.
2.6.1 Le voci
Medea. Il romanzo si apre con la protagonista che, parlando in prima persona, manifesta
sentimenti malinconici, di nostalgia nei confronti di un passato ormai lontano. Questa prima
sezione delinea una donna nell’atto di ricordare i tempi andati, in una dimensione a metà tra
il sonno e la veglia. Crea un dialogo fittizio con la madre, a cui rivela le proprie riflessioni e
considerazioni. Le confida il presentimento per cui Corinto sarebbe una città fondata su un
misfatto. Racconta di trovarsi alla tavola del palazzo regale, accanto al secondo astronomo
del re, nonché suo amico, Leuco, e vicino a Telamone, uno degli Argonauti. Durante il
banchetto vede per la prima volta la regina Merope, che solitamente si trova in una parte
antica e oscura del palazzo, sorvegliata sempre da due donne. La guarda con la seconda
vista (virtù magiche) di cui è dotata, e quando Merope abbandona la tavola, Medea la segue
in un corridoio che conduce la regina in una zona infernale e oscura del palazzo. La
straniera scopre il segreto: la donna nascondeva un sepolcro, la tomba di una bambina.
Sconvolta, ma intenta a mantenere il segreto, torna a casa. I ricordi la assalgono di nuovo,
questa volta però si concentrano su Giasone, sulla loro passione passata, e poi di nuovo
torna a pensare alla sua terra, alla nostalgia di quella che per anni era stata casa sua. “Strano
come ultimamente io mi eserciti a rievocare il ricordo della Colchide, a riempirlo di colori,
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2.6 La Medea di Christa Wolf

Una riscrittura singolare quella proposta dall’autrice tedesca nel 1996. Posta agli antipodi della versione latina, questa variazione del mito ci propone una storia in cui la donna è completamente innocente. Vedremo successivamente nel dramma di Anouilh, e abbiamo già visto nei testi di Grillparzer e Alvaro, la trattazione di un’opera in cui Medea ci appare, sotto una luce diversa, più vittima che colpevole. Christa Wolf va addirittura oltre le versioni precedenti, traspone la vicenda in una dimensione del tutto nuova, in cui senza alcuna ombra di dubbio lo spettatore è dalla parte della protagonista, caratterizzata da una nuova innocenza pura e totalizzante. Scritto sotto forma di romanzo, il testo di cui si parla si divide in undici sezioni, in cui sei personaggi si alternano nel raccontare gli avvenimenti del mito in maniera del tutto innovativa. Oltre alle figure principali di cui parleremo successivamente, la scrittrice introduce nella sua rivisitazione personaggi minori: Aretusa, amica di Medea; Oistros, scultore e amante di Medea; Turone, assistente di Acamante; Lissa, la nutrice e Arinna, sua figlia; Presbo, giocoliere colco; Telamone, un argonauta e amico di Giasone.

2.6.1 Le voci

  • Medea. Il romanzo si apre con la protagonista che, parlando in prima persona, manifesta sentimenti malinconici, di nostalgia nei confronti di un passato ormai lontano. Questa prima sezione delinea una donna nell’atto di ricordare i tempi andati, in una dimensione a metà tra il sonno e la veglia. Crea un dialogo fittizio con la madre, a cui rivela le proprie riflessioni e considerazioni. Le confida il presentimento per cui Corinto sarebbe una città fondata su un misfatto. Racconta di trovarsi alla tavola del palazzo regale, accanto al secondo astronomo del re, nonché suo amico, Leuco, e vicino a Telamone, uno degli Argonauti. Durante il banchetto vede per la prima volta la regina Merope, che solitamente si trova in una parte antica e oscura del palazzo, sorvegliata sempre da due donne. La guarda con la seconda vista (virtù magiche) di cui è dotata, e quando Merope abbandona la tavola, Medea la segue in un corridoio che conduce la regina in una zona infernale e oscura del palazzo. La straniera scopre il segreto: la donna nascondeva un sepolcro, la tomba di una bambina. Sconvolta, ma intenta a mantenere il segreto, torna a casa. I ricordi la assalgono di nuovo, questa volta però si concentrano su Giasone, sulla loro passione passata, e poi di nuovo torna a pensare alla sua terra, alla nostalgia di quella che per anni era stata casa sua. “Strano come ultimamente io mi eserciti a rievocare il ricordo della Colchide, a riempirlo di colori,

come se mi rifiutassi di assistere semplicemente allo svanire della Colchide dentro di me” 1. Medea si reca dalla nutrice Lissa, parla del suo profondo rapporto con la donna che ha cresciuto i suoi figli, che conosce ogni suo sentimento. La protagonista sa che la serva, così come altre persone, si è separata dai propri affetti e ha pagato un prezzo alto per aver abbandonato la Colchide e per aver scelto di seguire in terra straniera una donna che non ha potuto nemmeno preservare il motivo della fuga, ovvero il matrimonio con Giasone.

  • Giasone. L’uomo, dopo una breve riflessione sull’astio di Acamante nei confronti della moglie, e sulle voci dei corinzi, secondo le quali Medea avrebbe ucciso suo fratello, descrive il suo arrivo insieme agli argonauti nella Colchide. Racconta dei boschi in cui erano appese ossa umane, usanza tanto insolita quanto macabra per qualsiasi popolo civile. Successivamente parla dell’incontro con Medea, che fin da subito lo aveva stregato. Prosegue poi narrando la conquista del Vello e, nonostante Giasone non ricordi con esattezza come siano andate le cose, la gente aveva ricamato una storia su quell’impresa, per cui l’uomo sarebbe l’eroe e Medea la donna malvagia. Sono fondamentali le parole dell’eroe nel momento in cui parla dei colchi che vivono a Corinto. Questi ultimi mantengono le proprie usanze, si sposano tra loro e dunque anche da parte loro c’è una volontà di mantenere quella diversità, tanto osteggiata e discussa dai corinzi. Acamante aveva intenzione di interrogare i colchi per saperne di più sulla presunta colpevolezza di Medea a proposito della morte di Apsirto. Giasone non potrebbe crederla assassina del fratello, ma comprende perfettamente perché i corinzi abbiano paura di lei. In questa versione del mito l’eroina viene descritta come una donna fiera e potente, che non cerca di conformarsi agli usi e ai costumi delle donne di Corinto, ma che continua a portare i suoi capelli sciolti, un rimando alle sue origini, alle sue usanze, che non vuole dimenticare. Nonostante i colchi siano famosi per essere dei selvaggi, Medea, con le sue arti di guaritrice, si era guadagnata il rispetto di molti corinzi.
  • Agameda. La terza voce appartiene ad Agameda, allieva di Medea, che le ha insegnato come essere una buona guaritrice. In questo modo, così come accadde a Presbo, l’allieva si fece strada, diventando famosa in tutta Corinto. I due colchi stavano architettando un piano per distruggere l’eroina. Si recano da Acamante, che mantiene quell’atteggiamento di diffidenza che i corinzi hanno sempre avuto nei confronti di coloro che definivano selvaggi. Agameda gli rivela che aveva visto Medea spiare la regina Merope durante il banchetto. Poiché non sarebbe stato possibile accusare la straniera di un reato basato su un segreto di cui il popolo

1 Christa Wolf, “Medea. Voci” Edizioni E/O, 1996, pos. 230

La principessa di Corinto racconta che un giorno parlando con Medea, le aveva confidato della stanza che un tempo era appartenuta alla sorella Ifinoe, di cui non si parlava mai, di cui mai nessuno pronunciava il nome. Tra i ricordi di Glauce riaffiora la scena dei soldati che trattenevano per le braccia la sorella, poi l’urlo della madre. Ha sempre saputo che Ifinoe non era partita, che era morta, ma ha voluto credere che fosse solo la sua immaginazione e l’influsso negativo di Medea a portarle alla mente quei ricordi offuscati.

  • Leuco. Il secondo astronomo del re è molto vicino a Medea, e al contrario di Acamante, si era legato inevitabilmente alla straniera. Essendo vicino a Creonte e facendo parte della cerchia regale, sa da sempre su quale misfatto si fondasse Corinto, ma aveva deciso di dimenticare. Leuco è preoccupato per l’eroina, poiché in seguito alla voce che circolava a proposito del fratricidio, il popolo le dava la caccia. Acamante, Agameda e Presbo ne erano gli artefici, ma l’astronomo, amico della straniera, non può provarlo, non può sconfiggerli, è impotente. Vogliono mettere a tacere Medea, che non ha nessuna intenzione di rivelare ciò che aveva scoperto, che le era servito solo per capire che la crudeltà di Corinto non era così diversa da quella della Colchide. In città ci fu un terremoto e a seguire la peste si propagava in ogni angolo del regno. Leuco capì subito che l’accaduto avrebbe messo ancora di più in pericolo la vita di Medea, che sarebbe stata accusata anche di questi due eventi, nonostante si stesse impegnando per curare i malati.
  • Medea. Prigioniera in una stanza, si rifugia dalla folla. Sa di voler continuare a vivere, e lo sa perché Oistros le aveva provocato nuovamente quella sensazione di rinascita che un tempo aveva provato con Giasone. Il re impartì ai soldati l’ordine di uccidere tutti i colchi che avrebbero trovato. Alcuni riuscirono a salvarsi perché si rifugiarono tra le montagne, altri vennero uccisi brutalmente. Medea aspetta angosciata di andare incontro al proprio destino, nella paura e nella nostalgia di tutto ciò che non potrà più vivere.
  • Giasone. Aspetta la condanna della moglie, inerte. Non può fare nulla per salvarla e non sarebbe mai voluto arrivare a questo. Decretarono il suo esilio, ma senza figli. Agameda e Glauce si intromisero nella sentenza, affinché i figli potessero restare con la madre, in modo che non avrebbero mai ostacolato la successione al trono. La richiesta viene respinta. Portano fuori Medea, Giasone la raggiunge, ma la donna non vuole più ascoltarlo. Quella fu l’ultima volta che la vide.
  • (^) Leuco. Un amico che in solitudine ricorda l’ultimo sguardo di Medea, mentre le guardie la portavano via. I corinzi credevano di essersi liberati dalla peste, dalle maledizioni, da ogni

male, con l’esilio della donna su cui scaricarono la responsabilità di ogni sventura subita. Nessuno aveva potuto fare nulla per salvarla, nemmeno Leuco. Glauce morì il giorno in cui fu emessa la condanna su Medea. Crearono una storia fittizia da divulgare tra il popolo, storia secondo cui, sarebbero state le vesti avvelenate che la straniera aveva donato a Glauce a ucciderla, strumentalizzando il consueto motivo dei doni. Ai corinzi non bastava l’esilio della donna, andarono oltre, si macchiarono di un atroce delitto: l’uccisione dei suoi figli.

  • Medea. Una donna lacerata dal dolore. Senza più un barlume di speranza, completamente vuota dentro. I corinzi le avevano ucciso il bene più caro per una madre e avevano diffuso la voce secondo cui sarebbe stata Medea stessa ad assassinarli per vendicarsi di Giasone. Tutti i colchi erano stati uccisi, tranne qui pochi che erano riusciti a rifugiarsi sulle montagne. Non aveva più niente e nessuno in cui credere, non una speranza per il futuro, non le rimaneva altro da fare che maledire il popolo di Corinto, che le aveva portato via ogni cosa.

2.6.2 Medea: da assassina a vittima

Christa Wolf ci presenta un mito sviluppato in maniera completamente diversa rispetto a quelli affrontati finora. La distanza tra la selvaggia terra della Colchide e quella civile di Corinto si assottiglia sempre di più, anzi, la scrittrice ci mostra come in realtà i due mondi siano più simili di quanto si possa credere. Ifinoe e Apsirto sono un esempio di quanto i due popoli siano vicini tra loro, entrambi colpevoli dell’uccisione di due ragazzi uniti dallo stesso destino di morte. La Wolf non rende il dolore della donna per il tradimento di Giasone il fulcro del suo romanzo, bensì la mancata integrazione dei colchi a Corinto. La grande abilità della scrittrice consiste nell’essere riuscita a capovolgere un dramma che per anni ha visto Medea colpevole di un infanticidio che, secondo alcuni storici, sarebbe stato commesso dal popolo corinzio. Nel corso dei secoli, da Euripide in poi, la protagonista è diventata un capro espiatorio, una vittima su cui riversare ogni responsabilità, ogni accusa. Un comportamento recidivo nell’uomo è proprio quello di non considerare mai i propri errori, addossando le colpe sempre a qualcun altro. Questo è stato per anni l’atteggiamento che gli autori hanno assunto per la riscrittura di un mito in cui i corinzi venivano deresponsabilizzati da ogni avvenimento. La Wolf, influenzata dalle proprie vicende personali, cambia le carte in tavola e si proietta nella figura di Medea, elevandola a donna sicura di sé e non colpevole dell’atroce delitto commesso da un popolo che, dietro un apparente razionalità, cela istinti selvaggi e primordiali. La donna, provenendo dalla Colchide, che aveva una cultura matriarcale, a causa delle sue origini non avrebbe ucciso la propria prole. Infatti, l’innocenza della straniera si percepisce fin dai primi