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Modernizzazione e dipendenza, Sbobinature di Economia E Politica Dello Sviluppo

Sbobine del corso Politiche e processi di sviluppo internazionale, tenuto dalla professoressa Matilde Adduci (Università degli studi di Torino)

Tipologia: Sbobinature

2015/2016

Caricato il 30/10/2016

ilagiu9396
ilagiu9396 🇮🇹

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Teoria della modernizzazione
La teoria della modernizzazione, nata negli anni ’50 ad opera di studiosi formati
prevalentemente nelle università statunitensi, si nutre di una logica evolutiva. Idea di
sviluppo come processo evolutivo continuo, come una parabola. Scarsa attenzione per
le dinamiche sociali dispiegate in ogni società, né per gli effetti indesiderati di alcune
politiche. Il culmine di questo percorso conduce le società non sviluppate ad alti livelli
di produzione, di consumo, di alfabetizzazione, etc. Idea di non sviluppo, non di
sottosviluppo. Perché? I teorici della modernizzazioni adottano una logica
comparativista, secondo la quale i paesi del Sud del mondo possono essere paragonati
all’Europa pre-rivoluzione industriale. Esempio: Asia del 1950 paragonata all’Europa
cinquecentesca. Adottando una logica di questo tipo si esclude un approccio che
storicizza. Si escludono tutte le dinamiche storiche che si sono dispiegate dal
Cinquecento agli anni Cinquanta. Orientamento allo sviluppo come ad una disciplina
pratica. Idea che con gli ingredienti giusti otterrò un certo risultato. Quali sono questi
strumenti? L’intervento statale, che è legittimo e legittimato; il piano, che è uno
strumento tecnico; i capitali (e se non ci sono capitali ci saranno gli aiuti); una classe
capitalistica locale (in mancanza della quale ci sarà un’elite modernizzatrice). Teoria
che trascura tutta una serie di riflessioni derivanti dal pensiero di Marx e di altri autori
che invece danno importanza ad una prospettiva di tipo storico, e che si dimostra
scarsamente disponibile ad elaborare considerazioni di natura autocritica.
Se si adotta una logica comparativista, è chiaro che la mancanza di sviluppo sarà
attribuita a cause interne, di natura endogena. Si parla in questo senso di nazionalismo
metodologico. Ci si concentra sulla nazione e si perdono di vista tutte quelle
dinamiche storiche, economiche e sociali del contesto internazionale che possono
influenzare lo sviluppo di un paese. La teoria della modernizzazione adotta un
approccio di questo tipo perché nega che cause esogene possano influire sullo
sviluppo interno.
Per tutte queste ragioni, la teoria della modernizzazione è definita da Paul Preston
un’ortodossia positivista. Perché positivista? Perché si guarda alla società come ad un
corpo organico (organicismo), funzionante in base ad un insieme di leggi generali.
Idea che un certo insieme di pratiche dia luogo ad un risultato predefinito. Idea di uno
sviluppo che coincide con la crescita. Non ci si interroga sulla natura di questa
crescita, né ci si chiede chi ne sia incluso e chi escluso. Si parla di ortodossia, perché
qualcosa viene “postulato”.
Va detto che non esiste una difesa di questa teoria nel mondo accademico. C’è
consenso intorno ai limiti della teoria della modernizzazione. Tuttavia, va sottolineato
come questa abbia avuto a suo tempo una certa importanza e possa ancora offrire
alcuni spunti di riflessione.
Perché si legittima l’idea che la crescita sia un importante fattore di sviluppo? Questa
legittimazione in fondo legittima l’idea che le nazioni che escono dal processo di
colonizzazione adesso siano in grado di svilupparsi. L’ideologia sviluppista, l’idea di
nazioni che prendono in mano il proprio destino per sconfiggere la povertà,
serve a cementare le nazioni di nuova indipendenza intorno ad una progettualità
guidata da una nuova elite (un’elite che spesso coincide con il gruppo che guidato il
processo di indipendenza e che si sostituisce la classe dirigente coloniale). Anche la
presenza dei colonizzatori era costruita intorno ad un’idea di necessità. Il dominio
britannico in India, criticato pesantemente da parte del Partito del Congresso, nel quale
confluivano alcuni intellettuali che già prima del 1947 (data della conquista
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Teoria della modernizzazione

La teoria della modernizzazione, nata negli anni ’50 ad opera di studiosi formati prevalentemente nelle università statunitensi, si nutre di una logica evolutiva. Idea di sviluppo come processo evolutivo continuo, come una parabola. Scarsa attenzione per le dinamiche sociali dispiegate in ogni società, né per gli effetti indesiderati di alcune politiche. Il culmine di questo percorso conduce le società non sviluppate ad alti livelli di produzione, di consumo, di alfabetizzazione, etc. Idea di non sviluppo, non di sottosviluppo. Perché? I teorici della modernizzazioni adottano una logica comparativista, secondo la quale i paesi del Sud del mondo possono essere paragonati all’Europa pre-rivoluzione industriale. Esempio: Asia del 1950 paragonata all’Europa cinquecentesca. Adottando una logica di questo tipo si esclude un approccio che storicizza. Si escludono tutte le dinamiche storiche che si sono dispiegate dal Cinquecento agli anni Cinquanta. Orientamento allo sviluppo come ad una disciplina pratica. Idea che con gli ingredienti giusti otterrò un certo risultato. Quali sono questi strumenti? L’intervento statale, che è legittimo e legittimato; il piano, che è uno strumento tecnico; i capitali (e se non ci sono capitali ci saranno gli aiuti); una classe capitalistica locale (in mancanza della quale ci sarà un’elite modernizzatrice). Teoria che trascura tutta una serie di riflessioni derivanti dal pensiero di Marx e di altri autori che invece danno importanza ad una prospettiva di tipo storico, e che si dimostra scarsamente disponibile ad elaborare considerazioni di natura autocritica. Se si adotta una logica comparativista, è chiaro che la mancanza di sviluppo sarà attribuita a cause interne, di natura endogena. Si parla in questo senso di nazionalismo metodologico. Ci si concentra sulla nazione e si perdono di vista tutte quelle dinamiche storiche, economiche e sociali del contesto internazionale che possono influenzare lo sviluppo di un paese. La teoria della modernizzazione adotta un approccio di questo tipo perché nega che cause esogene possano influire sullo sviluppo interno. Per tutte queste ragioni, la teoria della modernizzazione è definita da Paul Preston un’ortodossia positivista. Perché positivista? Perché si guarda alla società come ad un corpo organico (organicismo), funzionante in base ad un insieme di leggi generali. Idea che un certo insieme di pratiche dia luogo ad un risultato predefinito. Idea di uno sviluppo che coincide con la crescita. Non ci si interroga sulla natura di questa crescita, né ci si chiede chi ne sia incluso e chi escluso. Si parla di ortodossia, perché qualcosa viene “postulato”. Va detto che non esiste una difesa di questa teoria nel mondo accademico. C’è consenso intorno ai limiti della teoria della modernizzazione. Tuttavia, va sottolineato come questa abbia avuto a suo tempo una certa importanza e possa ancora offrire alcuni spunti di riflessione. Perché si legittima l’idea che la crescita sia un importante fattore di sviluppo? Questa legittimazione in fondo legittima l’idea che le nazioni che escono dal processo di colonizzazione adesso siano in grado di svilupparsi. L’ideologia sviluppista, l’idea di nazioni che prendono in mano il proprio destino per sconfiggere la povertà, serve a cementare le nazioni di nuova indipendenza intorno ad una progettualità guidata da una nuova elite (un’elite che spesso coincide con il gruppo che guidato il processo di indipendenza e che si sostituisce la classe dirigente coloniale). Anche la presenza dei colonizzatori era costruita intorno ad un’idea di necessità. Il dominio britannico in India, criticato pesantemente da parte del Partito del Congresso, nel quale confluivano alcuni intellettuali che già prima del 1947 (data della conquista

dell’indipendenza) cominciavano a parlare di drenaggio della ricchezza. L’impero coloniale giustificava la propria presenza in India per mezzo della teoria del fardello dell’uomo bianco. L’impero coloniale asseriva di portare la civiltà in India. Il popolo indiano non era infatti in grado di governarsi. Coloro che si facevano portatori di un’ideologia nazionalista non erano veri indiani. Si trattava, secondo gli inglesi, di indiani occidentalizzati, che utilizzavano categorie di pensiero occidentali. I veri indiani erano coloro che aderivano alla tradizione. La “tradizione” è stata forgiata in parte anche dai colonizzatori, i quali decisero qual era la tradizione autentica. Quella autentica era la tradizione che legittimava la colonizzazione, quella dei bramini, che riconosce il sistema castale. La teoria del fardello dell’uomo bianco era presa molto sul serio, tant’è che gli indiani dovettero pagare una tassa agli inglesi per ripagare le spese sostenute per la conquista dell’India, che era stata fatta per il bene dell’India stessa. Nel momento in cui gli indiani riescono a scalzare la classe dirigente coloniale (ci sono una serie di processi che si concatenano), si ha la necessità un collante per la nuova nazione che si affaccia all’indipendenza. L’ideologia della crescita si dimostra un ottimo collante. Il problema dello sviluppo diventa la base della legittimazione del potere neocostituito. Gli stessi contadini aderiranno alla lotta nazionalista. Negli anni Trenta, gli strati marginali della popolazione che partecipano alla marcia del sale, che lottano per l’indipendenza, non vogliono solo liberarsi dei colonizzatori. Desiderano anche una redistribuzione della ricchezza, una redistribuzione delle terre. Si tratta di uno sviluppo storico importantissimo che ci dice perché ad un certo punto della storia i paradigmi sviluppasti si legittimano. Questi paradigmi attingono all’influenza intellettuale di Keynes, il quale riconosce l’importanza fondamentale di un intervento dello Stato in economia. Perché è così importante il riferimento principe al pensiero di Keynes da parte dei paesi del Sud del mondo, ma non solo, anche da parte dei paesi industrializzati? Siamo alla fine della Seconda Guerra mondiale, che aveva disseminato miseria e distruzione. Keynes critica la teoria del laissez-faire,imperante negli anni antecedenti alla guerra e responsabile di fenomeni di disoccupazione di massa e incapace di controllare l’espansione dei monopoli e di allocare efficacemente le risorse. Idea che la disoccupazione sia causata da una carenza di domanda di lavoro a livello aggregato e non dal mancato equilibrio sui diversi mercati. Keynes ci parla della necessità di un intervento pubblico che generi lavoro. Se si genera ufficiente lavoro con investimenti pubblici si ingenererà un circolo virtuoso in base al quale i consumi aumenteranno e che permetterà all’economia di riprendersi. Schematicamente: spesa pubblica, che genera occupazione, che genera consumi, che genera crescita, che permette una più alta tassazione, che permette di saldare il debito pubblico. Keynes sostiene che la regolamentazione dello Stato in economia sia in grado di prevenire e gestire le crisi (siamo negli anni della Grande depressione). Idea che la pianificazione sia coerente con un’economia capitalistica, perché compatibile con il liberismo e con il rispetto delle libertà individuali. In un mondo che sta diventando bipolare, Keynes asserisce che la nazionalizzazione di alcune industrie chiave sia fondamentale per un’economia sana, che un intervento legittimato dello stato sia indispensabile. Il mondo risulta pesantemente segnato dal bipolarismo. Nel blocco americano viene fondata, nel 1947, la teoria del contenimento. Idea che i paesi del Terzo mondo debbano tendere verso il modello statunitense. Idea di un mondo libero, in cui funzionano libere economie di mercato, nel quale è però legittimato il pensiero keynesiano. La competizione sugli aiuti arriverà con Khrushev (salito al potere alla morte di Stalin, nel 1953), il quale apre la competizione sugli aiuti. Con la Conferenza di Bandung (1955) i paesi in via di sviluppo si riservano il diritto di non

quella trasformazione, quell’automatismo che doveva portarli verso la prosperità non si stava verificando. A fronte di quelle che vengono percepite come le limitazioni, le incapacità analitiche della teoria della modernizzazione, si affermano negli anni Cinquanta/Sessanta due altre grandi narrative: lo strutturalismo e la teoria della dipendenza. La teoria della dipendenza si nutre di molte di quelle che furono le analisi proposte dallo strutturalismo, ma la supera individuando una lettura del reale molto più pessimista rispetto alla possibilità di raggiungere lo sviluppo in seno al capitalismo. I teorici della dipendenza, a differenza dei teorici della modernizzazione, si ispirano a quei classici che avevano analizzato il processo di sviluppo del capitalismo. Attingendo al pensiero di Marx, essi riconoscono l’importanza di adottare una prospettiva storica. Ritengono che non sia possibile utilizzare una logica comparativista perché questa non terrebbe conto delle implicazioni di un mondo polarizzato, né di quel processo di drenaggio della ricchezza che è esistito durante il colonialismo. Lo strutturalismo e la teoria della dipendenza ci parlano entrambi della necessità di un approccio interdisciplinare allo sviluppo, della necessità di comprendere la storia dei paesi in via di sviluppo e il contesto internazionale nel quale sono inseriti. Essi sottolineano anche l’importanza dell’intervento statale in economia. Ma pur condividendo questo humus intellettuale, presentano tra loro fortissime divergenze. Se, infatti, per gli strutturalisti lo sviluppo è possibile nell’ambito del capitalismo, i teorici della dipendenza descrivono il capitalismo come un sistema che riproduce costantemente sottosviluppo, identificando la soluzione in una transizione al socialismo. Thomas e Allen operano una distinzione tra processi di sviluppo immanenti e intenzionali. Quando si parla di processo di sviluppo immanente si intende un processo colto nel suo dispiegarsi, come può esserlo la rivoluzione industriale. Lo studio delle teorie dello sviluppo ha a che fare con l’interazione tra processi di sviluppo intenzionali e dinamiche immanenti, che si stanno dispiegando. Questa distinzione ci interessa perché lo strutturalismo, la sistemazione teorica di un approccio politico allo sviluppo progettuale intenzionale, nasce in seguito al dispiegarsi di dinamiche immanenti. In America Latina, a metà degli anni Trenta, si stava applicando l’ISI, l’Import Substituting Industrialisation. L’ISI è una dinamica immanente. Cosa significa? Significa che i paesi latinoamericani, che basavano la propria economia sull’esportazione delle materie prime, un ruolo affidato loro dalle maggiori potenze industrializzate, stavano progressivamente sostituendo l’esportazione con la produzione. Una prima fase di sviluppo investì questi paesi, permettendo la lavorazione dei tessuti, cibi e bevande. Seguì una seconda fase caratterizzata dalla produzione di manufatti, quali ad esempio piccoli elettrodomestici. Una terza fase di sviluppo prevedeva poi il completo sviluppo di queste economie, le quali sarebbero state in grado di vivere della propria produzione, configurata come tecnologicamente avanzata. Con l’inizio della Seconda guerra mondiale in alcuni paesi si aveva avuto un crollo dei prezzi dei beni esportati, una contrazione dei mercati e un’interruzione delle rotte commerciali. Per questo si manifesta la necessità da parte dell’industria, sostenuta da politiche statali, di produrre quei beni che prima venivano importati. In Brasile, Messico, Argentina, questo avviene e nascono alcune piccole industrie locali. Il processo di sviluppo è avviato, ma non senza difficoltà. Perché non si tratta di uno sviluppo lineare, continuo, “evolutivo”. Uno dei problemi più gravi è quello della concentrazione della ricchezza. E’ evidente la mancanza di un accordo politico su quale sia la via migliore per conseguire lo sviluppo. Si comincia a riflettere su come questo tipo di sviluppo possa essere sistematizzato: nel 1950 viene pubblicato

un rapporto redatto per la maggior parte da Raul Prebish, ex direttore della Banca generale argentina e membro dell’ECLA (in spagnolo, Cepal), la Commissione economica per l’America Latina, che era appena stata creata. Tale rapporto, dal titolo “Lo sviluppo economico dell’America latina e i suoi principali problemi”, fonda lo strutturalismo come politica intenzionale, il quale gettala sua attenzione sul passaggio da una crescita limitata trainata dalle esportazioni ad una crescita orientata verso l’interno, imperniata sull’industria. Lo strutturalismo spiega l’origine dell’ISI, razionalizza il ruolo dello Stato sviluppi sta e afferma l’importanza dell’industrializzazione per combattere povertà e sottosviluppo. Atmosfera intellettuale effervescente. Celso Furtado, Octavio Paz, Anibal Pinto. In India, Amartya Sen. Dietro una politica di questo tipo interviene il pensiero di Keynes. Gli strutturalisti sostengono il ruolo dello Stato quale agente promotore dell’industrializzazione, raccomandano lo strumento del piano e l’attuazione di politiche di nazionalizzazione delle industrie, e auspicano una democratizzazione della vita economica e sociale anche attraverso la promozione del Welfare, la redistribuzione del reddito e della terra (misure di riforma agraria) e un innalzamento dei salari. Importante, quindi, evitare una concentrazione della ricchezza e una stagnazione dei salari. Perché lo strutturalismo dice che abbiamo bisogno di questo tipo di interventi? Perché questo mondo è duale, diviso fra centro e periferia. Ad un centro caratterizzato da una produttività avanzata di tutti i settori e da una diversificazione delle strutture produttive, si contrappone infatti una periferia che risulta essere pesantemente svantaggiata. Tale dualismo si riproduce, a livello nazionale, in ogni paese in via di sviluppo, nel quale settori altamente produttivi, impegnati nella produzione di beni da esportazione, sono affiancati da una manifattura poco sviluppata e da un’agricoltura di sussistenza. Un dualismo di questa portata non si risolve spontaneamente (né a livello nazionale, né a livello internazionale), perché se è vero che il settore primario da esportazione ha profitti elevati, è pur vero che questo è in mano a proprietà straniere che rimpatriano i profitti o ad elite locali che tendono a spendere i propri guadagni in beni di lusso importati e non in produzioni industriali che potrebbero generale moltissimo impiego. Inoltre, settore agricolo e manifatturiero sono spesso inefficienti a causa del problema dei latifondi. Questo fa sì che il dualismo permanga e che si perpetuino gli antichi rapporti coloniali attraverso una serie di legami economici, sociali e culturali. Per sfuggire a questo circolo vizioso è necessario che i paesi in via di sviluppo superino il ruolo che gli è dato nella divisione internazionale del lavoro, che è il ruolo di fornitori di materie prime. In questo senso, gli strutturalisti si pongono in fortissima polemica con i pensatori neoclassici, in quali credono che ogni paese abbia un vantaggio nel produrre il bene del quale abbonda. Gli strutturalisti negano l’esistenza di questo vantaggio comparato perché i prezzi delle materie prime sul mercato internazionale tendono a deteriorarsi. Cosa significa? Che un paese esportatore di materie prime sarà sempre svantaggiato, perché i prezzi delle sue esportazioni tenderanno ad abbassarsi, mentre quelli dei beni importati rimarranno stabili. Questo paese sarà sempre di fronte ad un deficit nella bilancia dei pagamenti e all’impossibilità di ingenerare un proprio capitale con cui costruire la crescita. Inoltre, quand’anche ci fosse una crescita di reddito, le persone, una volta risposto ai bisogni primari di nutrirsi e vestirsi, destinerebbero una parte del reddito crescente all’acquisto di altri beni, i quali tuttavia, non verrebbero prodotti, ma importati. Con la crescita, dunque, le importazioni aumenterebbero e il paese continuerebbe ad essere svantaggiato. Visti gli alti tassi di disoccupazione, poi, è ovvio che un aumento della produzione non si tradurrebbe un aumento salariale,

relazioni tra centro e periferia, in un sistema capitalistico, sono talmente rapaci da produrre sottosviluppo. E’ il capitalismo a produrre il sottosviluppo. II paesi sottosviluppati lo sono perché sono capitalistici. Il capitalismo è l’alterego, l’altro volto del sottosviluppo. Il movente di questo processo è la ricerca del profitto. Le strutture di commercio ineguale, volte ad incrementare il profitto del centro, hanno sottosviluppato i paesi periferici. C’è un drenaggio del surplus dalla periferia al centro. Questo è possibile anche grazie alla presenza, nei paesi del Sud, di una borghesia compradora , che allo scopo di arricchirsi favorisce il processo di drenaggio. Non sempre le implicazioni di questo impianto teorico sono state chiare. Infatti, i teorici della dipendenza prospettano sì il raggiungimento dello sviluppo, ma non delineano i caratteri della modernità che si raggiungerà per mezzo delle politiche dei governi populisti e socialisti. Infine, nell’ambito di questa sistematizzazione, Immanuel Wallerstein formula la teoria del sistema-mondo, con la quale opera una distinzione tra centro, periferia e semi-periferia, fatta – quest’ultima – di paesi che non sono immediatamente poveri, ma che articolano le relazioni di collegamento tra centro e periferia. Si tratta di un sistema-mondo evolutosi negli anni, nel quale, a partire dal Cinquecento, il centro ha inglobato la periferia in sistemi commerciali e relazioni di dipendenza. Come ci è riuscito? Con la specializzazione e la divisione internazionale del lavoro. Le economie non sono più chiuse, ma intimamente collegate le une con le altre.

Le critiche che sono state mosse alla teoria della dipendenza sono state:

  1. la mancanza di una definizione precisa dello sviluppo;
  2. l’esagerata importanza attribuita ai rapporti di scambio, causa delle condizioni di sfruttamento e la scarsa attenzione ai rapporti capitalistici e agli equilibri sociali esistenti all’interno di ogni paese sottosviluppato;
  3. l’incapacità di spiegare i mutamenti avvenuti in alcuni paesi in via di sviluppo negli anni Ottanta e Novanta (il riferimento è al caso delle tigri asiatiche).
  4. l’idea che le multinazionali siano il simbolo dello sfruttamento (rimando al libro “No logo” di Naomi Klein). A cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta si parla di tramonto delle grandi narrative. La teoria della modernizzazione e della dipendenza, per quanto di segno diverso, avevano in comune l’idea di una trasformazione di lungo periodo che faceva sì che i processi di sviluppo si ingenerassero e che la povertà venisse superata. Con il neoliberismo, dominante negli anni Ottanta, l’orizzonte dello sviluppo diventa molto più breve. A questo proposito, Fukuyama, parlando di “fine della storia”, dice che abbiamo raggiunto il punto che volevamo raggiungere e che non c’è più bisogno di trasformazioni.