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Post Washington Consensus, Sbobinature di Economia E Politica Dello Sviluppo

Sbobine del corso Politiche e processi di sviluppo internazionale, tenuto dalla professoressa Matilde Adduci (Università degli studi di Torino)

Tipologia: Sbobinature

2015/2016

Caricato il 30/10/2016

ilagiu9396
ilagiu9396 🇮🇹

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Post-Washington Consensus
Le critiche all’aggiustamento strutturale, sul finire degli anni Novanta, diventano tali
da condurre all’affermazione di un nuovo paradigma, noto come post-Washington
consensus. Tali critiche vengono, infatti, introiettate dalle grandi istituzioni che
avevano sostenuto il WC e il paradigma rielaborato allo scopo di colmare i limiti che
erano stati individuati nel tempo.
Il post-WC sarà a sua volta aspramente criticato e non solo da critici preoccupati delle
sue implicazioni sociali, che vorrebbero espandere la democratizzazione della vita
economica e sociale, ma anche da critici di destra, convinti che l’aggiustamento
strutturale fosse una soluzione migliore di quella promossa dal post-WC. Esso
diventerà così oggetto di un acceso dibattito, tuttora aperto, che si aprirà nella teoria
dello sviluppo, ma che riguarderà anche le prescrizioni politiche.
Con il post-WC il mondo cambia completamente e immediatamente. C’è un evidente
richiamo all’ambito delle istituzioni. Si riconosce l’importanza del sociale, oltre che
dell’economico. Se prima, infatti, si credeva che lo Stato dovesse lasciare il mercato
libero di dispiegare le proprie energie, perdendo di vista il sociale, ora si pone
l’accento sulle istituzioni, formali e informali (rete di relazioniaccetto sulla
partecipazione), richiamando quel sociale che il WC aveva espulso.
A partire dalla fine degli anni Ottanta e fino agli ultimissimi anni Novanta, vengono
pubblicati numerosi Rapporti che segnano il graduale avvento del post-WC. Nel 2002
anche l’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo)
pubblicherà un suo Rapporto sul fallimento dell’aggiustamento strutturale, a
testimonianza del consenso eroso non solo in seno a BM e FMI, ma anche presso
l’ONU.
In sintesi:
1989 – Rapporto Banca Mondiale sull’Africa subsahariana: “Dalla crisi alla crescita
sostenibile”;
1993 – Rapporto Banca Mondiale sul miracolo est-asiastico;
1997 Joseph Stiglitz viene nominato capo economista del Banca Mondiale. “The state
in a changing world”. Nuova enfasi sul ruolo del Stato collaborazione fra Stato e
mercato;
1998 – lezione annuale di Joseph Stiglitz presso l’Istituto mondiale per la ricerca dello
sviluppo economico, dal titolo “More instruments and broader goals (letteralmente,
“più strumenti e obiettivi più ampi”): moving towards the post-Washington
consensus”, che delinea i caratteri di una nuova ortodossia dello sviluppo.
In un primo Rapporto, datato 1989, la BM fa notare come l’Africa subsahariana versi
ancora in condizioni di povertà, nonostante i diversi esperimenti di aggiustamento
strutturale. In esso, si fa strada l’dea che la condizionalità non sia solo aggiustamento
strutturale, ma che questa debba estendersi a quegli ambiti che sono responsabili
dell’attuazione delle good policies, delle buone politiche. In altre parole, se prima, di
fronte al mancato sviluppo, si invitava ad attuare di più l’aggiustamento, ora si pensa a
come questo è stato attuato. Esso propone quindi una ownership nazionale
dell’aggiustamento, nell’ottica di un ribaltamento della precedente concezione
dell’aggiustamento, secondo la quale i SAP dovevano essere calati dall’alto. Il paese
deve avere voce in capitolo, non solo in quanto Stato, ma anche in qualità di società
civile.
Nel 1993, viene invece pubblicato un Rapporto sul miracolo est-asiatico,
commissionato dal Giappone alla BM. Perché il Giappone aveva interesse a
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Post-Washington Consensus

Le critiche all’aggiustamento strutturale, sul finire degli anni Novanta, diventano tali da condurre all’affermazione di un nuovo paradigma, noto come post-Washington consensus. Tali critiche vengono, infatti, introiettate dalle grandi istituzioni che avevano sostenuto il WC e il paradigma rielaborato allo scopo di colmare i limiti che erano stati individuati nel tempo. Il post-WC sarà a sua volta aspramente criticato e non solo da critici preoccupati delle sue implicazioni sociali, che vorrebbero espandere la democratizzazione della vita economica e sociale, ma anche da critici di destra, convinti che l’aggiustamento strutturale fosse una soluzione migliore di quella promossa dal post-WC. Esso diventerà così oggetto di un acceso dibattito, tuttora aperto, che si aprirà nella teoria dello sviluppo, ma che riguarderà anche le prescrizioni politiche. Con il post-WC il mondo cambia completamente e immediatamente. C’è un evidente richiamo all’ambito delle istituzioni. Si riconosce l’importanza del sociale, oltre che dell’economico. Se prima, infatti, si credeva che lo Stato dovesse lasciare il mercato libero di dispiegare le proprie energie, perdendo di vista il sociale, ora si pone l’accento sulle istituzioni, formali e informali (rete di relazioniaccetto sulla partecipazione), richiamando quel sociale che il WC aveva espulso. A partire dalla fine degli anni Ottanta e fino agli ultimissimi anni Novanta, vengono pubblicati numerosi Rapporti che segnano il graduale avvento del post-WC. Nel 2002 anche l’UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo) pubblicherà un suo Rapporto sul fallimento dell’aggiustamento strutturale, a testimonianza del consenso eroso non solo in seno a BM e FMI, ma anche presso l’ONU. In sintesi: 1989 – Rapporto Banca Mondiale sull’Africa subsahariana: “Dalla crisi alla crescita sostenibile”; 1993 – Rapporto Banca Mondiale sul miracolo est-asiastico; 1997 Joseph Stiglitz viene nominato capo economista del Banca Mondiale. “The state in a changing world”. Nuova enfasi sul ruolo del Stato collaborazione fra Stato e mercato; 1998 – lezione annuale di Joseph Stiglitz presso l’Istituto mondiale per la ricerca dello sviluppo economico, dal titolo “More instruments and broader goals (letteralmente, “più strumenti e obiettivi più ampi”): moving towards the post-Washington consensus”, che delinea i caratteri di una nuova ortodossia dello sviluppo. In un primo Rapporto, datato 1989, la BM fa notare come l’Africa subsahariana versi ancora in condizioni di povertà, nonostante i diversi esperimenti di aggiustamento strutturale. In esso, si fa strada l’dea che la condizionalità non sia solo aggiustamento strutturale, ma che questa debba estendersi a quegli ambiti che sono responsabili dell’attuazione delle good policies, delle buone politiche. In altre parole, se prima, di fronte al mancato sviluppo, si invitava ad attuare di più l’aggiustamento, ora si pensa a come questo è stato attuato. Esso propone quindi una ownership nazionale dell’aggiustamento, nell’ottica di un ribaltamento della precedente concezione dell’aggiustamento, secondo la quale i SAP dovevano essere calati dall’alto. Il paese deve avere voce in capitolo, non solo in quanto Stato, ma anche in qualità di società civile. Nel 1993, viene invece pubblicato un Rapporto sul miracolo est-asiatico, commissionato dal Giappone alla BM. Perché il Giappone aveva interesse a

commissione un rapporto alla BM? Perché la principale agenzia di aiuti giapponese stava diventando via via più critica rispetto alle politiche di aggiustamento strutturale promosse dalla BM. Rapporto che non ha immediatamente posizioni chiare e coerenti rispetto al ruolo dello Stato. Da una parte afferma che ci sono stati importanti successi economici conseguiti attraverso il motto Getting the basic rights (“Avere gli elementi di base al posto giusto”). Ci sono state politiche che hanno consentito la creazione di un ambiente favorevole all’investimento privato, come pure politiche che hanno avuto successo nell’innalzare i livelli di risparmio e nel formare capitale umano. Non c’è stato un eccessivo favoritismo verso il settore agricolo e la distorsione dei prezzi è stata in effetti mantenuta entro limiti ragionevoli (un esempio di distorsione dei prezzi sono i sussidi al cibo, all’elettricità, all’acqua). Le economie sono state aperte alle idee che venivano dall’estero, alle nuove tecnologie e ai necessari livelli di flessibilità che devono essere mantenuti nel mercato del lavoro. Non ci sono state, cioè, politiche troppo rigide nel definire diritti per i lavoratori o salari minimi. Il Rapporto dice però anche che politiche di questo tipo in paesi come quelli dell’est-asiatico hanno funzionato perché si sono accompagnate ad un intervento dello Stato. Un intervento dello Stato che in alcuni casi ha sostenuto lo sviluppo di industrie specifiche, quando l’aggiustamento strutturale diceva che l’industria di Stato doveva essere privatizzata e l’intervento dello Stato limitato. Il Rapporto continua dicendo che capire quanto questo intervento abbia contribuito alla crescita è una questione difficile da affrontare. Come possiamo sapere se questo è stato il reale ingrediente del successo? Il Rapporto conclude dicendo che, in alcune economie, non si può negare che lo Stato abbia contribuito in maniera significativa al raggiungimento di una crescita più alta e più egualitaria. Si può generalizzare questo esempio? Il Rapporto dice che questo non si sa con sicurezza, perché questi paesi hanno delle specificità che non si possono replicare. In sintesi, il Rapporto del 1993 resta aggrappato ai fundamentals, cioè all’aggiustamento strutturale (il cosiddetto, ambiente macroeconomico stabile), ma non trascura di sottolineare l’importanza che ha rivestito l’intervento statale in alcuni contesti. Con queste sue ambiguità, questo Rapporto crea uno spazio di agevolazione per uno spostamento concettuale dalla dicotomia Stato-mercato ad una ricerca di una collaborazione, di una complementarietà tra le due istituzioni. Questa sfida viene raccolta da Joseph Stiglitz, che nel 1997 viene nominato capo- economista della BM. Esce il Rapporto “The State in a changing world”, nel quale lo Stato è di nuovo al centro. Il passaggio al post-WC viene però formalizzato soltanto l’anno dopo con una lectio magistralis dal titolo “More instruments and broader goals: moving towards the post-Washington consensus”, con la quale Stiglitz getta le fondamenta di una nuova ortodossia. Egli non parte da una critica radicale del WC per delineare i caratteri di un nuovo paradigma. Riconosce infatti i vantaggi che si sono accompagnati all’aggiustamento strutturale, primo fra tutti la praticità di un quadro di azione (framework) facilmente riproducibile. Sostiene però che esso non abbia la risposta ad ogni questione sullo sviluppo. Questa riflessione ispirerà il passaggio dalle pure conditionalities alle enhanced conditionalities (letteralmente, condizionalità innalzate). Il WC aveva individuato delle politiche fondamentali (i cosiddetti fundamentals), ma queste non devono essere sinonimo di uno Stato minimo. Lo Stato

  • dice Stiglitz – ha un ruolo importante da giocare nella regolamentazione, nelle politiche industriale, nella protezione sociale, nel welfare. Il punto non è se debba essere coinvolto, ma come debba essere coinvolto. Rifiuto della dicotomia Stato/ mercato. I governi devono vedere se stessi come complementi del mercato.

North e Becker, e più in generale la NIE, ci stanno dicendo che le istituzioni hanno un ruolo chiave nel rendere il mercato efficiente e stanno riconoscendo che lo sviluppo non è qualcosa di aridamente economico, ma di istituzionale e sociale. Il sociale viene preso molto più in considerazione rispetto a quanto veniva fatto negli anni del WC. Chi ritiene che siamo di fronte ad un mutamento paradigmatico sottolinea questo punto, che è un punto di discontinuità: c’è una nuova attenzione non solo al modo in cui viene considerato il mercato, ma anche rispetto alle possibili traiettorie di cambiamento socio-istituzionale. Dal momento che esistono le asimmetrie informative e i costi di transazione, non necessariamente gli individui razionali che si muovono nel mercato raggiungeranno il punto di equilibrio tale da permettere la soddisfazione personale e collettiva. C’è bisogno di un sostegno istituzionale perché ciò accada. I paesi poveri non crescono proprio per via di una carenza di attività di regolamentazione istituzionale e definizione dei diritti di proprietà. Becker, in particolare, ci dice che le istituzioni sono importanti perché esistono i dilemmi sociali. I dilemmi sociali sono quei problemi che insorgono quando le scelte fatte da individui razionali producono risultati socialmente irrazionali. Garreth Hardin, “The tragedy of commons”. Inutile non considerare che esistono delle tensioni tra la massimizzazione individuale e la gestione di quei preziosissimi beni comuni che non sono rinnovabili. Esempio del pascolo su terreni a gestione comune. Il singolo pastore non esiterà a portare una mucca in più al pascolo su quel terreno, perché i costi saranno divisi fra tutti. Se io avrò un aumento +1 della mia utilità, il costo sarà inferiore a -1 perché diviso fra più persone. Se però tutti fanno così, il bene comune si esaurirà in tempi brevi. Questa è, secondo Hardin, la tragedia dei beni comuni. Necessario istituzionalizzare i diritti di proprietà per evitare questo tipo di tragedia. Il punto di continuità lo si ritrova invece nel fatto che non c’è un completo distaccamento dall’individualismo metodologico. L’incontro nel punto di equilibrio avverrà, ma non naturalmente. Non c’è una critica radicale. Questo è uno dei punti teorici che fa pensare che non ci si trovi di fronte ad un mutamento paradigmatico. Per queste ragioni, pur riconoscendo un’apertura verso il sociale, ammettendo l’esistenza di fallace di mercato e proponendo una più ampia definizione di sviluppo, il post-WC non costituirebbe un paradigma a se stante, in grado di sovvertire completamente il precedente impianto teorico.