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ELABORATO "MULTICULTURALISMO", Tesine di Maturità di Scienze umane e sociali

elaborato "il multiculturalismo con riferimento anche alla questione dei diritti umani"

Tipologia: Tesine di Maturità

2020/2021

Caricato il 11/11/2021

federica-zaccariello
federica-zaccariello 🇮🇹

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Candidata: Zaccariello Federica
Classe: 5 Sezione: B Indirizzo: Scienze Umane
Liceo N. Jommelli Aversa (CE)
Traccia Esame di Stato anno scolastico 2020/2021:
“Illustra il fenomeno del multiculturalismo, in riferimento ai diritti umani”
La globalizzazione ha profondamente trasformato la composizione etnica e sociale
delle popolazioni, modificandone comportamenti ed abitudini collettivi. Nel mondo
occidentale c’è una forte esigenza di multiculturalismo che ambisce a promuovere
un tipo di integrazione politica e sociale che sotto alcuni aspetti va contro il modello
sul quale sono stati costruiti gli Stati Nazione. Sostenuto da una rivalutazione delle
differenze culturali si è trovato in perfetta sintonia con le esigenze di fornire una
nuova descrizione del legame fra libertà individuale e cultura di appartenenza. Già
alla fine della seconda guerra mondiale i processi di globalizzazione hanno
provocato lo smantellamento del sistema coloniale e l’accesso all’indipendenza dei
popoli asiatici e africani. Un ruolo decisivo nel processo di decolonizzazione lo
ebbero Stati Uniti. Il processo si compì attraverso vicende alterne, che risentirono sia
della natura dei nazionalismi locali, sia delle politiche estere dei paesi europei. Dopo
l’indipendenza dell’India raggiunta nel 1947 e la successiva morte di Gandhi, nel
1948 alla guida del paese ci fu Jawaharlal Nehru. Gandhi si era battuto per la
costruzione di uno stato indiano dove potessero convivere pacificamente
popolazioni di diversa estensione e di diverso credo religioso sottoposte a leggi
diverse. Rileggere la sua storia può aiutarci a sopportare l’inquietudine e lo
smarrimento del “male di vivere” in un mondo sempre più imbarbarito e violento.
Con le migrazioni, la diversità culturale, ormai, non è più un fenomeno nuovo. Nel
corso degli ultimi secoli, le nostre società basate sui principi del pluralismo politico e
della tolleranza, ci hanno permesso di convivere con la diversità senza creare rischi
inaccettabili per la questione sociale. L’Europa ha attirato migranti e persone in
cerca di asilo da tutto il mondo nella prospettiva di una vita migliore. La
globalizzazione, quindi, ha compresso lo spazio e il tempo a un livello senza
precedenti. In questo contesto, il pluralismo e lo spirito di apertura hanno assunto
un’importanza come mai prima. Si inizia a parlare, così, di cittadinanza: più volte, nel
corso della storia, uomini o interi popoli si sono ribellati all’oppressione e alla
tirannia per rivendicare i propri diritti circa la responsabilità del proprio destino. In
Grecia così come a Roma, esistevano diritti riconosciuti solo su determinati ceti
sociali: sono da ricordare i secoli del feudalesimo nei quali permanevano enorme
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Candidata: Zaccariello Federica Classe: 5 Sezione: B Indirizzo: Scienze Umane Liceo N. Jommelli Aversa (CE) Traccia Esame di Stato anno scolastico 2020/2021: “Illustra il fenomeno del multiculturalismo, in riferimento ai diritti umani” La globalizzazione ha profondamente trasformato la composizione etnica e sociale delle popolazioni, modificandone comportamenti ed abitudini collettivi. Nel mondo occidentale c’è una forte esigenza di multiculturalismo che ambisce a promuovere un tipo di integrazione politica e sociale che sotto alcuni aspetti va contro il modello sul quale sono stati costruiti gli Stati Nazione. Sostenuto da una rivalutazione delle differenze culturali si è trovato in perfetta sintonia con le esigenze di fornire una nuova descrizione del legame fra libertà individuale e cultura di appartenenza. Già alla fine della seconda guerra mondiale i processi di globalizzazione hanno provocato lo smantellamento del sistema coloniale e l’accesso all’indipendenza dei popoli asiatici e africani. Un ruolo decisivo nel processo di decolonizzazione lo ebbero Stati Uniti. Il processo si compì attraverso vicende alterne, che risentirono sia della natura dei nazionalismi locali, sia delle politiche estere dei paesi europei. Dopo l’indipendenza dell’India raggiunta nel 1947 e la successiva morte di Gandhi, nel 1948 alla guida del paese ci fu Jawaharlal Nehru. Gandhi si era battuto per la costruzione di uno stato indiano dove potessero convivere pacificamente popolazioni di diversa estensione e di diverso credo religioso sottoposte a leggi diverse. Rileggere la sua storia può aiutarci a sopportare l’inquietudine e lo smarrimento del “male di vivere” in un mondo sempre più imbarbarito e violento. Con le migrazioni, la diversità culturale, ormai, non è più un fenomeno nuovo. Nel corso degli ultimi secoli, le nostre società basate sui principi del pluralismo politico e della tolleranza, ci hanno permesso di convivere con la diversità senza creare rischi inaccettabili per la questione sociale. L’Europa ha attirato migranti e persone in cerca di asilo da tutto il mondo nella prospettiva di una vita migliore. La globalizzazione, quindi, ha compresso lo spazio e il tempo a un livello senza precedenti. In questo contesto, il pluralismo e lo spirito di apertura hanno assunto un’importanza come mai prima. Si inizia a parlare, così, di cittadinanza: più volte, nel corso della storia, uomini o interi popoli si sono ribellati all’oppressione e alla tirannia per rivendicare i propri diritti circa la responsabilità del proprio destino. In Grecia così come a Roma, esistevano diritti riconosciuti solo su determinati ceti sociali: sono da ricordare i secoli del feudalesimo nei quali permanevano enorme

disparità fra i soggetti appartenenti ai diversi gruppi in cui si articolava la comunità sociale. Anche la Magna Carta Libertà del 1215 e la Sabea Corpus del 1679 provvedevano a garantire diritti soltanto ad alcune fasce di popolazione. In realtà la prima svolta storica in materia di diritti risale al tempo della rivoluzione americana, in particolare alla pubblicazione della “Dichiarazione d’indipendenza” del 4 luglio 1776 con la quale cittadini di tredici colonie britanniche ufficializzarono la loro volontà di separare i propri distinti da quelle della madrepatria. Fece seguito, pochi anni dopo, la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino” proclamata in Francia nel 26 agosto 1789 nella quale la libertà venne non solo enunciata come valore ma definita nella sua essenza e nei suoi limiti. Infine, nel corso del novecento, il tema dei diritti umani divenne oggetto di rinnovata attenzione non solo da parte dei filosofi e utopisti, ma anche da parte di uomini di stato il cui impegno culminò nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 con la quale venne definito per la prima volta il concetto di diritti umani universali. Fu questo il passo iniziale per la formulazione della futura “Carta Internazionale dei Diritti dell’Uomo” la quale vide la luce nel 1966, articolata in due distinti patti internazionali: quello sui diritti economici, sociali e culturali, e quello sui diritti civili e politici. La particolare posizione delle diversità culturali nelle democrazie occidentali si traduce nel tentativo di riconoscimento della pari dignità degli individui e allo stesso tempo nella possibilità di non rinnegare la propria origine etnoculturale. L’identità per quanto fluida ed inafferrabile non ha un volto preciso: il riconoscimento in relazione all’identità è la conseguenza di alcuni cambiamenti. Infatti nella politica contemporanea si sono sviluppati movimenti politici in difesa dei gruppi minoritari o subalterni che hanno al proprio centro la domanda di riconoscimento analizzata dal filosofo Taylor. Per il filosofo canadese l’identità di una minoranza è imprescindibile dalle forme del proprio riconoscimento. Ma, ammonisce il filosofo, possono esserci due forme patologiche che interessano la percezione della propria entità da parte delle minoranze: la prima riguarda l’assenza di riconoscimento che provoca “una forma di invisibilità sociale” legata alla negazione della propria identità; la seconda forma invece implica una percezione sbagliata dell’identità che può essere legata ad un’immagine di inferiorità o comunque distorta della propria entità. Da questo presupposto per Taylor tutte le volontà delle minoranze di essere riconosciute hanno come obiettivo il raggiungimento di una visibilità sociale o una necessaria revisione della rappresentazione della loro identità. Non si deve trascurare infatti il meccanismo adottato in ogni forma di colonizzazione, culturale o fisica per cui il soggetto colonizzato viene rappresentato come disumano e barbaro, adducendo false motivazioni scientifiche che ne giustificherebbero la sottomissione.

e all’accettazione dei bambini. In realtà, ancora oggi, per la maggioranza 0 dei bambini che vivono nel mondo è come se la Convenzione non fosse mai stata scritta né sottoscritta perché i loro diritti vengono violati sistematicamente infatti in molti stati economicamente in via di sviluppo, ma , in misura minore, anche all’interno di paesi industrializzati e caratterizzati da una società del benessere, la manodopera infantile è assai ricercata in quanto contribuisce a tenere bassi i salari degli adulti sottoponendo i bambini a lavoro in condizioni disumane e impedito di usufruire una scolarizzazione completa. Basterebbe ricordare la questione meridionale o semplicemente la tratta degli schiavi, ricordata da grandi autori letterali come Giovanni Verga o il poeta latino Seneca. Tra i vari approcci alla differenza, nel mondo occidentale è prevalso spesso un atteggiamento di assimilazione, che perlopiù prevede percorsi mirati all’inserimento dei bambini immigrati nella cultura dominante della società che li ha accolti, pur nel riconoscimento formale del diritto di mantenere la propria identità culturale. Il superamento di questo atteggiamento si ha nell’integrazione, in virtù della quale le agenzie educative si fanno responsabili dell’effettiva attuazione del “diritto alla differenza” degli immigrati, valorizzando e promuovendo concretamente il bilinguismo e il biculturalismo. L’educazione interculturale si pone tuttavia al di là anche di questo atteggiamento, sviluppando percorsi globali per una cultura della differenza, o intercultura, basata sulla capacità di scambio e di dialogo, sulla conoscenza e sulla comprensione tra i membri di culture differenti. Il concetto di educazione interculturale è stato introdotto per la prima volta in Italia nel 900, attraverso la Circolare n.205, “La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri”, in cui l’educazione interculturale viene considerata uno strumento che <> in quanto considera la <<diversità culturale>> una risorsa positiva per la crescita delle persone e delle società. Essa non si limita all’accettazione di chi è diverso, ma comporta il riconoscimento della sua identità culturale, la ricerca di dialogo, di comprensione e di collaborazione. Secondo questa prospettiva, una scuola in cui si pratica l’educazione interculturale favorisce non soltanto l’integrazione degli alunni nella cultura di cui l’istituzione è parte, ma anche la valorizzazione della cultura di origine di questi stessi alunni. I valori che fanno da sfondo all’educazione interculturale sono quelli del rispetto, della solidarietà e della convivenza pacifica e hanno come conseguenza il rifiuto dell’incontro con il “diverso” o addirittura la xenofobia, ovvero la paura dello straniero che porta a discriminare le persone in base alla loro origine. Un ruolo cruciale nella lotta al razzismo è ricoperto dagli insegnanti, i quali devono fare in modo che i bambini stranieri non percepiscano la loro “diversità” come qualcosa da compensare, ma, anzi, si sentano più vicini al proprio mondo di provenienza, accettando e

valorizzando la loro storia vissuta, riconoscendo i loro diritti e le ragioni che mi hanno portato nel nostro Paese. Ciò richiede innanzitutto una metodologia dell’ascolto, che presti attenzione alle domande di accoglienza. Dunque, nel nuovo scenario della società globalizzata, multiculturale e multietnica , autori protagonisti dell’antropologia culturale del 900, analogo a quello di figure come Levi-Strauss rivelano al mondo occidentale la straordinaria ricchezza delle culture native, sollecitando con le loro opere una riflessione sul valore della diversità, ricostruendo le origini della nostra specie e il successo dell’Homo Sapiens , a riconoscimento del valore delle differenze culturali e dell’importanza del concetto di eguaglianza tra gli esseri umani. Le ricerche degli antropologi hanno contribuito a far comprendere che le differenze e le specialità culturali sono una ricchezza dell’umanità e pertanto dovrebbero essere valorizzate. I principali documento legislativi internazionali, come la “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo” , la “Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea” e la nostra Costituzione proclamano l’uguaglianza giuridica di tutti gli uomini e condannano ogni forma di discriminazione, in primo luogo quella razziale: come gli scienziati hanno dimostrato , il concetto di “razza” non ha alcun valore scientifico, ma vi è l’invenzione, presentata nella forma mistificatoria di una verità condivisibile da tutti, della stessa ideologia razzista, che crea arbitrarie divisioni all’interno dell’unica specie umana allo scopo di difendere gli interessi e l’operato di un certo gruppo sociale, di norma quello dominante o colonizzatore. La persistenza del pregiudizio razzista, ancora oggi purtroppo molto diffuso, trova fondamento in alcuni meccanismi psicologici e sociali di conservazione delle proprie abitudini e di ostilità verso ciò che è nuovo e diverso. Tra le scienze dell’uomo, è stata l’antropologia, grazie anche agli studi etnografici presso le cosiddette “popolazioni primitive”, a fornire alcuni contributi fondamentali per combattere il pregiudizio razzista, e, fra i grandi rispondenti della disciplina, Claude Levi-Strauss è colui che si è maggiormente impegnato su questo fronte. Il razzismo, sostiene Levi-Strauss, non deve essere confuso con l’inevitabile tendenza all’etnocentrismo cioè a giudicare le altre culture e interpretarle in base ai criteri della propria, ma, affinché le culture si considerassero semplicemente come diverse. Esse possono ignorarsi oppure provocare quella curiosità reciproca da cui nasce il desiderio di entrare in contatto e di dialogare. La situazione cambia quando alla nozione di diversità subentra il sentimento della superiorità, che può avere origine nei successi pratici ottenuti da una civiltà. Si tratta comunque, osserva Levi-Strauss, di superiorità relative e temporanee, che non rivelano attitudini fondamentali distinte o definitive.

che ci arricchisce. L’altro è distinto da noi ma in relazione con noi... Riconoscere l’altro è riconoscere se stesso!