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Riassunto dei primi tre capitoli del libro "Narrare l'inclusione"
Tipologia: Sintesi del corso
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Capitolo 1: L’altro tra irriducibilità, riconoscimento e inclusione: Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze!” – Così Paul Valèry, poeta e scrittore francese, interpretava la categoria della diversità nella vita dell’uomo. Il problema dell’altro come diverso è una tematica estremamente attuale e vicina all’esigenza propria del nostro tempo di pensare l’altro, di capire come rapportarsi al diverso in un mondo sempre più aperto all’incontro e al contatto con la diversità ma di fatto sempre più alla ricerca di nuove forme e di risposte a esigenze differenti. Si tratta di narrare la diversità in maniera provocatoria e divergente “che affronta le differenze dell’altro senza annullarle o neutralizzarle” (Canevaro, 2005); un “altro” visto come portatore di storie uniche, specie quando queste storie provengono dal mondo della disabilità. Un mondo ancora troppo incompreso, dove vige la tendenza di considerare la condizione umana dei disabili psichici, fisici e motori come portatrice di una serie di nodi problematici di ordine politico, culturale e sociale di enorme rilievo e attualità. La società contemporanea è composta da una moltitudine di miti che orientano la vita di ciascuno di noi. Alcuni di questi miti, però, designano in negativo la disabilità: quelli del denaro, della bellezza, della carriera, la rimozione delle sofferenze e della morte, la ricerca di un benessere individuale rimandano ad un’idea di progresso che condanna ogni imperfezione al fallimento. A condizione di non farsi influenzare dal loro enorme potere di ridurre la realtà a schema fra opposti inconciliabili (bello vs brutto), i miti possiedono la straordinaria capacità di dare un senso all’esistenza umana. Dalla logica manichea della mitologia del progresso, derivano premi e punizioni, inclusioni ed esclusioni. Superare questa cultura dello scarto è un compito urgente e una prospettiva pedagogica necessaria se si vuole attivare una narrazione , che possa dirsi inclusiva. L’analisi dei contesti e degli scenari inclusivi, infatti, passa attraverso la comprensione della parola diversità e non può prescindere dalla sua dimensione implicita che quella dell’ unicità. Se invece di enfatizzare il distinguo ponessimo l’accento sull’unicum forse riusciremo a godere la presenza dell’altro senza dover accentuare limiti e sminuire il potenziale di chi vive la storia di una disabilità. 2) In pedagogia, “diversità” è una parola chiave, poiché essa caratterizza l’individuo a livello biologico, psicologico, etnico-linguistico e culturale. Partiamo quindi dal concetto di diversità: la pedagogia dell’alterità ha radici antiche ed ha il compito di rompere gli equilibri, di infrangere quelle certezze legate a categorie interpretative statiche. Questa pedagogia acquista importanza proprio perché insinua il valore del dubbio e si protende verso modelli alternativi in grado di valorizzare l’umanità in ogni individuo. In questa funzione riflessiva, critica e utopica, l’educazione e la pedagogia sono sempre speciali. La scoperta e l’affermazione della centralità della diversità come categoria filosofica, psichica e pedagogica per eccellenza determina la crisi di un paradigma dominante (uniformità e universalità dei processi educativi), affermandone uno nuovo in grado di produrre profondi cambiamenti nelle rappresentazioni sociali e culturali della diversità umana. Oggi, ciò è possibile solo grazie ad una diversa rappresentazione dell’handicap e della disabilità; il concetto di disabilità ha perso la sua carica negativa grazie alle riflessioni maturate in diversi itinerari di quella che può definirsi pedagogia delle differenze, contagiando così la mentalità collettiva e il pensiero comune. È stato appurato, coscienti che ogni individuo ha una propria identità, che la costruzione di quest’ultima passa attraverso un gioco dinamico e complesso: il soggetto entrando in contatto con il mondo e le persone di cui fa esperienza, è in grado di costruire le proprie strutture mentali. Ciascun soggetto-persona si presenta come unico e irripetibile, con una propria mappa genetica. A volte, la diversità che contraddistingue ognuno di noi può essere caratterizzata da deficit che comportano pesanti condizioni di handicap sociali, scolastici e lavorativi; tuttavia, la ricerca pedagogica ha dimostrato come individuare, in un soggetto colpito da deficit, zone attive da cui partire per ricavare le funzioni compromesse. Ciò però determina una particolare attenzione alle parole da utilizzare poiché in esse è presente il modello operativo a cui fare riferimento. Nel mondo della disabilità, utilizzare termini inappropriati può essere un modo per aumentare la disabilità invece che ridurla. Negli anni ci sono stati diversi dibattiti su quali debbano essere i termini da utilizzare ma cambiare un nome non è la soluzione al problema: occorre cambiare la prospettiva culturale, guardare l’altro come proprio pari e avere il coraggio di chiamarlo per quello che è. 3) Il lungo viaggio della diversità e della pedagogia speciale prende le mosse da un mondo – quello della disabilità – che va conosciuto in tutte le sue espressioni e in cui bisogna tener conto dei percorsi di emancipazione sviluppati negli ultimi due secoli. Le scienze della cura e della riabilitazione sono nate recentemente ma c’è ancora tanto da fare. “L’alternatività è solo una rivoluzione del modo di pensare e di concepire la disabilità” (Gardou). Queste parole ci invitano a ri-pensare al passato e alla nascita della pedagogia scientifica. Un’attenta riflessione ci permette di sviluppare il nostro percorso formativo attorno al rapporto tra tre parole che caratterizzano il mondo del diversamente abile e ci fanno intendere come il linguaggio sia un’evoluzione delle idee:
sociale. Nasce quindi il concetto di inclusione come spazio etico -> una regola è normalmente valida se accettata da tutti. Non ha senso parlare di inclusione se non vi è uno sviluppo personale e se la società non è pronta al cambiamento.
riguarda più solo gli alunni con disabilità, ma coinvolge anche persone a rischio di esclusione e marginalità, sia all'interno della scuola sia al suo esterno; per questo parliamo di prospettiva inclusiva come una dinamica costruttiva, relazionale, dialogica e socializzante. 2) Le frontiere sono i limiti delle civiltà, delle nazioni, delle lingue. Non sono altro che spazi di scambio culturale e sociale; ogni cultura ha bisogno delle sue frontiere, poiché esse fanno parte del naturale processo di auto-definizione. Il concetto di “frontiera” sta nel conoscere l’esistenza di un limite, ma anche nel possedere una buona padronanza di conoscenze specialistiche. La pedagogia speciale può essere intesa come “disciplina di frontiera” poiché, interagendo con altre scienze, integra altre conoscenze evidenziando la propria specificità. Trisciuzzi (1993) aveva già considerato questo carattere della pedagogia speciale nell’individuazione di un limite e nella costruzione di nuovi strumenti di analisi e conoscenza. Le competenze speciali sono state originate dalla necessità di una prospettiva dell'integrazione; in questo modo, la disciplina ha dato origine a un sapere motivato da esigenze più tecnico-scientifiche e ha risposto anche all' esigenza di rafforzare un pensiero finalizzato alle stanze di integrazione sociale. Inoltre, una terza via è rappresentata dalla possibilità di coniugare le prime due stanze (interventi specialistici e integrazione scolastica, sociale o lavorativa), Si propone, dunque, in modo transdisciplinare: ovvero, all'interno di questo nuovo modello interagiscono la neuropsichiatria, la neurolinguistica, la psicologia della riabilitazione, didattica e pedagogia generali e sociologia. La pedagogia speciale è una scienza dell'educazione operativa, volta a risolvere problematiche di mancata integrazione e che si interroga costantemente su come sviluppare nuovi percorsi sperimentali. La riduzione dell'handicap - al contrario dello studio del deficit - appartiene allo specifico della pedagogia speciale, al suo campo d'azione, alle sue metodologie, ai suoi specifici obiettivi educativi. Il concetto di cura educativa appartiene al contesto delle relazioni, di regole comunicative sociali e nazionali mutano, perciò le condizioni del soggetto, che lo fanno interagire con un contesto. come relazione di aiuto può nascondere qualche ambiguità; qui è il funzionale all’emancipazione: infatti, l'aiuto non dovrebbe essere invadente ma dovrebbe favorire il potenziale umano generando relazioni e mantenendo viva la contestualità della relazione d'aiuto. La pedagogia speciale si apre a un pluralismo metodologico attentamente collegato ai problemi di fondo, posti dallo specifico ambito sociale di studio di riferimento. La disciplina, quindi, arriva ad essere trasgressiva, sbilanciandosi verso la presa in carico della persona disabile fino al punto di opporsi a una realtà che limita< la possibilità di una vera integrazione. La Pedagogia speciale si ri-definisce con competenza autonome e specifiche ricerche di nuovi percorsi culturalmente fondati; letto in una chiave educativa-inclusiva, è destinata ad assumere un ruolo guida anche nei confronti delle altre scienze. 3) La cura educativa per realizzare obiettivi inclusi necessita di specializzazione e evidenzia che non è possibile trovare le risposte qualificate e sufficiente un unico campo del sapere; ne consegue che il momento iniziale della progettazione educativa deve raggiungere una profonda comprensione della persona e delle mete educative implicate. Siamo di fronte a un percorso complesso che deve aprirsi alla profondità della persona stessa. In tutto ciò, è implicata anche l’intuizione. L' intuizione assume l’umiltà della ricerca come punto di partenza e si pone di fronte al soggetto con rispetto della sua alterità e autentica disponibilità empatica. Il suo compito è quello di fare tesoro delle molteplici conoscenze che ci provengono da vari punti di osservazione per porre in primo piano la persona, la sua dignità, il suo mistero. L' intuizione può consentire di individuare alcuni elementi emergenti ponendosi alla base di comportamenti, diversi tra loro, che noi consideriamo inadeguati ma che mettono il soggetto stesso in gravi difficoltà. Individuiamo così la radice in una sorta di frantumazione di fondo: riguarda perciò al rapporto con sé stessi, alla sfera delle relazioni interpersonali e alle relazioni con il mondo dei valori. Bisogna indagare quindi per prima cosa sul mondo delle relazioni, sia per cogliere gli elementi che stanno alla base dell’emergenza sia per favorire la costruzione di alternative identitarie credibili che possano risanare molte ferite. La relazione di cura si dispiega su due dimensioni: la relazione interpersonale e nell’appartenenza sociale. Allora grazie al nuovo approccio è possibile pensare a interventi e iniziative di diverso tipo durata e intensità accomunate dallo sforzo di promuovere alimentare condizioni soggettive di maggiore di relazioni di maggiore dignità e benessere nei disabili nelle loro famiglie e nelle istituzioni. questo significa stare relazione con altri allacciare legami e diviene importante pensare ad attività che non si realizzano solo nei tempi e nei contesti specifici della persona ma si pone l'attenzione sulla convivenza e sulle possibilità offerte dai contesti
relazionali stabilendo maggiori possibilità di relazioni. In questo modo, le dinamiche relazionali non sono più unidirezionali ma seguono una logica improntata alla reciprocità. La disabilità viene definita perciò una potenziale risorsa e non solo come una fonte di depressione: sollecita al confronto, alla riflessione, alla ricerca di possibilità e diffonde il principio della responsabilità e della solidarietà. L’autenticità del “fare esprimere il potenziale” richiama un rapporto fondato che ricerca alcune qualità: dimensione dell’autenticità, la presa in considerazione del corpo, la dimensione del desiderio il rispetto dell’immaginario. Questi aspetti ri-abilitano la disabilità che può essere ritenuta una risorsa che provoca tutti a crescere e che chiama in causa e valorizza il capitale sociale. Quest’ultimo è la possibilità di alimentare un mondo condiviso di relazioni, una forma di cura abilitante e capacitante. Anche il sistema dei servizi sociali a supporto dei disabili deve essere inteso come un’espressione molto importante del capitale sociali. Questi ultimi dovrebbero essere parte costitutiva di quel processo di valorizzazione della condizione umana e della vita sociale e divengono quindi necessarie professionalità aperte a saperi che si rapportano sempre l'esperienza. Oggetto del lavoro dei professionisti dell'educazione è l'esperienza educativa: quell’ esperienza attraverso la quale chi è coinvolto come educando, è messo nella condizione di riconoscere le proprie potenzialità a partire dai propri limiti. Devono individuare le strategie o sfruttare le occasioni attraverso le quali far fiorire le potenzialità delle persone. In questa visione del concetto educativo, il lavoro di cura è centrale e deve chiedersi quali esperienze possono promuovere processi educativi che attivano percorsi di sperimentazione di sé capacità auto formative. In questo senso aver cura delle strategie pedagogiche inclusive significa prestare attenzione almeno tre elementi che strutturano il lavoro educativo e le pratiche in questo si traduce: le finalità che orientano il lavoro educativo, il ruolo i ruoli agiti degli educatori e delle educatrici, gli strumenti pedagogici da utilizzare. 4) La cura nei servizi e nelle istituzioni scolastiche si declina nell’avere cura degli altri. L'insegnante o l'educatore ha scelto di riconoscere il bambino o la bambina come presenza privilegiata con cui condividono una parte significativa della propria esistenza e ciò assume ancor più significato se questo bambino porta con sé una lunga storia di disabilità o difficoltà. La cura può assumere due forme diverse di espressione: sostituire dominando (dove la relazione prende le forme della strumentalità e inautenticità) e l’anticipare liberando (restituisce autenticità e spessore alla relazione). Mortari si riferisce a queste due modalità utilizzando diverse locuzioni del prendersi cura e dell’aver cura, Affermando che la cura può declinarsi anche nella forma dell’utilizzabile, nei contesti formativi è necessario declinare il paradigma della cura nella dimensione dell’aver cura e indirizzare quello che si delinea come progetto esistenziale di senso verso la pratica. Pertanto, è necessario evidenziare alcune componenti che possono qualificare l’aver cura nella pratica: l'essere ricettivi nei confronti dell'altro (capacità di far posto all'altro, ai suoi pensieri e sentimenti), essere capace di accettarlo (Responsività che significa rispondere adeguatamente alle richieste della presenza dell'altro), avere disponibilità rispondere attivamente i suoi bisogni (avere disponibilità cognitiva ed emotiva che contrasta il rischio di un pensare che si fa astrazione). Mortali indica come altri indicatori della cura l’empatia. la tensione, l’ascolto, la riflessività, la componente tecnica e l’aver cura di sé. Manini sottolinea il fatto che molte ricerche mettono in luce come le parole degli insegnanti si focalizzano attorno a quattro elementi: la cura si realizza nella reciprocità (costruire un ambiente in cui le relazioni sono ingredienti fondamentali e necessari) e richiama un attenzione specifica che non si limita al singolo ma può riguardare un gruppo, si configura soprattutto nella sua dimensione attiva come pratica dell'aver cura dunque come metodo e si realizza attraverso una pluralità di occupazione di preoccupazioni. L’aver cura, viene rappresentato tramite parole che richiamano azioni transitive destinate alle persone che vivono la difficoltà: ci si riferisce soprattutto alla dimensione emotiva, morale, sociale e a quella cognitiva. Quando gli educatori parlano di cura richiamano la dimensione della pratica che si configura come terra di mezzo. Altre due categorie che emergono in modo diffuso nelle definizioni di cura sono: quella del bisogno e quella della responsività del bisogno. La responsività dell’insegnante significa essere in grado di cogliere il bisogno dell'altro, ovvero capacità da parte dell'insegnante di identificare il percorso di sviluppo del bambino con disabilità che questo sta affrontando per sostenerlo. Avere cura dell'ambiente materiale risponde ai diversi bisogni dell’allievo e significa anche per disporre di materiali in modo che lo studente desideri sperimentare qualcosa di nuovo. Gli insegnanti nel loro ruolo formativo incontrano anche le famiglie dei figli che soffrono e che hanno bisogno di vicinanza e supporto. Viene richiesto loro di avere un’attenzione alla
Capitolo 6: Verso nuove politiche sociali – la famiglia inclusiva: 1) La Famiglia è il luogo dove non solo viene data la vita a nuovi esseri umani, ma anche dove vengono cresciuti affinché divengano persone equilibrate e cittadini responsabili. Nei riguardi dei figli è necessario Un intensissimo impegno affettivo ed educativo a lungo termine. La presenza di situazioni difficili in famiglia mettono a dura prova gli abilità gestionali di qualsiasi genitore e fanno aumentare la probabilità di incorrere in realtà complesse sconosciute che potrebbero ostacolare il corretto compimento delle finalità educative della famiglia. Le famiglie in cui vivono persone con disabilità sono sottoposte quotidianamente un aggravio fisico ed emotivo che coinvolge tutti i membri familiari, primi fra tutti i genitori. Questi ultimi fatica a conciliare la carriera lavorativa e l'attività di cura, quindi per far sì che affrontino efficacemente questa situazione sono necessarie competenze e abilità che non sempre risultano facilmente presenti e disponibili. L’l' accumulo di queste condizioni stressanti può generare una crisi all’interno del nucleo familiare, mettendo a rischio il benessere dei singoli membri e del sistema globale. Tuttavia, vi sono famiglie che possono affrontare risolvere positivamente questa situazione, abbandonando l'idea che l'essere genitori di bambini con disabilità significhi necessariamente trovarsi con una elevata probabilità di fronte a problemi psicopatologici. E’ essenziale riconoscere, dunque, che ogni famiglia ha diversi modi di reagire alla disabilità di un figlio. Per esempio: in alcune famiglie avere un figlio disabile una tragedia, in altre non è un problema in sé ma piuttosto una lotta quotidiana per la sopravvivenza. Ovviamente ci saranno momenti di scoraggiamento e momenti di maggiore serenità che caratterizzano tante famiglie di una persona con disabilità. Inoltre, non è detto che i genitori passano attraverso questi stadi, ognuno reagisce in modo personale. Sono le informazioni che un genitore possiede a proposito delle proprie capacità genitoriali a regolare il proprio comportamento al riguardo: la fiducia che il genitore nutra proposito della propria capacità di riuscire in compiti attività con il figlio influenza l'impegno e gli sforzi che vengono investiti. Le persone che nutrono scarse credenze di autoefficacia nei confronti delle loro capacità di affrontare un determinato compito e di superare ostacoli possono evitarne lo svolgimento oppure delegarne ad altri la responsabilità. In questi momenti, è importante che i genitori abbiano da subito riferimenti stabili, soprattutto di ordine psicologico, per essere guidati con prudenza. Importante è allora il ruolo dei servizi sociali nel sostenere la famiglia.