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Multiculturalismo: Sociologia, Antropologia e Psicologia, Tesine di Maturità di Scienze Umane

Esso è un riassunto sul tema del multiculturalismo dal punto di vista sociologico, psicologico e antropologico.

Tipologia: Tesine di Maturità

2020/2021

In vendita dal 11/04/2022

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TEMA MULTICULTURALE
L’aggettivo multiculturale indica un luogo in cui è presente un’unica cultura ma che tende a costruire un mosaico di
culture differenti, un esempio è la popolazione eterogenea che i movimenti migratori hanno creato.
La mescolanza delle culture però, è sempre esistita: infatti guerre, invasioni, movimenti di colonizzazione hanno
mescolato durante i secoli popoli e civiltà. il discorso della multiculturalità non è semplice e i contributi della sociologia,
dell’antropologia e della psicologia ne elaborano un quadro generale.
DAL PUNTO DI VISTA DELLA SOCIOLOGIA
Per la sociologia la società multiculturale è un argomento che può essere intrecciato a vari temi che riguardano questa
disciplina come: diseguaglianza (differenza nei privilegi e nelle risorse), stratificazione sociale (condizione degli stati
sociali sovrapposti in una scala di inferiorità o superiorità) e processi di etichettamento.
Benché, secondo la definizione dell’ONU (organizzazione delle nazioni unite), un immigrato è qualsiasi persona che si
sposta dal paese in cui vive per arrivare ad un altro paese, vivendoci per più di un’anno, le persone continuano ad
apostrofare con questo termine solo persone provenienti da paesi poveri o in via di sviluppo.
A definire lo status di immigrato e la diversità concorrono vari fattori:
- il primo modello è l’istituzionalizzazione della precarietà che vede l’immigrato come una
persona di passaggio, ovvero un individuo che per specifici motivi (lavoro) vive temporaneamente in un altro paese. Il
compito dello stato è quello di integrare l’immigrato nel mondo del lavoro, favorendo la sopravvivenza dei legami con il
paese di appartenenza. Questo modello è stato adottato in Germania, Belgio e Svizzera.
- il modello di assimilazione in cui il soggetto immigrato diventa a pieno titolo un membro della
nuova comunità, ciò significa che dovrà fare propria la cultura del paese che lo ospita e che potrà conservare le proprie
usanze nell’ambito domestico. Tale modello viene adottato in Francia.
- il modello pluralista che assicura ad ogni individuo il libero esercizio dei propri diritti, imponendo
come unico vincolo il rispetto del diritto altrui. Ciò significa che l’immigrato può manifestare la propria cultura in
pubblico, rispetto però quella degli altri. Adottato dal Regno Unito.
Negli ultimi decenni i flussi migratori riguardano soprattutto alcune categorie di paesi e richiamano fenomeni ben
precisi:
il processo di decolonizzazione, ovvero la liberazione, da parte dei paesi afroasiatici, del dominio
territoriale esercitato dagli stati europei, che ha messo questi paesi di fronte a effetti come: lo
sfruttamento coloniale, arretratezza economica e l’instabilità politica.
il crollo dei regimi totalitari , che fino agli anni 90 del 900 governavano i paesi dell’est europeo. Gli
stati nati dalle macerie dei nuovi regimi hanno dovuto affrontare vari problemi come: sanguinose
guerre, fragilità delle nuove istituzioni democratiche, crisi economica ecc..
Precarietà e indigenza economica sono quindi le principali spinte all’immigrazione.
Siamo soliti ad associare l’immigrato alla figura maschile, lavoratore e di basso livello d’istruzione. IN realtà non è così,
poiché oggi, soprattutto in Italia il numero di donne immigrate supera gli uomini, grazie alla maggior facilità di trovare
un’occupazione nel settore della cura della persona e del sostegno familiare. Inoltre, il fatto che gli immigrati svolgono
lavori poco qualificati non vuol dire che abbiano un basso livello d’istruzione, al contrario spesso non è facile trovare
un’occupazione qualificata, anche in presenza di un titolo, a causa di ostacoli di ordine burocratico.
Spesso gli immigrati che arrivano in una nuova città tendono a stabilirsi dove già vivono i loro connazionali, il più delle
volte in quartieri periferici, economicamente più accessibili, chiamate anche isole etniche, ovvero zone adattate alle
abitudini di vita di una popolazione che condivide provenienza, lingua e cultura. Questo però non significa che c’è un
assenza di contatti con la cultura ospite: ciò è evidente per gli immigrati di seconda generazione, cioè figli di genitori
immigrati nati e cresciuti nello stato ospite.
Un tema importante da affrontare parlando di immigrazione è quello della devianza, poiché i reati commessi da
persone immigrate costituiscono un ostacolo per l’accoglienza di questi ultimi nei nostri paesi. In Italia, ad esempio,
varie statistiche presentano un maggior numero di condotte devianti presso la popolazione immigrata, che presso
quella autoctona. Alcuni indicatori, però, non sono totalmente affidabili, visto che i fattori per cui gli immigrati finiscono
in carcere non riguardano solo la criminalità. Inoltre in questo modo verso gli immigrati si attivano meccanismi di
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TEMA MULTICULTURALE

L’aggettivo multiculturale indica un luogo in cui è presente un’unica cultura ma che tende a costruire un mosaico di culture differenti, un esempio è la popolazione eterogenea che i movimenti migratori hanno creato. La mescolanza delle culture però, è sempre esistita: infatti guerre, invasioni, movimenti di colonizzazione hanno mescolato durante i secoli popoli e civiltà. il discorso della multiculturalità non è semplice e i contributi della sociologia, dell’antropologia e della psicologia ne elaborano un quadro generale. DAL PUNTO DI VISTA DELLA SOCIOLOGIA Per la sociologia la società multiculturale è un argomento che può essere intrecciato a vari temi che riguardano questa disciplina come: diseguaglianza (differenza nei privilegi e nelle risorse), stratificazione sociale (condizione degli stati sociali sovrapposti in una scala di inferiorità o superiorità) e processi di etichettamento. Benché, secondo la definizione dell’ONU (organizzazione delle nazioni unite), un immigrato è qualsiasi persona che si sposta dal paese in cui vive per arrivare ad un altro paese, vivendoci per più di un’anno, le persone continuano ad apostrofare con questo termine solo persone provenienti da paesi poveri o in via di sviluppo. A definire lo status di immigrato e la diversità concorrono vari fattori:

  • il primo modello è l’istituzionalizzazione della precarietà che vede l’immigrato come una persona di passaggio, ovvero un individuo che per specifici motivi (lavoro) vive temporaneamente in un altro paese. Il compito dello stato è quello di integrare l’immigrato nel mondo del lavoro, favorendo la sopravvivenza dei legami con il paese di appartenenza. Questo modello è stato adottato in Germania, Belgio e Svizzera.
  • il modello di assimilazione in cui il soggetto immigrato diventa a pieno titolo un membro della nuova comunità, ciò significa che dovrà fare propria la cultura del paese che lo ospita e che potrà conservare le proprie usanze nell’ambito domestico. Tale modello viene adottato in Francia.
  • il modello pluralista che assicura ad ogni individuo il libero esercizio dei propri diritti, imponendo come unico vincolo il rispetto del diritto altrui. Ciò significa che l’immigrato può manifestare la propria cultura in pubblico, rispetto però quella degli altri. Adottato dal Regno Unito. Negli ultimi decenni i flussi migratori riguardano soprattutto alcune categorie di paesi e richiamano fenomeni ben precisi: ➔ il processo di decolonizzazione, ovvero la liberazione, da parte dei paesi afroasiatici, del dominio territoriale esercitato dagli stati europei, che ha messo questi paesi di fronte a effetti come: lo sfruttamento coloniale, arretratezza economica e l’instabilità politica. ➔ il crollo dei regimi totalitari , che fino agli anni 90 del 900 governavano i paesi dell’est europeo. Gli stati nati dalle macerie dei nuovi regimi hanno dovuto affrontare vari problemi come: sanguinose guerre, fragilità delle nuove istituzioni democratiche, crisi economica ecc.. Precarietà e indigenza economica sono quindi le principali spinte all’immigrazione. Siamo soliti ad associare l’immigrato alla figura maschile, lavoratore e di basso livello d’istruzione. IN realtà non è così, poiché oggi, soprattutto in Italia il numero di donne immigrate supera gli uomini, grazie alla maggior facilità di trovare un’occupazione nel settore della cura della persona e del sostegno familiare. Inoltre, il fatto che gli immigrati svolgono lavori poco qualificati non vuol dire che abbiano un basso livello d’istruzione, al contrario spesso non è facile trovare un’occupazione qualificata, anche in presenza di un titolo, a causa di ostacoli di ordine burocratico. Spesso gli immigrati che arrivano in una nuova città tendono a stabilirsi dove già vivono i loro connazionali, il più delle volte in quartieri periferici, economicamente più accessibili, chiamate anche isole etniche, ovvero zone adattate alle abitudini di vita di una popolazione che condivide provenienza, lingua e cultura. Questo però non significa che c’è un assenza di contatti con la cultura ospite: ciò è evidente per gli immigrati di seconda generazione, cioè figli di genitori immigrati nati e cresciuti nello stato ospite. Un tema importante da affrontare parlando di immigrazione è quello della devianza, poiché i reati commessi da persone immigrate costituiscono un ostacolo per l’accoglienza di questi ultimi nei nostri paesi. In Italia, ad esempio, varie statistiche presentano un maggior numero di condotte devianti presso la popolazione immigrata, che presso quella autoctona. Alcuni indicatori, però, non sono totalmente affidabili, visto che i fattori per cui gli immigrati finiscono in carcere non riguardano solo la criminalità. Inoltre in questo modo verso gli immigrati si attivano meccanismi di

etichettamento, che possono collegare la criminalità all’intera etnia. Secondo il sociologo Barbagli, il fatto che la criminalità sia diffusa tra gli immigrati irregolari, induce a pensare che essa sia incoraggiata dall’assenza di reti familiari e sociali; o ancora che queste persone possono essere vittime di un coinvolgimento da parte dei connazionali. DAL PUNTO DI VISTA DELL’ANTROPOLOGIA Dal punto di vista dell’antropologia, vivere in una società multiculturale significa confrontarsi con:

  • l'uguaglianza, cioè una pari opportunità di accesso alle risorse sociali per tutte le comunità.
  • la differenza, intesa come il riconoscimento della particolarità di ogni cultura. Quest’ultima continua ad affermarsi come priorità nella storia dell’Occidente, attraverso battaglie per recuperare la propria identità etnica e culturale; ne è un esempio il multiculturalism act, promulgato in Canada a tutela della minoranza francofona del Quebec, accordato con il governo della catalogna, per utilizzare la propria lingua, cioè il catalano, nei documenti ufficiali. Il principio che ispira queste iniziative è il Multiculturalismo, principio che valorizza la pluralità delle culture. Questa scelta però, può essere considerata come un mettere in evidenza le diversità culturali, e a questo proposito lo studioso Taguieff parla di razzismo differenzialista , un atteggiamento verso le comunità immigrate caratterizzato dalla tendenza di accentuare le differenze culturali escludendo ogni possibilità di dialogo. Eppure l’appartenenza ad una determinata cultura è il frutto di un’adesione volontaria, di un percorso che l’individuo compie con il proprio bagaglio di esperienze, apportandovi elementi personali di giudizio e di scelta. Questo atteggiamento può essere definito come essenzialismo culturale , ogni concezione che risulti immutabile è capace di imporsi agli individui al di là della loro libera scelta; ciò può avere risvolti pericolosi nella vita sociale, perchè può portarci a difendere comportamenti esibiti in nome della cultura, senza chiederci se rappresentino davvero una volontà di libera espressione culturale: ne sono un esempio le donne dell’islam che vengono costrette a portare il velo contro la loro volontà. L’essenzialismo culturale porta, inoltre, a identificare troppo sommariamente le persone con il gruppo sociale a cui appartengono: ad esempio se niko è albanese, egli è in primo luogo albanese e secondariamente Niko. L’ultima conseguenza dell’essenzialismo è l’identificazione della cultura come un’essenza che definisce lo straniero come colui che può sottrarre una parte importante di ciò che si è e per questo diventa il “nemico”. L’atteggiamento più corretto nei confronti della diversità è quello di assumerla come un punto di partenza per impostare il confronto con l’altro, per designare questo atteggiamento si è soliti usare il termine interculturalismo. Questo deve muovere due presupposti:
  • la convinzione che all’aldilà delle diversità etniche, gli individui possono trovare valori comuni.
  • il confronto delle diverse prospettive. IL PUNTO DI VISTA DELLA PSICOLOGIA Nella società multiculturale lo psicologo si interessa delle dinamiche cognitive e socio emotive. Il primo aspetto di cui si occupa la psicologia è il pregiudizio, ovvero un atteggiamento assunto nei confronti di un determinato gruppo sociale, possono essere distinti in: pregiudizi positivi, che esprimono una posizione di apprezzamento; e pregiudizi negativi, che esprimono ostilità e disprezzo. Questi ultimi per i loro effetti incontrollabili sulle relazioni sociali, hanno attirato l’attenzione dei psicologi. Negli anni 20 del 900 lo studioso Bogardus, elaborò la scala di distanza sociale, una tecnica per misurare la disponibilità delle persone a contatto con l’oggetto del loro pregiudizio. In questa scala le persone vengono collocate all’interno di un susseguirsi continuo che va dall’accettazione al rifiuto totale, e attraverso una serie di domande (items) è possibile capire a quale livello della scala si appartenga. Negli anni 30 del 900 Likert, interessato anch’egli a conoscere gli atteggiamenti degli statunitensi nei confronti della popolazione nera, preparò un nuovo strumento: i questionari autodescrittivi, in cui invita le persone a confrontarsi con una serie di affermazioni riguardanti l'oggetto del pregiudizio, e a esprimere il loro accordo o disaccordo, attraverso un punteggio; sommando i punteggi era possibile avere una misura del gradi di favore o sfavore dell’oggetto. Il pregiudizio però è subdolo in quanto le persone possono riferire solo ciò che può compiacere l'intervistatore per questo sono importanti gli studi di Lapiere, che attraverso un viaggio con una coppia cinese, si fermò in 184 ristoranti e 67 alberghi, notando che in tutti questi luoghi la coppia veniva trattata in modo cortese. Al termine del viaggio, però scrisse una lettera a ciascuno di loro fingendosi un turista in cerca di informazioni e chiedendo se potessero ospitare persone cinese, il 90% delle risposte fu negativa. Negli anni 70 del 900 lo studioso Tajfel ha cercato di delineare i meccanismi psicologici che sono presenti in un