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trama, temi, commento dell' orestea di eschilo
Tipologia: Slide
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Agamennone
Gli elementi fondamentali dell’ Agamennone
scena ad Argo, davanti al palazzo degli Atridi
coro vecchi di Argo
trama Agamennone ritorna ad Argo, conducendo con sé da Troia come concubina
la profetessa Cassandra; la moglie Clitennestra, apparentemente lieta e
devota, in realtà medita vendetta contro il marito per l’uccisione della figlia
Ifigenia; con la complicità dell’amante Egisto uccide sia Agamennone che
Cassandra
temi • pathei mathos , “apprendimento attraverso la sofferenza”: la sofferenza è lo
strumento con cui Zeus avvia gli uomini alla saggezza;
colpa individuale piena;
vendicatore (dal terzo stasimo in poi).
Le Coefore costituiscono una sorta di
rovesciamento dell’ Agamennone : con
geometrica specularità i vecchi carnefici
(Clitennestra ed Egisto) diventano vittime
e una delle vittime (Oreste) si fa
giustiziere.
Gli elementi fondamentali delle Coefore
scena ad Argo, sulla tomba di Agamennone
coro le vecchie prigioniere di Agamennone, che per ordine di Clitennestra
recano libagioni sul tumulo dell’eroe (Coefore, “portatrici di libagioni”)
trama Oreste, rientrato ad Argo dal suo esilio, depone una ciocca di capelli
sulla tomba di Agamennone; Elettra, che guida le Coefore, la riconosce
e i due fratelli si incontrano e si abbracciano; dopo un kommòs Oreste,
accompagnato da Pilade, si reca alla reggia per uccidere la madre ed
Egisto, secondo l’ordine di Apollo
temi • tentativo di ristabilire, con il matricidio, l’ordine violato: Oreste agisce
per mandato di Apollo e per vendicare il padre
di colpa ed espiazione (la persecuzione delle Erinni)
Coefore
TEMATICHE
La vendetta
giustizia tribale per compensare il sangue versato di un parente.
Qui la vendetta si rifà sempre all'interno dello stesso clan,
dall'omicidio di Atreo dei figli di Tieste, a quello di Clitennestra. La
tragedia, esaminando il mito dinastico della casata reale di Micene
[Eschilo ambienta però le vicende ad Argo] mostra l'incepparsi del
meccanismo: qualunque atto di riparazione diviene infatti una
nuova contaminazione per chi la compie. Le radici della colpa sono
antiche, come una malattia ereditaria: nessuno è davvero
innocente.
contrapposta nella terza tragedia alla giustizia, in cui la punizione
del colpevole è affidata non già all'arbitrio del singolo, ma alla
capacità della collettività di risolvere le controversie mediante
processi: il che significa sollevare il caso individuale ad una sfera di
universalità, in cui l'ingiustizia patita diventa caso collettivo, cioè
riguarda potenzialmente chiunque, e come tale viene punita. Solo
così la serie hybris-nèmesis può avere termine: infatti un omicidio
non può che portare ad un nuovo omicidio, il quale a sua volta
dovrà essere vendicato tramite un omicidio, in una catena
potenzialmente infinita di crimini, lutti e sofferenze. L'intervento
della collettività, invece, sanziona il crimine senza generare una
nuova vendetta. In questo consisterebbe la Dike, la giustizia.
prima tragedia Clitennestra è costretta a farsi giustizia da
sola per l'orribile torto subìto dalla figlia: è colpevole?
Certamente sì, da un punto di vista oggettivo: ella sa bene
cosa fa; e tuttavia l'alternativa, lasciare impunito
l'assassino della figlia, sarebbe peggiore. Nella seconda
tragedia ad Oreste si pongono due alternative, entrambe
sbagliate: uccidere la propria madre oppure non farlo,
macchiandosi così di grave mancanza verso il padre e
verso il dio Apollo che gli ha dato l’ordine. Oreste qui non
riesce ad individuare cosa sia giusto, e infatti la vendetta
lo porta immediatamente alla pazzia, che simboleggia in
modo paradossale la comprensione: comprensione, in
realtà, della follia implicita nella situazione in cui si è
venuto a trovare, costretto ad essere colpevole oppure
colpevole, senza nessuna alternativa. Non ha dunque
alcun senso parlare di giustizia in questo caso, dal
momento che l'autore stesso della vendetta sconfessa
l'atto che ha appena compiuto. Infine, nella terza tragedia,
l'azione congiunta degli dei e degli uomini (l'Areopago) dà
luogo ad un processo, che dovrebbe rappresentare il
modo "corretto" di affrontare le controversie; e tuttavia è
da notare come la votazione finale della giuria sia di
parità, e solo grazie al voto favorevole di Atena Oreste
venga assolto. Ascoltiamo poi dalla voce di Apollo,
difensore di Oreste, affermazioni francamente risibili, tali
da rendere assai difficile, anche in questo caso, parlare di
una vera giustizia: sarebbe grave che Oreste venisse
assolto per queste ragioni, che esprimono un punto di
vista squisitamente maschilista. Insomma, si ha
l'impressione che Oreste venga sì sottoposto a processo,
ma non veramente assolto, perché la sua azione è
comunque colpevole; ma, poiché lo sarebbe stata in ogni
caso anche se avesse compiuto la scelta opposta, e poiché
è il primo a rendersene conto, proprio per questo va
assolto: perché non è altro che una vittima. Il vero
responsabile è Colui che ha dato un ordine
consapevolmente sbagliato, Colui che trucca le carte e
mette gli uomini in condizione di sbagliare per forza: Dio
ciò significa, nella prospettiva di un credente come Eschilo, che Dio ha voluto
che la sua natura fosse diversa da quella degli altri esseri viventi. Rifiutare
l'azione significa quindi rifiutare la propria natura di esseri umani. Tuttavia
l'azione è sempre sbagliata, provoca uno squilibrio che è in sé un errore e
dovrà essere necessariamente compensato attraverso quella che
soggettivamente appare come una punizione (neémesiv), ma che in realtà
non è altro una inevitabile reazione. Dunque Dio vuole che l'uomo agisca, ma
sa che inevitabilmente sbaglierà e quindi soffrirà: per quale scopo? La
posizione di Eschilo di fronte a questo enigma esistenziale è diametralmente
opposta a quella di chi suggerisce il salto nel buio della fede: infatti, a suo
parere, lo scopo è la conoscenza. Una volta uscito dallo stato di natura
(fuésiv), l'uomo non può più permettersi di vivere allo stato ferino come gli
altri animali (lo aveva affermato chiaramente già Esiodo): deve
necessariamente uscire dal ciclo naturale, darsi delle regole, delle leggi, cioè
entrare nel mondo della convenzione (noémov), è condannato a percorrere
un cammino lineare diverso da quello degli altri animali, un cammino che
porta verso il progresso e la conoscenza. Tuttavia questo cammino è irto di
insidie e non può portare ad un effettivo progresso se prescinde dalla
crescita interiore: crescita che l'uomo non può realizzare se non attraverso il
dolore. Sarebbe terribile affidare a chi non ha mai sofferto gli strumenti di
distruzione e di morte che il "progresso" produce (si pensi all'infantile
arroganza di Serse nei Persiani), perché chi non ha mai sofferto resta di fatto
bambino, e come tale irresponsabile. Dunque il dolore è il necessario
complemento del progresso, un dono grandioso ma estremamente
pericoloso. Per questo Dio ci induce a sbagliare ed a soffrire, addirittura
collabora con l’uomo nel determinare la colpa. Il libero arbitrio dunque esiste,
ma è, per così dire, condizionato: consiste nello scegliere fra alcune
alternative predeterminate, tutte sbagliate. Infatti lo scopo dell'azione è
proprio il dolore che scaturisce dall'inevitabile errore (draésanta paje_n,
Coefore 313), ma a sua volta il dolore è il mezzo attraverso il quale si arriva
alla conoscenza (paéjei maéjov, Agamennone 177). Tuttavia la legge
(noémov), a differenza di quanto affermeranno i Sofisti, per Eschilo non è
affatto pura convenzione: è Dio, infatti, che ha previsto per l'uomo questo
cammino, che non è affatto antitetico a quello della fuésiv, perché, come
affermerà lo stesso Protagora, è nella natura dell'uomo darsi delle regole
(leggi). Per dirla con Aristotele, egli è un politikoèn z§%on, non è fatto per
vivere da solo, ma per associarsi con altri uomini, e non può farlo senza
rispettare delle regole. Rispetto alla tradizionale posizione dualistica natura-
cultura/società, Eschilo assume una posizione opposta: le due realtà non
sono di natura diversa, ma derivano entrambe da un medesimo progetto
alcuni elementi di fondo delle tragedie sono i seguenti: 1) Le tragedie assumono i
miti - l’affermazione di un Dio che attraverso la violenza impone un ordine, una
armonia cosmica-, trasponendo le vicende divine in umane e ponendo queste
ultime al centro del testo.
depositario di ordine e giustizia con la figura di un re o di un organismo
rappresentativo come la polis, garante di ORDINE E GIUSTIZIA attraverso la LEGGE.
Questo trasferimento avviene tramite figure intermedie che portano bene e male,
tecniche di progresso e mali individuali e collettivi.
la catena inarrestabile di violenze che stanno a monte e a valle della guerra di Troia.
Agamennone sacrifica la figlia Ifigenia, Clitennestra ed Egisto al ritorno dalla guerra
uccidono Agamennone, il figlio Oreste uccide Egisto e Clitennestra; le Erinni
perseguitano Oreste, fin quando Atena chiude la catena con la istituzione
dell’Areopago, ente superiore e collettivo contro chi per fare giustizia da sè pratica la
In sintesi…