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Sintesi dettagliata di Medea. Variazioni sul mito. Medea-Euripide, Medea-Seneca, Medea-Grillparzer, Medea-Alvaro
Tipologia: Sintesi del corso
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MEDEA. Variazioni sul mito, Maria Grazia Ciani La Colchide è una regione del Caucaso: è la patria di Medea, figlia del re dei Colchi Eeta e discendente del dio Sole. Secondo alcune fonti essa è nipote della maga Circe e ha per madre Ecate, la dea della magia e degli incantesimi. Secondo altre fonti, invece, sua madre è l’Oceanina Idia, e Circe è sua sorella. La Tessaglia è una regione della Grecia continentale: è il regno di Esone, padre di Giasone, ma Esone è stato detronizzato dal fratellastro Pelia e Giasone, l’erede legittimo, è cresciuto in esilio, sulle pendici del monte Pelio, affidato alle cure del centauro Chirone. Diventato adulto, Giasone si reca da Pelia per rivendicare il trono che gli appartiene, ma Pelia pone una dura condizione: se vuole riavere il regno, Giasone dovrà compiere un’impresa difficile, un lungo viaggio in mare fino alla remota Colchide per recuperare il Vello d’oro che apparteneva al mitico eroe greco Frisso. Frisso ed Elle, figli di Atamante, erano stati destinati dal padre essere sacrificati a Zeus, ma Zeus stesso li salvò per mezzo di un ariete dal prezioso vello che rapì i due fanciulli sottraendoli al sacrificio. Sulla groppa dell’ariete, Frisso ed Elle volarono verso l’oriente. Durante il viaggio Elle cadde in mare e annegò, ma Frisso giunse in Colchide e cercò ospitalità presso il re Eeta. Secondo la versione più antica Eeta lo accolse, gli diede in moglie la figlia Calciope e Frisso, dopo aver sacrificato l’ariete a Zeus e averne donato l’aureo vello a Eeta, invecchiò e morì in Colchide. Ma secondo un altro racconto, Eeta uccise Frisso e si impadronì del vello, lo inchiodò a una quercia nel bosco sacro ad Ares e vi pose a guardia un drago insonne. È questo cimelio prezioso che ora Giasone deve riconquistare: ed esso sarà il tramite che unirà il suo destino a quello della barbara figlia di Eeta. Accompagnato da una eletta schiera di eroi, Giasone si imbarca sulla nave Argo e dopo un viaggio avventuroso che anticipa il celebre nostos di Odisseo, giunge alla Colchide. L’impresa a cui si accinge è dura e, data la ferma opposizione e la potenza di Eeta, non può essere compiuta usando solamente la forza. In aiuto all’eroe interviene allora Medea, una donna innamorata, la principessa che conosce il potere delle scienze occulte, i miracoli delle pozioni magiche, dei filtri misteriosi. Medea, amante e maga, soccorre lo straniero, l’uomo venuto da lontano, fornendogli i mezzi necessari per superare le prove imposte dal crudele Eeta: mettere al giogo due tori selvaggi e con essi arare un campo, seminare i denti del drago di Ares ucciso da Cadmo e sconfiggere i guerrieri che ne nasceranno, sfidando l’ira del padre, Medea presta il suo aiuto a Giasone fino al compimento dell’impresa, fino alla conquista del vello. Poi i due amanti fuggono insieme, sacrificando alla loro salvezza Aspirto, il giovane fratello di Medea. Di questo fatto la tradizione offre varie versioni: è Medea che uccide Aspirto con le sue stesse mani, oppure collabora al misfatto perpetrato invece da Giasone. Sta di fatto che due gravi trasgressioni, il tradimento del padre e la morte violenta del fratello, segnano il distacco di Medea dalla sua famiglia di origine e connotano il suo legame con Giasone. Nel rapporto di coppia, le parti si sono invertite: la donna che insieme a Giasone sbarca in Tessaglia è “colei che viene da lontano”, la straniera dall’oscuro passato, la maga, la barbara. L’avventura che ha inizio ora è quella di Medea in Grecia, le peregrinazioni che la portano successivamente da Iolco in Tessaglia a Corinto e poi ad Atene. Ogni tappa è segnata da un evento funesto che innesca un meccanismo di fuga senza ritorno. A Iolco Medea provoca, sia pure indirettamente, la morte di Pelia, istigando le figlie del tiranno a compiere su di lui un rito di ringiovanimento: Pelia viene fatto a pezzi e messo a bollire in paiolo. Banditi dalla Tessaglia, Medea e Giasone si recano a Corinto dove trovano asilo presso il re, Creonte. Qui si apre la sequenza più famosa della storia di Medea, quella dell’abbandono, anch’essa iscritta nella tipologia dei miti. Come Teseo abbandona Arianna, salvatrice e amante, così Giasone tradisce Medea per Creusa (Glauce), la figlia di Creonte, colei che gli promette una piena reintegrazione in Grecia e un nuovo regno. Medea si vendica ricorrendo alle sue arti magiche e distruggendo la dinastia regnante di Corinto, la figlia insieme al padre.
A Corinto, anche i figli anti dall’unione di Giasone e Medea trovano la morte: questo è un dato certo della saga; incerte sono invece le circostanze della loro morte: lapidati dai Corinzi in odio a Medea, per vendicare l’uccisione dei loro sovrani; morti per colpa di Medea in un tentativo fallito di renderli immortali; uccisi, infine, da Medea stessa in odio a Giasone, per vendicarsi dell’abbandono. Medea rimane comunque sola, e ancora una volta in fuga. L’ultima tappa delle sue peregrinazioni in terra greca è Atene, dove il suo destino sembra subire una svolta positiva e dove, per breve tempo, sembra che a lei riesca quello in cui Giasone ha fallito: conquistare la cittadinanza e il regno. Medea si unisce in matrimonio a Egeo, re di Atene, e gli partorisce un figlio, Medo. Ma, al tentativo di favorire Medo, essa ordisce trame di morte contro Teseo, figlio di primo letto ed erede legittimo di Egeo. Quest’atto le sarà fatale: scoperta, viene nuovamente scacciata. Lascia, allora, la Grecia per sempre e, secondo una delle molte versioni tramandate, fa ritorno in Colchide insieme con Medo. Il ritorno di Medea si compie all’insegna del riscatto dell’antico tradimento verso la famiglia, verso il padre. Durante la sua assenza infatti Eeta, detronizzato dal fratello Perse, ha perduto il potere e il regno; ed è Medea che, uccidendo o facendo uccidere Perse, restituisce il trono al padre. Si chiude così il lungo viaggio di Medea. La sua terra d’origine, la terra di suo padre, la terra tradita è la terra promessa. Eeta è il principio e la fine del suo destino.
Ecco, in sintesi, la trama della tragedia di Euripide: Giasone e Medea, insieme ai loro due figli, sono giunti, esuli, a Corinto. Quando inizia il dramma, l’evento scatenante ha già avuto luogo: Giasone ha abbandonato Medea per sposare la figlia del re di Corinto (Euripide ne tace il nome). Al ripudio di Giasone si aggiunge un altro, crudele provvedimento: il re Creonte, temendo la donna straniera e gli occulti poteri che le vengono attribuiti, ha decretato che venga esiliata da Corinto assieme ai figli. Travolta dalla duplice sciagura, Medea prepara una vendetta esemplare: con il pretesto di impetrare la revoca dell’esilio almeno per i figli, essa li invia alla sposa di Giasone con dei doni stregati che provocheranno la morte della principessa e anche quella del padre, accorso in suo aiuto. Quando questo evento si è compiuto, essa uccide anche i figli. Di fronte a Giasone che la maledice, non rivendica soltanto i suoi diritti di donna oltraggiata, di moglie offesa, ma anche quell’appartenenza a una stirpe superiore, divina, che le consente di prendere le distanze dal suo stesso delitto istituendo, a Corinto, il culto dei figli morti. Poi, sul carro del suo avo, il Sole, essa si innalza, come in un’apoteosi, sottraendosi a Giasone, ai Corinzi e al pubblico di Atene. Un esame approfondito di quest’unica tragedia conservata tra le molte dedicate alla saga di Medea ci rivela la complessa realtà di un personaggio dai molteplici volti. La Medea che si presenta sulla scena è innanzitutto una donna tra le donne di Corino, testimoni e partecipi del suo dramma; è una moglie disperata che denuncia la sua condizione di abbandono, in un contesto che non le offre altre risorse, che la restituisce alla solitudine e alla disperazione del suo essere straniera, lontana dalla patria, priva di parenti, di protezione e di difesa. Tutto concorre a suscitare intorno a lei un sentimento diffuso di partecipazione sofferta, di pietà. Ma accanto alla Medea compatita come vittima e giustificata nelle sue rivendicazioni, vi è la donna capace di ordire trame più complesse e insidiose: in quell’Atene del V secolo che si riflette nel contesto tragico, le arti magiche della mitica strega si convertono nelle doti laiche che si affidano a un’intelligenza acuta e scaltra, non meno temibile e pericolosa. Il dolore e il furore di Medea tradita e la fredda razionalità di Medea vendicatrice convivono alternandosi fino al momento in cui essa precisa i termini del suo piano e annuncia il proposito di uccidere, insieme alla sposa di Giasone, anche i propri figli, come atto “necessario” al giusto completamento della sua vendetta. Dopo la sposa umiliata e la femmina scaltra, ecco ora la donna-mostro, nell’atto di compiere il più mostruoso dei delitti, quello che nessun oltraggio subìto, nessuna legge umana e divina può giustificare.
che non riesce a cancellare. Tutto ciò che deriva dalla Colchide, per i greci è barbaro: una comunità che aveva una cultura alla quale i greci non riuscivano a dare un valore. Il tema dello straniero è molto presente e accentuato in alcune riscritture successive soprattutto in Christa Wolf e Corrado Alvaro. Giasone a sua volta un antefatto: costretto da fanciullo ad abbandonare la propria terra, Elia zio del padre, aveva impedito a Giasone di salire al trono. Quando Giasone torna per vendicare il proprio diritto al trono vi è il problema del vello d’oro da conquistare per poter arrivare a regnare. Medea provoca la morte di peli a con la divisione delle sue membra, per compiere un rito di ringiovanimento. Si tratta di un inganno, Medea non indirizza il rito a favore di peli a che morirà. I due, Giasone e Medea fuggono a Corinto. Ci sarà poi una nuova fuga di Medea da Corinto il suo passaggio ad Atene: vi sono tragedie che raccontano di Medea ad Atene fino al suo ritorno nella Colchide. Tema mitico delle tragedie di Euripide e delle successive versioni: Giasone e Medea sono esuli a Corinto. Sbarcano da fuggitivi (dalla Tessaglia), sono in una posizione di svantaggio devono chiedere ospitalità che inizialmente viene accordata dal re Creonte. Due tragedie di Euripide perdute: le Peliadi (morte di Pelia) ed Egeo (le vicende di Medea ad Atene). Euripide scrisse quindi diffusamente sul mito di Medea. Struttura della tragedia (riferimento alla poetica di Aristotele). Il prologo : discorso preliminare (monologo della nutrice più dialogo con il pedagogo). Si può realizzare in modi diversi rispetto ai vari tragediografi. La parodo : entrata in scena del coro (da parodoi, i corridoi laterali da cui esce il coro). Cinque episodi : azione scenica. Cinque stasimi : Interruzioni con commenti da parte del coro. Sigizia : coppia di strofe): nel primo stasimo della Medea (pagina 35) abbiamo quattro strofe. Ogni episodio seguito da uno stasimo. Quindi in tutto abbiamo cinque stasimi per cinque episodi. Questi permettono di evidenziare l’articolazione degli episodi. Nello sguardo che noi diamo al testo ci accorgiamo che gli episodi finiscono con un lungo intervento del coro. Esistono anche stasimi all’interno degli episodi, che sono sicuramente più brevi. L’esodo : conclusione dell’azione e della tragedia con l’uscita del coro dalla scena. Nelle versioni successive l’importanza del coro diminuisce e sarà l’uscita di Medea a decretare la fine. Applicazione delle tre unità aristoteliche: le unità sono degli aspetti puntuali che consentono alla tragedia di avere una coerenza; non sono norme Aristotele infatti non poneva regole ma li riprendeva dalla tradizione, dalle convenzioni all’interno del genere. Unità di luogo: aria davanti la casa di Medea. Unità di tempo (vincolo molto forte): 24 ore, bando di Creonte: esilio. Unità di azione: vicenda coerente e compatta. Complicazione dell’intreccio causata da inserimenti di due tipi: Rievocazioni un’analessi del passato Anticipazioni o prolessi del futuro A e B insieme, cioè Flashback e Flashforward Pur rispettando le convenzioni del teatro il nuovo tragediografo deve arricchire l’intreccio, complicarlo: capacità di inventare inserimenti che però non impedissero lo svolgersi della fabula (consecuzione cronologica degli eventi: intreccio: presenza di due tipi di inserimenti, flashback o Flashforward). Già nel monologo introduttivo della nutrice ci sono riferimenti al passato che informano lo spettatore sugli antefatti. Articolazione della struttura della tragedia Prologo: pagina 25 28 Parodo: pagina 28 30 Primo episodio: pagina 30 35
Primo stasimo: pagina 35 36 Secondo episodio: pagina 36 40 Secondo stasimo: pagina 40 42 Terzo episodio: pagina 42 46 Terzo stasimo: pagina 46 e 47 Quarto episodio: pagina 47 50 Quarto stasimo: pagina 50 51 Quinto episodio: pagina 51 57 Quinto stasimo: pagina 57 59 Epilogo: pagina 59 63 Prologo La nutrice apri il suo monologo tra la reggia di Creonte e la casa di Idea. Ci informa rispetto alla saga del vello d’oro che ha portato già su one me dea Corinto. Single inizio la nutrice ci fa capire che non sta introducendo una storia felice. La motrice si nomina il personaggio protagonista come una donna “con il cuore sconvolto dall’amore per Giasone”. “Tuttavia gradita ai cittadini”: nei costumi della Grecia l’ospite era sacro, accolto con i migliori onori. “Infelice, offesa”: perché ripudiata dal marito. Giasone obbedisce alle ragioni di Stato per garantire la successione al trono e soprattutto essere riconosciuto al massimo grado. “Perdere la patria”: tema dell’esule. Medea non è una donna rassegnata a questo destino e la nutrice non può consolarla; oltre la sofferenza coglie qualcosa: “non sopporterà di essere offesa”. Medea viene da un’altra cultura e la nutrice che la conosce bene ha timore di una tragedia “è una donna terribile: chi si scontra con lei non canterà vittoria così facilmente”. Prova un’offesa irreparabile che non può sopportare sia per il suo carattere ma anche per la sua cultura. Il timore della nutrice: o si suicida oppure ucciderà qualche altro. La terribilità di Medea è la sua natura: può essere sconfitta ma non facilmente. I figli sono inconsapevoli del dramma che li aspetta anche perché non conoscono il dolore. Poi entra in scena il pedagogo che porta sin dentro il prologo le ragioni che hanno determinato il dramma (la reticenza del pedagogo è tipica delle tragedie classiche, serve anche ad attirare l’attenzione del pubblico; così come il rito del patto che stringono la nutrice e il pedagogo). Casualmente il pedagogo viene a conoscenza del fatto che Medea verrà bandita dal re Creonte. “Ho già visto il suo sguardo posarsi su di loro, torvo, come se si preparasse a qualcosa […]”: Euripide sin dall’inizio fa capire che vuole rappresentare una Medea infanticida e porta nello spettatore (attraverso la nutrice) il sospetto. Compare Medea dall’interno: si sente solo la voce dall’interno. “FURORE”: la natura di Medea, secondo la nutrice, la obbligherà a certe azioni. Medea pronuncia il proprio destino di assassina dei propri figli: anche se lei non dice che ad ucciderli sarà lei. Si augura che il padre e la sua discendenza possano morire. Non vi è un dialogo diretto tra Medea e la nutrice, ma questa parla ai figli come in senso di protezione. La nutrice si mette nei panni di Medea: ha un ideale di vita tra pari (in cui non si è soggetti al re). Il prologo si chiude con il tema che arriva fino a Shakespeare, cioè il tema del tiranno: del potere assoluto che non ha misura. È una considerazione di tipo morale: riflette su ciò che sta per accadere e ne ritrova la causa: l’idea di passare su Medea e suoi propri figli per i propri interessi. Il testo di Euripide è un prodotto storico: l’autore ha introdotto delle innovazioni. Già nel prologo vi sono innovazioni: misto tra monologo e dialogo, pedagogo e nutrice, maschile e femminile della stessa fusione all’interno del dramma: sono di famiglia e all’interno di questa portano delle notizie (come nel caso in cui il pedagogo rivela alla nutrice che Medea e i figli sono stati banditi da
Si apre il I episodio: da qui in poi Medea è protagonista fino alla fine, nel senso che tutto è riconducibile a lei. Primo episodio (p.30-35): epeisodioi > parti dialogate tra gli attori > coro > coro e corifeo > coro e attore > due attori (Eschilo) > tre attori (Sofocle) > tre attori
Utopia di un mondo in cui la donna sia rispettata e onorata Contro il topos dell’infedeltà femminile Tema del divieto per le donne di esercitare l’arte poetica Tema della longeva discriminazione delle donne Ultime due strofe asimmetriche (7+8 vv.) > conclusione Contestualizzazione degli argomenti generali trattati nella sigizia al caso di Medea Follia d’amore> tema che Giasone sfrutta a suo vantaggio. Nelle parole del coro vi è una donna sofferente che ha lasciato tutto per l’uomo amato che però l’ha tradita. Anche a Corinto (Ellade gloriosa) non c’è più rispetto per i giuramenti. Non ha nemmeno una casa dove tornare. Quarto episodio (p. 47-50) Tutto giocato sul doppio significato Raddoppiamento dello schema del secondo episodio: nuovo confronto tra Medea e Giasone Medea gioca il ruolo della donna sottomessa Doppia coscienza: Medea sa di mentire e prova dolore, così come il coro presagisce la tragedia Doppio tono/significato del dialogo (es. il dono a Creusa> ornamenti del Sole come doni di nozze) Dono come strumento di persuasione e causa di morte I figli come strumenti ignari di omicidio e messaggeri di buone/cattive notizie (dipende dalla prospettiva). Giasone si fa inconsciamente complice della loro morte. Stasimo precedente: le coreute avvertono l’omicidio di Creonte e Creusa ma non l’infanticidio. Due possibili spiegazioni:
Si tratta di un epilogo punitivo per il comportamento offensivo di Giasone: prima causa di tutte le sciagure Sottrazione al padre dei corpi dei figli Medea vuole seppellire, con le sue mani, i figli nel tempo di Era Acraia (protettrice delle alture) sull’acropoli di Corinto, per sottrarre le spoglie alla furia dei Corinzi > Istituzioni di riti ed ispirazione del loro assassinio: il culto della memoria dei figli che dà un senso al finale e se ne comprende la morte Mito di Scilla: ninfa trasformata in mostro da Circe Profezia della morte di Giasone: “tu morirai di mala morte colpito al capo da un rottame della nave argo” profezia di Medea Canto finale del coro: il coro canta l’arbitrio degli dei sugli uomini. Il coro e l’ultimo ad abbandonare la scena
Gli aspetti su cui fa leva la sopravvivenza del personaggio riguardano l’opposizione barbaro- civilizzato, straniero-autoctono e, naturalmente l’infanticidio. La scelta o l’invenzione di questo episodio è determinante, e tale da condizionare per sempre, nella tradizione letteraria occidentale, l’immagine di Medea. Con la tragica figura della madre infanticida Euripide ha consegnato alla storia dell’Occidente un personaggio tanto scomodo quanto ineludibile, e soprattutto ha delegato ai posteri la sentenza sulla sua colpevolezza. Sulla falsariga del dramma di Euripide si svolge anche la tragedia di Seneca che si presenta però con uno spirito completamente diverso. Sappiamo che la tragedia attica è anzitutto cerimonia e rito. I personaggi drammatici vivono una propria esistenza al di là e al di fuori della vita dell’autore, e per di più sotto la difesa impersonale del Mito. Con Seneca questa autonomia dei personaggi è stata superata. L’autore invade la scena imponendo la sua personalissima visione e interpretazione della vicenda. La sua tragedia risponde a precise concezioni religiose moralistiche. Medea è concepita fin dall’inizio come personaggio infernale; la sua condanna è anteriore alla stessa azione drammatica: sulla scena essa non fa che rendere espliciti il furore di una natura selvaggia e la crudeltà di un essere legato alle oscure potenze del male. La sua esistenza è una trama di delitti consapevoli, rivendicati con spavalda freddezza. Per vendicarsi di Giasone essa non fa che procedere su una strada già segnata lamentando, alla fine, come due figli siamo troppo pochi per soddisfare il suo odio e la sua sete di vendita. L’idea di uccidere i figli è presente fin dall’inizio ma si concretizza quando Giasone manifesta l’assoluta preminenza di questi figli nell’universo dei suoi effetti. In questo legame padre-figli l’ideale romano è simile alla concezione greca: il modo, però, con cui Medea collega la sua risoluzione alle parole di Giasone non sembra certo il riflesso di una concezione antropologica secondo la quale distruggere i figli equivale a distruggere il padre, ma suona come espressione di pura perfidia. Perfida dall’inizio alla fine appare questa Medea “nera” a cui non viene riconosciuta nessuna attenuante. Essa è posta ai margini del mondo umano e divino; non solo Giasone la ripudia e Creonte la detesta ma il Coro stesso, fin dal suo primo intervento, appare schierato contro di lei a favore non solo di Giasone ma anche della nuova sposa Creusa, le cui nozze, sancite dalla legittimità, sono benedette dall’unanime consenso. Nell’accentuare il legame di Medea con il mondo della stregoneria e della magia nera Seneca esprime anche la condanna del suo tempo verso simili pratiche che offendono il culto degli dei superi. L’apparizione finale di Medea sul carro del Sole, che in Euripide conserva una sua misteriosa maestà, viene abolita: Medea sale sul tetto della sua casa con il figlio ancora vivo e il cadavere dell’altro già ucciso; qui completa il suo misfatto. Mentre in Euripide essa fonda il culto
dei figli uccisi, iscrivendo il suo gesto, per quanto umanamente ripugnante, in Seneca si libera dei loro miseri corpi scagliandoli a terra, ai piedi di Giasone. La teatralità retorica di Seneca è esemplare in questa scena che celebra l’antiapoteosi (l’anti divinizzazione) dell’empia strega della Colchide. La distinzione che in Seneca oppone il male al bene implica che a una Medea maturata nel male e irrimediabilmente perduta, corrisponda un Giasone innocente e fondamentalmente buono. Il Giasone di Seneca infatti è un novello Enea, un eroe puro e incontaminato. I misfatti di Medea non lo toccano, non lo riguardano. Liberarsi da questa donna non è colpa, ma merito. Ci si chiede dunque come mai la sua punizione sia così crudele e che la vicenda si concluda con la sua disfatta. Per dare una soluzione etica a tutto il dramma, Seneca recupera il passato e da spazio all’impresa argonautica. In questo modo egli ottiene due risultati: Togliere a Medea il nucleo principale delle sue rivendicazioni: non solo di aver dato aiuto a Giasone ma di aver salvato, con lui, non ore e il fiore della gioventù greca Attribuire a Giasone una colpa che in qualche modo giustifichi l’ira degli dei Nessuna spedizione per mare è stata vissuta, nell’antichità, come un’avventura esaltante; Apollonio Rodio descrive l’angoscia e il senso di impotenza che accompagnano gli Argonauti nel loro viaggio verso la Colchide alla ricerca del Vello d’oro. Ma Seneca, raccogliendo un topos che attraversa la poesia latina, da Ennio a Ovidio, da Catullo a Orazio, va più oltre: l’impresa degli Argonauti non fu solo un atto audace, fu anche e soprattutto un atto empio, una violazione dell’ordine cosmico nei suoi sacri confini, nei suoi misteri e nelle sue leggi. L’ampliamento della conoscenza si configura quindi come colpa e la sorte di Giasone non è diversa o peggiore di quella di molti dei suoi compagni che pagarono la trasgressione con la vita. E quindi, se la sventura di Giasone ha una giusta causa, a Medea non resta nulla da rivendicare per un ipotetico riscatto. Tutto quello che ha fatto, per amore o per rancore, si configura come opera di un demone del male. Non è possibile comprendere la novità della Medea di Seneca senza tener presente la 12ª delle Eroidi di Ovidio. Si tratta di 21 lettere d’amore o di dolore, in distici elegiaci, che si immaginano scritte da famose e lui me ai loro mariti o innamorati. Tra questi vi è anche la lettera di Medea a Giasone. In questo caso siamo in presenza di quelle che si chiamano “metamorfosi laterali”: che riguardano il mito che passa da un genere all’altro, in questo caso l’elegia. In Ovidio Medea oscilla tra la dimensione elegiaca, provvisoria, e quella costituzionale, drammatica, tanto che alla fine si togli i panni della donna innamorata per indossare quelli dell’eroina tragica che noi conosciamo attraverso il mito. Medea non è un personaggio elegiaco fino in fondo in tal caso avrebbe cercato di riconquistare il proprio uomo supplicandolo o minacciando di suicidarsi e non avrebbe mai ucciso. Così come non è del tutto tragica la Medea di Ovidio. Ovidio, quindi, riserva a Medea la possibilità di tornare ad essere la vera Medea, quella del paradigma mitico. Si dichiara vittima della passione d’amore ma in realtà è solo apparenza, perché la delusione è simulata da Medea per il comportamento di Giasone, ingrato nei confronti di tutti i benefici ricevuti da lei, non è che un velo di ipocrisia che le serve per mascherare le sue vere intenzioni omicide. Ovidio quindi mette in atto un approfondimento psicologico di Medea grazie al genere della lettera. È uno scavo psicologico che verrà ripreso da Seneca, anzi quest’ultimo va ancora oltre. Vi è il passaggio da eroina innamorata a strega/ maga crudele. Seneca (4 a.C.-65 d.C.) > Unica testimonianza di cosa fosse il teatro Nove tragedie coturnate (argomento mitico): produzione tarda con intento morale
Le tragedie di Seneca furono scritte per la scena? Considerazioni storiche: tramonto dell’importanza della tragedia da Tiberio in poi, estrapolazione dei monologhi, crescita del genere pantomimo e abbondanza degli spettacoli grandiosi ma privi di interiorità o riflessione Conseguenze: caduta del successo popolare della tragedia. Vi erano rappresentazioni private in sale di recitazione, con la conseguente accentuazione dell’aspetto retorico in oratorio (le gare oratorie tra i personaggi tramite contrapposizioni di monologhi, per esempio Medea e la nutrice) Virtuosismo stilistico, sbalzi di tono, sfoggio di erudizione, secondaria importanza dell’intreccio dell’azione: rottura delle regole sceniche del dramma antico: per esempio l’infanticidio viene presentato nella scena stessa Risposta alla domanda iniziale: le tragedie di Seneca erano destinate alla lettura, ma rappresentabili da altri (esempio immagine a Pompei, casa del Centenario, con attori in maschera che recita hanno il finale di Medea) Schema della Medea di Seneca Personaggi: sei, Medea, Coro, nutrice, Creonte, Giasone, nunzio Prologo: monologo di Medea e coro Cinque sezioni o atti segnalati dall’enunciazione dei protagonisti: due per volta, antitesi Esodo finale: i sopravvissuti della tragedia > cinque personaggi Rovesciamento del finale euripideo Prologo - Primo atto Invocazione degli dei: sono divinità latine. Lucina la si trova sia nel mondo greco che etrusco, è la dea che presiede alle nascite. È la prima divinità citata da Medea. All’inizio in bocca con lei che protegge le nascite e poi commette l’infanticidio. Seneca vuole sottolineare quindi il tema dell’infanticidio. Il culto di Giunone lucina ovvero colei che porta alla luce un culto molto particolare, proteggeva le nascite i bambini. Viene poi nominata e Ecate: Diana triforme, ha tre volti
Già incontrata nella tragedia di Euripide. «Voi prego con infausta voce». Le furie, vendicatrice dei delitti, qui sono presenti sin dall’inizio. Motivo del cocchio: sin dalla prima pagina la vediamo con l’attributo importante, figlia del Sole. Se in Euripide Medea alla fine si allontana dalla scena sul cocchio alato con i cadaveri dei figli, in Seneca, sin dall’inizio le si attribuisce la parentela con il Sole eppure questo non avrà importanza nel finale. Tema dell’origine straniera e barbara di Medea è sottolineato da Seneca. Seneca mostra a Nerone un personaggio completamente negativo. L’unione tra Medea e Giasone è stata determinata da una serie di delitti: «la famiglia acquisita con il delitto con il delitto va lasciata». Il coro parla invece delle nozze regali tra Creusa e Giasone. Il coro esalta la bellezza di Creusa e non parla con Medea. Sono gli ultimi versi del coro sono dedicati a Medea e la condannano immediatamente a favore di Giasone. Il coro è composto da coreuti, quindi è un coro maschile che si fa portavoce delle istanze di Corinto. Nel prologo abbiamo due personaggi: Medea e il coro. Si tratta di un finto dialogo perché i due personaggi non interagiscono tra di loro. Sono infatti due monologhi. La funzione del prologo è quella di presentare sin da subito Medea come un personaggio barbaro e empio, e quindi infanticida. Atto secondo: p. 69 -
In questa atmosfera di sospetto, di rifiuto e di abbandono, priva anche delle insegne che le ricordano l’antico potere e con esso la nobiltà della sua stirpe, Medea appare debole e umiliata. Gli eventi che provocano la sua reazione estrema si susseguono uno dietro l’altro: la decisione di Creonte di scacciarla e di far sposare subito Giasone a Creusa; gli insulti di Giasone, q cui essa rivolge per chiedere giustizia; il rifiuto dei figli che la respingono scelgono Creusa come madre. Medea raggiunge il limite della tollerabilità e qualcosa di orrendo, secondo la sua stessa ammissione, prende forma e lei: l’uccisione dei figli. La Medea di Grillparzer non ha un’indole malvagia. Non è responsabile della morte del fratello, si dichiara estranea a quella di Pelia. Vuole disfarsi dei suoi poteri magici, rinnega il suo passato. Ma la sua esistenza appare legata al vello d’oro, e quindi dominata dalla maledizione che il vello porta con sé. Seppellendolo, essa tenta invano di sottrarsi al suo funesto dominio, ma il potere malefico delle cose si rivela più forte. Quando il vello viene ritrovato Medea si arrende al destino e a Creusa invia, insieme col veleno, anche il vello, simbolo di una necessità ineluttabile. L’uccisione dei figli, però, non è un atto necessario; la potenza oscura di malefici non incide sul gesto, e nemmeno il timore che i figli abbiano a patire, che debbano vivere, come lei, tollerati e reietti. In quel gesto, puramente umano, c’è già tutto il peso della colpa e la necessità dell’espiazione. Il dramma di Grillparzer non si chiude infatti con l’infanticidio. La vicenda ha un’appendice nuova e insolita nel quinto atto, dove Giasone e Medea, esuli e raminghi, si incontrano per l’ultima volta. Mentre Giasone si è abbandonato alla disperazione, le parole conclusive appartengono a lei, che si accinge a riportare a Delfi il Vello di Frisso, restituendo così al dio pscuro ciò che è suo, e a iniziare un solitario cammino di espiazione. Nel salutare colui che ancora considera il suo sposo, Medea lo esorta alla sopportazione perché, se l’antico sogno di felicità e di gloria è per sempre svanito, la notte del dolore è appena cominciata. Dolore, espiazione, e quindi pentimento e rimorso e alla fine, forse, riscatto e perdono. Il personaggio di Medea rientra così nei canoni della visione romantica, per eccellenza antitragica e contraria alla concezione del male senza rimedio: dall’orlo dell’abisso Medea si ritrae per iniziare, nell’infelicità, un cammino di speranza. Grillparzer (Vienna 1791-1872) Trilogia del vello d’oro: elaborata nel 1816- Vello d’oro, rappresentata nel 1821 trilogia composta da: L’ospite: atto unico Gli argonauti: quattro atti Medea: cinque atti La Medea di Grillparzer è tradotta da Claudio Magris a cura di Maddalena Longo Struttura dell’opera Cinque atti ben determinati da titoli generali Personaggi: Creonte, Creusa, Giasone, Medea, Gora (nutrice) araldo, contadino, servi e ancelle, figli di Medea. N.B. Gora viene descritta con la pelle di colore scuro: sintomo dell’origine straniera di Medea e del suo seguito Paragrafetti introduttivi in corsivo con finalità descrittiva delle cose, dei personaggi e delle azioni in corso Indicazione fuori testo in corsivo tra parentesi in ausilio all’azione teatrale e alla modalità di recitazione Indicazione della presenza del sipario Caratteri del teatro di Grillparzer
Combinazione tra eredità e competenze poetiche di gusto classicista e temi e forme tipici del romanticismo Contrasto tra i criteri formali del classicismo (armonia, equilibrio, eleganza) e inclinazioni sentimentali per i modelli romantici (Goethe, Schiller, Shakespeare, Calderón, Lope de Vega) Caratteri della trilogia sul vello d’oro Eschilo (525-456 a.C.) per la forma della trilogia (Orestea: unico filo conduttore delle tre tragedie è Oreste con le sue gesta) Qui il filo conduttore è il vello d’oro nel passaggio da un conquistatore all’altro Il vello è «segno concreto del possesso ingiusto», desiderato da tutti con caratteristiche positive ma ingiusto perché sottratto di volta in volta Modello per la tragedia su Medea sono le tragedie di Ovidio e Seneca: Grillparzer traduce nel 1819 le tragedie di Seneca Ma anche la lettura di Apollonio Rodio, Ovidio e dei moderni tragediografi tedeschi, autori di drammi su Medea (esempio Klinger) Tema generale della trilogia: il contrasto tra barbari e grecità> essenza del mito di Medea Primo atto: p. 97 - 119 Alba, simbolo di rinascita: Medea seppellisce questi oggetti perché vuole diventare greca. Si tratta di oggetti che legano Medea al passato, strani fregi, strane cose, simbolo dell’estraneità dalla Grecia. Contrapposizione tra la luce che rappresenta la Grecia, e il buio che invece simbolo della Colchide. Lo straniero deve dimenticare sé stesso e quello che è stato. Gora però ricorda a Medea che nonostante gli sforzi nulla si può cancellare. Anche Giasone, come Medea, è straniero: insieme possono sopravvivere nella nuova patria. Il furore, tipico della tragedia di Seneca, è passato da Medea alla nutrice: è infatti il doppio femminile Medea. Medea incarna l’illusione di essere accettata. Giasone ha intenzione di celebrare il rito per Poseidone per poter invocare la protezione del re e per quindi assumere i costumi del re. Medea nel frattempo tenta di farsi accogliere da Creusa che inizialmente sembra accettare questa donna. Gora poi ricorda me dea della Colchide e del passato, mentre Giasone auspica qualche altra cosa. Inizialmente Creusa sembra prendere il posto di Gora con la sua dolcezza. Creonte crede che Medea non potrà cambiare: è diversa dal genere femminile a cui lui si rapporta. Creonte fa credere a Giasone che possa avere delle nozze che nascono sotto buoni auspici e sotto il consenso del padre. Mentre Medea deve rinunciare alle sue arti e magiche e deve sottostare alle leggi e ai costumi greci. Personaggi: Medea, Gora, Giasone, Creusa, Creonte e i figli. Concentrazione di tutti personaggi Azioni principali: Seppellimento dei simboli della Colchide e del vello d’oro, a causa di sciagure Situazione di emarginazione Tentativo di Giasone di farsi accogliere da Creonte Confronto tra Creusa e Medea Rievocazione della conquista del vello d’oro e del ritorno in Tessaglia da parte di Giasone Richiesta d’asilo per sé, per Medea e per i figli (concessa da Creonte a patto che Medea si sottometta agli usi e ai costumi greci e rinneghi le sue arti magiche) Contrapposizione tra civiltà e barbarie: la civiltà appartiene alla Grecia, le barbarie sono tutto ciò che non è greco
Protezione garantita da creò un te tramite le nuove nozze: “ciò che era stato deciso un tempo” Condanna all’esilio per Medea e abbandono da parte di Giasone: vi è quindi un dubbio finale di Creusa, anche questa una variante. In questa versione il fratello di Medea si sarebbe suicidato per sfuggire a Giasone. Nel frattempo, cade un velo dagli occhi di Medea che ritiene Creusa responsabile di queste nuove nozze. Conseguente distruzione degli oggetti che la legano a Corinto. Terzo atto: p. 141- Personaggi: Gora, Medea, Creonte, Giasone, Creusa Dialogo tra Medea e Gora: Gora sostiene che si debba chiedere a Creonte la restituzione dei figli, e giudica Giasone come un ipocrita, pieno di lusinghe. Questo è un incitamento alla vendetta. Ricorda poi la punizione subita da tutti gli argonauti. Gora è più di una nutrice, lei gli ha sempre avvertito Medea. L’emblema della Colchide, infatti essa non si è mai grecizzata. Spunto per la vendita di Medea tratto dalla morte di Eracle traditore, la cui moglie lo avvelena con una veste avvelenata Patto tra Creonte e Giasone per la conquista del potere: Giasone è uno strumento di conservazione del potere, facendolo sposare con Creusa. Dialogo tra Medea e Giasone: appare qui una doppia lettura del passato. Medea racconta il passato diversamente da come viene raccontato da Giasone Perdita dei figli che vogliono restare a Corinto (variante): i figli non vogliono affrontare un altro esilio e si aggrappano a Creusa Quarto atto: p. 161- Personaggi: Medea, Gora, Creonte, i figli Dialogo tra me e te hai ancora: il rifiuto dei figli genere Medea odio: prefigurazione dell’infanticidio Visione della morte di Creusa e dei figli Creonte pretende il bello. Medea ritrova sé stessa con gli oggetti Preparazione dei doni per Creusa, fatti inviare tramite Gora (Finisci quarto e quinto)
Trasposizione in opera e musica della Medea > 1700 in Italia CORRADO ALVARO autore calabrese, dicotomia città Campania
Segna una riflessione che farà anche Pasolini Nasce come poeta > partecipa alla Prima Guerra Mondiale e all’occupazione tedesca della Seconda. È però un poligrafo perché poi diventa narratore. Attività di talento multiplo: giornalista, commediografo, sceneggiante (accomuna a Pasolini) ^ Per il cinema e la televisione Critica teatrale > compagna di Tatiana Paplova, attrice e regista che ha sollecitato la scrittura e la messa in scena della “Luna notte di Medea” Alvaro tornerà a riferirsi nelle sue opere alla campagna calabrese. Attenzione all’universo ^ femminile ^ Costante ritorno-polarità tra mondo moderno e quello agricolo della sua regione ^ Passato non fermo: il presente produce cambiamenti > giovani che lasciano il sud per avere fortuna Meridionalismo: motivo importante delle sue opere “Lunga notte di Medea” > opera della piena maturità 1949 rappresentazione costumi e scene di De Chirico e musica di Pizzetti > Alvaro poteva contare sulla collaborazione con artisti molto importanti. La sua riscrittura del mito rappresenta un momento di riflessione civile e politica. Riflessione sul potere > rapporto tra individuo e potere e chi incarna questo potere (rapporto tra Giasone e Creonte molto sviluppato) 1949 fine Seconda Guerra Mondiale e del fascismo > riflessione su cosa ha comportato Riflessione civile: Medea come straniera, profuga. Le donne civili sono quelle che più hanno sofferto la guerra. Alvaro no operazione di erudizione ma riscrivere integralmente Medea in chiave moderna. Tema molto forte della persecuzione che Medea ben si presta ad incarnare. Presa di posizione di Alvaro su questo tema: diritti civili > forte istanza civile di questo mito. Stranezza formale > no atti ma primo e secondo tempo linguaggio cinematografico: questa versione avrebbe potuto essere la base di una sceneggiatura 2 tempi divisi in 10 scene e 19 scene Piano personaggi grandi novità: recupero di Egeo; abbiamo due giovani donne, la nutrice e i figli hanno un nome. I personaggi nuovi portano dei nomi arcaici > evocativi e verosimili. Il nunzio avrà una funzione di snodo. Abbiamo anche due donne ammantellate. Abolizioni del coro sostituito dalle due giovani donne: coro di donne vicinissime alla protagonista che commentano e partecipano. Aprono il testo. Rapporto affettivo tra le due giovani donne > legame funzionale alla costruzione di Medea detta Vasilissa = regale, maestosa. ^ Rapporto importante di Alvaro con la cultura russa e recupero anche del greco antico Epiteto che ricorda l’origine di Medea che proviene da una famiglia importante anche se straniera. Anche qui sono presenti corsivi informativi che descrivono le armi. Nulla ci fa pensare che andrà qualcosa di negativo > apertura e chiusura inedite rispetto alle precedenti versioni. Correlativi magici ed incanto che troveranno il centro dell’episodio dello specchio/luna ^ Sono la stessa cosa ed alludono al mondo della magia che i Corinzi vedono specifico di Medea