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SINTESI MONARCHIE, REPUBBLICHE, IMPERI
Tipologia: Dispense
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Alle soglie dell’età moderna, l’Europa aveva al centro del suo spazio geografico, una realtà politica e ideologica con pretese universalistiche: ovvero l’ Impero. Era l’unico impero da quando quello d’oriente, erede diretto dell’impero romano, era stato spazzato via dai turchi nel 1453. Quest’impero si estendeva dalle pianure polacche e ungheresi al cuore della Francia, e dal mare del Nord e dal Baltico fino al Tirreno. Si affacciava anche sull’Adriatico, ma non includeva Venezia, che era rimasta autonoma, accettando la protezione della lontana Costantinopoli. Era un impero, non uno stato. Non era una nazione: non aveva un esercito, una capitale, un governo e un’amministrazione unificata. Non aveva nemmeno un’unica lingua, né tantomeno un solo diritto. Era una gigantesca creatura politica, tenuta insieme solo dall'elemento religioso, che si sarebbe spaccata con la riforma protestante. In termini politici, era una sorta di confederazione di città e paesi, accomunati da una collocazione geopolitica al centro della cristianità occidentale. A dire il vero, questa galassia di realtà diverse era tenuta insieme non soltanto dal collante religioso. Era tenuta insieme anche da una serie di vincoli giuridico-politici di carattere personale. L’impero comprendeva realtà con diverse giurisdizioni e differenti poteri di natura territoriale, riconosciuti dall’imperatore, che in cambio riceveva fedeltà. Alla base del sistema istituzionale imperiale c’era un’idea religiosa della comunità politica, un’idea che aveva un’impronta di matrice spiccatamente medievale. In base a quest’idea, l’imperatore affidava (o più semplicemente riconosceva) in favore di un signore una giurisdizione su di
un territorio, con la prerogativa di prelevare risorse. Il signore era quindi personalmente legato all’imperatore e in cambio del beneficium ricevuto e della protezione garantita egli forniva auxilium et consilium. In termini politici, l’ auxilium e il consilium si traducevano in risorse e prestazioni di carattere militare e in consenso – e quindi riconoscimento – e partecipazione nella gestione politica e giudiziaria dell’impero. Giustizia e amministrazione erano strettamente legate. Amministrare significava giudicare. Amministrare significava prendere decisioni di carattere giudiziario per tenere insieme realtà diverse, e ciò spesso si traduceva nella composizione di liti e controversie che sovente erano di natura giuridica. Dunque, giustizia e amministrazione erano due cose (pratiche) che si ritrovano nello stesso ambito ed entrambe operavano tenendo conto di un diritto che c’è già. Amministrare significava spesso iurisdicere. E il potere era essenzialmente di natura giurisdizionale. La figura del re è essenzialmente la figura di un giudice ; ed è così che si pone nei confronti dei suoi sudditi: un giudice che è anche una sorta di padre che per esempio deve garantire che i suoi sudditi/figli abbiano di che sfamarsi. Non a caso, il commercio del grano in antico regime è un commercio che si svolge sotto gli occhi vigili e spesso invasivi della politica. Il grano doveva circolare e passare dalle mani dei produttori a quelle dei mercanti e dalle mani di questi ultimi a quelle dei mugnai tenendo conto sia dei guadagni di queste figure sia delle esigenze dei consumatori, cioè dei sudditi, che dovevano poterlo avere in quantità sufficienti e a prezzi accessibili.
L’impero aveva un’assemblea rappresentativa, la Dieta (o Reichstag ). Veniva convocata in modo del tutto irregolare. Nella Dieta veniva messo in scena tutto questo sistema gerarchico di relazioni di natura personale (ma non per questo impolitiche), che erano relazioni di fedeltà e di sottomissione e che prevedevano il reciproco riconoscimento (in termini giuridici) e reciproche prestazioni, di natura fiscale e militare. La Dieta aveva una camera dei feudatari e una delle città. Al vertice, c’era una Dieta elettorale , composta dai sette membri più importanti, gli elettori che avevano il potere di eleggere l’imperatore. Nell’esercitare tale diritto, agivano solo in teoria liberamente, benché la scelta avvenisse di norma all’interno della famiglia degli Asburgo d’Austria. Gli elettori erano quattro laici e tre ecclesiastici. L’impero , questa realtà politica che caratterizzava l’Europa e l’Occidente cristiano, da secoli attraversava una crisi che era sia politica che ideale. Ormai subiva la competizione di un’altra importante realtà politica, la monarchia francese. L’imperatore Massimiliano I, anziché ambire al ruolo di capo della cristianità, si sposò con Maria di Carlo il Temerario, duca di Borgogna, ereditando da quest’ultimo i Paesi Bassi (che sarebbero diventati Belgio e Olanda) e un conflitto di sovranità con il re di Francia, un conflitto che si sarebbe rivelato estenuante e che avrebbe finito per segnare per mezzo millennio la storia europea. Rimasto vedovo, si sarebbe risposato con la
figlia di Ludovico il Moro, signore di Milano e, di lì a poco, avrebbe organizzato il matrimonio di suo figlio Filippo il Bello con l’ereditaria di Spagna, Giovanna la Pazza. In questo modo, sarebbero stati uniti in un unico patrimonio, i territori tedeschi, quelli italiani e quelli spagnoli. Così suo nipote Carlo , figlio di Filippo, sarebbe diventato re di Spagna e subito dopo imperatore con il nome di Carlo V. L’impero aveva una capitale ideale – Roma – che, però, era fuori dal suo territorio. Infatti, si chiamava Sacro Romano Impero. Era una capitale ideale poiché non soggetta al suo dominio. Roma era invece il centro di un altro Stato, uno Stato ecclesiastico , il più importante: uno stato incapace di difendersi militarmente, ma ben capace di far sentire il suo peso politico. Il capo di questo stato era il vescovo di Roma, il papa. Non potendo avere figli, poiché doveva osservare il celibato, il papa era il sovrano temporale di uno stato molto simile agli altri, che però non era suo, e non apparteneva alla sua famiglia. Era patrimonio di San Pietro e costituiva il possedimento inalienabile della Chiesa cattolica. La donazione di Costantino – che verrà messa in discussione da Niccolò Cusano prima e da Lorenzo Valla poi – era l’atto con il quale la Chiesa aveva acquisito i territori. Oltre ad essere un sovrano temporale, il papa era il capo religioso della cristianità occidentale : e ciò lo portava ad avere ambizioni universalistiche, come universalistiche erano le ambizioni dell’imperatore. Anche la sua elezione dipendeva dalle decisioni del collegio
Chiesa toccasse la prerogativa di legittimare il potere temporale, e quindi di esercitare l’effettiva suprema sovranità. D’altro canto, si poteva anche ritenere che tale potere del papa dovesse limitarsi alla sola sfera spirituale, e che pertanto la sfera politica appartenesse a Cesare, e solo a lui. Queste due interpretazioni , nei secoli, erano diventate motivo di aspre tensioni e di sanguinosi conflitti. Era pur vero che queste due dimensioni trovavano l’una nell’altra reciproco sostegno. La Chiesa cercava e trovava nel potere politico protezione e si affidava al potere politico – detto anche braccio secolare – per la tutela dell’ortodossia. In compenso, aveva un ruolo fondamentale nella giustificazione e nel mantenimento dell’ordine sociale e della legge. La Chiesa nei secoli aveva acquisito un potere enorme. Amministrava i sacramenti e dava risposta alle questioni ultime della vita. In più svolgeva altre funzioni che non erano di natura spirituale. Aveva intanto un enorme ruolo di comunicazione pubblica, perché era l’unica istituzione in possesso degli spazi e degli strumenti per parlare a tutti, alle masse : almeno una volta alla settimana. Poi, aveva il monopolio dell’assistenza ai poveri e ai malati : le città si affidavano alla Chiesa per il governo della povertà e della malattia. Infine, la Chiesa era la fonte ultima della legalità , e l’unica fonte di legittimazione del potere. Se era vero che il potere proveniva da Dio,
doveva essere altrettanto vero che dovesse essere la Chiesa a garantirlo, indicando chi avesse diritto a governare. Dunque, per dirla in altri termini, era la Chiesa che incoronava i sovrani , che soccorreva chi ne aveva bisogno e che parlava alla gente semplice. E oltre a incoronare i sovrani, per garantire l’ordine, faceva un’altra cosa fondamentale: spiegava cos’era giusto e cosa non lo era, perché un signore dovesse essere obbedito; spiegava perché e a chi bisognasse pagare le tasse, perché e per chi bisognasse combattere. Così, alle soglie dell’età moderna, oltre che dalla Chiesa , dall’ impero , dai signori che vantano poteri su territori più o meno grandi, e dalle città – spesso in mano a governi oligarchici e a patriziati – lo spazio politico è segnato dalla presenza di monarchie e, in termini generali, da un soggetto che gli storici hanno immaginato come una creatura della modernità, una creatura nuova: e cioè lo Stato moderno. Più che un soggetto, lo stato moderno si configura – quantomeno agli inizi dell’età moderna – come l’avvio di un processo di sistemazione, riordino e unificazione del territorio sul terreno della sicurezza , della protezione e della giustizia. La sfida che si ritrovano a giocare le monarchie europee è di organizzare non tanto con una maggiore razionalità, quanto con un’altra razionalità e con una diversa logica – rispetto al passato – la folla di giurisdizioni e di poteri attraverso cui venivano amministrate e gestite le tante comunità che davano forma allo spazio politico d’ancien régime.
del frazionamento autonomo della gerarchia feudale , insieme con un accentuato processo di unificazione politica e di assorbimento delle formazioni politiche regionali. I confini di questi nuovi stati hanno guadagnato in consistenza, diventando frontiere. Da lungo tempo si concepivano i confini di un regno come una semplice linea inscritta nel paesaggio, ma solo nel momento in cui un re esercita la sua sovranità, questi confini assumono un significato anche politico. La sovranità dapprima coincide con la giustizia. Quando in Francia si stabilì che in ogni tribunale del re ci si poteva appellare alla giustizia suprema, cioè alla giustizia regia, i confini del regno, prima nozione assai vaga, assunsero di colpo un significato ben preciso: al di qua di essi si cadeva sotto la competenza dei giudici del re, al di là si sfuggiva ad essa. Stessa cosa valeva per il fisco. Si passavano le frontiere anche per sfuggire alla fiscalità regia. Ma la frontiera non è solo un limite politico e fiscale. E’ anche un confine militare, che separa dall’avversario innanzitutto, o più semplicemente dal vicino. A partire dalla seconda metà del Quattrocento in Francia come altrove il numero dei funzionari incomincia a crescere in modo molto intenso e veloce. E naturalmente i loro stipendi incidono nei bilanci delle Corone. Eppure, sono poca cosa rispetto alle spese della corte. Ogni re e ogni principe ha la sua corte , indispensabile per rappresentare la potenza e la legittimità del re. È un mondo quello che vive a corte – dove ciascuno ha
un suo ruolo – ed è un mondo che costa moltissimo. Nulla, però, in confronto alla guerra. La guerra è la vera causa della crescita delle spese degli stati. Per far fronte all’incremento delle spese pubbliche , a partire dal tardo medioevo, le risorse tradizionali non sono più sufficienti. Così, il Quattrocento conosce la nascita e il successo dell’ imposta. Ciò non significa che i principi abbiano rinunciato a trarre il massimo guadagno dalle loro fonti ordinarie, che presentano il grande vantaggio di non dar adito a nessuna discussione politica. Da sempre, il principe incamera le rendite dei suoi domini diretti: terre, foreste, forni e mulini, pedaggi e dazi, taglie pagate dai sudditi e diritti pagati dai vassalli, ammende inflitte dai giudici regi, miniere e monete. Al di fuori di alcune situazioni limite, i domini diretti consentono di far fronte ad un buon numero di spese: i ricevitori locali con le somme che riscuotono riescono a effettuare alcuni pagamenti come gli stipendi dei funzionari, le elemosine, le spese per il mantenimento dei castelli, le pensioni. Soltanto il surplus viene inviato alla capitale. Ma il metodo più veloce per lo stato di procurarsi del denaro fresco era il prestito. Tra le diverse forme di fiscalità, la meno dolorosa, e quindi la più accettata fra la fine del medioevo e gli inizi dell’età moderna è la tassazione indiretta. Oltre alle tasse percepite alle frontiere, compaiono ben presto le imposte sui prodotti di grande consumo: l’olio, il grano, il vino, il sale. Ed è con ragione che i funzionari del re dichiarano nel 1502 che la gabella è
crescita della spesa pubblica. Senza lo sforzo dei contribuenti, lo stato nuovo non sarebbe potuto esistere. L’uso della formula “per grazia regia” ci permette di cogliere il principio della concessione. Era il re che concedeva ai suoi sudditi prerogative e privilegi e così via, e viceversa, il concetto stesso di concessione escludeva l’idea di un diritto alla cosa concessa. L’idea di concessione era l’idea di grazia regia tradotta nella pratica. Era questo un elemento essenziale in tutte le forme di pensiero teocratico ed era riconoscibile sia nel governo papale che in quelli regi e imperiali. Il governo teocratico era caratterizzato dalla concessione da parte del governante ai propri sudditi di diritti che altrimenti essi non avrebbero avuto. Il potere veniva dall’alto, e veniva trasmesso verso il basso mediante un atto di concessione. Il parallelismo tra il re, a cui Dio concedeva il suo potere , e i sudditi, ai quali i l re concedeva i privilegi , ivi incluso il potere – la gratia regis – è evidente e sorprendente. Il re non era tale per grazia di nessun altro all’infuori di Dio. Dato che la grazia (benevolenza, favore) assumeva un ruolo così essenziale nella struttura del governo teocratico, non desta grande stupore l’attribuzione al re del ruolo di vicario di Dio. In quanto beneficiario dei favori divini, il re era scelto e si trovava in comunicazione particolarmente stretta con Dio. Dunque, l’intero regno era affidato al re, il che significava che sia il laicato che il clero erano suoi sudditi, che il governo necessariamente comportava ordinamenti concernenti interessi cristiani,
come pure la nomina dei funzionari ecclesiastici, perché un regno cristiano doveva avere organi ecclesiastici appropriati per l’amministrazione dei misteri divini. È pur vero che anche i vescovi erano consacrati e che anche essi erano vescovi per grazia di Dio, ma ai fini di governo la posizione episcopale contava poco se si considera che il meccanismo effettivo del governo era concentrato nelle mani del re, che i vescovi, secondo la concezione regia, avevano solo la cura animarum , di cui il re non poteva occuparsi e non si occupava e che i rescritti del vescovo valevano soltanto entro la diocesi, mentre quelli del re valevano in tutto il regno. Il potere propriamente governativo, ossia giurisdizionale, era concesso unicamente al re, il quale – avendo avuto il regno in consegna
espressamente coloro che voleva fossero membri della prima camera. Però, dalla fine del Trecento era stata instaurata la regola che l'invito dovesse essere rivolto a tutti i Pari (che dunque non dovevano essere scelti da lui). Nel frattempo, avanzava anche la formalizzazione delle convocazioni dei rappresentanti dei Comuni. Piano piano aveva preso forza l'idea della rappresentanza , che non era ancora un principio, piuttosto una pratica. Ora, i tratti peculiari delle formazioni statali che prendono forma alla fine del Medioevo – al di là di uno sviluppo numericamente meno cospicuo della burocrazia e della corte rispetto a ciò che avverrà in Età moderna – si possono identificare in sostanza con i limiti che il potere monarchico incontra nell’imporsi alla nobiltà, alle città, al clero : limiti incarnati da quelle assemblee rappresentative dei Tre Stati il cui consenso è necessario per ogni tassazione straordinaria, ma che hanno una radice più profonda nella discontinuità territoriale dello stato: nel permanere e anzi nel moltiplicarsi al suo interno di feudi e giurisdizioni signorili, di autonomie e immunità di comunità urbane e rurali; nel prevalere dei privilegi e delle libertà particolari sulle pretese legislative del sovrano; insomma nella perdurante vivacità di una società frammentata, rispetto alla quale il potere dello stato non ha ancora manifestato quella schiacciante capacità di disciplinamento (almeno così la si continua a configurare) che sarà propria dell’età moderna. Caratteristica fondamentale del potere monarchico del Basso Medioevo, in gran parte d’Europa, è che in molte circostanze esso non poteva
operare senza il consenso di un’assemblea rappresentativa appositamente convocata, in cui sedevano dapprima soprattutto i nobili, in quanto vassalli del re e dalla fine del Duecento anche i prelati e i rappresentanti delle borghesie cittadine. È questo un tratto di estrema importanza che consente di parlare dell’età tardomedievale e della prima età moderna come di un’età di dialogo fra il principe e il paese, in contrapposizione all’età successiva, chiamata dell’assolutismo , proprio perché allora i sovrani riusciranno a governare senza il supporto delle assemblee rappresentative. Queste assemblee rappresentative prendevano nomi diversi a seconda dei paesi. Si chiamavano Parlamenti in Inghilterra, Stati generali in Francia, Diete in Germania, Cortes in Spagna, e questa pluralità di denominazioni può a volte ingenerare confusioni, dal momento che ad esempio in Francia i Parlamenti erano tutt’altra cosa, e cioè tribunali regi, con responsabilità amministrative oltre che giudiziarie. Il ruolo delle assemblee rappresentative era in primo luogo quello di acconsentire (o di rifiutare) alle richieste del re in materia fiscale. In altre parole, ogni volta che il monarca si trovava nella necessità di chiedere denaro al paese occorreva convocare un’assemblea, e ottenere dai nobili, ecclesiastici e borghesi l’impegno a pagare la somma richiesta, ovvero come spesso accadeva una somma inferiore concordata dopo prolungati negoziati. Le assemblee rappresentative non erano dunque organismi permanenti, ma si riunivano in seguito ad apposite convocazioni. Anche se
La prima configurazione dello “Stato moderno” divenne chiaramente visibile nel momento in cui acquisirono forza i ceti come correlativi della monarchia. Di regola quei due elementi si svilupparono insieme: tale dualismo è dunque fondamentale per comprendere la forma iniziale dello Stato moderno. Il dualismo tipico dello Stato della prima età moderna non va inteso semplicemente come il risultato di contese politiche e di potere fra il re o i principi e i titolari dei feudi non principeschi, raggruppatisi in corporazioni o in ceti. La tensione di interessi contrapposti era certamente presente ovunque com’è documentato dalla stessa storia dell’origine dei contratti e dal contenuto delle loro formule di compromesso. Ciò è di chiara evidenza. Ma di fatto l’importanza del loro contenuto, l’uniformità di tendenza e la durata della loro validità ne fanno molto di più che semplici compromessi tattici. Infatti, il tratto decisivo del dualismo è la collaborazione fra principe e ceti, per mezzo della quale soltanto poté realizzarsi una sufficiente ed ordinata attività dello stato; quei contratti sono perciò l’espressione di questo dualismo di fondo. Tale costruzione si dimostrò valida e si rafforzò nel senso che i ceti vennero a rappresentare il paese , mentre il principe e paese insieme vennero a formare lo stato. Il dualismo principe-ceti non deve valere pertanto solo come forma di espressione politica del nascente “stato moderno”, bensì condiziona la sua stessa costituzione.
Le assemblee di stati, o di ceti, mettevano in scena l’ auxilium e il consilium e cercavano di esaltare il carattere particolaristico della moltitudine di fedeltà e giurisdizioni locali sempre da contrattare, da rappresentare: le prerogative feudali e signorili, gli statuti cittadini, le esenzioni di questa o quella comunità, i diversi diritti, gli immensi privilegi della Chiesa. In questo senso, erano un elemento che difendeva “le libertà” – intese come privilegi – e faceva da contrappeso alla monarchia. A sedere in queste assemblee rappresentative erano comunque le oligarchie che potevano prendere la parola per il resto dei sudditi: c'era la parte migliore di ogni ceto – la sanior pars – quella in grado di rappresentare tutto il ceto. Quindi, i vescovi per il clero, i Grandi per l’aristocrazia, i patrizi più titolati, con l’idea sempre che ogni comunità è rappresentata dalla sua figura paterna, dalla sanior pars. Il re , si è detto, era un giudice e si ergeva come giudice ultimo in grado di impugnare qualunque altra sentenza detta da qualunque altro tribunale. Sin dall'inizio, il potere – di natura giurisdizionale – si presenta essenzialmente come una questione di giustizia e di tribunali, di capacità di farne rispettare le sentenze. Molti soggetti si trovavano si trovano a doversi relazionare con diverse competenze giurisdizionali : tribunali signorili, cittadini, corporativi, ecclesiastici. É un mondo plurale, sotto il profilo giudiziario. Spesso, per ogni contenzioso, o per ogni reato, o per ogni diritto c’era una diversa aula di giustizia , e tutte insistevano sullo stesso territorio,