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Washington Consensus, Sbobinature di Economia E Politica Dello Sviluppo

Sbobine del corso Politiche e processi di sviluppo internazionale, tenuto dalla professoressa Matilde Adduci (Università degli studi di Torino)

Tipologia: Sbobinature

2015/2016

Caricato il 30/10/2016

ilagiu9396
ilagiu9396 🇮🇹

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Washington Consensus
Le attuali politiche di sviluppo sono il frutto di un passaggio dall’impianto keynesiano
a quello neoliberista. Il Washington consensus è un paradigma che si impone negli
anni Ottanta e che segna un forte mutamento, una cesura rispetto all’impianto
sviluppista. Lo Stato si deve ritirare. Da soluzione, lo Stato diventa il problema dello
sviluppo. Il Washington consensus sarà oggetto di una costante rielaborazione che
porterà, alla fine degli anni Novanta, alla formulazione del post - Washington
consensus. La definizione di Washington consensus nasce dalla convergenza di tre
grande istituzioni, che hanno sede a Washington: il Fondo monetario internazionale
(FMI), la Banca Mondiale (BM) e il Ministero del tesoro statunitense, ai quali si
aggiungeranno l’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO, in italiano Omc) e
la Banca centrale Europea (BCE). Per questo si parla del “consenso di Washington”.
Consenso sul fatto che le prescrizioni politiche per i paesi in via di sviluppo (PVS)
debbano coincidere con quell’impianto e con quella normatività neoliberale che si era
già diffusa nei paesi a capitalismo avanzato. Convergenza anche sul fatto che vi siano
delle grandi insufficienze nel paradigma keynesiano e che la teoria economica di
riferimento per le pratiche da attuare sia la teoria neoclassica. Negli anni Ottanta una
scuola che attinge al paradigma neoclassico, esistente già negli anni Cinquanta, ma
con una scarsa influenza, è quella di Chicago. Negli anni Ottanta la scuola di Chicago
diventa egemone e intorno a questo consenso convergeranno anche grandi istituzioni,
come la WTO e la BCE. Questa convergenza diventerà pratica politica nei paesi in via
di sviluppo, come in quelli a capitalismo avanzato. Percezione, data dal fatto che nel
corso degli anni Settanta anche i paesi a capitalismo avanzato vivono un momento di
crisi, che il keynesianesimo non sia più efficace nel rispondere ai problemi dello
sviluppo. Mercato visto come un’istituzione perfetto in grado di autoregolarsi. Nuova
ortodossia (nuova perché sostituisce quella keynesiana, fino ad allora dominante,
mainstream), nella quale l’idea che lo Stato debba lasciare il mercato libero di
dispiegare i propri meccanismi e di espandersi si intreccia ad una più generale idea di
rispetto della libertà umana. Nell’impianto keynesiano, convinzione che un forte ruolo
dello Stato nel governo dei processi economici potesse accompagnarsi al rispetto delle
libertà umane. Nella teoria neoclassica si crede invece che nelle libertà umane rientri
la necessità del mercato di liberarsi dalle briglie dello Stato per fiorire
spontaneamente.
Il contesto reale, mondiale nel quale queste politiche cominciano a diventare
prevalenti è un contesto nel quale si ha la percezione del fallimento delle precedenti
politiche sviluppiste. Se infatti, nei paesi a capitalismo avanzato si può osservare
l’avanzare delle forze conservatrici neoliberali, con l’elezione di Margaret Thatcher
nel Regno Unito e di Ronald Reagan negli Stati Uniti, nei paesi in via di sviluppo si
assiste all’esplodere della crisi debitoria e alla crisi dell’ISI.
Riassumendo, il contesto nel quale si affermarono le politiche neoliberiste fu
caratterizzato da:
- il declino del keynesianesimo e l’ascesa della scuola di Chicago;
- la crescita delle forze conservatrici in USA e UK;
- il percepito fallimento delle politiche sviluppiste e dello Stato sviluppista;
- la crisi debitoria.
Il dispiegarsi delle pratiche neoliberiste nei paesi a capitalismo avanzato non fu però
privo di costi sociali e di grandi conflittualità. Fino agli anni Settanta, nell’età dell’oro
del capitalismo, i paesi a capitalismo avanzato (compreso il Giappone) avevano infatti
accettato che le politiche di welfare e il governo delle economie fossero importanti e
avevano vissuto anni di forte crescita. Si trattò di due decenni di democratizzazione
della vita economica e sociale e di benessere. Nel corso degli anni Settanta questo
processo di crescita si arresta e si entra in una fase di crisi di accumulazione del
capitale. Cosa vuol dire? Che il capitalismo non è più in grado di generare
occupazione e crescita. Tensione tra salari e profitti. I profitti reali diminuiscono. Varia
anche la percezione del problemi. Nell’impianto keynesiano l’allarme era quello di
crescenti livelli di disoccupazione, mentre negli anni Settanta, il problema più urgente
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Washington Consensus

Le attuali politiche di sviluppo sono il frutto di un passaggio dall’impianto keynesiano a quello neoliberista. Il Washington consensus è un paradigma che si impone negli anni Ottanta e che segna un forte mutamento, una cesura rispetto all’impianto sviluppista. Lo Stato si deve ritirare. Da soluzione, lo Stato diventa il problema dello sviluppo. Il Washington consensus sarà oggetto di una costante rielaborazione che porterà, alla fine degli anni Novanta, alla formulazione del post - Washington consensus. La definizione di Washington consensus nasce dalla convergenza di tre grande istituzioni, che hanno sede a Washington: il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca Mondiale (BM) e il Ministero del tesoro statunitense, ai quali si aggiungeranno l’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO, in italiano Omc) e la Banca centrale Europea (BCE). Per questo si parla del “consenso di Washington”. Consenso sul fatto che le prescrizioni politiche per i paesi in via di sviluppo (PVS) debbano coincidere con quell’impianto e con quella normatività neoliberale che si era già diffusa nei paesi a capitalismo avanzato. Convergenza anche sul fatto che vi siano delle grandi insufficienze nel paradigma keynesiano e che la teoria economica di riferimento per le pratiche da attuare sia la teoria neoclassica. Negli anni Ottanta una scuola che attinge al paradigma neoclassico, esistente già negli anni Cinquanta, ma con una scarsa influenza, è quella di Chicago. Negli anni Ottanta la scuola di Chicago diventa egemone e intorno a questo consenso convergeranno anche grandi istituzioni, come la WTO e la BCE. Questa convergenza diventerà pratica politica nei paesi in via di sviluppo, come in quelli a capitalismo avanzato. Percezione, data dal fatto che nel corso degli anni Settanta anche i paesi a capitalismo avanzato vivono un momento di crisi, che il keynesianesimo non sia più efficace nel rispondere ai problemi dello sviluppo. Mercato visto come un’istituzione perfetto in grado di autoregolarsi. Nuova ortodossia (nuova perché sostituisce quella keynesiana, fino ad allora dominante, mainstream), nella quale l’idea che lo Stato debba lasciare il mercato libero di dispiegare i propri meccanismi e di espandersi si intreccia ad una più generale idea di rispetto della libertà umana. Nell’impianto keynesiano, convinzione che un forte ruolo dello Stato nel governo dei processi economici potesse accompagnarsi al rispetto delle libertà umane. Nella teoria neoclassica si crede invece che nelle libertà umane rientri la necessità del mercato di liberarsi dalle briglie dello Stato per fiorire spontaneamente. Il contesto reale, mondiale nel quale queste politiche cominciano a diventare prevalenti è un contesto nel quale si ha la percezione del fallimento delle precedenti politiche sviluppiste. Se infatti, nei paesi a capitalismo avanzato si può osservare l’avanzare delle forze conservatrici neoliberali, con l’elezione di Margaret Thatcher nel Regno Unito e di Ronald Reagan negli Stati Uniti, nei paesi in via di sviluppo si assiste all’esplodere della crisi debitoria e alla crisi dell’ISI. Riassumendo, il contesto nel quale si affermarono le politiche neoliberiste fu caratterizzato da:

  • il declino del keynesianesimo e l’ascesa della scuola di Chicago;
  • la crescita delle forze conservatrici in USA e UK;
  • il percepito fallimento delle politiche sviluppiste e dello Stato sviluppista;
  • la crisi debitoria. Il dispiegarsi delle pratiche neoliberiste nei paesi a capitalismo avanzato non fu però privo di costi sociali e di grandi conflittualità. Fino agli anni Settanta, nell’età dell’oro del capitalismo, i paesi a capitalismo avanzato (compreso il Giappone) avevano infatti accettato che le politiche di welfare e il governo delle economie fossero importanti e avevano vissuto anni di forte crescita. Si trattò di due decenni di democratizzazione della vita economica e sociale e di benessere. Nel corso degli anni Settanta questo processo di crescita si arresta e si entra in una fase di crisi di accumulazione del capitale. Cosa vuol dire? Che il capitalismo non è più in grado di generare occupazione e crescita. Tensione tra salari e profitti. I profitti reali diminuiscono. Varia anche la percezione del problemi. Nell’impianto keynesiano l’allarme era quello di crescenti livelli di disoccupazione, mentre negli anni Settanta, il problema più urgente

sembra essere quello dell’inflazione. Il neoliberismo riscuote successo anche perché si dimostra in grado di arginare l’inflazione. Parallelamente però, non si solo non si risolveranno i problemi di disoccupazione, ma questi, in molti paesi, tenderanno ad acuirsi. Di fronte alla crisi di accumulazione capitalistica non c’è, tuttavia, una risposta univoca. Forte dibattito. Alcune socialdemocrazie al potere sostenevano che questa crisi fosse risolvibile attraverso una maggiore regolamentazione delle economie e magari attraverso una compressione di alcune delle domande delle classi operaie, da realizzarsi attraverso una limitazione della crescita salariale. A queste, si opponevano le forze conservatrici neoliberali che invece optavano per politiche di segno diametralmente opposto, ispirate alla scuola di Chicago. Dal loro punto di vista, la crisi si sarebbe risolta solo liberando il mercato dal suo più grave problema, che è l’intervento statale, che imbriglia il mercato e distorce i prezzi. Queste forze riescono ad imporsi, pur senza un grande consenso sociale. Intorno alle politiche keynesiane c’era stato un grandissimo consenso sociale, mentre quelle neoliberiste si affermeranno nella conflittualità. Anche nei paesi in cui il neoliberalismo prevalse, il passaggio non fu facile, perché l’attuazione di politiche liberiste significava la chiusura di una serie di imprese nazionalizzate e un aumento della disoccupazione. Si tratta di un passaggio dibattuto, che entrerà nel senso comune anche attraverso la diffusione di film e canzoni, il cui tema è il conflitto sociale di quegli anni. Nei paesi in via di sviluppo, questo passaggio non fu fatto tramite governi eletti, ma fu mediato in maniera costrittiva dalla crisi debitoria. Crisi energetica del 1973: crisi dovuta all’improvvisa interruzione del flusso di petrolio proveniente dalle nazioni appartenenti all’OPEC (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), che comportò un vertiginoso aumento dei prezzi, causa dell’inflazione e della mancanza di crescita economica (fenomeno noto come “stagflazione”), in molti paesi occidentali importatori di petrolio. L’evento scatenante la crisi fu lo scoppio della Guerra del Kippur tra Israele e una coalizione composta da Siria ed Egitto, che vide gli Stati offrire aiuti allo Stato di Israele e gli Stati dell’OPEC tagliare le esportazioni. Per reagire alla forte stagflazione, Paul Volcher, presidente della Federal Reserve, la Banca Centrale statunitense, attuò una politica monetaria contrattiva, nota come “shock Volcher”, che innalzò il tasso di interesse al fine di intervenire sull’inflazione. Se in un primo momento, i livelli di disoccupazione aumentarono significativamente, successivamente si ottenne la stabilità dei prezzi e l’economia americana ricominciò a crescere. Alzare i tassi di interesse significa che ci saranno meno investimenti fatti con leggerezza, ma significa anche molti paesi indebitati non riescono a pagare gli interessi sul proprio debito. Questi paesi, nel momento in cui vanno a rinegoziare il proprio credito presso istituzioni quali il FMI e la BM, devono sottostare a delle condizioni, accettando di attuare una serie di politiche di stampo neoliberista, note come piani di aggiustamento strutturale. Principi-base del neoliberismo:

  • dicotomia Stato-mercato, istituzioni completamente separate;
  • individualismo metodologico;
  • ruolo del mercato nella promozione dello sviluppo;
  • ruolo della globalizzazione nel raggiungimento della crescita. Il Washington consensus guarda al mercato come ad un meccanismo di autoregolazione perfetta. Mentre i paradigmi precedenti, avevano guardato allo Stato come ad un’istituzione benevola o irrimediabilmente corrotta, ma comunque completare al mercato, il neoliberismo opera una cesura: Stato e mercato sono istituzioni completamente separate e questo perché lo Stato è il regno dell’inefficienza, ma il mercato è l’ambito dell’efficienza, essendo perfetto e in grado di regolarsi da sé. Il Post-Washington consensus apporterà un’ulteriore modifica a questa concezione, riconoscendo l’esistenza di imperfezioni. Il principio teorico sotteso a questo impianto è l’individualismo metodologico, al quale corrisponde una precisa concettualizzazione della società, che vede estendere all’ambito del sociale la concezione marginalista neoclassica del mercato e dell’attore economico. Nell’impianto neoclassico, l’attore economico privilegiato è l’individuo,

collassato. Nella logica dei SAP (Piani di aggiustamento strutturale), tuttavia, questo tipo di logica ci aiuta a ristabilire l’equilibrio della bilancia dei pagamenti e a risanare i conti. Contestualmente, bisognerà alzare i tassi di interesse, che erano stati mantenuti artificialmente bassi per favorire gli investimenti negli anni in cui l’industrializzazione era considerata il vettore dello sviluppo. Alzare i tassi di interesse consentirà una gestione più responsabile ed efficiente degli investimenti. Tanti investimenti, come le cattedrali nel deserto, che sono un spreco, non saranno più fatti se il costo del denaro è alto. Anche questa è una misura che esprime il ritiro dello Stato, come anche l’attuazione di riforme macroeconomiche. I sussidi sui prezzi del cibo, che permetto ad una parte della popolazione di avere accesso a cibo calmierato, vanno eliminati, perché: 1) costituiscono un indebito intervento dello Stato; 2) favoriscono alcune classi e non altre. In questo impianto, i sussidi sul cibo favoriscono le classi urbane e danneggiano i contadini che non possono vendere i loro prodotti a prezzi più alti. Tagli anche a tutta una serie di programmi sociali (cioè, alla spesa pubblica) che stavano dando i loro frutti. Tagli alle spese per l’istruzione, a quelle sanitarie, etc. sono necessari affinché lo Stato possa risolversi dal debito, dallo squilibrio e crescere. Lo stesso vale per le industrie statali, che sono inefficienti e che vanno privatizzate, anche a costo di licenziamenti. Necessario, inoltre, riformare il mercato del lavoro, nel quale i salari sono mantenuti eccessivamente alti. Il lavoro è un fattore produttivo come gli altri. Il problema della disoccupazione non è un vero problema, perché nel mercato, che è efficiente, verrà naturalmente raggiunto un salario di equilibrio in cambio del quale lavoreranno più persone. Questo tipo di politiche, che richiede una maggiore flessibilità e una revisione profonda delle politiche a protezione del lavoro, è all’origine di un processo di informalizzazione del lavoro, in base al quale il numero di persone impiegate in maniera informale aumenta. Questo è visto in maniera positiva, perché dire che aumenta il lavoro informale è come dire che aumentano le persone occupate. “Getting the price right”: insieme di pratiche mirate a smantellare le barriere artificiali che impediscono all’economia di rispondere ai segnali di mercato Se io compio tutto questo insieme di politiche potrò avere un momento di recessione, ma sarà un momento minimo, in seguito al quale avrò ottenuto il pareggio della bilancia. Il paese crescerà e si avrà il cosiddetto “effetto sgocciolamento”, in virtù del quale la ricchezza colerà verso gli strati più bassi della popolazione. Il trickle-down effect è un meccanismo che avviene spontaneamente perché il mercato è in grado di autoregolarsi. La BM ha abbandona il paradigma dei basic needs e fa proprio un nuovo paradigma secondo il quale il mercato lavora efficientemente solo se non oberato da politiche. Ai paesi che entravano in quel periodo in una crisi di qualsiasi crisi, la BM rispondeva di attuare i piani di aggiustamento strutturale o di attuarli con una maggiore intensità. Gore ci dice che c’è mutamento nel quadro di riferimento spaziale e temporale delle politiche di sviluppo. Quando io guardo ad un paese che ha una crisi della bilancia dei pagamenti e gli dico che non sta attuando abbastanza l’aggiustamento strutturale, dove individuo la causa del problema? All’interno del paese o nel contesto di relazione e di scambio nel quale è immerso? La risposta è all’interno del paese. Questo tipo di risposta è coerente con la logica del nazionalismo metodologico, adottata dai teorici della modernizzazione. Secondo Gore, nell’aggiustamento strutturale, il nazionalismo metodologico si combina, a livello spaziale, all’internazionalismo economico normativo. Secondo l’internazionalismo economico normativo per svilupparti non devi guardare all’espansione del tuo mercato interno, ma all’integrazione nel mercato internazionale. A livello temporale, Gore ci dice che c’è uno spostamento da uno storicismo (Marx) ad una valutazione astorica della performance dei paesi in via di sviluppo. Da una visione di lungo periodo ad una valutazione astorica della performance di breve periodo. L’aggiustamento strutturale andrà incontro ad una serie di critiche, parte delle quali avrà a che fare col modo in cui realmente lo Stato agisce. Innanzitutto, con il trascorrere degli anni Ottanta, diventa evidente che l’aggiustamento strutturale non è

socialmente neutrale, ma che ha dei costi sociali importanti, che ricadono sui più poveri. Ci si interroga anche sulla natura dello Stato. Uno stato che taglia i sussidi al cibo, che chiude imprese che ritiene inefficienti è realmente uno Stato debole o è piuttosto uno Stato che sta ridirezionando il proprio intervento? Possono i SAP essere concettualizzati come un grande tecnicismo? Una forte preoccupazione si diffonde intorno a questi punti. Le critiche avanzate al Washington consensus sono così riassumibili:

  • critica ad un aggiustamento strutturale che viene percepito come funzionante in qualsiasi contesto, che adotta un approccio astorico e che non tiene conto delle specificità;
  • critica ad uno aggiustamento strutturale inteso come processo di riferimento istituzionale, piuttosto che come insieme di politiche tecniche;
  • critica ad un aggiustamento strutturale che non è neutrale e che favorisce certe classi e non altre (Mahmood Messkoub) rifiuto dell’individualismo metodologico. Alla fine degli anni Novanta, queste critiche diventeranno talmente importanti, sostenute dall’evidenza, da essere accettate, almeno parzialmente, dalle istituzioni del meinstream. Questo favorirà uno spostamento di paradigma verso il Post-Washington consensus, rispetto al quale il dibattito è quanto mai aperto.