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MENEGHELLO RIASSUNTO BIOGRAFIA + OPERE + ERNESTINA PELLEGRINI
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Luigi Meneghello - Ernestina Pellegrini Luigi Meneghello è uno scrittore autobiografico: tutto ciò che passa per la sua penna si converte in racconto. La letteratura per lui è un trasloco. Tutta la sua produzione ripercorre l’intera esistenza come un’autobiografia a puntate. Nel narratore convivono altre personalità: storico, letterato, linguista, antropologo, professore. Dà vita sia a romanzi autobiografici che a testi in cui descrive la genesi delle proprie opere, facendosi critico di sé stesso. M racconta la sua vita e riflette sulla stessa, così come mentre scrive le sue opere le passa in rassegna con lo sguardo di studioso. Lo stile è una scrittura per immagini. Vita e opera sua sono la stessa cosa perché attraverso la scrittura rappresenta il mondo che ha conosciuto, i luoghi visti, le persone incontrate. Dà l’impressione di voler mettere le cose a posto. Per lui la scrittura è un viaggio a ritroso, con la speranza di trovare quel pubblico a cui le cose possano pure piacere. Lettura come possibilità di riconoscimento, scrivere come sforzo per documentare e interpretare, diventa la possibilità di attuare un riconoscimento di sé in valori collettivi, nel radicamento dell’io in un’identità comunitaria, ma anche spazio della solitudine dove difendersi dall’eccesso di comunicazioni. Trovandosi con uno scrittore-professore, il primo impulso sarebbe di cercarne le parentele: lezioni americane di calvino, Montale, Dante, Salinger, Gadda, Fenoglio… presenze che però non risultano più univoche di altre. La sua opera è: indagine conoscitiva, bilancio esistenziale, lascito, giudizio storico-morale. Polemica nei confronti di modernità, industria culturale, e di una scrittura pomposa all’italiana, facilitata dalla sua condizione di dispatriato, di formazione inglese che ha contribuito moltissimo a creare uno stile umoristiche ecc. Lui fu un uomo-ponte fra due culture, e il fatto di poter assumere pt di vista esterno e interno ha prodotto frutti bellissimi. Per capire i libri di M bisogna conoscere un po’ la sua biografia : - Nasce a Malo, nel vicentino, nel 1922. Padre e fratelli officina meccanica, madre maestra elementare.
saggistica italiana). Giugno 1977- marzo 1978 – pubblica su La Stampa una serie di articoli intitolati Fiori italiani, poi raccolti in volume in una sezione di Jura. Dal 1967 – sporadici interventi su testate italiane Marzo 2004- inizia a scrivere per Domenica , supplemento culturale del Sole-24ore 1980 – lascia l’Università di Reading e si trasferisce a Londra nel quartiere di Bloomsbury , intervallando lunghi soggiorni a Thiene, nel Vicentino, dove ha vissuto negli ultimi anni dopo la perdita di Katia nel 2004. Nella seconda metà degli anni 80 – si apre una nuova stagione di pubblicazioni : le intense rivisitazioni narrative di due altri aspetti cruciali della propria esperienza, l’immediato dopoguerra e il rapporto con la vita inglese, raccolte di saggi : ˃ Jura.Ricerca sulla natura delle forme scritte 1987 ˃ Promemoria. Lo sterminio degli ebrei d’Europa 1939 - 1945 ˃ La materia di Reading e altri reperti 1997 ˃ Quaggiù nella biosfera. Tre saggi sul lievito poetico delle scritture 2004 Testi parlati, discorsi in controluce sulle cose che gli importano e sui libri che ha scritto (Leda e la schioppa 1988, Che fate, quel giovane? 1990), un originale zibaldone linguistico e culturale (Maredè, maredè … Sondaggi nel campo della volgare eloquenza vicentina 1990-1991), i tre volumi ricchi e strani di Le carte. Materiali manoscritti inediti 1963-1989 trascritti e ripuliti nei tardi anni Novanta, una scelta di personalissime traduzioni (Trapianti. Dall’inglese al vicentino 2002). 1993 nella collana Classici Contemporanei Rizzoli esce il primo volume delle Opere a cura di Francesca Caputo, con prefazione di Cesare Segre. 1997 il secondo con Prefazione di Pier Vincenzo Mengaldo. Anni 90- alcune sue cose vengono portate sulle scene e sullo schermo: 1990 – la compagnia Laboratorio Teatro Settimo ha tratto da Libera nos a malo una suggestiva versione (drammaturgia di Antonia Spaliviero, regia di Gabriele Vacis) 2005 – il Teatro Stabile di Torino ne ha proposto un riallestimento (testi di Spaliviero, Vacis, Paolini) 1997 – è una trasposizione cinematografica I piccoli maestri (Luchetti, Stefano Accorsi, …) 2006 – esce da Fandango Ritratti.Luigi Meneghello, video e testo a stampa di un colloquio con Marco Paolini, per la regia di Mazzacurati. 26 giugno 2007 – muore nella sua casa di Thiene. ERNESTINA PELLEGRINI : Chi si avvicina alle sue cose non deve dimenticare di avere davanti una specie molto particolare di scrittore: quella dello scrittore-professore.Da un lato c’è la serie dei libri che tratta la materia del paese ; E dall’altro c’è la serie dei libri che tratta dell’educazione civile e intellettuale dell’autore,tra scuola fascista, esperienza della resistenza, la militanza nel partito d’azione, la vita e l’insegnamento universitario in Inghilterra. La sua opera e la sua vita sono la stessa cosa, perché attraverso la scrittura, l’autore rappresenta il mondo che ha conosciuto, le cosa che ha visto, le persone che ho incontrato, dando al lettore l’impressione di trovarsi di fronte a qualcuno che vuole mettere le cose aposto. All’inizio dei piccoli maestri, in cui si racconta l’esperienza partigiana sull’altipiano di Asiago, si sottolinea che ci si trova di fronte, in fin dei conti, a una “questione privata“. Meneghello diventa attore della propria messa in scena. Come ha scritto Cesare Segre, Meneghello è come cronista , attore , protagonista e testimone. “Un isolato, un dispatriato: Unitaliano in Inghilterra e uninglese in Italia “ Credo che a Meneghello non importi nulla di essere collocato in un punto o in un altro del panorama letterario italiano e che i suoi libri li vorrebbe diffusi quasi in forma tranquillamente clandestina.La sua opera, dunque, è prima di tutto un’indagine conoscitiva, un bilancio esistenziale, una resa dei conti, un lascito testamentario, un giudizio storico e morale sulla propria epoca. Tutto ha una forte carica polemica. Nella tarda estate del 1943, mentre frequenta il corso allievi ufficiali alpini, viene colpo dallo sconquasso dell’8 settembre. Torna in Veneto dove prende forma una piccola squadra di perfezionisti vicentini che si mettono a organizzare la resistenza armata nella provincia. Nasce così un reparto partigiano del partito d’azione. L’esperienza dell’altipiano rimane centrale nella memoria e nella vita scritta. Ruolo fondamentale è dato alla memoria.
Nel 1983, in occasione del ritiro dell’insegnamento, viene pubblicato a cura di Giulio Lepschy il volume su/per Meneghello. Nel 1987 viene pubblicato da Rizzoli bau-sète!, Un libro molto divertente e feroce, dove si fa un affresco immediato dopo guerra, delle tue speranze di sconfitte, fortunato che vince il premio Bagutta. Alla fine del 1993 Esce il dispatrio, Che per l’autore inaugura una nuova serie, dando voce a una materia con essa, nel confronto-scontro fra codici culturali diversi. Ma ciò che occorre subito precisare che non ci troviamo davanti ha una scrittura in dialetto, semmai a uno scrittore di libri sul dialetto e sulla sua interazione. Come abilità l’autore spesso in molte delle sue note al testo, non si tratta di traduzioni in lingua del dialetto e nemmeno di una piatta riproduzione del dialetto, ma di veri e propri trasporti da mondi di esperienze completamente diverse. Il dialetto viene usato in fondo molto poco. Si va dalla deformazione grafica delle parole in dialetto alla storpiatura di termini in italiano, dalla improvvisa incastonatura di un vocabolo inglese all’interno di un testo in italiano parlato e così via. Meneghello non ha mai pubblicato poesie vere e proprie. Lo scrittore piange la morte delle culture locali, violentate dallo sviluppo capitalistico. I due mondi narrativi dello scrittore sono: il mondo del paese, in cui hanno primaria rilevanza per fare l’espressione linguistica in dialetto; la presenza di una vena poetica clandestina; il ricorso a un registro speculare. Nel secondo universo narrativo, prevalgono invece stilisticamente l’italiano parlato e i suoi contrappunti in lingua inglese. Meneghello nota più volte come, dopo il boom economico in Italia, si uniscono alla nostra lingua e la nostra cultura le nuove modo, le americanate avvedute e scandalistiche, sensazionali quanto effimere. Va ricordato che nel suo lavoro non è solo, ma opera in straordinaria simbiosi con la moglie Katia, consigliera e compagna in un interminabile viaggio letterario. Dialetto e lingua italiana La produzione di M corrisponde a lungo lavoro di recupero dei materiali dei ricordi attraverso le parole-esca del dialetto , che funzionano da sonde psicologiche che portano a galla interi mondi già organizzati allo slancio del racconto. Non è lui uno scrittore in dialetto, quando sul dialetto e la sua interazione con la lingua. Quella di M è un’avventura nel linguaggio. Il racconto nasce dal cortocircuito che avviene col contatto di sfere linguistiche spesso contrapposte e inconciliabili. Si tratta di trasporti da mondi di esperienze diverse; il dialetto viene usato molto poco, radiografato e sminuzzato nelle sue varianti. I libri di M hanno straordinario bagaglio linguistico, dove compaiono varie forme di italiano, complessa stratificazione linguistica che produce una lingua in apparenza immaginaria. L’effetto è di sorpresa e straniamento, con sprazzi di surreale che va a intensificarsi nelle ultime opere. La resa scritta di forme di italiano popolare è un modo di straniarle rendendone l’uso più vivido ed efficace. Gli interessi linguistici di M sono inesauribili e hanno portato alla stesura di Maredè, maredè…. IL meccanismo della scrittura: si va da deformazione grafica parole in dialetto a storpiatura termini in italiano, con vocaboli inglesi incastonati… Attraverso le tecniche dei trasporti e l’accostamento di lingue diverse si forma continuamente una zona di interferenze. Uno degli elementi portanti della sua prosa è il ritmo: le cadenze metriche sono presenti abbastanza spesso, specie in produzione su paese e infanzia. Geografie immaginarie Il mito della provincia nella letteratura italiana si può trovare in tantissimi scrittori e artisti del nostro Novecento. Eliot distingueva tra provincia di spazio e di tempo, intesa come deformazione di valori. LNM faceva seguito a violente polemiche discussioni sull’uso del dialetto in atto a fine anni ’50, fra gli altri: Gadda, Montale, Moravia e Pasolini. Lo scrittore scrive il libro “dall’interno di un mondo dove si parla una lingua che non si scrive”, piange la morte delle culture locali violentate dallo sviluppo capitalistico, e come Verga malavogliesco è un po’ archeologo-ricercatore; altri sono stati poeti-sacerdoti, che rendono mondo e lingua morti con poche parole, es: Marin, Giotti, Noventa, Zanzotto. I due mondi narrativi dello scrittore restano separati, dando vita a pieghe stilistiche
Libera nos a malo (1963) “Adopero la mia roba vicentina, ma non ho alcun interesse per il suo lato provinciale” disse M. Il frammentismo del libro riflette il tentativo di una nuova sintesi, la volontà di avvolgere l’oggetto da molteplici pt di vista. Il libro ha solidità e compattezza di impianto, calibratura macchina stilistica e le cose del paese, la cultura irriflessa, popolare e dialettale che chiama “grammatica sgrammaticata”. Il plurilinguismo è un libro accortamente non pittoresco, e insieme sulla memoria e sulla realtà. Intenti:
rompono “ultima lampadina vecchia stile”. Residuo passato inattuabile vengono distrutti; brulicano un po’ di risentimento e commozione. C’è la volontà di rievocare ed esorcizzare luce del passato. 30 anni dopo torna a riflettere sul suo primo libro e sostiene che il rapporto con l’esp paesana e la cultura popolare era fatto di partecipazione e distacco, ma che cmq vi si sia avvicinato con atteggiamento immune da idoleggiamenti, disprezzo o scivolamenti paternalistici tipici di tanta tradizione letteraria. Le differenze di classe sono evidenti, i bambini primeggiano per sprezzo del pericolo, le donne sono eroine del ‘tribolare’ (labour). Nel recupero della lingua materna agiscono ora il bambino di malo, ora il professore di reading. Nell’opera si possono distinguere, quasi separate da cordoni sanitari, le parti scritte da quelle orali: in quelle scritte domina il discorso riflessivo, in quelle orali a volte la potenza del dialetto. Ci sono i toni della nostalgia, con i suoi imperfetti e tempi finiti, con la rievocazione di storie considerate chiusi per sempre; ma soprattutto c’è il gusto del racconto, con un tempo presente, per cui i fatti del passato si ripetono, tornano miracolosamente in vita. Geometrizzando la questione: piano della nostalgia, piano del racconto attualizzante; piano della sospensione fantastica. Il libro ha una sua struttura impeccabile. Si incomincia con il temporale, con una specie di parco simbolico, e con un ritorno al paese, come se tutto fosse rimasto uguale.Si termina con la rottura dell’ultima lampadina di vecchio stile. Il libro può essere diviso in tre parti: la prima è quella fantastica relativa all’energia inconscia della lingua: dialetto come mito. La seconda è quella narrativa, della cronaca-favola. La terza è quella scientifica, oggettivante che riduce il dialetto a materie di studio.La prima parte è interamente dedicata a un contenuto autobiografico e riporta i ricordi delle esperienze infantili. Questa prima parte termina metaforicamente con il racconto della morte di un ragazzo del Monte. La seconda parte costituisce invece, una vera e propria indagine sociologico, storica sulla società e vita paesana. Nella terza e ultima parte del libro Le due componenti, quella autobiografica e quella storico-sociologica, si fondono. Il libro si chiude con le ultime significativa metafora: lo scrittore, la moglie e due amici, agli inizi degli anni 60, vanno a fare due passi fino in cima al paese, e cominciano distrattamente a strappare pezzetti di manifesti pubblicitari, infine si siedono annoiati e fanno a gara per rompere l’ultima lampadina di vecchio stile. In “che fate, quel giovane?“, Quasi un trentennio più tardi, l’autore torna a parlare del suo primo libro e in particolare del rapporto con l’esperienza paesana e la cultura popolare. Libera nos a Malo è l'opera più significativa dello scrittore vicentino Luigi Meneghello, pubblicato nel 1963. Il titolo è un gioco di parole tra l'espressione evangelica "liberaci dal male" e il paese natale di Malo in provincia di Vicenza. Meneghello propone in una sorta di rivisitazione autobiografica gli usi, i costumi, le figure tipiche, la vita sociale che ha conosciuto nel corso della sua infanzia e giovinezza nel paese natale e traccia un ritratto della provincia vicentina, della sua gente e della sua cultura dagli anni trenta agli anni sessanta. Il filo conduttore della vicenda è la vita dell'autore, in particolare la sua infanzia. Fanno da sfondo il fascismo (per quanto riguarda i primi anni della sua vita), la vita della famiglia dell'autore, l'istruzione, la religione cattolica. Si vede come la mente dell'autore da bambino fosse in grado di elaborare certi ragionamenti considerabili "assurdi" che egli stesso, da adulto, rivede con una certa ironia. Ne è un esempio il rapporto del Meneghello bambino con la religione (in particolare con il sacramento della riconciliazione).
Piccoli maestri (1964) Quando uscì fra i recensori qualcuno si mostrò scandalizzato perché raccontava la Resistenza dall’interno in chiave antieroica, come se potesse ridurre la portata politica del nuovo mito nazionale. L’opera in realtà è il diario di una coscienza folgorata dall’errore e fa della guerra civile un purgatorio per il proprio riscatto. Oggi è considerata fra le opere più alte di M, che cercò di dare motivazioni del fraintendimento di essa. Il titolo ha radice buffa che si allaccia a letture formative di Gigi adolescente (“certi libri atroci”), ma c’entra il tema della maestria anche perché da vedersi come conclusivo dell’educazione ricevuta da quei giovani che avevano studiato sotto il Fascismo, educazione criticata poi in FI. M definisce la sostanza del libro come “l’impegno di trasmettere ciò che lui e i suoi compagni fecero e sentirono, senza preoccupazioni di interpretazione storico-morale”, presentare Resistenza in chiave anti-eroica, ecc. Pone l’accento su confronto tra antifascismo politico e spontaneo, esistenziale che diventa per quei giovani una metamorfosi su campo. C’è questa tensione ascetica, di aristocratico ritirarsi dal mondo. È anche un’opera di memoria, storiografia, sociologia: “i ragazzi non avevano idea chiara di come fare la guerra, l’educazione ricevuta sembrava loro sterile e ne vanno cercando una autentica nei fatti di guerra.” Si tenta di far sentire in modo autentico come si viveva e cosa si sentiva a quel tempo. I primi tentativi di scrittura del libro erano in inglese. Nella traduzione inglese ha dovuto tagliare alcune decine di pagine poiché perdevano di senso in quell’altra cultura. Ha tardato 20 anni a pubblicare questo libro perché “questa materia aveva radici profonde, che estrarre è stato lungo e doloroso”. Il necessario distacco avvenne in un ritorno all’Altipiano nell’inverno 1962 - 3. Letteratura e storiografia s’intrecciano, così che si ha un ritratto dell’italiano e della collettività nazionale, una dimensione corale e pluridiscorsività sociale. Il romanzo si basa su dialoghi secchi e surreali, con poi canzoni, poesie, pensieri, tutto ben dosato fra documento storico e invenzione. C’è richiamo di nomi dell’antifascismo, ammirazione polemica per i comunisti, disprezzo per blanda partecipazione dei cattolici. Chi erano questi partigiani azionisti? Buoni ragazzi con follia da guerra civile acuta. M guarda alla realtà con senso sottile del ridicolo, tratta dall’humor inglese. Il libro può essere letto come scontro tra teoria e prassi. Intervento di Maria Corti : Come e dove si situa “i piccoli maestri” in questo piccolo quadro letterario? Va detto che nella letteratura resistenziale confluiscono principalmente tre filoni:
nell’inverno del 1963 sull’altopiano di Asiago, Meneghello, con uno di quei magnifici salti nel profondo di se, scavalca 15 anni di vita a Reading in Inghilterra e ritrova sull’altopiano la sua giovinezza, il gruppo di giovani amici intellettuali vicentini che con lui sono saliti a fare la guerra in collina, diventando una squadra. Meneghello, è andato bene al di là della cronaca: è sceso dalla superficie delle cose alle loro radici sotterranee; e così quel mondo della resistenza tanto pieno di contraddizioni, un po’ puritano, un po’ casinista, sempre vivo, in cui l’eroico si mescolava al comico, il programmato al casuale, le sorti del contadino povero nel casolare semidistrutto a quelle del giovane studente fresco di letture, si è illuminato diventando il libro “i piccoli maestri”, con la sua carica di poesia e di ironia, l’oralità di un gruppo trasformata in scrittura di un artista. Il libro è stato interpretato attraverso un grosso errore di prospettiva come un fenomeno ripetitivo, una sorta di lontano epigono del neorealismo. Si aggiunga l’istintivo rifiuto di una buona percentuale di italiani verso ogni forma di scrittura dissacrante dei valori codificati, nutrita da una carica intellettuale di tendenza spesso ironica, magari addirittura con background anglosassone. “I piccoli maestri” ha in comune con le altre opere di Meneghello un aspetto essenziale: il lettore ha l’impressione di trovarsi di fronte a una scrittura che fluisce nitida e gradevole, quasi nata spontaneamente. Ci sono vari dati importanti:
Inoltre Meneghello tolse certe impressioni di semplicismo nella voce del narratore. Alla fine ha eliminato più che poteva l’autolesionismo personale, che rischiava a tratti di creare effetti collaterali di frivolezza. “scommetto che avete fatto gli atti di valore”. “Macché atti di valore. Non eravamo mica buoni a fare la guerra”. Una battuta fulminante a inizio romanzo, restituisce in una pennellata sapore e colore di una tragedia collettiva che per il narratore e il suo gruppo di compagni si trasforma in apprendistato alla vita. Subito dopo l’8 settembre 1943, uno sparuto gruppo di studenti vicentini, guidato da un giovane professore antifascista, si dà alla macchia sull’altopiano di Asiago per tentare di organizzare la Resistenza. La voce narrante, autoironica, commossa e marcatamente autobiografica, dipana un lungo filo di agguati, rastrellamenti, uccisioni, “fughe”, “atti di valore”, di cui i ragazzi si rendono protagonisti e vittime. Opera di grande equilibrio, frutto anche della distanza tra il tempo della scrittura e quello dell’esperienza (il libro uscì nel 1664), i Piccoli Maestri dona corpo e parola a personaggi indimenticabili ed è unanimemente riconosciuto come un gioiello stilistico nel panorama della letteratura contemporanea. Meneghello in questi libro racconta la sua esperienza partigiana, è un testo letterario. La sua srittura è unica/originale, l’io coincide con il narratore. I capitoli o indice e questo è fatto volutamente, infatti è un libro che si spezza in tante parti ed è difficile da sintetizzare, anche all’interno dello stesso capitol ci sono degli spazi bianchi come se fossero dei sotto capitoli. Lui resta un autore che non segue nello specifico una corrente, infatti a pag 10 ci avvisa che non è facile scrivere quello che è accaduto. Infatti lui si trova in un luogo pericoloso dove molti vennero uccisi. Il tema del libro è la resistenza. La guerra di resistenza è un episodio storico che riguarda un period che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 quando l’italia abbandona l’alleanza con la germania nazista e il giappone, mussolini viene arrestato e dimesso dal ruolo di president del consiglio. Da luglio l’esercito tedesco occupa l’italia. 3 aspetti principali della resistenza:
non l’avevamo mai sentita, la morte è presente, in ogni passo, infiltrata nelle parole. “piccoli maestri” vuole significare e mostrare la rottura del ciclo dell’insegnamento fascista e della sua informazione distinguendosi dai loro padri e diventare finalmente adulti, e per fare ciò meneghello ha un unico strumento: la letteratura, una letteratura che diventa arma e spara, diventa essa stessa azione e processo conoscitivo, nonché liberatorio, nonché ultimo rito di passaggio. L’autore riflette su se stesso, prendendosi in giro, guardandosi da lontano, anche lui sbiadito, anche lui confuso, giovane, sbagliato. Ma non sempre le intenzioni coincidono con i risultati e “piccoli maestri” è un romanzo di formazione che non può concludersi: l’io non diventa adulto, non si responsabilizza, rifiuta l’incarico di scrivere sul giornale partigiano... Rifiuta tutta la storia e il ricordo. E la resistenza, per meneghello, si chiude così: con un rifiuto. I "piccoli maestri" del titolo hanno un'origine del tutto laterale rispetto al contenuto: vengono dall'espressione francese petits maftres che meneghello aveva trovato in un saggio inglese del '700 di horace walpole che aveva tradotto dall'inglese. Petitmaitres=banditi ben educati, partigiani come banditi di strada. Molto importante nella definizion e del titolo risulta anche il tema della maestria: - apprendisti/maestri, acquisizione di tecnica guerresca, il maestro per eccell enza è la figura di anto nio giur iolo lo aiuta a compiere l'introspezione: cambiare dentro per cambiare il modo di vedere. 11 capitoli lunghezza molto variabile, costituiti da ampiezza difforme (intere pagin e o poche r ighe soltanto), separate da spazi bianchi. Il centro nevralgico del racconto si colloca tra il sesto capitolo, il più esteso, e il settimo, dove si inaspriscono i combattimenti e si susseguono in un breve spazio i rastrellamenti feroci Spezzoni di motivi popolari, fil astro cch e, sunti di disp acci buro cratici, citazion i poetiche e saggistiche. (es. Saggio di mazzini cit ato nel cap 3 sulla guerra per bande).
La Genesi del libro passa attraverso varie fasi:
comincia dalla fine della guerra, nel primo capitolo. Dal secondo capitolo in poi la narrazione segue un percorso regolare, quasi cronachistico, in una vicenda riassunta per stagioni che scandiscono anche le tappe di una progressiva maturazione di coscienza dei protagonisti.
Pomo pero (1974) Titolo si rifà a filastrocca, sottotitolo (Paralipomeni di un libro di famiglia) liquida libro di memoria. Distacco psico-emotivo è ricercato in gioco fra passione e realtà, e va sottolineato che equivalenza tra realtà di paese e della propria infanzia si è fatta più forte. Questa rivisitazione del luogo natale ha significato di catabasi, ritorno al passato rimosso, rivelazione autentica e colpevole. È una resa a quei fantasmi, volontà di ripristinare per pochi istanti il tempo sacro delle origini, il nodo ultimo di vita che non si può schiacciare. Arriva con questo libro al nocciolo di materia primordiale, sfera pre-logica, realtà con cui la comunicazione si stabilisce in dialetto che può essere compresa solo dai membri parlanti. Alle crudeli semplificazioni della società moderna M oppone la sincerità della sua ossessione per il paese di allora. 2 sguardi: dal basso del bambino, e del professore di Reading permeato di pragmatismo anglosassone. Nel 1974 Malo è il simbolo del niente, è rimasto un guscio vuoto. Resta panico e tenerezza, vita viva di certe cose. PP è il libro più privato e autobio, forse per questo è scritto a tratti in prosa ritmica molto vicina alla poesia. Fa uso prevalente dello sguardo dal basso, e per la visione polifonica e popolare ricorre all’artificio verghiano del farci piccolo, che non necessita di essere descritto perché è dentro chi lo evoca. La briosa polemica di LNM si colora qui di malinconica, comicità amara, che porta a profonda comprensione di una metafisica del realismo. Tutto nasce da quel mondo e lì ritorna, mondo particolare e universale al contempo, e ciò che lo ricrea è la lingua parlata e quella corporale. Il corpo-bambino è il soggetto principale. PP è anche un Requiem, descrive un mondo che si consuma e predomina il registro cupo della caducità. Rappresenta la vittoria dei fantasmi, del sogno sul reale; è il libro delle maschere tragiche, di fissazioni archetipiche, lungo poema dell’io. Personaggi sono proiezioni di impulsi, desideri dello scrittore stesso; la polemica della modernità nasce dal rimpianto della morte delle culture locali. Assiste alla decomposizione del proprio giardino infantile sotto i colpi di un universo straniero, violento che ha imposto nuovi modelli socio-culturali. Il tempo è sentito come entità astratta e devastatrice, la punteggiatura mette tutto sullo stesso piano. L’umorismo dei primi due libri è stato prosciugato, lo stile è efficiente. All’interno di una macrostruttura triadica (Primi, Postumi e Ur-Malo) si svolge un intreccio di frammenti legati da associazioni psicologiche. Spesso il legame è rivelato dalla ripresa di un termine che porta a moltiplicare altri ricordi. Nell’ultima parte si suggella il distacco del linguaggio per diventare lingua dell’io, musica dell’anima. L’Ur-Malo è il linguaggio primigenio, captato come puro significante. Tutto il testo è costruito da un esercizio ritmico complesso, con strategie che mostrano cadenze poetiche evidentissime. Questo libro è più drammatico di LNM perché Malo percepito come remoto, stella prossima a morire. È il linguaggio stesso che parla, come logosfera, unica strada per la purificazione. In questa produzione Esce nel 1974, per l’editore Rizzoli, pomo pero, che è un prima Nella serie della tematica sui paesi rispetto alle altre opere precedenti di Meneghello. Il libro, che si rifà a una filastrocca infantile invitanti a scegliere fra le due mani a pugnetta quella che non è buona, a un sottotitolo, “paralipomeni di un libro di famiglia.” Questa opera rappresenta il libro più privato e autobiografico di Meneghello. Forse proprio per questo è scritto, a tratti, in una prosa ritmica, molto vicina alla poesia. Pomo pero è anche un Requiem, Descrive un mondo che si consuma. Predomina fra tutti i registri quello della caducità. Pomo pero rappresenta la vittoria dei fantasmi, di quelle prepotenti forze Regressive che il primo esperimento letterario aveva cercato di esorcizzare: è la vittoria del sogno sul reale. Il tempo è sentito come un entità astratta, devastatrice. Pomo pero diventa così un gioco essenzialmente linguistico sul passato. All’interno di una macro struttura triadica si svolge un nastro incrociato di frammenti legati fra loro. La prima parte termina con una metafora, quella
della donna brutta in creduta scema detta la “bella Italia“, così come la seconda con il suicidio di coche. Mentre i primi prendono l’avvio dalla nascita dell’autore, i postumi cominciano con la riesumazione dei morti; l’ultima sezione del libro, l’Ur malo, Suggella il distacco è avvenuto bella linguaggio dalla sua funzione referenziale.