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Norme, istituzioni e devianza, Dispense di Scienze Umane

Norme, istituzioni e devianza e salute mentali

Tipologia: Dispense

2025/2026

Caricato il 12/05/2026

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alice-michelon 🇮🇹

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NORME SOCIALI
Le norme sociali sono regole che orientano il comportamento degli individui e definiscono
ciò che una società considera corretto o scorretto. Possono essere esplicite, cioè scritte e
codificate come le leggi, oppure implicite, cioè tramandate attraverso abitudini e
consuetudini. William Sumner distingue tre tipi di norme: gli stateways, cioè le leggi
emanate dallo Stato; i mores, norme legate ai valori morali ed etici; e i folkways, semplici
abitudini quotidiane prive di forte valore morale. Le norme cambiano in base al contesto
storico e culturale e mostrano come il comportamento sociale dipenda sempre dal giudizio
degli altri.
ISTITUZIONI
Le istituzioni sono sistemi organizzati di regole e modelli di comportamento che regolano
diversi aspetti della vita sociale, come la famiglia, la scuola, la religione e lo Stato. Non
sono realtà materiali ma enti simbolici che esistono grazie alle pratiche e ai significati
condivisi dalla società. Le istituzioni si concretizzano nelle organizzazioni, cioè strutture
dotate di risorse, personale e procedure. Berger considera il linguaggio l’istituzione
fondamentale, perché permette di oggettivare la realtà e costruire significati condivisi. Le
istituzioni cambiano nel tempo insieme alla società.
STATUS E RUOLI SOCIALI
All’interno delle istituzioni ogni individuo occupa uno status sociale, cioè una posizione
riconosciuta dalla società. Lo status può essere ascritto, quando dipende da caratteristiche
non scelte come età o genere, oppure acquisito, quando deriva dalle capacità e dalle
scelte personali. Esistono anche status correlati, che hanno senso solo in relazione ad altri
ruoli, come insegnante-studente o medico-paziente. A ogni status corrisponde un ruolo
sociale, cioè l’insieme dei comportamenti attesi. Spesso una persona ricopre più ruoli
contemporaneamente e questo può generare conflitti tra aspettative diverse oppure
difficoltà interne a uno stesso ruolo.
FUNZIONI DELLE ISTITUZIONI E BUROCRAZIA
Secondo Robert Merton le istituzioni possiedono funzioni manifeste, cioè gli obiettivi
dichiarati, e funzioni latenti, cioè effetti indiretti non previsti. Ad esempio la scuola ha la
funzione manifesta di educare, ma anche quella latente di favorire l’integrazione sociale.
Le organizzazioni moderne funzionano attraverso la burocrazia, caratterizzata da
gerarchia, divisione dei compiti, personale specializzato, norme scritte e procedure
precise. La burocrazia garantisce efficienza e ordine, ma può diventare rigida. Merton
parla infatti di “trasposizione delle mete”, fenomeno per cui le procedure diventano più
importanti degli obiettivi reali. In questo modo si sviluppano formalismo e ritualismo, cioè
l’adesione alle regole come fine a sé stesso.
DEVIANZA
La devianza comprende tutti quei comportamenti che si allontanano dalle norme
condivise. Non esiste una devianza assoluta: ciò che è considerato deviante cambia a
seconda del periodo storico e del contesto sociale. Lombroso cercava di spiegare il
crimine attraverso caratteristiche biologiche, ma la sua teoria oggi è considerata errata e
razzista. La Scuola di Chicago interpreta invece la devianza come conseguenza della
disorganizzazione sociale e della perdita di identità culturale. Merton collega la devianza al
rapporto tra obiettivi sociali e mezzi disponibili per raggiungerli. Quando gli individui non
possono raggiungere gli obiettivi imposti dalla società con mezzi legittimi, possono reagire
con conformismo, ritualismo, rinuncia o ribellione. Le ultime due reazioni possono portare
alla devianza.
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NORME SOCIALI

Le norme sociali sono regole che orientano il comportamento degli individui e definiscono ciò che una società considera corretto o scorretto. Possono essere esplicite, cioè scritte e codificate come le leggi, oppure implicite, cioè tramandate attraverso abitudini e consuetudini. William Sumner distingue tre tipi di norme: gli stateways, cioè le leggi emanate dallo Stato; i mores, norme legate ai valori morali ed etici; e i folkways, semplici abitudini quotidiane prive di forte valore morale. Le norme cambiano in base al contesto storico e culturale e mostrano come il comportamento sociale dipenda sempre dal giudizio degli altri. ISTITUZIONI Le istituzioni sono sistemi organizzati di regole e modelli di comportamento che regolano diversi aspetti della vita sociale, come la famiglia, la scuola, la religione e lo Stato. Non sono realtà materiali ma enti simbolici che esistono grazie alle pratiche e ai significati condivisi dalla società. Le istituzioni si concretizzano nelle organizzazioni, cioè strutture dotate di risorse, personale e procedure. Berger considera il linguaggio l’istituzione fondamentale, perché permette di oggettivare la realtà e costruire significati condivisi. Le istituzioni cambiano nel tempo insieme alla società. STATUS E RUOLI SOCIALI All’interno delle istituzioni ogni individuo occupa uno status sociale, cioè una posizione riconosciuta dalla società. Lo status può essere ascritto, quando dipende da caratteristiche non scelte come età o genere, oppure acquisito, quando deriva dalle capacità e dalle scelte personali. Esistono anche status correlati, che hanno senso solo in relazione ad altri ruoli, come insegnante-studente o medico-paziente. A ogni status corrisponde un ruolo sociale, cioè l’insieme dei comportamenti attesi. Spesso una persona ricopre più ruoli contemporaneamente e questo può generare conflitti tra aspettative diverse oppure difficoltà interne a uno stesso ruolo. FUNZIONI DELLE ISTITUZIONI E BUROCRAZIA Secondo Robert Merton le istituzioni possiedono funzioni manifeste, cioè gli obiettivi dichiarati, e funzioni latenti, cioè effetti indiretti non previsti. Ad esempio la scuola ha la funzione manifesta di educare, ma anche quella latente di favorire l’integrazione sociale. Le organizzazioni moderne funzionano attraverso la burocrazia, caratterizzata da gerarchia, divisione dei compiti, personale specializzato, norme scritte e procedure precise. La burocrazia garantisce efficienza e ordine, ma può diventare rigida. Merton parla infatti di “trasposizione delle mete”, fenomeno per cui le procedure diventano più importanti degli obiettivi reali. In questo modo si sviluppano formalismo e ritualismo, cioè l’adesione alle regole come fine a sé stesso. DEVIANZA La devianza comprende tutti quei comportamenti che si allontanano dalle norme condivise. Non esiste una devianza assoluta: ciò che è considerato deviante cambia a seconda del periodo storico e del contesto sociale. Lombroso cercava di spiegare il crimine attraverso caratteristiche biologiche, ma la sua teoria oggi è considerata errata e razzista. La Scuola di Chicago interpreta invece la devianza come conseguenza della disorganizzazione sociale e della perdita di identità culturale. Merton collega la devianza al rapporto tra obiettivi sociali e mezzi disponibili per raggiungerli. Quando gli individui non possono raggiungere gli obiettivi imposti dalla società con mezzi legittimi, possono reagire con conformismo, ritualismo, rinuncia o ribellione. Le ultime due reazioni possono portare alla devianza.

TEORIA DELL’ETICHETTAMENTO

Secondo Becker e Goffman la devianza non è una caratteristica naturale dell’individuo, ma il risultato di un processo sociale di etichettamento. Un comportamento diventa deviante quando la società lo definisce tale. L’individuo riceve quindi un’etichetta che può interiorizzare fino a identificarsi con essa. Questo processo porta alla cosiddetta carriera deviante: dalla devianza primaria, cioè la prima infrazione, si passa alla devianza secondaria, in cui la persona assume stabilmente l’identità deviante. L’etichettamento produce stigma, isolamento ed esclusione sociale. Goffman collega questo fenomeno anche all’effetto Pigmalione, secondo cui le aspettative degli altri influenzano realmente il comportamento della persona. ISTITUZIONI PENITENZIARIE Le istituzioni penitenziarie rappresentano uno strumento di controllo sociale sui comportamenti devianti. Michel Foucault, nel libro “Sorvegliare e punire”descrive il modello del Panopticon, una struttura carceraria in cui i detenuti possono essere controllati continuamente senza sapere quando vengono osservati. Storicamente la pena era pubblica e violenta, basata su supplizi e torture per intimidire la popolazione. Con l’Illuminismo si sviluppa una concezione più umana della pena. Beccaria sostiene che la punizione debba avere funzione preventiva e rieducativa, mentre Hegel la interpreta come compensazione proporzionata al reato. Il carcere moderno nasce nel Settecento e assume sia una funzione manifesta, cioè punire e isolare il deviante, sia una funzione latente, cioè rafforzare i valori della collettività distinguendo ciò che è lecito da ciò che non lo è. Oggi il carcere presenta molti problemi, come sovraffollamento, recidiva e suicidi. CARCERE, CONTROLLO SOCIALE E RIFORMA BASAGLIA Nel 1961 Erving Goffman pubblica Asylums, testo sulle istituzioni totali e la malattia mentale, tradotto in Italia nel 1967 da Franco Basaglia. Goffman definisce “istituzioni totali” luoghi come carcere e manicomio, dove la vita delle persone è completamente controllata. Fino al Settecento la pena era pubblica e violenta: torture, supplizi e condanne a morte servivano come deterrente per intimidire la popolazione. Nel 1975 Michel Foucault pubblica Sorvegliare e punire, in cui analizza il controllo sociale e la “microfisica del potere”. Il carcere moderno nasce invece nelle comunità quacchere degli Stati Uniti come luogo di isolamento e riflessione, con una funzione non solo punitiva ma anche di redenzione. Secondo Émile Durkheim, il carcere ha una funzione manifesta, cioè punire il deviante, e una funzione latente, cioè rafforzare i valori della società. Oggi però il sistema carcerario italiano presenta molti problemi, come sovraffollamento, suicidi e condizioni degradanti denunciate da associazioni come Antigone. La popolazione carceraria è composta soprattutto da persone socialmente svantaggiate. Anche il manicomio è considerato un’istituzione totale. Basaglia sostiene che non sia un luogo di cura ma di esclusione sociale e propone di abolirlo. La legge 180 del 1978, detta legge Basaglia o Orsini-Basaglia, chiude i manicomi e introduce servizi territoriali e comunità terapeutiche. I pazienti psichiatrici tornano così ad essere cittadini con diritti. La riforma rappresenta una rivoluzione culturale: cambia il modo di concepire la malattia mentale e il rapporto tra individuo e società. La precedente legge del 1904 considerava i malati mentali irrecuperabili e permetteva l’internamento senza consenso, in contrasto con l’articolo 32 della Costituzione. La legge del 1978, invece, punta all’inclusione e alla cura nel territorio, anche se la sua applicazione è stata difficile a causa della mancanza di risorse e delle differenze tra regioni.

MANICOMI E PSEUDO-CURE

Nell’Ottocento la malattia mentale viene considerata una patologia da curare e nascono i manicomi, istituzioni che ufficialmente offrivano assistenza ma che spesso servivano soprattutto a isolare e controllare i malati mentali. La psichiatria si sviluppa come disciplina scientifica anche grazie a Emil Kraepelin, che classifica i disturbi mentali. Accanto al progresso scientifico si diffondono però pratiche coercitive e violente come salassi, lobotomia, elettroshock e shock insulinico. Questi trattamenti spesso annullavano la volontà del paziente e causavano gravi danni fisici e psicologici. Alda Merini racconta nelle sue testimonianze gli effetti traumatici dell’elettroshock. Oggi l’elettroshock viene ancora usato in casi particolari, soprattutto per la depressione grave, ma con modalità controllate e scientifiche. In Italia rimane comunque una forte diffidenza verso queste pratiche, legata alla riforma Basaglia e alla critica delle istituzioni manicomiali. GOFFMAN E IL MANICOMIO COME ISTITUZIONE TOTALE Nel 1970 il dottor Giorgio Coda viene processato per aver usato l’elettroshock come punizione anche sui bambini nel manicomio di Collegno. Questo episodio mostra la violenza presente nei manicomi e il fatto che spesso le famiglie povere affidassero i figli a queste strutture considerate una forma di assistenza. Erving Goffman, nel libro Asylums, studia i manicomi statunitensi e li definisce istituzioni totali, cioè luoghi chiusi che isolano le persone dalla società e controllano ogni aspetto della loro vita. Goffman conduce la sua ricerca come osservatore, cercando di mantenere distacco emotivo e avalutatività, cioè senza esprimere giudizi personali. Tuttavia riconosce che vivere vicino agli internati influenza inevitabilmente il ricercatore e che il suo sguardo da uomo borghese può alterare la comprensione della sofferenza dei pazienti. Erving Goffman definisce le istituzioni totali come luoghi chiusi (come manicomi, carceri ed esercito) in cui gli individui vivono isolati dalla società sotto un controllo rigido e continuo. Queste istituzioni si basano su tre elementi: esclusione e perdita dell’identità personale (con spogliazione, divise e numeri), controllo e violenza fisica e simbolica, e forme di adattamento o piccola resistenza da parte degli internati. La diagnosi diventa inoltre un’etichetta che costruisce l’identità della persona. La lettura critica di Franco Basaglia sottolinea che queste istituzioni riflettono le disuguaglianze sociali e servono anche a giustificare l’esclusione e la punizione. SALUTE, MALATTIA E DIMENSIONE SOCIALE: UN APPROCCIO BIOPSICOSOCIALE Le istituzioni totali possono essere lette anche dal punto di vista della salute, considerando l’individuo come soggetto biopsicosociale. Salute e malattia non sono solo condizioni biologiche, ma anche status sociali che influenzano il ruolo della persona nella società. Secondo l’antropologia medica, sviluppata dagli anni ’60, la malattia si distingue in tre dimensioni: disease, cioè la malattia oggettiva e misurabile; illness, cioè l’esperienza soggettiva della malattia; e sickness, cioè la dimensione sociale e istituzionale, che riguarda come la società e lo Stato gestiscono la malattia. L’illness varia molto a seconda della cultura: ciò che in una società è considerato malattia, in un’altra può essere normale o addirittura segno di valore. Anche categorie come omosessualità o disturbi dell’apprendimento sono cambiate nel tempo in base ai criteri sociali e culturali. La sickness riguarda invece il ruolo dello Stato e del welfare, che interviene con leggi e supporti come la legge 104 del 1992 per l’assistenza alle persone con disabilità. Tuttavia, questi interventi non sempre sono sufficienti o pienamente efficaci.

In generale, il modo in cui definiamo salute e malattia dipende quindi non solo dalla medicina, ma anche dalla cultura, dalla società e dalle politiche pubbliche. SALUTE, DISABILITÀ E CAMBIAMENTO DEL LINGUAGGIO SOCIALE L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale, non solo assenza di malattia. Questo implica che la salute dipende anche dall’ambiente sociale e dalle condizioni psicologiche dell’individuo. In questo quadro si distinguono i concetti di abilità, cioè la capacità di svolgere un compito in modo efficace, e disabilità, che secondo la definizione OMS del 1980 indica una limitazione nello svolgere attività considerate “normali”. La menomazione riguarda invece un’alterazione fisica o psichica dell’individuo. Oggi si preferisce parlare di “eterocronia dello sviluppo” invece di termini come ritardo. Il termine “handicap”, in origine legato a una condizione di svantaggio, è stato progressivamente superato perché lo svantaggio non dipende solo dalla persona ma anche dall’ambiente sociale. Per questo si parla oggi di “persona con disabilità”, per mettere al centro l’individuo e non la sua condizione. Le nuove normative, come il decreto legislativo del 2024, rafforzano questo cambiamento linguistico e concettuale, introducendo una definizione più inclusiva di disabilità come condizione che, in interazione con barriere ambientali e sociali, limita la partecipazione alla vita sociale. Viene inoltre introdotto il concetto di “accomodamento ragionevole”, cioè gli adattamenti necessari per garantire pari opportunità. IL MODELLO ICF E LA SALUTE COME FATTO SOCIALE Il modello ICF (International Classification of Functioning) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, introdotto nel 2001, analizza la salute non solo come assenza di malattia, ma come funzionamento dell’individuo in tre ambiti: strutture e funzioni corporee, attività e partecipazione, e ambiente. Questo approccio è importante perché attribuisce un ruolo centrale all’ambiente, considerato modificabile e decisivo nel favorire o limitare la partecipazione sociale della persona. In questo senso, anche una disabilità fisica può essere compensata da un ambiente adeguato e inclusivo. L’ICF è inoltre un modello universale, pensato per essere valido indipendentemente dalle differenze culturali. La sociologia, infatti, studia la salute come un fatto sociale, perché l’ambiente e la società influenzano sia le condizioni di salute sia il modo in cui esse vengono percepite dagli individui.