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narrative journalism, Dispense di Giornalismo

narrative journalism di Perpignano

Tipologia: Dispense

2019/2020

Caricato il 20/05/2023

tatiana-mocanu
tatiana-mocanu 🇮🇹

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ALBERTO SPAMPINATO
MAFIE,INFORMAZIONE,VITTIME
Il continente
inesplorato
Nove giornalisti uccisi, due sotto scorta,
centinaia minacciati, tante notizie
censurate, taciute, omesse. - Perché non se
ne parla Cosa si dovrebbe fare
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ALBERTO SPAMPINATO

MAFIE,INFORMAZIONE,VITTIME

Il continente

inesplorato

Nove giornalisti uccisi, due sotto scorta, centinaia minacciati, tante notizie censurate, taciute, omesse. - Perché non se ne parla – Cosa si dovrebbe fare

(bozza) M_SUD vers 13/08/2011 10.

Con questo saggio,

Alberto Spampinato

ha posto le basi teoriche

per la nascita dell’osservatorio

Ossigeno per l’Informazione.

Il testo è stato pubblicato dalla rivista

Problemi dell’Informazione

n.1, marzo 2008 – Il Mulino;

dai siti

www.fnsi.it e www.odg.it

e da vari altri indirizzi in rete

Si può scaricare da www.ossigenoinformazione.it

può costare la vita. Non è da tutti e non è solo questione di

coraggio. Il cronista che si avventura su questa strada ha

l'indole del lupo solitario, che esce dal branco e si nasconde

anche ai suoi compagni, anche ai suoi familiari. Solo così potrà

addentrarsi fino al luogo di caccia più rischioso, dove nessuno

dei compagni lo seguirebbe, dove nessuno dei suoi cari lo

lascerebbe andare. Alla meta, dunque, si troverà

completamente solo. Solo come un giocatore d'azzardo con le

sue scommesse. Solo come uno scienziato geniale con la sua

follia. Solo come il pescatore che vuole sentire i pesci intorno

all’amo. Con una differenza: l’isolamento del giornalista di

mafia che non si accontenta di osservare le cose da lontano è

solo in parte volontario. Viene decretato dai cronisti “normali”,

da quelli che non superano il limite di guardia, e lo giudicano

male perché avanza oltre le linee. Alcuni cronisti normali

provano angoscia e compassione. Altri, molti altri, invece,

provano rabbia, ostilità. Sentono queste incursioni nella terra

insicura come una critica alla loro prudenza, alla loro saggezza,

un’accusa alla loro rassegnazione. Alcuni trovano che sia un

buon affare tacitare il mostro dandogli in pasto una tenera

fanciulla ogni tanto. Ragionano cioè come tutta la gente mite e

di buon senso in preda alla paura. Fra i cronisti normali che

criticano il temerario spesso se ne nasconde qualcuno che sta

proprio dalla parte della mafia. E’ la mela marcia del paniere

stracolmo di buona frutta. E’ la pecora nera nata nel candido

gregge, è il lupo camuffato d’agnello che si teme di

smascherare. Succede sempre così: quando si manifesta una

divisione, di solito, non è fra cronisti amici della mafia e

cronisti nemici della mafia, è fra il cronista che accetta il

rischio, anche il più grave, e il cronista che predica e pratica la

ragionevole prudenza. E’ una divisione che provoca tensione,

attrito, risentimento, inimicizia. Cosicché non si capisce mai

fino a che punto un cronista finito nel mirino dei boss si sia isolato volontariamente o sia stato emarginato dal suo gruppo.

Osservo da oltre trent'anni queste dinamiche è credo di aver scoperto una sindrome particolare del cronista che si caccia nei guai per una notizia, per un'inchiesta, per un libro. L’ho battezzata la sindrome che acceca. Andrebbe riconosciuta come una malattia professionale. Può colpire chiunque, anche il cronista più mansueto, più prudente, più navigato, anche quello che di solito resta un passo indietro... Un cronista non può maneggiare troppo a lungo notizie pesanti senza rischiare di esserne sconvolto. Non può guardare troppo a lungo l’orrore della violenza criminale, la spietatezza dei delitti e la meschinità di chi se ne serve. Non c'e' niente da fare. O distoglie lo sguardo in tempo o verrà un momento in cui si trasformerà in un ribelle.

Un giorno ti svegli e avverti un irrefrenabile disgusto, un senso di ribellione che cresce dentro di te e ti fa dire: no, questa non posso lasciarla correre. Ti ribelli senza averlo neppure deciso, e quando te ne rendi conto sei già entrato nel campo minato, sei già impegnato nella lotta con il mostro. Non puoi ritirare la mossa. Non sei più quello di prima. Vedi i tuoi colleghi, rimasti dall’altra parte, e quasi non li riconosci. Loro ricambiano lo sguardo, scuotono la testa e dicono: non è più lui, è impazzito. Non è vero, si sbagliano. Non sei impazzito. Ma non puoi convincerli, non riescono a capirti, e la distanza fra te e loro si fa incolmabile. Succede così. Lo so dai racconti di chi c'è passato. Lo so per averlo provato anch'io.

Così, in Sicilia e in altre terre di mafia, uno dopo l'altro, tanti giornalisti sono entrati nel mirino. Così tanti, troppi giornalisti hanno perso la tranquillità, la possibilità di vivere una vita tranquilla. Così alcuni hanno perso la vita.

--ooOoo--

  1. CATTIVA COSCIENZA – I termini del problema sono chiari: in tutti i luoghi i cui sono un potere radicato, ramificato, veri centri di interesse politico economico e finanziario, le mafie usano la violenza per proteggere i propri affari in ogni modo, anche impedendo che certe notizie arrivino all’opinione pubblica. Dunque il problema consiste in una limitazione della libertà di stampa, nella violazione di un fondamentale diritto sancito dalla Costituzione. In Sicilia, in Calabria, in Campania, evidentemente, di fatto, vige una Costituzione materiale che tollera la limitazione della libertà di informazione, che tollera i giornalisti finché non mettono a rischio gli affari mafiosi. E’ significativa ancora la testimonianza di Lirio Abbate^2 : “Se fai il tuo lavoro di cronista con prudenza, senza eccessi, con mediocrità, nessuno salterà su contro di te. Però un cronista che lavora così, non è accurato, non è onesto, perché non racconta quel che vede e sa”. In altre parole, finché un cronista riferisce passivamente le informazioni di polizia o di fonte giudiziaria una per una, non gli succede niente. Se invece ci ragiona su, fa collegamenti, descrive il quadro d’insieme, raccoglie informazioni sul campo, racconta quel che vede con i suoi occhi, allora dà fastidio, incontra ostacoli, riceve minacce.

Ecco perché il mestiere del cronista per alcuni è rischioso e per altri no: non perché alcuni cronisti sono imprudenti, ma perché a volte il confine della prudenza e il confine della coscienza civile e della deontologia professionale non coincidono. In questi casi, un cronista che si attiene alla normale prudenza per non correre rischi, non assolve fino in fondo i suoi doveri di giornalista, perché la sua professione gode di prestigio e considerazione proprio in quanto assolve una funzione sociale delicata, una funzione che comporta qualche rischio. E’ evidente che non tutti i giornalisti interpretano in questo modo il loro ruolo. Ci sono mestieranti, incensatori, mercenari. Ma ci sono anche, per usare una felice espressione del presidente Ciampi, tanti giornalisti con la schiena dritta che si scontrano continuamente con questo problema: con il problema di fare un’informazione libera e completa, anche quando è scomodo,

rischioso, quando le notizie riguardano grossi interessi e personaggi potenti. Questo problema si pone sempre e ovunque, in ogni settore dell’attività giornalistica. Ma nel Sud d’Italia è più grave, il cronista deve fare i conti non solo con poteri forti e con prepotenti pronti a danneggiargli la carriera, a dargli qualche spintone. Deve fare i conti con la criminalità organizzata, con mafiosi pronti a sparare. Nel Mezzogiorno, il controllo sociale è più debole, la rete dei poteri pubblici è più debole, e anche il sistema dell’informazione è più debole. Perciò nel Mezzogiorno il problema di contemperare doveri e prudenza è più drammatico. E’ un problema enorme. Eppure non è all'ordine del giorno. Non è nell'agenda politica. Le istituzioni non se ne occupano abbastanza. I giornali non ne parlano. L'opinione pubblica, che pure è sensibile a questi temi, non conosce i termini veri, drammatici della realtà italiana. Tant’è vero che si indigna e si commuove, giustamente, per l’assassinio della giornalista Anna Politikvoskaja, uccisa a Mosca per impedirle di pubblicare articoli-rivelazione sulla guerra in Cecenia, ne celebra l’anniversario, ma non conosce neppure i nomi dei giornalisti uccisi in Italia.

Si parla poco e niente delle vittime italiane. Questo silenzio rappresenta la cattiva coscienza dei giornalisti e di tutti coloro che si battono contro le mafie e contro i soprusi. Questa rimozione collettiva non aiuta ad affrontare il problema indicato, che è drammatico e di grande attualità.

  1. EMOTIVITA' ED 'EMERGENZA – La Commissione Parlamentare Antimafia può contribuire a colmare il vuoto di attenzione e di conoscenza mettendo sotto la lente di ingrandimento il nodo mafia- informazione, documentando fatti e circostanze, a cominciare dalla storia delle vittime, tutta da scrivere. Questo lavoro, a mio avviso, rientra nei compiti del “Comitato Informazione Vittime” presieduto dall’on. Giuseppe Astore, neo-istituito in seno alla Commissione.

totalitari, e cioè auto-censurandosi, ignorando una parte della realtà, producendo un’informazione mutilata e approvata. Ma di questo drammatico problema ogni cronista conosce solo la parte che lo coinvolge direttamente. Conosce solo il dramma personale che vive. Occorre raccogliere queste verità parziali e comporle in un quadro d’insieme aggiornato e completo. Solo così avremo la percezione del danno causato alla convivenza democratica da una informazione così assoggettata.

  1. BUIO A MEZZOGIORNO – Dunque c’è una questione meridionale dell’informazione che si aggiunge e si somma alle altre questioni storiche del Mezzogiorno, e non è meno importante poiché, come abbiamo visto, pone una questione di libertà e di democrazia. Poiché, come ha osservato Don Luigi Ciotti, uno dei pochi che si è occupato seriamente del problema specifico: "l'informazione o è libera o semplicemente non è informazione: è propaganda, marketing, falsificazione, e bisogna ammettere che senza informazione non vi è né libertà né democrazia".

Se nel Sud, come è evidente, l’informazione obbedisce a leggi di fatto, a leggi non scritte che la limitano, questa è una contraddizione stridente, e non riguarda solo il Mezzogiorno, ma tutto il Paese. Non si può fingere che non sia così. Bisogna ammetterlo, dire in cosa consiste questo divario, da cosa dipende. Bisogna chiedersi cosa si può fare, cosa possono fare i pubblici poteri, cosa deve fare la società civile per superare il gap. Bisogna riconoscere questo divario specifico, segnalarlo al mondo politico, alle forze sociali, agli esperti. E’ doveroso. Dopo si potrà aprire una discussione e cercare risposte e rimedi. Si potrà verificare se sono necessari o meno sostegni specifici e mirati a quella parte del giornalismo meridionale che lotta contro l’oscuramento delle notizie; se sono necessarie sanzioni più efficaci degli abusi commessi a danno di giornalisti e dei crimini contro la libertà di informazione. Probabilmente si dovrà sollecitare anche per il sistema dell’informazione meridionale la solidarietà attiva del resto del Paese.

  1. IL LAVORO DEI GIORNALISTI – La ricostruzione della storia dei giornalisti uccisi deve dirci, innanzi tutto, quali problemi di accertamento della verità restano aperti su ognuna di queste storie; quali aspetti restano da chiarire, quali ostacoli superare. E’ importante evidenziare le difficoltà, i rischi, gli ostacoli, le dinamiche con i quali ha dovuto fare i conti ciascuno di questi giornalisti. Da questo si potrà ricavare una mappa dei problemi, per individuare quelli ricorrenti e confrontarli con quelli attuali. Alcune questioni di carattere generale poste dall’insieme di queste vicende sono già evidenti. Occorre precisarle, verificarle, per cercare correttivi e rimedi partendo da una base oggettiva.
  2. SE IL GIORNALISTA RESTA SOLO – Ho ragione di credere che i rischi che corre il cronista di mafia non siano cambiati molto da quando, nel 1985, in una relazione all'Università di Palermo, ho tracciato il quadro che propongo, qui di seguito, come punto di riferimento. <<I giornalisti che si occupano della mafia, proprio perché non sono giustizieri votati alla morte, né eroi, né semidei immortali, ma solo uomini in carne ed ossa, vivono una condizione umana e professionale molto difficile. Non hanno maggiori mezzi né maggiori garanzie dei giornalisti che fanno le cronache sportive o le cronache mondane. Per affrontare un compito particolarmente difficile e rischioso, un lavoro che a volte non è esagerato definire «di trincea», non possono neanche gloriarsi di particolari riconosci- menti. Anzi, quello che scrivono è sempre guardato con sospetto, soppesato con il bilancino. E quando (molto, troppo frequente- mente) finiscono sotto inchiesta per ciò che hanno scritto, ci sono poche firme in calce agli appelli e agli attestati di solidarietà. I giornalisti che si sono occupati di terrorismo negli anni di piombo, delle trame eversive, hanno corso forse gli stessi rischi, hanno avuto le loro vittime, ma nel complesso hanno avuto più ampie garanzie: più sostegno per la loro funzione di impegno civile, più solidarietà e simpatia pubblica, più scorte di polizia, più assicurazioni sulla vita, più incentivi salariali, più frequenti rotazioni nelle mansioni.

nomi dei protagonisti. È una sindrome strana, che meriterebbe di essere meglio analizzata>>. Fin qui la mia relazione del 1985.^3

  1. LA SINDROME DELLA SFIDA – Osservo da trentacinque anni queste dinamiche e ho scoperto anche un'altra sindrome ricorrente di segno opposto a quella che acceca: la sindrome della sfida, quella che spinge il cronista a sfidare il pericolo, a ignorare la prudenza, la cautela, le precauzioni che ha adottato fino a un attimo prima. A lungo andare, finisce per esserne colpito anche il giornalista più cauto. Chi si occupa da vicino e con continuità di questioni così pesanti, e dà importanza alla funzione sociale del mestiere di informare l'opinione pubblica, alla lunga non riesce più a trincerarsi dietro il cinismo professionale che lo protegge come una corazza. Finisce per identificarsi nelle vittime e, pur essendo consapevole dei rischi che corre, decide di non lasciare nella penna una notizia di particolare rilevanza di cui è entrato in possesso.

Non so cosa si possa fare per proteggere il cronista da queste sindromi. Certamente bisogna studiarle, prevenirle, curarle. Finché è possibile si deve prevenire il coinvolgimento eccessivo. Il cronista di mafia non dovrebbe essere chiamato a occuparsi solo di notizie sulla mafia. Dovrebbe essere inserito in una squadra professionale, affiatata, incaricata di gestire in comune le notizie più delicate. Ci sono vari modi per attenuare il rischio a cui è esposto un cronista di mafia. Ad esempio, si possono spersonalizzare al massimo certe notizie, pubblicandole senza firma, affiancando più di una firma, usando pseudonimi, aggiungendo alle cronache commenti ed editoriali delle firme più autorevoli. Espedienti in parte già utilizzati, ma non abbastanza. Per queste cose dovrebbero esserci dei protocolli, delle procedure standardizzate. Affido la ricerca di soluzioni alla sensibilità e all’esperienza dei direttori e dei responsabili delle redazioni.

  1. CHI GIUDICA CHI – Un cronista colpito da una seria minaccia corre pericoli per la sua incolumità personale, e i suoi guai non finiscono lì. Rischio di non poter proseguire la carriera nelle stesse mansioni e nella stessa città. E’ triste dirlo, ma a volte queste cose sono irrimediabilmente compromesse. Spesso entrano in crisi i rapporti con i colleghi. Quest’ultimo aspetto non è secondario. Voglio segnalare una dinamica ricorrente.

Di solito, come abbiamo visto, i colleghi prudenti rimproverano la fuga in avanti al cronista che si è ribellato alla regola del quieto vivere. Più o meno apertamente, lo accusano di aver violato un patto tacito, e di averlo violato per farsi bello a loro spese. Nascono incomprensioni, gelosie, rivalse, scambi di accuse. Tensioni che impediscono di tributare di slancio una solidarietà piena e incondizionata al cronista in pericolo. Il cronista minacciato dovrà fare i conti con queste complicazioni, a volte insormontabili, quando l’Ordine dei giornalisti, chiamato a esaminare il caso, esiterà, come spesso accade, fra il giudizio salomonico e la colpevolizzazione dell’ “imprudente”.

Si impone una attenta riflessione. A mio avviso, bisogna riconoscere la specialità di questa casistica, definire uno status più preciso del giornalista minacciato, stabilire criteri di valutazione più idonei del suo comportamento. Bisogna tenere conto delle tensioni connaturate e fare tesoro delle esperienze precedenti. Per giudicare questi casi, gli organismi di tutela deontologica dovrebbero impiegare organi di giudizio speciale, o quantomeno rafforzati con la partecipazione di competenze specifiche.

11 - LE NOTIZIE E CHI C'E' DIETRO - Ci sono mille prove, storiche e attuali, della ipersensibilità dei boss mafiosi per le notizie che possono danneggiarli. Dal tritolo fatto esplodere nel 1958 nella tipografia del quotidiano L’Ora di Palermo, al tritolo minacciato nel 2007 contro Lirio Abbate^4 il problema è sempre lo stesso. Ma forse la soglia della suscettibilità è cambiata. Credo si sia abbassata. E ciò

poterne parlare senza confondere cause ed effetti. Non si può spiegare, come fanno spesso i giornalisti, l’innalzamento della soglia con il garantismo e con il rispetto della privacy. Quando si ragiona così, si propone un malinteso senso del garantismo e si fa una discutibile interpretazione del diritto alla privacy. Io credo che certe scelte dei giornali siano rivelatrici di un processo di involuzione della nostra società e di un decadimento della professione giornalistica. Credo che nel villaggio globale spiato dai satelliti e documentato ossessivamente da potenti sistemi informativi interconnessi operanti 24 ore al giorno, nel mondo dei quotidiani full color da 60 pagine più supplemento, queste scelte siano indicative di un mutamento politico-culturale che ha reso invisibili intere categorie di informazioni, a cominciare da quelle che riguardano il mondo del lavoro, le denunce sociali di torti e ingiustizie, le disfunzioni di servizi pubblici. Il paradigma di tutto ciò è l’oscuramento delle notizie sugli incidenti mortali sul lavoro, che perdura nonostante le morti bianche si ripetano alla cadenza di due-tre morti al giorno e nonostante i ripetuti richiami del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dei presidenti delle Camere, Marini e Bertinotti.

Limitandoci al tema dell’informazione sulla mafia, per dire che il più accentuato oscuramento che si nota è tutt’altro che casuale: innanzitutto è la conseguenza di una più accentuata aggressività mafiosa. Il salto di qualità più evidente risale al 1977, all’assassinio del colonnello dei Carabinieri Giuseppe Russo nella piazza del borgo di Ficuzza. Fino allora la mafia aveva osservato una sorta di non belligeranza nei confronti di chi era impegnato a contrastarla per mestiere. Il delitto Russo chiude quell’epoca. Di lì a poco l’escalation riguarderà anche i giornalisti e i vertici politici. L’informazione è entrata pienamente nel mirino quando Cosa Nostra ha assunto un profilo economico-finanziario più alto.

  1. GIORNALI, AGENZIE; LIBRI - Negli anni si è esteso il genere di media che i mafiosi tengono sotto mira: prima erano solo i giornali, poi anche le radio e le tv. Adesso anche i libri e le agenzie di stampa.

I libri danno fastidio probabilmente perché le inchieste e le ricostruzioni d'insieme che ormai non trovano spazio sui quotidiani e in tv, finiscono in libreria. E’ nato un nuovo genere di libro- inchiesta giornalistica, che ha un vasto pubblico. Basta dire che “Gomorra” marcia verso il milione di copie vendute. In questi libri, si offre al lettore una ricomposizione unitaria dei brandelli di notizie estemporanee che appaiono sui giornali con l’aggiunta di quei brani di atti giudiziari che gli altri media non pubblicano.

Le agenzie di stampa sono un bersaglio meno recente di quanto si possa credere. Ma oggi sono più bersagliate, probabilmente perché è divenuto più incisivo il loro ruolo nella scelta dei contenuti giornalistici e nella definizione dei menabò dei quotidiani e dei notiziari radiotelevisivi. Lo hanno capito anche i mafiosi. Ultimamente abbiamo scoperto che i capimafia seguono con tempestività le notizie d'agenzia, i dispacci diretti ad altri giornalisti e non al grande pubblico. I boss riescono a seguire le agenzie anche dal carcere, anche quando sono sottoposti al regime di isolamento speciale cosiddetto 41 bis.^5 Sarebbe interessante sapere come fanno.

  1. IL RISCHIO DI ESSERE USATI – Come dicevamo prima, ci sono notizie sulla mafia che non danno fastidio alla mafia. L'esperienza insegna che al cronista non accade nulla finché si limita a fare un bollettino acritico dell’attività degli investigatori e degli inquirenti, finché riferisce il punto di vista di giudici e poliziotti, finché ne anticipa le mosse, o finché racconta le atrocità di un delitto mafioso descrivendo tutti i particolari, anche i più impressionanti. Questo tipo di notizie non dà fastidio alla mafia. Anzi è gradito. E’ utile anche ai mafiosi apprendere dal giornale quali successi hanno conseguito gli inquirenti e quali mosse intendono fare. E’ utile a informare soprattutto chi vive in clandestinità.

Riflettiamo su quest’ultima considerazione. Certamente L'Ora, il quotidiano del pomeriggio di Palermo che ha cessato le pubblicazioni nel 1994, per oltre vent’anni, come ha raccontato in un bel libro il suo direttore storico Vitorio Nisticò,^8 ha fatto una informazione "indipendente", attiva, critica, investigativa, un giornalismo di inchiesta sul campo di alto livello. Quel giornale “indipendente” era, notoriamente, di proprietà del Partito Comunista Italiano. Quando faceva informazione sulla mafia, era "indipendente", oltre che per l'autonomia e l'indipendenza di giudizio del suo direttore storico, proprio grazie al suo assetto proprietario che lo rendeva impermeabile a certe pressioni, estraneo alle logiche opportunistiche e di scambio proprie dei gruppi imprenditoriali pragmatici e delle aziende editoriali dichiaratamente indipendenti, di fatto politicamente vicine agli ambienti di governo. Conferma questa tesi l’effimera vicenda del mensile “I siciliani” fondato, diretto ed edito in proprio da Pippo Fava, e poi da Claudio Fava: per fare a Catania una informazione indipendente sul sistema di potere locale, Fava dovette creare una struttura editoriale in proprio, e stampare il periodico fuori dalla Sicilia.

  1. GIORNALI E GIORNALISTI - Dunque, se quel giornalismo d’inchiesta che faceva il giornale L’Ora non si fa più, non è perché non ci sono più i giornalisti di una volta, ma perché non ci sono più editori e assetti proprietari “indipendenti” come c’erano una volta. Il procuratore Grasso mette in evidenza proprio questo aspetto. "Oggi forse l'editoria – dice - è nelle mani di potentati che non consentono l'indipendenza. Non mancano i giornalisti capaci e coraggiosi. Il problema è a monte". Ma ci si può contentare di saperlo?
  2. LA DISATTENZIONE DEI QUOTIDIANI NAZIONALI – Inoltre il procuratore Grasso giustamente ha lamentato l’accresciuto disinteresse dei giornali a diffusione nazionale per le notizie sulla mafia. A suo avviso non si tratta di ''disattenzione, ma di una precisa strategia dell'organizzazione mafiosa", interessata a confinare queste notizie nelle pagine di cronaca dei quotidiani locali. Sarebbe

utile chiedere al Procuratore e ad altri soggetti elementi più precisi su questo fenomeno, perché questo, in effetti, è l’altro lato del problema.

Non sfugge a nessuno che il Sud sia oggi meno osservato, indagato, descritto di quanto non fosse negli anni del Dopoguerra. Da tempo, la cultura nazionale presta sempre meno interesse alle vicende del Mezzogiorno. Giornali, giornalisti, editori, scrittori, cineasti sono oggi più conformisti, più retorici, più rispettosi del potere e dell’informazione ufficiale. Credo che nessuna fiction sugli eroi sconfitti della lotta alla mafia abbia raggiunto il potenziale di denuncia sociale di film di Francesco Rosi come “Le mani sulla città” o “Salvatore Giuliano”. O dei dubbi volterriani che Leonardo Sciascia scaricava sulla cattiva coscienza politica nazionale. Il fatto segnalato da Francesco La Licata (La Stampa, 8 dicembre 2007, pag

  1. che i dvd pirata della fiction su Totò Riina siano andati a ruba nei quartieri di Palermo ad alta densità mafiosa, dovrebbe dirci qualcosa.

Anche i giornali meno conformisti del Mezzogiorno si sono indeboliti e alcuni hanno cessato le pubblicazioni, e non c’è spazio qui per dire quanto essi influissero sulla formazione della coscienza civile di tutto il Paese. Limitiamoci a dire che sui giornali a diffusione nazionale – tutti localizzati nel centro-nord - si è ridotto il flusso di notizie originato dal Mezzogiorno. La recente pubblicazione di un’inchiesta a puntate sui grandi affari della mafia sul supplemento economia del Corriere della Sera rappresenta una significativa, apprezzabile novità.^9

  1. UN GIORNALE DI TUTTO IL SUD - In Italia, ci sono vari bacini di informazione chiusi come compartimenti stagno, e questo favorisce strategie di oscuramento di intere categorie di notizie. Il bacino meridionale appare più chiuso che mai, ed è il riflesso di una crisi sempre più accentuata della cultura meridionale. Crisi che si manifesta con la debolezza, l’afonia degli intellettuali meridionali, la