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Outsiders. Howard Becker, Prove d'esame di Sociologia della devianza

Esame sociologia della devianza Prof. D’agostino

Tipologia: Prove d'esame

2017/2018

Caricato il 06/03/2018

giulia-alegiani
giulia-alegiani 🇮🇹

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Outsiders – Howard Becker
Cap1) Outsiders
Tutti i gruppi sociali creano delle norme e tentano, in determinati momenti e circostanze, di farle
rispettare. Le norme sociali indicano i tipi di comportamento propri di determinate situazioni,
definendo certe azioni “giuste” e vietandone altre “sbagliate”. Quando una norma è imposta, la
persona che l’ha infranta è considerato come un outsider. Ma la persona cui viene attribuita
l’etichetta di outsider può avere un altro punto di vista della questione. Può non accettare la norma
in base alla quale è giudicata, e non ritenere coloro che la giudicano competenti o legittimamente
qualificati a farlo. A questo punto emerge un secondo significato del termine: il trasgressore della
norma può considerare i suoi giudici come outsiders. Le norme possono essere decretate
formalmente e introdotte nella legge o in altri casi, rappresentate dalle convenzioni informali. Varia
da un caso all’altro anche solo la misura in cui una persona è outsider. Siamo portati a pensare che
la persona che commette un’infrazione del codice stradale, o che beve un po’ troppo a un party, non
sia tutto sommato molto diversa dal resto di noi, e giudichiamo con tolleranza la sua infrazione.
Vediamo il ladro come meno simile a noi e lo puniamo severamente. Delitti come l’omicidio, il
rapimento o il tradimento ci inducono a guardare il violatore come un vero outsider.
Definizioni di devianza
Perché lo fanno? Cosa c’è in loro che li porta a fare cose proibite? Gruppi diversi giudicano cose
diverse come devianti. La persona che emette un giudizio di devianza, il processo per cui si è
raggiunto questo giudizio e la situazione in cui è stato emesso, possono essere intimamente
coinvolti nel fenomeno di devianza. Se gli scienziati non tengono conto del carattere variabile del
processo del giudizio, rischiano con tale omissione di limitare i paradigmi teorici che si possono
sviluppare e il tipo di comprensione che è possibile raggiungere. Il primo problema è di costruire
una definizione della devianza.
L’interpretazione più semplice della devianza è essenzialmente di tipo statistico , in quanto definisce
deviante qualunque cosa troppo diversa dalla media. L’interpretazione statistica sembra ingenua,
persino banale, ma semplifica il problema. La definizione statistica di devianza è troppo lontana dal
problema della trasgressione che è alla base dello studio degli outsiders.
Un’interpretazione meno semplice ma molto più comune identifica la devianza come qualcosa di
essenzialmente patologico, che rivela la presenza di una “malattia”. Tale interpretazione si basa
ovviamente su un’analogia medica. L’organismo umano, quando funziona efficientemente e non è
soggetto a nessun disturbo, è considerato “sano”. Quando non funziona efficientemente, è
considerato malato. Si ritiene la devianza “prodotto” di una malattia mentale. Il comportamento di
un omossessuale o di un tossicomane è considerato come il sintomo di una malattia mentale. La
metafora medica limita ciò che vediamo così come l’interpretazione statistica.
Alcuni sociologi usano anche un modello di devianza basato essenzialmente sulle nozioni mediche
di salute e malattia. Esaminano una società, o parte di una società, e si chiedono se al suo interno
agiscano dei processi tendenti a ridurne la stabilità, e di conseguenza a diminuirne le “chances” di
sopravvivenza. Definiscono tali processi come devianti o li identificano come sintomi di
disgregazione sociale. Discriminano tra quelle caratteristiche della società che promuovono la
stabilità (e sono perciò “funzionali”) e quelle che rompono la stabilità (e sono perciò
“disfunzionali”). Una tale interpretazione ha la grande virtù di indicare in una società aree
problematiche di cui la gente può non aver coscienza. Ma nella pratica è difficile spiegare ciò che è
funzionale e ciò che è disfunzionale per una società o un gruppo sociale. La questione di qual è lo
scopo, la meta (funzione) di un gruppo e, di conseguenza, cosa potrà aiutare o impedire il
raggiungimento di questa meta, è molto spesso una questione politica. L’interpretazione funzionale
della devianza, se si ignora l’aspetto politico del fenomeno, limita la nostra comprensione.
Un’altra interpretazione sociologica è più relativistica. Identifica la devianza come la mancanza di
obbedienza alle norme. Una volta descritte le norme che il gruppo impone ai suoi membri,
possiamo dire con buona precisione se una persona le ha infrante o meno e se è, in questo senso,
deviante. Questa interpretazione è quella che più si avvicina a quella di Becker, ma non riesce a
dare un peso sufficiente alle ambiguità che emergono nel decidere quali norme vadano prese come
campione cui riferirsi per “misurare” un comportamento e giudicarlo deviante. Una società ha molti
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Outsiders – Howard Becker Cap1) Outsiders Tutti i gruppi sociali creano delle norme e tentano, in determinati momenti e circostanze, di farle rispettare. Le norme sociali indicano i tipi di comportamento propri di determinate situazioni, definendo certe azioni “giuste” e vietandone altre “sbagliate”. Quando una norma è imposta, la persona che l’ha infranta è considerato come un outsider. Ma la persona cui viene attribuita l’etichetta di outsider può avere un altro punto di vista della questione. Può non accettare la norma in base alla quale è giudicata, e non ritenere coloro che la giudicano competenti o legittimamente qualificati a farlo. A questo punto emerge un secondo significato del termine: il trasgressore della norma può considerare i suoi giudici come outsiders. Le norme possono essere decretate formalmente e introdotte nella legge o in altri casi, rappresentate dalle convenzioni informali. Varia da un caso all’altro anche solo la misura in cui una persona è outsider. Siamo portati a pensare che la persona che commette un’infrazione del codice stradale, o che beve un po’ troppo a un party, non sia tutto sommato molto diversa dal resto di noi, e giudichiamo con tolleranza la sua infrazione. Vediamo il ladro come meno simile a noi e lo puniamo severamente. Delitti come l’omicidio, il rapimento o il tradimento ci inducono a guardare il violatore come un vero outsider. Definizioni di devianza Perché lo fanno? Cosa c’è in loro che li porta a fare cose proibite? Gruppi diversi giudicano cose diverse come devianti. La persona che emette un giudizio di devianza, il processo per cui si è raggiunto questo giudizio e la situazione in cui è stato emesso, possono essere intimamente coinvolti nel fenomeno di devianza. Se gli scienziati non tengono conto del carattere variabile del processo del giudizio, rischiano con tale omissione di limitare i paradigmi teorici che si possono sviluppare e il tipo di comprensione che è possibile raggiungere. Il primo problema è di costruire una definizione della devianza. L’interpretazione più semplice della devianza è essenzialmente di tipo statistico, in quanto definisce

deviante qualunque cosa troppo diversa dalla media. L’interpretazione statistica sembra ingenua, persino banale, ma semplifica il problema. La definizione statistica di devianza è troppo lontana dal problema della trasgressione che è alla base dello studio degli outsiders. Un’interpretazione meno semplice ma molto più comune identifica la devianza come qualcosa di essenzialmente patologico, che rivela la presenza di una “malattia”. Tale interpretazione si basa ovviamente su un’analogia medica. L’organismo umano, quando funziona efficientemente e non è soggetto a nessun disturbo, è considerato “sano”. Quando non funziona efficientemente, è considerato malato. Si ritiene la devianza “prodotto” di una malattia mentale. Il comportamento di un omossessuale o di un tossicomane è considerato come il sintomo di una malattia mentale. La metafora medica limita ciò che vediamo così come l’interpretazione statistica. Alcuni sociologi usano anche un modello di devianza basato essenzialmente sulle nozioni mediche di salute e malattia. Esaminano una società, o parte di una società, e si chiedono se al suo interno agiscano dei processi tendenti a ridurne la stabilità, e di conseguenza a diminuirne le “chances” di sopravvivenza. Definiscono tali processi come devianti o li identificano come sintomi di disgregazione sociale. Discriminano tra quelle caratteristiche della società che promuovono la stabilità (e sono perciò “funzionali”) e quelle che rompono la stabilità (e sono perciò “disfunzionali”). Una tale interpretazione ha la grande virtù di indicare in una società aree problematiche di cui la gente può non aver coscienza. Ma nella pratica è difficile spiegare ciò che è funzionale e ciò che è disfunzionale per una società o un gruppo sociale. La questione di qual è lo scopo, la meta (funzione) di un gruppo e, di conseguenza, cosa potrà aiutare o impedire il raggiungimento di questa meta, è molto spesso una questione politica. L’interpretazione funzionale della devianza, se si ignora l’aspetto politico del fenomeno, limita la nostra comprensione. Un’altra interpretazione sociologica è più relativistica. Identifica la devianza come la mancanza di obbedienza alle norme. Una volta descritte le norme che il gruppo impone ai suoi membri, possiamo dire con buona precisione se una persona le ha infrante o meno e se è, in questo senso, deviante. Questa interpretazione è quella che più si avvicina a quella di Becker, ma non riesce a dare un peso sufficiente alle ambiguità che emergono nel decidere quali norme vadano prese come campione cui riferirsi per “misurare” un comportamento e giudicarlo deviante. Una società ha molti

gruppi, ognuno con il proprio insieme di orme, e la gente appartiene simultaneamente a molti gruppi. Una persona può infrangere le norme di un gruppo proprio nel conformarsi alle norme di un altro gruppo. E’ allora deviante? Sostenitori di questa definizione possono obiettare che, mentre l’ambiguità può emergere rispetto alle norme particolari di questo o quel gruppo, ci sono alcune norme che generalmente sono accettate da tutti, e in tal caso la difficoltà non emerge. La devianza e le reazioni degli altri Quest’ultima interpretazione sociologica definisce la devianza come l’infrazione di una norma accettata. Cerca poi di individuare chi infrange le norme, e ricerca i fattori che, nelle loro personalità e nelle situazioni della loro vita, potrebbero spiegare il perché di quelle infrazioni. Ciò presuppone che coloro i quali hanno commesso lo stesso atto deviante. Mi sembra che un tale presupposto non tenga conto dell’aspetto centrale della devianza: essa è creata dalla società. I gruppi sociali creano la devianza istituendo norme la cui infrazione costituisce la devianza stessa, applicando quelle norme a determinate persone e attribuendo loro l’etichetta di outsiders. Da questo punto di vista, la devianza non è una qualità dell’atto commesso da una persona, ma piuttosto una conseguenza dell’applicazione, da parte di altri, di norme e di sanzioni nei confronti di un “colpevole”. Il deviante è una persona alla quale questa etichetta è stata applicata con successo; un comportamento deviante è un comportamento che la gente etichetta come tale. Dal momento in cui la devianza è, tra le altre cose, una conseguenza della reazione degli altri nei confronti dell’atto di una persona, gli studiosi della devianza non possono partire dal presupposto che si occupano di una categoria omogenea quando studiano delle persone etichettate devianti. In altri termini, non possono presupporre che queste persone abbiano effettivamente commesso un atto deviante o infranto qualche norma, perché il processo dell’etichettare non è necessariamente infallibile; certe

persone possono essere definite devianti mentre in realtà non hanno infranto nessuna norma. Inoltre, gli studiosi non possono presupporre che la categoria degli individui etichettati come devianti sia costituita da tutti quelli che effettivamente hanno infranto una norma, perché molti violatori possono non essere scoperti e non sono quindi inclusi nella popolazione di “devianti” che loro studiano. Finché la categoria manca di omogeneità e non include tutti i casi che ad essa appartengono, non si può pensare seriamente di trovare fattori comuni di personalità o di situazioni di vita che possono spiegare la presupposta devianza. Cosa hanno allora in comune le persone definite devianti? Condividono perlomeno l’etichetta e l’esperienza di essere etichettati come outsiders. Becker considera un atto deviante o no, a seconda della reazione della gente. La questione è che la reazione degli altri deve essere vista come problematica: il solo fatto che qualcuno abbia commesso un’infrazione non significa necessariamente che gli altri reagiranno come se fosse successo (viceversa, il solo fatto che qualcuno non abbia infranto una norma non significa che non sarà, trattato, in certe circostanze, come se lo avesse fatto). Diverso è il grado di reazione di chi definisce un determinato atto come deviante. Innanzitutto, va considerata la variazione nel tempo. Una persona che si ritiene abbia commesso un determinato atto “deviante” può essere, in un dato momento, considerata con molta più tolleranza di quanto lo sarebbe in un altro momento. Chiari esempi di queste tendenze sono le varie “campagne” contro questo o quel tipo di devianza. Periodicamente, funzionari preposti all’applicazione della legge possono decidere di lanciare un’offensiva contro un tipo particolare di devianza, come il gioco, la tossicodipendenza o l’omosessualità. Essere in uno di questi “giri” è ovviamente molto più rischioso durante una di queste “campagne” che in un qualunque altro momento. La misura in cui un atto verrà considerato come deviante dipende anche da due altri importanti fattori: chi lo compromette e chi si sente leso. Le norme tendono ad essere applicate più a certe persone che ad altre, come dimostrano chiaramente studi sulla delinquenza giovanile. ES: ragazzi provenienti dai quartieri della classe media, quando sono arrestati, non vengono coinvolti nel processo giudiziario fino al punto in cui lo sono i ragazzi dei bassifondi. Questa differenza permane anche se l’infrazione originale della legge è la stessa nei due casi. Nello stesso modo, la legge è applicata in maniera differenziata nei confronti dei neri e dei bianchi. Certe leggi vengono applicate soltanto in funzione delle conseguenze. Il caso delle ragazze madri ne fornisce un chiaro esempio. Raramente le relazioni sessuali illecite danno esito a punizioni severe o censure sociali per i colpevoli; però se una ragazza rimane incinta, la reazione degli altri sarà probabilmente severa. La devianza non è una semplice

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  • Il comportamento CONFORME è semplicemente quello che rispetta la norma e che così viene percepito dagli altri.
  • Il comportamento PIENAMENTE DEVIANTE è invece quello che insieme infrange la norma e che gli altri percepiscono così.
  • Nella situazione di colui che è FALSAMENTE ACCUSATO, situazione che i criminali spesso definiscono come “montatura”, gli altri vedono la persona come se avesse commesso un’azione scorretta, mentre in realtà le cose non stanno in questo modo. Indubbiamente, anche nei tribunali, dove esiste la garanzia della legalità di un processo e delle testimonianze, una persona può essere falsamente accusata.
  • E’ il caso opposto della DEVIANZA SEGRETA: è commesso un atto sconveniente, ma nessuno lo nota, né reagisce ad esso come a una violazione delle norme. Come nel caso della falsa accusa, nessuno conosce la reale rilevanza di questo fenomeno, ma Becker è convinto che essa sia molto elevata. Ad esempio gli studiosi dell’omosessualità hanno osservato ugualmente come molti omosessuali riescono a dissimulare la loro devianza ai non devianti che frequentano. Allo stesso modo, consumatori di stupefacenti, riescono a nascondere la loro tossicomania ai non consumatori che frequentano. I quattro tipi di devianza solitamente sono considerati simili. Se le differenze vengono ignorate, si può commettere l’errore di cercare di interpretare allo stesso modo cose diverse, e di non tener conto della possibilità che possano richiedere spiegazioni diverse. Ad esempio: un ragazzo che innocentemente bazzica intorno a un gruppo di delinquenti può essere una notte arrestato con loro, come sospetto. Nelle statistiche ufficiali figurerà come un delinquente, allo stesso titolo di quelli che effettivamente erano coinvolti in qualche infrazione, e gli scienziati

sociali che cercano di sviluppare teorie per interpretare la delinquenza tenteranno di argomentare la sua presenza nei dati ufficiali nello stesso modo in cui cercano di spiegare la presenza degli altri. Ma i casi sono differenti; la stessa spiegazione non sarà valida per entrambi. Modelli sincronici e modelli sequenziali di devianza Questa classificazione di tipi di devianza può favorire la comprensione della genesi del comportamento deviante. Consideriamo le differenze tra un modello di analisi sequenziale e un modello sincronico nello sviluppo del comportamento individuale. Le tecniche e gli strumenti utilizzati nella ricerca sociale comprendono invariabilmente un impegno sia teorico che metodologico. L’analisi multifattoriale presuppone che tutti i fattori che contribuiscono a produrre il fenomeno studiato operino simultaneamente. Essa mira a scoprire quale variabile o quale combinazione di variabili meglio “predirà” il comportamento che si studia. Perciò, uno studio sulla delinquenza giovanile può tentare di scoprire se sono il quoziente di intelligenza del giovane, l’ambiente in cui vive, se proviene o meno da una famiglia disgregata, o una combinazione di questi fattori, a spiegare la sua delinquenza. Non tutte le cause operano contemporaneamente, e abbiamo bisogno di un modello che tenga conto del fatto che modelli di comportamento si sviluppano secondo una sequenza ordinata. Ogni fase richiede una spiegazione, e una causa che può agire durante una delle fasi della sequenza può essere di trascurabile importanza in un’altra fase. Ad esempio, un tipo di spiegazione ci può essere utile per comprendere come una persona venga a trovarsi in una situazione nella quale può avere facilmente a disposizione della marijuana. Un altro tipo di spiegazione ci occorre per capire perché, una volta in questa situazione, abbia voglia di sperimentarla in prima persona. E un’altra spiegazione ci occorre ancora per spiegare perché, dopo averla sperimentata, continui a farne uso. In un certo senso, ognuna di queste spiegazioni rimanda a una causa necessaria del comportamento, poiché nessuno può diventare fumatore abituale di marijuana senza essere passato da ognuna delle fasi precedenti. La spiegazione di ogni fase costituisce quindi un elemento della spiegazione del comportamento finale. Però, se prese separatamente, le variabili che spiegano ogni fase non permettono la distinzione tra consumatori e non. La variabile che dispone una persona a compiere un determinato passo può non agire perché questa persona non ha ancora raggiunto lo stadio del processo in cui è possibile compiere quel passo. Ad esempio supponiamo che la fase del voler sperimentare la droga sia davvero il prodotto di una variabile di personalità o di disposizione personale come l’indifferenza alle norme convenzionali. Questa variabile condurrà all’uso di droga solo le persone che hanno possibilità di

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sperimentarla in quanto possono aggregarsi a gruppi in cui è disponibile la droga: coloro che sono indifferenti alle stesse norme ma che non hanno possibilità di procurarsi la droga non sono quindi in grado di sperimentarla, non possono per questo diventare consumatori, qualunque sia il grado di distacco nei confronti di tali norme. Questa variabile può essere una causa necessaria all’uso di droga, ma distingue i consumatori dai non consumatori solo a un determinato stadio del processo. Un concetto utile nello sviluppo di modelli sequenziali dei diversi tipi di comportamento deviante è quello di carriera. Originariamente sviluppato negli studi sulle professioni, questo concetto si riferisce alla successione di passaggi da una posizione all’altra compiuti da un lavoratore all’interno di un sistema occupazionale. Inoltre, include la nozione di career contingency: quei fattori casuali e contingenti dai quali dipende la mobilità da una posizione all’altra. Le career contingencies includono sia i fatti oggettivi legati alla struttura sociale che i cambiamenti nelle prospettive, nelle motivazioni e nei desideri dell’individuo. Il modello può essere facilmente trasferito allo studio di carriere devianti. Ma questa trasposizione non dovrebbe limitare il nostro interesse alle persone che percorrono una carriera di devianza in continuo crescendo e che finiscono per adottare un’identità e un modo di vivere radicalmente devianti. Bisognerebbe anche considerare coloro che intrattengono rapporti più transitori con la devianza e la cui carriera li allontana da essa verso un modo di vivere convenzionale. Carriere devianti In gran parte delle carriere devianti, il primo passo consiste nella perpetrazione di un atto non conforme, un atto che infrange un determinato insieme di norme. Di solito si ritiene che gli atti devianti siano motivati, che la persona che ne commette uno, anche per la prima volta, lo faccia intenzionalmente. La sua intenzione può non essere completamente cosciente, ma dietro ad essa esiste una forza motivante. Molti atti non conformi sono commessi da persone che non ne hanno nessuna intenzione. Gli atti devianti non intenzionali implicano un’ignoranza dell’esistenza della norma, o del fatto che era applicabile in quella situazione, o a quella determinata persona. Le persone che sono profondamente inserite in una determinata sottocultura (ad esempio una sottocultura religiosa o etnica) possono agire “in quel modo” improprio semplicemente perché inconsapevoli del fatto che non tutti si comportano “in quel modo”. Nell’analisi di comportamenti intenzionalmente non conformi, ci si interroga di solito sulle motivazioni. La differenza di base tra devianti e non devianti sta nel carattere della loro motivazione. Teorie psicologiche trovano la causa delle motivazioni e degli atti devianti nelle prime esperienze dell’individuo, le quali generano bisogni inconsci che devono essere soddisfatti se l’individuo vuole mantenere il proprio equilibrio. Teorie sociologiche cercano nella società fonti di “tensione” socialmente strutturate: coloro che occupano posizioni sociali sottoposte a esigenze conflittuali sono tentati di risolvere con mezzi illegittimi questo conflitto (la teoria dell’anomia di Merton entra in questa categoria). Ma i presupposti su cui si basano questi approcci possono essere completamente falsi. Non c’è motivo di supporre che solo coloro che alla fine commettono un atto deviante siano effettivamente spinti a farlo. E’ molto più probabile che gran parte della gente provi frequentemente spinte di tipo deviante. Almeno nella fantasia, la gente è molto più deviante di quanto appaia. Anziché chiederci perché i devianti vogliono fare cose disapprovate, dovremmo piuttosto chiederci perché coloro che rispettano le norme non seguano i loro impulsi devianti. Parte di una risposta a questa domanda si può trovare nel processo di commitment attraverso il quale la persona “normale” viene

progressivamente coinvolta nelle istituzioni e nel comportamento convenzionale. Commitment=processo mediante il quale certi tipi di interessi vengono invertiti nell’adottare determinate linee di comportamento a cui sembrano formalmente estranei. A seguito di azioni compiute nel passato o per effetto di varie routines istituzionali, l’individuo si rende conto di dover aderire a certe linee di comportamento, perché molte altre attività, diverse da quella nella quale e impegnato nell’immediato, verranno compromesse se così non farà. Ad esempio l’adolescente della classe media non deve abbandonare la scuola, perché il suo futuro professionale dipende da un certo livello di istruzione_. In realtà, la normale evoluzione di una persona nella nostra società può essere vista come un progressivo aumento di commitments verso norme e istituzioni convenzionali._ La persona “normale”, quando scopre dentro di sé un impulso deviante, riesce a controllarlo pensando alle molteplici conseguenze che il cedergli potrebbe

persona compia o meno questo passo, non dipende tanto dalla propria azione, quanto dalla volontà degli altri di fare rispettare o meno la norma trasgredita. Il fatto di essere preso e definito come deviante implica conseguenze importanti per la successiva partecipazione sociale e per l’immagine di sé di una persona. La conseguenza più importante sta nel cambiamento drastico nell’identità pubblica dell’individuo. Il fatto di commettere l’atto improprio e quello di essere pubblicamente sorpreso a farlo lo pongono in un nuovo status: si è rivelato come un tipo di persona differente da quella che si supponeva fosse. Nell’analizzare le conseguenze dell’assunzione di un’identità deviante, utilizziamo la distinzione di Hughes tra le caratteristiche principali e accessorie di uno status. Hughes nota che la maggior parte degli status sociali hanno una caratteristica chiave che serve a distinguere quelli che ne fanno parte degli altri. Così il medico al di là di qualsiasi altra caratteristica chiave che serve a distinguere quelli che ne fanno parte dagli altri. Così il medico al di là di qualsiasi altra caratteristica personale, è una persona in possesso di un certificato che dichiara che ha soddisfatto certi requisiti ed è autorizzato a praticare la medicina: questo è lo status principale. Come evidenzia Hughes, nella nostra società, si presume informalmente che un medico presenti anche certi tratti accessori: la gente si aspetta che sia della classe medio-alta, bianco, maschio e protestante. Se così non è, si avrà l’impressione che per qualche motivo non possa essere un buon medico. Spesso le persone hanno la caratteristica dello status principale ma non quelle accessorie, presupposte in maniera informale; ad esempio, una persona può essere medico, ma anche femmina o nero. Hughes analizza questo fenomeno riferendosi a status sociali tenuti in buona considerazione, desiderati e desiderabili, ed evidenzia come una persona possa presentare le qualifiche formali per entrare in un determinato status sociale, ma l’accesso le venga negato per via di una carenza delle caratteristiche accessorie inerenti. Lo stesso processo avviene nel caso di status

devianti. Il possedere una caratteristica deviante può costituire un valore simbolico generale, per cui la gente è automaticamente portata a pensare che il portatore di tale tratto possegga le altre caratteristiche indesiderabili necessariamente associate ad esso. Per essere etichettato come criminale, è sufficiente aver commesso un solo crimine. Inoltre, quest’uomo è ritenuto potenziale autore di altri tipi di reato, perché ha dimostrato di essere una persona senza “rispetto per la legge”. C’è un altro elemento nell’analisi di Hughes che possiamo utilizzare con profitto: la distinzione tra lo status principale e quello subordinato. Nella nostra società come in altre, alcuni status sociali hanno la priorità sugli altri. Uno di questi è la razza. Lo status di deviante rappresenta lo status principale. Questo status viene conferito a chi ha trasgredito una norma, e tale identificazione dimostra di essere più importante di molte altre. L’identificazione deviante diventa quella che comanda sulle altre. Trattare una persona deviante per un aspetto come se lo fosse per tutti gli altri produce una profezia che si autodetermina. Questo mette in moto alcuni meccanismi che contribuiscono a far conformare la persona con l’immagine che ne ha la gente. In primo luogo, una persona, dopo essere stata identificata come deviante, tende a essere esclusa dalla partecipazione a gruppi più convenzionali, anche se le connotazioni specifiche di questa particolare devianza potrebbero potrebbero non essere causa di isolamento, nemmeno in caso di conoscenza e di reazione da parte del pubblico. Ad esempio, l’essere omosessuale può non incidere sulla capacità di effettuare un lavoro d’ufficio, ma l’essere riconosciuto come omosessuale in un ufficio può rendere impossibile il continuare a lavorarci. Quando il deviante viene preso, viene trattato secondo la diagnosi di senso comune che spiega “perché è così”, e il trattamento stesso può contribuire ad ampliare la sua devianza. Il tossicodipendente viene comunemente considerato come un individuo di poca volontà non in grado di rinunciare ai piaceri indecenti offerti dagli oppiacei e viene trattato repressivamente: gli viene vietato l’uso di droghe. Finché non può procurarsi le droghe legalmente, deve procurarsele illegalmente. Ciò contribuisce alla crescita del mercato clandestino e spinge il prezzo delle droghe ben oltre il prezzo corrente di mercato fino a raggiungere limiti che pochi possono permettersi con uno stipendio ordinario. Il trattamento di questa devianza pone il tossicodipendente in una posizione tale che la frode e il crimine gli saranno probabilmente necessari per procurarsi la dose quotidiana. Tale comportamento è il risultato della reazione del pubblico nei confronti della devianza più che una conseguenza delle qualità inerenti all’atto deviante. Il trattamento dei devianti nega loro i mezzi ordinari per proseguire con le consuetudini della vita quotidiana come le altre persone. L’influenza della reazione degli altri può essere diretta, come

negli esempi considerati, o indiretta, come conseguenza del carattere integrato della società nella quale vive il deviante. Le società sono integrate nel senso che le stratificazioni della vita sociale in una determinata sfera di attività s’intrecciano ad altre attività in sfere diverse con particolari modalità, e dipendono dall’esistenza di queste altre stratificazioni. Ad esempio certi tipi di vita professionale presuppongono un determinato tipo di vita familiare. Molte forme di devianza creano difficoltà perché non riescono a integrarsi alle aspettative riguardanti altri settori della vita. L’omosessualità è un caso di questo tipo. In organizzazioni di lavoro stabili quali le grandi aziende o le imprese industriali, alle persone ambiziose si presentano spesso tappe per superare le quali occorrerebbe essere sposati. Chi non si sposerà incontrerà difficoltà nel raggiungimento del successo e vedrà così frustrate le proprie ambizioni. La necessità di spostarsi crea spesso difficoltà al maschio e pone in una posizione pressoché impossibile l’omosessuale. Il non riuscire a rispondere alle aspettative degli altri può costringere l’individuo a cercare modi devianti per raggiungere risultati che sarebbero automatici per la persona normale. Ovviamente, non tutti quelli che sono sorpresi nel compiere un atto deviante ed etichettati come tali si indirizzano inevitabilmente verso una devianza maggiore, come le osservazioni precedenti potrebbero suggerire. Non sempre le profezie si avverano, e non sempre i meccanismi funzionano. Quali fattori tendono a rallentare o a fermare il processo di amplificazione della devianza? In quali circostanze entrano in gioco? Uno studio recente su delinquenti giovanili che “adescano” gli omosessuali suggerisce una delle forme possibili di immunizzazione contro l’amplificazione della devianza. Questi ragazzi si comportano come omosessuali che si prostituiscono con inveterati omosessuali adulti. Però loro stessi non diventano omosessuali. Alcune ragioni spiegano perché non continuino questo tipo di devianza sessuale. In primo luogo sono protetti dalla polizia in quanto minorenni. Se

verranno arrestati durante un atto omosessuale, saranno trattati come bambini sfruttati, benché in realtà siano gli sfruttatori; la legge rende colpevole l’adulto. In secondo luogo, questi ragazzi considerano gli atti omosessuali che praticano, semplicemente come un mezzo per far soldi più sicuro e rapido della rapina o altre attività di questo tipo. Infine, le norme del loro gruppo ammettono la prostituzione omosessuale, ma permettono un solo tipo di atto, e vietano loro di ricavarne piaceri speciali ulteriori o di permettere espressioni di tenerezza da parte dell’adulto con il quale hanno relazioni. Se l’individuo viene arrestato per la prima volta in circostanze e in un momento tale che gli è ancora possibile scegliere tra linee di condotta alternative, l’arresto non condurrà necessariamente a un’amplificazione della sua devianza. Messo per la prima volta di fronte alle possibili irreparabili conseguenze finali, può decidere di non voler intraprendere la strada deviante, e tornare indietro. La scelta giusta lo farà riaccettare nella comunità convenzionale; ma se si muoverà nel modo sbagliato, verrà respinto e prenderà corso un processo di amplificazione della devianza. Un passo finale nella carriera di deviante è l’entrare a fare parte di un gruppo deviante organizzato. Il compiere un passo ben preciso per entrare in un gruppo organizzato avrà un potente impatto sulla concezione di sé di una persona. I membri devianti organizzati hanno ovviamente una cosa in comune: la loro devianza. Essa dà loro un senso di destino comune, di essere nella stessa barca. Da un senso di destino comune e dal dover affrontare gli stessi problemi si genera una sottocultura deviante: un sistema di modi di vedere e conoscere il mondo e di modi di affrontarlo, e insieme di attività quotidiane basate su quelle prospettive. L’essere membro di un tale gruppo solidifica un’identità deviante. L’entrare in un gruppo deviante organizzato comporta alcune conseguenze per la carriera del deviante. Innanzitutto, i gruppi devianti tendono, più degli individui devianti, a essere spinti a razionalizzare la loro posizione. Queste basi logiche operano per neutralizzare le propensioni convenzionali nei confronti del proprio comportamento che i devianti possono ancora trovare in sé; ma assumono anche un’altra funzione: forniscono all’individuo delle ragioni che ai suoi occhi sembrano valide per proseguire la linea di attività che ha iniziato. La seconda conseguenza dell’entrare a far parte di un gruppo deviante consiste nell’imparare a proseguire nella propria attività deviante con poche seccature. Tutti i problemi che una persona si trova ad affrontare per evitare l’applicazione della norma che infrange sono già stati affrontati da altri e delle soluzioni sono state elaborate. Così il giovane ladro incontra ladri più anziani e con più esperienza di lui che gli spiegano come sbarazzarsi della merce rubata senza correre il rischio di essere preso. Il deviante che entra in un gruppo deviante organizzato e istituzionalizzato rischia più

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possibile che apparisse una concezione della droga come fonte di piacere. Senza tale concezione l’uso di marijuana era considerato privo di significato e quindi non veniva continuato. Imparare a percepirne gli effetti Anche dopo l’apprendimento della tecnica corretta per fumare, il principiante può non “sballare” e per questa ragione non concepire la droga come fonte di piacere. Per “sballare” completamente è necessaria la combinazione di due elementi: la presenza di sintomi causati dalla marijuana, e che il fumatore riconosca questi sintomi e li colleghi all’uso della droga. In altri termini non è sufficiente la presenza degli effetti; da soli essi non producono automaticamente l’esperienza di essere “sballato”. Prima di poter arrivare a questo, è necessario che il fumatore sia in grado di prendere coscienza di questi sintomi e di riferirli coscientemente all’uso della droga. Tuttavia è tipico che il principiante sia convinto (causa la frequente osservazione di fumatori che “sballano”) che la droga alla fine gli produrrà qualche nuova esperienza, e quindi persevera nei suoi tentativi fino a che non l’otterrà. Preoccupato per il suo fallimento, il principiante probabilmente chiederà informazioni ai fumatori più esperti e farà in modo di provocare i loro commenti a riguardo. Un sintono dell’essere “sballato” sta nel provare un grande appetito. E’ solo quando il principiante diventa capace di “sballare” che continuerà a usare la marijuana per ricavarne piacere. Per continuare a fumare marijuana è necessario non solo usare la droga in mood che si producano degli effetti, ma anche imparare a percepirli quando si verificano. La marijuana acquista così per il consumatore, il significato di qualcosa che può essere usato per il piacere. Per continuare l’uso di droga è necessario che si conservi la capacità di percepirne gli effetti: venuta meno questa, anche l’uso della marijuana viene meno. Impara a goderne gli effetti

Un altro passo è necessario affinché il fumatore che ha imparato a “sballare” continui a usare la droga: deve imparare a trarre piacere da quegli effetti che ha appena imparato a percepire. Le sensazioni prodotte dalla marijuana non sono automaticamente o necessariamente piacevoli. Per continuare a usare marijuana deve decidere che lo sono. In caso contrario tenderà a evitare lo sballo, un’esperienza sì abbastanza reale ma spiacevole. Gli effetti della droga, quando sono percepiti per la prima volta, possono essere fisicamente spiacevoli. Considerate queste prime tipiche esperienze di paura e di incertezza, il principiante non ne continuerà l’uso a meno che non impari a ridefinire le situazioni come piacevoli. In nessun caso l’uso continuerà senza una ridefinizione degli effetti come piacevoli. Questa ridefinizione avviene in genere nell’interazione con consumatori più esperti che, in modi diversi, insegnano al principiante a trarre piacere da questa esperienza che all’inizio era stata così orribile. Essi possono rassicurarlo minimizzando l’importanza delle sensazioni sgradevoli e spiegandone il carattere temporaneo, e allo stesso tempo richiamare la sua attenzione sugli aspetti più piacevoli. Un consumatore esperto descrive come si comporta con coloro che si accostano per la prima volta all’uso di marijuana: “la persona media non è preparata a questo e qualche volta prova un po’ di paura. Tu devi rassicurarli, spiegargli che poi staranno bene. Devi solamente parlargli in modo da fargli passare la paura. Continuare a parlargli rassicurandoli, dicendogli che va tutto bene. E poi raccontando la tua storia: è successa anche a me la stessa cosa, tra un po’ ti piacerà. Se continui in questo modo, dopo un po’ non avranno più paura. Il vedere che tu lo stai facendo e non ti accade nulla di orribile dà a loro più fiducia”. Il consumatore esperto può anche insegnare al principiante come dosare più accuratamente la quantità di fumo in modo da evitare i sintomi più sgradevoli e trattenere quelli piacevoli. In breve ciò che prima faceva paura ed era sgradevole diventa, una volta che se ne è acquisito il giusto, piacevole, desiderato e ricercato. Il piacere è introdotto dalla definizione favorevole dell’esperienza che si acquista dagli altri. E’ piuttosto comune che consumatori esperti provino improvvisamente un’esperienza spiacevole o allarmante, che non possono definire piacevole perché il quantitativo di marijuana utilizzato era maggiore del solito, oppure perché il quantitativo di marijuana utilizzato era di qualità più forte di quanto si aspettassero. Il consumatore prova sensazioni che vanno al di là di ciò che si intende con “l’essere sballato” e si trova pressappoco nella stessa situazione del principiante: a disagio e spaventato. Può imputare il tutto a una dose eccessiva di droga ed essere più cauto per il futuro. Ma egli può anche cogliere l’occasione per un ripensamento sul suo atteggiamento nei confronti della droga e decidere che essa

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non gli procura più alcun piacere. Quando ciò avviene, e non è seguito da una ridefinizione della droga come piacere, il consumo cesserà. La probabilità che tale ridefinizione avvenga dipende dal livello di partecipazione con altri consumatori. Se tale partecipazione è intensa l’individuo viene presto convinto ad abbandonare le sue prevenzioni contro l’uso della marijuana. Riassumendo, un individuo sarà in grado di utilizzare marijuana per piacere solo quando egli avrà imparato a considerarla come oggetto da utilizzare in tale senso. Nessuno diventa un consumatore senza imparare a: a. Fumare la droga in modo che essa produca effetti reali; b. Riconoscere gli effetti e attribuirli all’uso della droga (in altre parole imparare a “sballare”); c. Trarre piacere dalle sensazioni che prova. Nel corso di questo processo egli sviluppa una disposizione o una motivazione a usare marijuana, che non era e non poteva essere presente quando egli cominciò a usarla, poiché essa implica e dipende da concezioni della droga che possono svilupparsi solo dall’esperienza. Cap4)Consumo di marijuana e controllo sociale L’imparare a gustare la marijuana rappresenta una condizione necessaria ma non sufficiente affinché una persona sviluppi un modello stabile di consumo di droga. Deve anche lottare con le potenti forze del controllo sociale che fanno apparire questo atto inopportuno e/o immorale. Quando in una società si verifica un comportamento deviante nella fase iniziale avviene una rottura nei controlli sociali che solitamente operano per mantenere i comportamenti conformi a tali norme e valori. Nelle società complesse, il processo può essere piuttosto complicato poiché le rotture nel controllo sociale sono spesso la conseguenza del far parte di un gruppo la cui cultura e i cui controlli sociali operano in contraddizione con quelli della società più allargata. Fattori importanti

nella genesi del comportamento deviante, quindi, si possono ricercare nei processi per i quali le persone si emancipano dai controlli della società e rispondono a quelli di un gruppo più ristretto. I controlli sociali influenzano il comportamento individuale, in primo luogo, tramite l’uso di potere che si esprime attraverso l’applicazione di sanzioni: il comportamento conforme ai valori è ricompensato e quello contrario punito. Sarebbe difficile riuscire a mantenere il controllo se fosse sempre necessaria la costrizione, per cui vengono messi in atto dei meccanismi più sottili che svolgono la stessa funzione. Uno di questi è il controllo del comportamento ottenuto influenzando le opinioni che le persone hanno sulle attività da controllare e sulla possibilità o fattibilità di prendervi parte. Tali opinioni emergono in situazioni sociali in cui vengono comunicate da persone considerate degne di stima e convalidate dall’esperienza. Queste situazioni possono essere impostate in modo tale che gli individui finiscono per concepire l’attività come repellente, inopportuna o immorale, e perciò non la intraprendono. Questa prospettiva ci invita ad analizzare la genesi del comportamento deviante in termini di eventi che rendono inefficaci le sanzioni. Qual è la successione di eventi e di esperienze che fa sì che una persona prosegua nell’uso di marijuana, nonostante gli elaborati controlli sociali che funzionano per prevenire tale comportamento? La carriera del consumatore di marijuana può essere divisa in tre stadi, ognuno dei quali rappresenta un cambiamento distinto nella sua relazione con i controlli sociali della società in genere e con quelli della sottocultura in cui si pratica il consumo di marijuana. Il primo stadio è rappresentato dal principiante, la persona che fuma marijuana per la prima volta; il secondo, dal consumatore occasionale, il cui consumo è sporadico e dipendente da fattori casuali; e il terzo, dal consumatore regolare, per cui il fumare diventa un’abitudine sistematica, solitamente quotidiana. I principali tipi di controllo da tenere in considerazione sono: a) il controllo che agisce nel limitare il rifornimento e l’accesso alla droga; b) il controllo attraverso la necessità di impedire che i non consumatori scoprono che uno è consumatore; c) il controllo attraverso la definizione dell’atto come immorale. Rifornimento In primo luogo, il consumo di marijuana è limitato da leggi che ne rendono il possesso o la vendita passibili di severe penalità (Becker prende in considerazione la situazione negli Stati Uniti negli anni ’50). Ciò relega la sua distribuzione a fonti illecite non facilmente disponibili per la persona comune. Perché una persona possa iniziare il consumo di marijuana, essa deve potersi aggregare a qualche gruppo che le renda accessibili queste fonti di rifornimento: solitamente un gruppo

programma intorno ad esse momenti per “sballare”. E’ un modo di consumo che deriva da un diverso atteggiamento nei confronti dell’eventualità di essere scoperti dai non consumatori, atteggiamento che consiste nel ritenere possibile proseguire il consumo di marijuana sotto il naso dei non consumatori o, al contrario, nel vivere una partecipazione sociale che riduce quasi allo zero i contatti con i non consumatori. In mancanza di questi atteggiamenti nell’atteggiamento e/o nella partecipazione, il consumatore si dovrà attendere al livello dell’uso occasionale. Ad esempio per un giovane che tentava invano di far uso regolare di marijuana pur continuando a vivere con i genitori l’immaginare le conseguenze della scoperta di un tale segreto trattiene la persona dal conservare il rifornimento necessario a un uso regolare. A meno che individui qualche metodo per superare questa difficoltà, la persona potrà progredire verso l’uso regolare solo se le relazioni che ne scoraggiano il consumo si romperanno. Di solito la gente non lascia casa e famiglia per poter fumare marijuana regolarmente. Ma se lo fa, per qualsiasi motivo, l’uso regolare, finora vietato, diventa possibile. I consumatori regolari inveterati prendono spesso in seria considerazione l’effetto che il formare nuove relazioni con dei non consumatori ha sul loro consumo di droga. Se si formano unioni di questo tipo, il consumo tende a ritornare al livello occasionale. Se la persona entra quasi totalmente a far parte del gruppo consumatore, il problema per molti aspetti cessa di esistere, ed è possibile allora che si possa stabilire un consumo regolare a meno che venga creata una nuova relazione con il mondo convenzionale. Se una persona fa uso di marijuana regolarmente e abitualmente, è pressoché inevitabile – poiché anche nella società urbana questi ruoli non possono rimanere completamente separati – che un giorno si ritrovi a essere “sballato” mentre è in compagnia di non consumatori ai quali voleva mantenere nascosto il consumo di marijuana. Data la varietà dei sintomi che la droga può produrre, è naturale che chi la usa tema di poter rivelare col suo

comportamento di essere “sballato”, tema di non riuscire a controllare i sintomi, tradendo così il suo segreto. Fenomeni come difficoltà a concentrare la propria attenzione e a partecipare a una conversazione normale, creano il timore che tutti sapranno esattamente perché uno si comporta così, che il comportamento verrà automaticamente interpretato come segno del consumo di droga. Quelli che proseguono verso un uso regolare riescono a evitare questo dilemma. Può succedere che finiscano per integrarsi quasi completamente al gruppo sottoculturale in cui viene praticata l’attività, sicché hanno solo una quantità minima di contatti con i non consumatori della cui opinione si preoccupano. Poiché questo isolamento dalla società convenzionale è raramente completo, il consumatore deve apprendere un altro metodo per evitare il dilemma, metodo ancora più importante per chi non arriva mai a scindere così completamente la propria partecipazione. Tale metodo consiste nell’imparare a controllare gli effetti della droga mentre si è in compagnia di non consumatori, in modo da ingannarli e conservare così il segreto anche se la partecipazione con loro continua. Se una persona non riuscirà a imparare questo, si troverà di fronte a situazioni nelle quali non oserà fumare marijuana, il che le renderà impossibile l’uso regolare. Un’esperienza tipica è quella in cui il consumatore, mentre è “sballato”, si trova a dover fare qualcosa che è sicuro di non poter fare in quella condizione. Con stupore, si accorge di riuscirci e di poter nascondere agli altri il fatto di essere sotto l’influenza della droga. Una o più esperienze di questo tipo permettono al consumatore di concludere che gli è possibile rimanere un deviante segreto,., che la sua cautela è stata eccessiva e basata su una premessa sbagliata. Se desidera fare uso di droga regolarmente non è più trattenuto da questa paura, poiché può utilizzare una tale esperienza per giustificare l’affermazione che i non consumatori possono anche non scoprirlo mai. In breve, le persone limitano il loro consumo di marijuana in funzione all’intensità della loro paura, reale o no, di essere scoperti, e in qualche modo puniti, da non consumatori al cui giudizio tengono. Questo tipo di controllo scompare quando il consumatore si accorge che le sue attività come qualcosa che si può mantenere segreto con relativa facilità. Perché un determinato livello di consumo si possa verificare, è necessario che il consumatore riesamini la sua idea sui rischi che si possono correre. Moralità I principi morali convenzionali costituiscono un altro mezzo di controllo del consumo di marijuana. Più precisamente si tratta degli imperativi morali fondamentali che prescrivono all’individuo di preoccuparsi del proprio benessere, e di essere capace di controllare razionalmente il proprio comportamento. Lo stereotipo del drogato è il ritratto di una persona che viola questi imperativi. A

questo ritratto bisogna aggiungere la nozione in cui il consumatore diventa schiavo della droga e volontariamente abbandona a un’abitudine da cui non c’è via d’uscita. Chi prende sul serio un tale stereotipo si trova ostacolato nel consumo di droga. Non inizierà, non manterrà né aumenterà il suo consumo di marijuana a meno che riesca a neutralizzare la sua sensibilità nei confronti dello stereotipo, adottando una visione alternativa dell’attività. Nel caso contrario, come farebbero gran parte dei membri della società, condannerà sé stesso come un outsider deviante. Il principiante, a un certo momento, ha condiviso il punto di vista convenzionale. Ma frequentando un segmento non conformista della società, probabilmente assumerà una visione più “emancipata” delle norme morali implicite nella definizione usuale del consumatore di droga, almeno fino al punto da non rifiutare immediatamente delle attività semplicemente perché sono convenzionalmente condannate. Nel corso di successive esperienze in gruppi consumatori, il novizio acquisisce una serie di razionalizzazioni e di giustificazioni con le quali rispondere alle obiezioni contro l’uso occasionale se decide di praticarlo. Una delle razionalizzazioni più comuni è la considerazioni più comuni è la considerazione che le persone convenzionali sono indulgenti verso attività molto più dannose, e che un vizio relativamente poco importante come il fumare marijuana non può essere proprio sbagliato quando ad esempio l’uso di alcol è così comunemente accettato. Altre razionalizzazioni permettono al consumatore di convincersi che gli effetti della droga, anziché essere dannosi, sono in realtà benefici: ti fa venire molta fame. Probabilmente va bene per certe persone che hanno un peso insufficiente. Infine, a questo punto, il consumatore non fa sempre uso di droga. Il suo consumo è programmato: ci sono momenti in cui lo considera appropriato, e altri no. Questa programmazione gli permette di rassicurarsi di poter controllare la droga e simboleggia l’innocuità di tale pratica. Non si considera schiavo della droga, perché può e riesce ad attenersi al suo

programma… indipendentemente dalla quantità che questo consenta. Il fatto che ci siano momenti in cui, per principio, non consuma la droga, può essere utilizzato per provare a sé stesso la sua libertà nei confronti della sostanza. L’uso occasionale può avvenire nel caso di un individuo che accetta questi punti di vista, perché ha riorganizzato i suoi principi morali in modo tale da permetterlo, in primo luogo adottando il concetto che i principi morali convenzionali sulle droghe non si applicano a questa particolare droga e che, in ogni caso, il consumo che ne fa non è eccessivo. Alla vista dell’aumento e della regolarizzazione del suo consumo di droga, il consumatore non è sicuro di essere capace di controllarlo, teme di essere diventato schiavo di un vizio. Il consumatore fa degli esperimenti – interrompe il consumo e attende le conseguenze – e quando non succede niente di sgradevole, è in grado di trarre la conclusione che non vi è niente da temere. Alcuni consumatori traggono le loro direttive morali non tanto dal pensiero convenzionale quanto dalla volgarizzazione della “teoria” psichiatrica. Il loro consumo li preoccupa non da un punto di vista convenzionale, ma per quello che esso potrebbe indicare sulla loro salute mentale. Il fumare marijuana diventa un sintomo di debolezza psichica e, in fondo, di debolezza morale. Questo trattiene la persona dal proseguire con un uso regolare e causa un ritorno all’uso occasionale a meno che non intervenga un nuovo sistema di giustificazione. Certe opinioni di carattere morale relative alla natura dell’uso e dei consumatori di droga influenzano quindi il consumatore di marijuana. Se costui non è in grado di dar ragione o di ignorare queste opinioni, il consumo non avverrà affatto. Il livello di consumo appare commisurato al diminuire dell’influenza di queste opinioni, sostituite da razionalizzazioni e giustificazioni in uso tra i consumatori. Per concludere, una persona si sentirà libera di fare uso di marijuana nella misura in cui considererà le relative concezioni convenzionali come le opinioni disinformate di outsiders, e sostituisce quelle concezioni con la visione “dall’interno” che ha acquisito attraverso la propria esperienza con la droga in compagnia di altri consumatori. Cap5)La cultura di un gruppo deviante. Il musicista da ballo Nonostante le attività dei musicisti da ballo siano formalmente legali, la loro cultura e il loro modo di vivere sono sufficientemente bizzarri perché vengano etichettati outsiders dai membri più convenzionali della comunità. Molti gruppi devianti, tra cui i musicisti da ballo, sono stabili e durevoli. Come tutti i gruppi stabili, sviluppano un modo di vivere loro proprio. Per capire il comportamento del membro di un tale gruppo, è necessario capire quello specifico modo di vivere loro proprio. Per capire il comportamento del membro di un tale gruppo, è necessario capure quello

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suonavano. Il mondo del musicista da ballo è estremamente differenziato. Alcuni musicisti lavorano principalmente nei bar e nelle taverne, o in quartieri periferici o nel centro città. Altri suonano con orchestre in sale da ballo. Altri non lavorano regolarmente nello stesso posto, ma con orchestre che suonano nei balli privati e nei party in alberghi e circoli sportivi. Altri ancora suonano con gruppi conosciuti a livello nazionale o lavorano negli studi della radio e della televisione. I musicisti che lavorano in uno specifico ambiente hanno problemi e atteggiamenti tipici, almeno in parte, di quell’ambiente. Becker lavorava per lo più nei bar, nelle taverne, e occasionalmente con varie orchestre ingaggiate per particolari occasioni. Tuttavia, grazie a incontri durante gli occasionali lavori nei balli e alla sala del sindacato, stabiliva con i membri di altri gruppi quei contatti che gli permettevano di riuscire a evidenziare pure i loro atteggiamenti e le loro attività. Da quando è stata completata la ricerca, ha lavorato come musicista in due altri luoghi, una piccola città universitaria (Champaign-Urbana, nell’Illinois) e una grande città, anche se non grande come Chicago (Kansas City, nel Missouri). Le differenze nell’organizzazione dell’ambiente musicale sono associate alle differenze di grandezza di questa città. Nelle città più piccole, la varietà di tipi di lavoro è inferiore e, inoltre, il numero di musicisti è inferiore rispetto alla popolazione. Perciò, un musicista può essere chiamato a esibirsi in ognuno degli ambienti che ha descritto, o perché ha poca opportunità di scegliere dove suonare, o perché il leader di un’orchestra alla ricerca di qualcuno da scritturare ha poca scelta tra i musicisti disponibili. Benché non abbia preso appunti formali sulle sue esperienze in questi altri ambienti, nessuno di essi ha fornito dati tali da richiedere cambiamenti nelle conclusioni che ha raggiunto sulla base del materiale di Chicago. Musicista e square Il sistema di opinioni riguardanti i musicisti e il pubblico è riassunto in una parola usata dai

musicisti per riferirsi ad outsiders: square. Questo termine è usato sia come sostantivo che come aggettivo, per indicare tanto un tipo di persona o di oggetto quanto una qualità di comportamento. Si riferisce al tipo di persona che è l’opposto di tutto ciò che è, o dovrebbe essere, il musicista; si riferisce inoltre ad un modo di pensare, di sentire e di comportarsi (attraverso anche l’utilizzazione di determinati oggetti) all’opposto di quello apprezzato dai musicisti. Il musicista si considera come un artista che possiede un misterioso dono artistico che lo separa da tutte le altre persone. Questo dono è qualcosa che non si può acquisire con l’educazione; perciò, un outsider non potrà mai diventare un membro del gruppo. Il musicista trova che in nessuna circostanza un outsider dovrebbe essere autorizzato a dirgli cosa suonare o come suonarlo. In effetti, l’elemento più forte nel codice di comportamento tra colleghi consiste nella proibizione di criticare o di far pressione su un altro musicista in qualunque altro modo nella situazione in cui si suona “per lavoro”. Dove nemmeno a un collega è permesso influenzare il proprio lavoro, è impensabile che un outsider sia autorizzato a farlo. Più in generale, i musicisti si considerano diversi e migliori delle altre persone e perciò ritengono di non dover essere soggetti al controllo di outsiders in nessun altro aspetto della vita, e particolarmente nella loro attività artistica. Sentendosi fortemente diversi, i musicisti credono anche di non aver nessun obbligo di imitare il comportamento convenzionale degli squares. E’ molto ammirato il comportamento che si prende gioco delle norme sociali convenzionali. Molti tra i più noti musicisti jazz sono famosi come “personaggi”, e le loro imprese sono spesso raccontate nei dettagli. Ad esempio, un famoso musicista jazz è noto per essersene andato con il cavallo di un poliziotto che stava di fronte al night in cui lavorava. Il musicista, quindi, vede se stesso e i suoi colleghi come persone con un dono speciale che le rende differenti dai non musicisti e non soggette al loro controllo, sia nell’esecuzione musicale che nel comportamento sociale ordinario. D’altra parte, allo square mancano questo dono speciale e la comprensione della musica e del modo di vivere di coloro che lo possiedono. Lo square è visto come una persona ignorante e intollerante che bisogna temere, poiché esercita le pressioni che costringono il musicista a suonare in modo non artistico. La difficoltà del musicista sta nel fatto che lo square si trova in una posizione di vantaggio: se non gli piace il tipo di musica che viene suonato, non paga per sentirla una seconda volta. Non comprendendo la musica, lo square la giudica con norme estranee ai musicisti e da loro non rispettate. Ogni parte di un vestito, di una conversazione, di un comportamento diversa da quella del musicista viene vista come una nuova prova dell’insensibilità e dell’ignoranza degli squares. Poiché i musicisti hanno una cultura esoterica, queste prove sono numerose e servono solo

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a fortificare la loro convinzione che musicisti e squares sono due tipi differenti di persone. Ma lo square è anche temuto, perché è considerato la causa prima della pressione commerciale. Persino coloro che cercano di evitare squares sono sempre considerati tali, perché a loro manca sempre la corretta comprensione, che solo un musicista può avere. Il musicista, quindi, vede se stesso come un artista creativo che dovrebbe essere libero dal controllo esterno, una persona diversa e migliore di quegli outsiders che chiama squares e che non capiscono la sua musica né il suo modo di vivere, ma ciononostante lo condizionano a esibirsi in un modo contrario ai suoi ideali professionali. Le reazioni al conflitto Nelle linee essenziali, i musicisti jazz e quelli commerciali hanno il medesimo atteggiamento nei confronti del pubblico, anche se varia il modo di esprimere questo consenso di base. Due temi contraddittori sono alla base di quest’accordo: a) il desiderio di una libera espressione in accordo con le opinioni del gruppo di musicisti; b) il riconoscimento del fatto che pressioni esterne possono costringere il musicista a rinunciare a soddisfare questo desiderio. Il jazzista tende ad accentuare il primo, il musicista commerciale il secondo; ma tutti e due riconoscono e sentono la forza di queste influenze dominanti. Comune agli atteggiamenti dei due tipi di musicisti è un intenso disprezzo e un’avversione per il pubblico square, colpevole del fatto che i musicisti debbano “diventare commerciali” per avere successo. Il musicista commerciale, pur condividendo questo giudizio sul pubblico, sceglie di sacrificare il rispetto di sé e il rispetto di altri musicisti (i benefici del comportamento artistico) a favore dei benefici più sostanziali del lavoro fisso, del reddito più alto, del prestigio di cui gode il musicista che diventa commerciale. Isolamento e autosegregazione I musicisti sono ostili al loro pubblico, timorosi di dover sacrificare i loro modelli artistici agli

squares. Le tendenze all’isolamento e all’autosegregazione, che si manifestano talvolta nel loro lavoro e nelle relazioni con le comunità esterne, possono essere interpretate come forme di adattamento a questa situazione. Di regola, il musicista è, nello spazio, isolato dal pubblico. Lavora su un palco, che costituisce una barriera fisica che impedisce l’interazione diretta. Questo isolamento è gradito perché il pubblico, formato da squares, viene sentito come potenzialmente pericoloso. I musicisti temono che il contatto diretto con il pubblico non possa condurre che a interferenze con l’esecuzione musicale, perciò è più sicuro essere isolati e non avere a che fare con loro. I musicisti, in mancanza delle barriere fisiche abituali, le improvvisano e si segregano efficacemente dal loro pubblico. Molti musicisti evitano quasi deliberatamente di stabilire contatti con membri del pubblico. Quando passano in mezzo a loro, evitano per abitudine di incontrare i loro sguardi per paura che si stabilisca un rapporto, sulla base del quale lo square potrà richiedere delle canzoni o tentare in qualche modo di influenzare l’esecuzione musicale. Certi estendono questo comportamento alla loro consueta attività sociale, al di fuori delle situazioni professionali. Questo è in parte inevitabile, poiché le condizioni di lavoro – ore tarde, grandi spostamenti ecc. – rendono difficile la partecipazione sociale fuori dal gruppo professionale. Se uno lavora mentre gli altri dormono, è difficile avere con questi relazioni sociali ordinarie. Ma buona parte dell’autosegregazione si sviluppa a partire dall’ostilità nei confronti degli squares. Cap6) Carriere in un gruppo professionale deviante. Il musicista da ballo Becker ha già parlato di “carriera deviante” (lo sviluppo cioè di un comportamento deviante) esaminando l’evoluzione del consumo di marijuana. Vorrei ora esaminare i tipi di carriere che possono intraprendere i musicisti da ballo, un gruppo di outsiders che si considera “diverso” e così è considerato dagli altri. Ma anziché concentrarmi sulla genesi dei modi di comportamento deviante, mi occuperò delle conseguenze per la carriera professionale di una persona derivanti dal fatto che il gruppo professionale all’interno del quale avviene la carriera sia deviante. Hughes ha definito così il concetto di carriera: è una serie di cambiamenti della prospettiva secondo la quale la persona percepisce la sua vita come una totalità e interpreta il significato delle sue caratteristiche, delle sue azioni, e di tutto ciò che gli capita. La relazione di tipo antagonista tra i musicisti e gli outsiders dà forma alla cultura del musicista e determina inoltre l’eventualità dei maggiori punti di crisi nella sua carriera. La famiglia del musicista (sia quella in cui è nato che quella che crea sposandosi) ha un effetto considerevole sulla sua carriera. I genitori e le mogli generalmente non

corso successivo della carriera. Una reazione al dilemma è di evitarlo, lasciando la professione. Non riuscendo a trovare una soluzione soddisfacente al problema, l’individuo interrompe la sua carriera. Genitori e mogli Un’altra area di contatto tra la professione e la società è la famiglia. Il fatto di essere membro di una famiglia lega il musicista a delle persone che sono squares, degli outsiders che si conformano a delle convenzioni sociali la cui autorità non è riconosciuta dal musicista. Tali relazioni portano i germi di conflitti che possono scoppiare con delle conseguenze disastrose per i legami con la carriera e/o con la famiglia. La famiglia dell’individuo ha una grande influenza sulla sua scelta professionale attraverso il suo potere di appoggiare e di aiutare il neofita nella carriera scelta. Di solito i genitori del musicista non aiutano lo sviluppo della sua carriera. E’ evidente per la famiglia del futuro musicista che egli sta per entrare in una professione che incoraggia la rottura con i modelli di comportamento convenzionale della sua famiglia. Le famiglie di classe popolare, a quanto sembra, sono per lo più preoccupate dall’irregolarità dell’impiego in campo musicale, nonostante sia evidente che certe famiglie abbiano incoraggiato una tale carriera, vedendola come una possibilità di promozione sociale. Nella famiglia della classe media, la scelta del lavoro di musicista da ballo è considerata come un movimento verso una vita “bohémienne” che implica una perdita di prestigio sia per l’individuo che per la famiglia, che si oppone vigorosamente. Il conflitto ha due effetti caratteristici sulla carriera. Primo, di fronte alla pressione della famiglia, il futuro musicista può rinunciare a questa professione. Un tale accomodamento è abbastanza comune a uno stadio iniziale della carriera. Nell’altro caso, il giovane musicista può ignorare i desideri della sua famiglia e continuare la sua carriera. In questo caso è spesso privato del sostegno della sua famiglia a un’età inferiore di quanto avverrebbe altrimenti, e deve cominciare a “volare con le proprie ali”,

facendosi la sua strada senza l’appoggio e l’aiuto finanziario della famiglia che altrimenti gli sarebbe vicina. Nella musica, poi, la carriera, se inizia, si inizia solitamente senza l’aiuto e l’incoraggiamento della famiglia, comuni invece nelle carriere di molte altre professioni. Una volta che si è spostato e che ha formato la propria famiglia, il musicista entra in un rapporto in cui le convenzioni della società gli vengono presentate in modo immediato e violento. Sua moglie, generalmente non musicista, si aspetta da lui, come marito, che sia presente e che provveda alla loro esistenza. In certe professioni non esiste conflitto tra le esigenze del lavoro e quelle della famiglia. In altre c’è un conflitto, ma esistono delle soluzioni socialmente approvate che sono accettate dai due coniugi, come ad esempio nella professione del medico. In professioni devianti, come quelle dell’ambiente musicale, le aspettative professionali non concordano affatto con le aspettative del profano, con conseguenti difficoltà per il musicista. E’ probabile che il matrimonio si trasformi in una continua lotta su questo problema; l’esito della lotta determina se la carriera musicale dell’uomo verrà interrotta o continuerà. Per gli altri musicisti che sentono di più le loro responsabilità familiari, la situazione non è così semplice. L’insicurezza economica dell’ambiente musicale rende difficile provvedere correttamente all’esistenza della coppia, e può costringere l’individuo a lasciare la professione o a diventare musicista commerciale. Il matrimonio può quindi facilitare il raggiungimento del successo imponendo una decisione che offre, anche se non la garantisce, l’opportunità di accedere a quelle cricche orientate commercialmente, che sono maggiormente in grado di fornire ai loro membri un lavoro costante. Cap7)Le norme e la loro applicazione L’esistenza di una norma non garantisce automaticamente che essa verrà applicata, in quanto molte variabili agiscono nell’applicazione della stessa. Non possiamo dire che ogni infrazione nuoce alla “società” e che essa agisce in modo da ristabilire l’equilibrio. Le norme vengano applicate soltanto quando qualcosa ne provoca l’applicazione. L’applicazione, quindi, richiede una spiegazione. La spiegazione si basa su alcune premesse. Primo: è necessario che qualcuno prenda l’iniziativa di far punire il presunto colpevole; fare applicare una norma presuppone quindi una volontà che si tramuta in azione. Secondo: l’applicazione avviene quando coloro che la desiderano portano pubblicamente l’infrazione all’attenzione degli altri; una volta resa pubblica, un’infrazione non può essere ignorata. In altre parole, l’applicazione avviene quando qualcuno denuncia il fatto. Terzo: le persone denunciano il fatto, rendendo necessaria l’applicazione, quando ne trovano qualche vantaggio: gli interessi personali li stimolano a prendere l’iniziativa. Infine, il tipo di interesse

personale che spinge verso l’applicazione varia con la complessità della situazione in cui l’applicazione avviene. In una società dalla struttura relativamente semplice, non esiste conflitto sulla norma. L’abitante di una grande città si occupa delle sue cose e non interviene nelle infrazioni a meno che interagiscano con i suoi interessi. E’ questo tipico atteggiamento degli abitanti delle grandi città che Simmel ha definito “riserva”. Il cittadino manifesta la sua riserva in modo più marcato in aree pubbliche anonime – come i Times Squares e le State Streets – dove può considerarsi non responsabile di quello che succede, e dove è confortato dal sentire la presenza di persone che di professione fanno rispettare la legge e il cui incarico è quello di occuparsi di qualunque cosa fuori dall’ordinario. Il comune accordo secondo cui si ignorano le infrazioni della legge si basa in parte sul fatto di sapere che l’applicazione può essere affidata a questi professionisti. In situazioni dalla struttura più complessa, esiste una più grande gamma di differenti interpretazioni della situazione, ed è possibile un conflitto sull’applicazione delle norme. Nel caso in cui in un’organizzazione sono in concorrenza per il potere due gruppi – come nell’industria, dove i dirigenti e gli impiegati gareggiano per il controllo sulla situazione di lavoro – il conflitto può essere cronico. Melville Dalton, che ha studiato la trasgressione sistematica da parte di impiegati di organizzazioni industriali, riferisce come frequentemente degli impiegati si approprino dei servizi e del materiale appartenenti all’organizzazione per loro uso personale, osservando che ordinatamente questo verrebbe considerato un furto. I dirigenti cercano di fermare questa sottrazione delle risorse, ma raramente con successo. Tuttavia, di solito non denunciano il fatto all’attenzione pubblica. Non si tratta assolutamente di furti ma di un sistema di compensi. Le persone che si appropriano di servizi e di materiali appartenenti all’organizzazione vengono veramente ricompensati in maniera non ufficiale per contributi straordinari per i quali non esiste un sistema legittimo di ricompense. Le

norme non vengono rispettate perché due gruppi in gara per il potere – i dirigenti e i lavoratori – trovano nell’ignorare le infrazioni un vantaggio reciproco. Donald Roy ha descritto simili sistemi: un gruppo non ne denuncerà un altro, se tutti e due sono legati in un sistema caratterizzato da un equilibrio di potere e di interesse. Si riteneva che gli addetti alle macchine non dovessero tenere vicino alle loro macchine degli attrezzi che non servivano per il lavoro di cui si stavano appunto occupando. Si accorsero ben presto però che ne conseguiva un affollamento continuo davanti alla attrezzeria, che rendeva pesanti le giornate di lavoro. Di conseguenza, poco dopo essere stata annunciata, la norma cominciò a essere violata. Permettendo ai macchinisti di infrangere la regola, i dipendenti dell’attrezzeria hanno facilitato la propria situazione; non dovevano più subire lamentele di operai malcontenti. Il problema dell’applicazione della norma diventa più complesso quando la situazione è costituita da alcuni gruppi in competizione. L’accomodamento e i compromessi sono più difficili, perché gli interessi da soddisfare sono più numerosi, e il conflitto rischia di essere aperto e senza soluzione. In queste circostanze, l’accesso ai canali di informazione diventa una variabile importante, e coloro i cui interessi richiedono che le norme non vengano infrante cercano di impedire la diffusione delle notizie sulle infrazioni. Un esempio nel ruolo del pubblico ministero. E’ difficile trovare un compromesso praticabile tra gli interessi dei criminali e dei politici corrotti e quelli di una giuria determinata a fare il suo lavoro, molto più difficile che trovare dei compromessi soddisfacenti tra due gruppi di potere all’interno della stessa fabbrica. Stadi di applicazione Il processo di applicazione varia in relazione alla struttura sociale. Aggiungiamo ora la dimensione tempo i vari stadi che attraversa l’applicazione di una norma: la sua storia naturale. La storia naturale si differenzia dalla storia per il suo interesse verso ciò che è generico in una classe di fenomeni anziché di ciò che è unico in ogni caso. Aspira a scoprire ciò che è caratteristico di una categoria di eventi anziché ciò che li differenzia: la regolarità anziché la singolarità. Le norme specifiche trovano la loro origine in quelle dichiarazioni di preferenza vaghe e generalizzate, che spesso gli scienziati sociali definiscono come valori. I valori sono di scarso aiuto nel guidare l’azione, in quanto non comportano che criteri generali di selezione che indicano quale tra alcune linee di azione alternative sarebbe preferibile, essendo uguali tutte le altre cose. Essendo così vaghi e generali, è possibile per noi possedere valori incompatibili tra di loro, senza essere consapevoli della contraddizione. Diventiamo consapevoli della loro inadeguatezza come base per un’azione quando, in un momento di crisi, ci rendiamo conto che non possiamo decidere tra le linee di

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