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paniere completo e verificato, Panieri di Psicologia Sociale

paniere svolto personalmente e verificato

Tipologia: Panieri

2023/2024

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DOMANDE APERTE PSICOLOGIA SOCIALE
DEFINIZIONE
La psicologia sociale è il ramo della psicologia che studia l’interazione tra le
persone: manifestazioni, cause, conseguenze e processi psicologici coinvolti.
Prendiamo in esame la definizione di psicologia sociale di Smith & Mackie : “la
psicologia sociale è lo studio scientifico degli effetti dei processi sociali e cognitivi
sul modo in cui gli individui percepiscono gli altri, li influenzano e si pongono in
relazione con loro”. Oppure consideriamo anche la definizione di Allport: “La
psicologia sociale è l’indagine scientifica di come pensieri, sentimenti e
comportamenti degli individui siano influenzati dalla presenza oggettiva,
immaginata o implicita degli altri”. primissimi esordi della psicologia sociale
risalgono probabilmente a un gruppo di studiosi tedeschi influenzati dal filosofo
Hegel, che si diedero il nome di demopsicologi. Nel 1860 Steinthal e Lazarus
fondarono una rivista dedicata alla Volkerpsychologie, e si occupava della mente
collettiva, piuttosto che sulla mente individuale. Intorno agli anni ’20 divenne
celebre l’idea di mente di gruppo, sostenuta in modi leggermente diversi da
Gustav Le Bon (1896-1908) e da William McDougall (1920). Gli autori
sostenevano che le persone, nella folla o in situazioni collettive o di gruppo, si
comportano in modo antisociale o aggressivo, poiché sotto il controllo della
mente di gruppo. A pubblicare i primi manuali di psicologia sociale, molto diversi
per i temi trattati da quelli attuali (istinti, emozioni primarie, natura dei
sentimenti, condotta morale, ecc) sono stati lo psicologo inglese William
McDougall (1908) e il sociologo E.A. Ross (1908) in America. La pubblicazione
che più ha segnato la nascita della psicologia sociale come scienza fu l’agenda
per la disciplina di Floyd Allport (1924): sostenne che la psicologia sociale si
sarebbe diffusa solo diventando una scienza sperimentale. Un tema classico che
ha destato subito un vivo interesse tra gli psicologi sociale è lo studio degli
atteggiamenti. Famoso è il programma di Yale sulla modifica degli
atteggiamento diretto da Carl Hovland per scoprire le tecniche della propaganda.
Un altro tema rilevante è stato lo studio del comportamento individuale nei
gruppi. Si pensi ai lavori di Kurt Lewin (spesso considerato padre della psicologia
sociale). Più recentemente l’attenzione è ricaduta sullo studio dei processi di
gruppo e delle relazioni intergruppo. Studi classici a questo proposito sono di
Sherif e Sherif a proposito di cooperazione, competizione e conflitto (1953), di
Tajfel e Turner (1979) sulla categorizzazione sociale e dell’identità nella vita di
gruppo, e sul ruolo dell’autoritarismo nel pregiudizio e nella discriminazione
(Adorno et al., 1950). Un altro tema di interesse centrale per la psicologia sociale
riguarda l’influenza reciproca tra le persone e le modalità con cui i gruppi
sviluppano norme influenzano i loro membri (celebre è l’esperimento di Scherif,
1935), di Solomon Ash (1951), di Stanley Milgram (1963), di Philip Zimbardo
(1971), di Serge Moscovici (1980). - Altrettanto importanti gli studi inerente le
relazioni interpersonali e alle esperienze importanti (amicizia, amore, relazioni
romantiche e disperazione. Nonostante la psicologia sociale sia nata in Europa, la
crescita economica degli USA, accanto all’ascesa del fascismo e allo scoppio
della Seconda Guerra Mondiale distrusse ogni tentativo di espansione,
supportato anche dal massiccio esodo di accademici ebrei e tedeschi progressisti
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DOMANDE APERTE PSICOLOGIA SOCIALE

DEFINIZIONE

La psicologia sociale è il ramo della psicologia che studia l’interazione tra le persone: manifestazioni, cause, conseguenze e processi psicologici coinvolti. Prendiamo in esame la definizione di psicologia sociale di Smith & Mackie : “la psicologia sociale è lo studio scientifico degli effetti dei processi sociali e cognitivi sul modo in cui gli individui percepiscono gli altri, li influenzano e si pongono in relazione con loro”. Oppure consideriamo anche la definizione di Allport: “La psicologia sociale è l’indagine scientifica di come pensieri, sentimenti e comportamenti degli individui siano influenzati dalla presenza oggettiva, immaginata o implicita degli altri”. primissimi esordi della psicologia sociale risalgono probabilmente a un gruppo di studiosi tedeschi influenzati dal filosofo Hegel, che si diedero il nome di demopsicologi. Nel 1860 Steinthal e Lazarus fondarono una rivista dedicata alla Volkerpsychologie, e si occupava della mente collettiva, piuttosto che sulla mente individuale. Intorno agli anni ’20 divenne celebre l’idea di mente di gruppo, sostenuta in modi leggermente diversi da Gustav Le Bon (1896-1908) e da William McDougall (1920). Gli autori sostenevano che le persone, nella folla o in situazioni collettive o di gruppo, si comportano in modo antisociale o aggressivo, poiché sotto il controllo della mente di gruppo. A pubblicare i primi manuali di psicologia sociale, molto diversi per i temi trattati da quelli attuali (istinti, emozioni primarie, natura dei sentimenti, condotta morale, ecc) sono stati lo psicologo inglese William McDougall (1908) e il sociologo E.A. Ross (1908) in America. La pubblicazione che più ha segnato la nascita della psicologia sociale come scienza fu l’agenda per la disciplina di Floyd Allport (1924): sostenne che la psicologia sociale si sarebbe diffusa solo diventando una scienza sperimentale. Un tema classico che ha destato subito un vivo interesse tra gli psicologi sociale è lo studio degli atteggiamenti. Famoso è il programma di Yale sulla modifica degli atteggiamento diretto da Carl Hovland per scoprire le tecniche della propaganda. Un altro tema rilevante è stato lo studio del comportamento individuale nei gruppi. Si pensi ai lavori di Kurt Lewin (spesso considerato padre della psicologia sociale). Più recentemente l’attenzione è ricaduta sullo studio dei processi di gruppo e delle relazioni intergruppo. Studi classici a questo proposito sono di Sherif e Sherif a proposito di cooperazione, competizione e conflitto (1953), di Tajfel e Turner (1979) sulla categorizzazione sociale e dell’identità nella vita di gruppo, e sul ruolo dell’autoritarismo nel pregiudizio e nella discriminazione (Adorno et al., 1950). Un altro tema di interesse centrale per la psicologia sociale riguarda l’influenza reciproca tra le persone e le modalità con cui i gruppi sviluppano norme influenzano i loro membri (celebre è l’esperimento di Scherif, 1935), di Solomon Ash (1951), di Stanley Milgram (1963), di Philip Zimbardo (1971), di Serge Moscovici (1980). - Altrettanto importanti gli studi inerente le relazioni interpersonali e alle esperienze importanti (amicizia, amore, relazioni romantiche e disperazione. Nonostante la psicologia sociale sia nata in Europa, la crescita economica degli USA, accanto all’ascesa del fascismo e allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale distrusse ogni tentativo di espansione, supportato anche dal massiccio esodo di accademici ebrei e tedeschi progressisti

verso gli Stati Uniti. Intorno agli anni ‘50, gli Stati Uniti fornirono risorse all’Europa per (ri)costruire i centri di psicologia sociale (l’Europa diventò un avamposto della psicologia sociale americana). La psicologia sociale europea, comprensibilmente, mostrò subito maggiore interesse alle relazioni intergruppo e ai gruppi, mentre gli americani, distanti da grandi conflitti interni, erano maggiormente interessati alla psicologia delle relazioni interpersonali e agli individui. A partire dagli anni Sessanta furono organizzati in Europa importanti meeting, dai quali esitò anche la costituzione dell’Associazione Europea di psicologia sociale .sperimentale, avente come obiettivo quello di promuovere la psicologia sociale in Europa. Dagli anni Settanta la psicologia sociale europea ha conosciuto una rinascita forte e continuativa. L’Europa ha sicuramente contribuito allo sviluppo della disciplina a livello internazionale. PRINCIPI MOTIVAZIONALI E DI ELABORAZIONE MOTIVAZIONALI. Mentre costruiscono la realtà, influenzano gli altri e ne sono influenzati, gli individui sono mossi da tre motivazioni fondamentali: 1) L’acquisizione della padronanza -> ogni individuo cerca di comprendere e prevedere gli eventi del mondo sociale in cui si vive al fine di ottenere svariati tipi di ricompense (riuscire a controllare gli eventi della nostra vita e procurarci vantaggi) 2) La ricerca dell’affiliazione -> ogni individuo si impegna a creare e a mantenere sentimenti di reciproco sostegno, simpatia e accettazione con coloro che ama e stima. 3) La valorizzazione di “me e il mio” -> questo principio ci spinge a vedere in una luce positiva noi stessi e qualsiasi cosa o persona a noi connessa (come la sua famiglia, la sua squadra, la nazione o i beni che possiede). ELABORAZIONE. L’azione e il funzionamento dei processi cognitivi e sociali viene descritta da tre principi di elaborazione. 1) Conservatorismo: la visione del mondo di individui e gruppi è lenta a cambiare e tende a perpetuare se stessa (le opinioni consolidate sono lente a cambiare). 2) Accessibilità: le informazioni accessibili producono vasti effetti e l’influenza maggiore sui nostri pensieri, sentimenti e comportamenti. In molte situazioni ciò che ci viene in mente subito è qualcosa a cui stavamo già pensando. 3) Superficialità o profondità: l’elaborazione può essere superficiale o approfondita (in genere le persone agiscono sotto l’influsso del «pilota automatico», ma quando sono motivate, ad esempio se gli eventi non corrispondono alle nostre aspettative, si prendono il tempo necessario per elaborare l’informazione più in profondità). METODO DI RICERCA: TEORIA E METATEORIA La psicologia sociale utilizza il metodo scientifico per studiare il comportamento umano. Sebbene ciò includa una serie di metodi empirici per raccogliere dati, provare ipotesi e costruire teorie, viene privilegiata la sperimentazione poiché è il metodo migliore per scoprire i rapporti causa-effetto. Tuttavia i metodi si combinano per indagare i problemi e il pluralismo metodologico è molto apprezzato. La psicologia sociale è animata da dibattiti accesi e impegnativi che ruotano intorno all’etica dei metodi di ricerca, ai metodi di ricerca adatti alla comprensione del comportamento umano, alla validità e alla forza delle teorie psicosociali e al tipo di teorie propriamente psicologico-sociali. Cos’è la teoria? È

IL PENSATORE SOCIALE

La psicologia sociale ha da sempre proposto teorie dell’attività cognitiva per spiegare il comportamento sociale. Dalla fine degli anni Settanta, questo approccio, definito cognizione sociale domina la disciplina e ha un fortissimo impatto sulla psicologia sociale. La cognizione sociale ha assunto negli anni forme differenti. Il pensatore sociale è stato visto come: 1) Il ricercatore di coerenza (anni ’50-’60) fa riferimento ad autori quali Abelson, Festinger e Heider

  1. Lo scienziato ingenuo (anni ’70), autori quali Bem, Rotter, Jones e Davis e altri
  2. L’economizzatore di risorse cognitive (anni ’80) Nisbet e Ross, Taylor 4) Il tattico-conoscitore motivato (anni ’90) Fiske e Taylor, Petty e Cacioppo, Kruglanski 5) Attore “attivato” (anni 2000) Greenwald et al. La coerenza cognitiva è un modello secondo cui le persone cercano di ridurre l’incoerenza tra le proprie cognizioni, poiché la trovano spiacevole. Queste teorie persero popolarità negli anni Sessanta, quando ci si rese conto che le persone possiedono una notevole tolleranza nei confronti della coerenza cognitiva. 2. Venne quindi adottato il modello dello scienziato ingenuo, secondo cui le persone svolgono analisi causa-effetto razionali e di tipo scientifico per comprendere il proprio mondo. Questo modello sta alla base delle teorie attribuzionali del comportamento sociale (processi di individuazione di una causa alla base del nostro comportamento o di quello degli altri); In seguito, la ricerca lasciò intendere che le persone fossero scienziati molto imprecisi, e le persone manifestano dei limiti nel modo in cui esse elaborano le informazioni. Talvolta sono economizzatori cognitivi che imboccano ogni sorta di scorciatoie cognitive; talaltra sono tattici motivati, che scelgono, sulla base dei propri obiettivi, motivi e necessità, tra una gamma di strategie cognitive. 4. Uno sviluppo recente della cognizione sociale è la neuroscienza sociale (indagine sulle basi neurologiche dei processi tradizionalmente esaminati dalla psicologia sociale. PRIMACY E REGENCY La formazione delle impressioni e la percezione della persona sono aspetti importanti della cognizione sociale. Le impressioni sugli altri sono influenzati: 1) Dalla tipologia di TRATTI (centrali o periferici). Secondo Solomon Asch (1946) esiste un gran numero di attributi correlati nelle nostre menti a un gran numero di altri attributi, distinti in tratti centrali e tratti periferici (i tratti centrali hanno un’influenza maggiore sulla configurazione delle impressioni finali). • Secondo George Kelly (1955), però, le impressioni si sviluppano anche sulla base di costrutti personali, ossia modi personali e idiosincratici con cui si rappresentano gli alti (si possono formulare più teorie implicite della personalità). Quando le persone non sono sicure della natura della situazione sociale in cui si trovano utilizzano gli schemi, ovvero una scorciatoia cognitiva: quando possediamo un numero limitato di informazioni, il nostro schema riempie gli spazi vuoti. Le teorie implicite di personalità sono un tipo di schema composto dalle nostre idee su quali tipi di tratti di personalità si accordano tra loro (Asch, 1946). Si tende a utilizzare due schemi generali: il primo riguarda il “calore umano” il secondo la “competenza” (es. una persona competente è vista anche come potente). Si formano culturalmente, quindi in ogni cultura troveremo diverse teorie implicite

di personalità. 2) Dall’ordine di presentazione delle informazioni, effetto primacy molto diffuso (le informazioni comunicate per prime hanno una maggiore influenza sulla cognizione sociale, ad esempio l’aspetto delle persone ha un impatto immediato e ci influenza enormemente) e recency, meno diffuso (capita quando il destinatario è distratto, quindi le informazioni comunicate per ultime hanno una maggiore influenza). SCHEMA SOCIALE Un’attività mentale comune a tutti noi è la memorizzazione, sotto forma di schemi, di informazioni riguardanti noi stessi e gli altri, eventi e luoghi. Gli schemi sono strutture cognitive che rappresentano la conoscenza di persone, oggetti, eventi, ruoli e di se stessi. Ogni volta che facciamo ricorso a uno schema, le nostre tendenze sistematiche si assicurano che esso non sia minacciato dal modo in cui elaboriamo informazioni e facciamo inferenze. Utilizziamo diversi tipi di schema: Schemi di persona: idiosincratici che formiamo su persone specifiche (pensiamo a un nostro amico e quali pensieri, atteggiamenti ecc. associamo). • Schemi di ruolo: strutture conoscitive che riguardano chi ricopre un ruolo (ad esempio, anche se spesso sono perfetti sconosciuti, i medici possono farci domande personali e chiederci di spogliarci). • Script: schemi del proprio sé, sono più complessi e diversificati rispetto agli schemi che riguardano gli altri. • Schemi senza contenuto: non descrivono persone o categorie, ma sono regole per elaborare le informazioni (ad esempio, come l persone spiegano i comportamenti della gente). EURISTICA L’inferenza sociale è un processo largamente guidato dallo schema: significa che traiamo conclusioni a sostegno di schemi di cui già disponiamo. Usiamo scorciatoie cognitive (euristiche) piuttosto che elaborare l’informazione in modo adeguato. EURISTICA: scorciatoie cognitive che, nella maggior parte dei casi, forniscono alla maggioranza delle persone capacità di produrre inferenze sufficientemente accurate. Euristica della disponibilità (gli eventi o le associazioni che vengono in mente con facilità sono considerati più comuni e diffusi di quanto non siano realmente). Formare giudizi rapidi sulla probabilità degli eventi, porta Attribuire peso eccessivo a una situazione vivida e perciò, per esempio, aver paura di cose sbagliate. Es. entrambi i coniugi sovrastimano il proprio contributo personale alle attività domestiche, in quanto ricordano con più facilità esempi positivi del proprio comportamento (Ross e Sicoly, 1979) • le persone valutano come cause di morte più frequenti eventi drammatici o accidentali come omicidi o atti terroristici rispetto a malattie cardiocircolatorie (Slovic, Fischoff e Lichtenstein, 1976). ATTORE-OSSERVATORE E FALSO CONSENSO Il nostro modo di fare attribuzioni comporta una siere di tendenze sistematiche ed errori. Effetto attore-osservatore (Jones e Nisbet, 1972) tendenza ad attribuire

riguardanti un outgroup a qualità essenziali e immutabili della personalità dei suoi membri. RAPPRESENTAZIONI SOCIALI E COSPIRAZIONE TEORIA DELLE RAPPRESENTAZIONI SOCIALI. Serge Moscovici (1988), nella sua teoria delle rappresentazioni sociali, descrive uno dei modi in cui si può sviluppare una conoscenza culturalmente determinata a proposito delle cause dei fenomeni sociali. Le rappresentazioni sociali sono spiegazioni basate sul senso comune a proposito del mondo in cui viviamo, condivise dai membri di un gruppo; si sviluppano attraverso la comunicazione informale tra le persone per trasformare ciò che è ignoto e complesso in qualcosa di facile e familiare. Le rappresentazioni sociali sono distorsioni semplificate e spesso ritualizzate della reale natura del mondo. Un esempio è l’Unione Europea, nata per questioni economiche, ma oggi parte di un discorso accettato e comune che spesso dà maggiore enfasi ai temi dell’identità nazionale ed europea. TEORIA DELLA COSPIRAZIONE. Il modo attraverso cui le rappresentazioni sociali si sviluppano attraverso la comunicazione informale ricorda come si sviluppano e diffondono le voci (informazioni non verificate diffuse tra individui che cercano di capire eventi incerti e confusi). La trasmissione delle voci è caratterizzata da livellamento, affinatura e assimilazione; la diffusione di ina voce contribuisce a diminuire l’incertezza e lo stress che viviamo e a costruire integrazione sociale. Le voci hanno una fonte, che spesso le produce intenzionalmente per una ragione specifica, solitamente per screditare una persona o un gruppo. Un caso molto noto è la produzione e diffusione di teorie della cospirazione. Teorie della cospirazione: spiegazioni di eventi diffusi, complessi e preoccupanti in termini in termini di azioni premeditate da parte di piccoli gruppi di cospiratori altamente organizzati. I cospiratori hanno l’obiettivo di rovinare e quindi dominare il resto dell’umanità (un esempio è il mito della cospirazione del mondo ebraico, riaffiora periodicamente ed è spesso associata alla persecuzione degli ebrei). AUTOCONSAPEVOLEZZA Duval e Wicklund (1972) definiscono la consapevolezza di sé come uno stato in cui si è coscienti di sé come di un oggetto, per cui si parla di autoconsapevolezza oggettiva. In tale stato di autoconsapevolezza effettuate un confronto tra come siete in realtà e come vi piacerebbe essere. Il risultato spesso è la scoperta dei propri limiti, che le persone cercano di correggere; a volte può essere molto difficile, però, quindi le persone, non riuscendoci, smettono di provarci, con una conseguente riduzione delle motivazione. Carver e Scheier (1981) elaborarono una teoria del l’autoconsapevolezza, distinguendo tra due tipi di sé: 1) sé privato => i nostri pensieri, sentimenti e atteggiamenti privati 2) sé pubblico => il modo in cui le persone ci vedono, la nostra immagine pubblica L’autoconsapevolezza privata ci porta ad adattare il nostro comportamento ai nostri modelli interiori, mentre l’autoconsapevolezza pubblica è orientata verso l’autopresentazione di noi stessi sotto una luce positiva. L’autoconsapevolezza può giovarci quando i modelli a cui ci paragoniamo non sono troppo impegnativi (ad esempio ci confrontiamo con canoni derivati dalla «maggior parte degli altri» oppure da persone meno fortunate di noi). Il contrario dell’autoconsapevolezza oggettiva è

lo stato di ridotta autoconsapevolezza oggettiva, identificata come una componente chiave della deindividuazione (processo attraverso cui le persone perdono il senso della propria identità individuale frutto della socializzazione e assumono comportamenti asociali quando non antisociali). SE’ RIFLESSO La visione secondo cui il sé emerge attraverso l’interazione sociale è incarnata dalla nozione di interazionismo simbolico di Mead (1934). Per Mead la società influenza il modo in cui gli individui pensano a se stessi, un processo continuamente aggiornato mentre interagiamo con altre persone. Poiché la formazione del nostro concetto di sé proviene dal vedere noi stessi come ci vedono gli altri (Sé riflesso), il modo in cui giudichiamo noi stessi dovrebbe essere intimamente connesso al modo in cui giudichiamo gli altri. Dagli studi emerge che le persone non vedono se stesse come gli altri le vedono, ma piuttosto come pensano che gli altri le vedano. ADORNO La psicoanalisi fece emergere un problema: il sé e l’identità erano connessi a dinamiche complesse, nascoste in profondità. Secondo Freud gli impulsi asociali ed egoistici dell’Es sono repressi e tenuti sotto controllo dalle norme interiorizzate provenienti dalla nostra società (il Super-Io), ma ogni tanto emergono in superficie. Solo tramite l’ipnosi o la psicoterapia si può conoscere se stessi e i pensieri repressi. Queste teorie hanno influenzato lo sviluppo di alcune teorie, come la teoria della personalità autoritaria di Adorno. Gli psicologi hanno discusso a lungo circa la caratteristica individuale o collettiva del sé. Per molto tempo ha prevalso l’idea del sé individuale (gruppi come insiemi di singoli individui, piuttosto che individui con un senso collettivo dell’identità condivisa). LA CONSIDERAZIONE DEL SE’ NELLA STORIA Fino al Medioevo il quadro descritto da era quello di una società in cui i rapporti erano immutabili, stabili e legittimati in termini religioso (Roy Baumestier 1987). Il sé era qualcosa di complesso e nascosto nell’intimo e difficile da prendere in considerazione. Tutto ciò cambiò a partire dal sedicesimo secolo, a causa di vari fattori: • la secolarizzazione (quindi l’idea di realizzazione personale nella vita terrena, non più nell’aldilà), • l’industrializzazione (persone considerate come unità di produzione che si sarebbero spostate da un posto all’altro), • l’illuminismo (si poteva migliorare la propria vita sovvertendo sistemi di valori ortodossi e regimi oppressivi, cfr. rivoluzione francese e americana), • la psicoanalisi (secondo Freud il sé era insondabile, nascosto nell’inconscio). Su questo terreno fertile fiorirono le teorie del sé e dell’identità. PENSIERO RIFLESSIVO Conoscere la nostra identità regola e organizza il modo in cui interagiamo con gli altri. Si tratta del pensiero riflessivo, cioè la capacità di riflettere attorno al nostro pensiero, a differenziarci da tutti gli altri animali. Pensiero riflessivo significa che possiamo pensare a proposito di noi stessi, a chi siamo, a come ci piacerebbe

ridotta. In assenza di fattori esterni a cui poter attribuire il nostro comportamento supponiamo di aver scelto quel comportamento perché ci piaceva (motivazione intrinseca) => EFFETTO DI SOVRAGIUSTIFICAZIONE. HIGGINS Secondo la teoria della discrepanza del sé la differenza tra le guide del sé e ciò che in pratica pensiamo di essere determina il nostro benessere emotivo. L’esistenza di discrepanze determina delle reazioni emotive. Esempio. Un sé ideale atletico e snello e la constatazione di avere la pancetta e qualche chilo di troppo. Se pensiamo che magrezza sia associato a bellezza, i chili di troppo ci faranno sentire inadeguati e brutti. Nel caso di una contrapposizione tra sé effettivo e sé ideale i sentimenti saranno di delusione e depressione. Nel caso di una contrapposizione tra sé effettivo e sé imperativo i sentimenti saranno di imbarazzo e senso di colpa. Esempio. Abbiamo tenuto il resto in più che il commesso ci ha dato, mentre sappiamo che restituirlo significa essere onesti: proveremo vergogna per il nostro gesto. Se emergono delle discrepanze dal confronto, ci impegniamo nella regolazione del sé. Le discrepanze relative al confronto tra realtà e ideale può deprimerci, tra realtà e norma può renderci ansiosi. La teoria della discrepanza del sé e il concetto generale di regolazione del sé hanno avuto un successivo sviluppo nella teoria basata sull’autoregolazione (Higgins, 1997): le persone usano strategie di regolazione del sé separati per portarsi al livello dei propri modelli e obiettivi per mezzo di un sistema di promozione o un sistema di prevenzione. PROMOZIONE: Si è motivati a concretizzare la proprie speranze e aspirazioni, quindi i propri ideali. Vi concentrerete sugli eventi positivi. Si tende ad adottare una strategia di avvicinamento per realizzare i propri obiettivi (ad esempio, cercare di migliorare i vostri voti, trovare nuove sfide ecc.). PREVENZIONE: Si è motivati ad adempiere ai propri doveri e obblighi, cioè alle norme. Si tende a concentrarsi sugli eventi negativi. Si tende ad adottare una strategia di allontanamento per realizzare i propri obiettivi (ad esempio, cercare di evitare nuove situazioni o nuove persone e ci si concentra di più su come evitare il fallimento piuttosto che su come ottenere il voto più alto possibile). Le persone orientate alla promozione cercano di ispirarsi a modelli di ruolo positivi, che danno enfasi alle strategie utili per raggiungere il successo. La differenza tra un orientamento e l’altro sorge durante l’infanzia. SE IL MONDO IN CUI REALMENTE VIVETE….. ( VEDI HIGGINS) OTTENERE UN SE’ COERENTE Sebbene facciamo esperienza di sé differenti in contesti differenti, lavoriamo anche per un concetto di sé coerente in grado di interagire con i nostri sé. La

coerenza agisce da leitmotiv delle nostre vite: un’autobiografia che cuce insieme le nostre varie identità e i vari sé per ottenere una persona completa. Per le persone caratterizzate da sé molto frammentati (come chi soffre di schizofrenia, di amnesia o del morbo di Alzheimer) è estremamente difficile funzionare in modo efficace. Per ottenere un senso coerente del sé si utilizzano molte strategie. Ecco una serie di stratagemmi: 1) Circoscrivere la nostra vita a un insieme limitato di contesti: ridurre il numero di contesti per proteggersi dai conflitti attorno al concetto di sé; 2) Rivedere e integrare costantemente al vostra «autobiografia» per accogliere nuove identità: in tal modo vi liberate di ogni incoerenza e riscrivete la vostra storia per farla funzionare a vostro piacimento; 3) attribuire i cambiamenti del proprio sé a fattori esterni, applicando l’effetto attore-osservatore (tendenza ad attribuire i propri comportamenti a cause esterne e i comportamenti degli altri a cause interne). BREWER E GARNER Brewer e Gardner (1996) hanno distinto 3 forme di sé: 1) Il sé individuale, definito da attributi peculiari 2) Il sé collettivo , condivide con i membri dell’ingroup gli attributi che li distinguono dagli outgroup 3) Il sé relazionale, si definisce in base alle relazioni con altre persone significative Sebbene facciamo esperienza di sé differenti in contesti differenti, lavoriamo anche per un concetto di sé coerente in grado di interagire con i nostri sé. IDENTITA’ SOCIALE E PERSONALE È evidente un modo in cui differenti tipi di sé e di attributi del sé si intersecano con i livelli di identità (sociale vs. personale) e tipi di attributi (identità vs. relazione). ATTRIBUTI DI IDENTITA’: Identità sociale: Sé collettivo (Attributi condivisi con altri che differenziano gli individui da un outgroup specifico o dagli outgroup in generale). Sé individuale (Attributi unici del sé che differenziano l’individuo da specifici individui o da altri individui in generale). ATTRIBUTI DI RELAZIONE. Sé relazione collettivo (Attributi che definiscono come il sé in quanto membro ingroup abbia legami con altri membri ingorup o outgroup). Identità personale. Sé relazionale individuale (Attributi che definiscono come il sé in quanto unico individuo abbia legami con altri in qualità di individui). DIFFERENZA IDENTITA’ SOCIALE E PERSONALE Già nel 1971, Kenneth Gergen, nel suo libro «The concept of self» descrive il concetto di sé come un repertorio di identità relativamente separate e spesso piuttosto diversificate, ognuna con un distinto insieme di conoscenze. I nostri sé differiscono in complessità. I teorici dell’identità sociale (Tajfel e Turner, 1979) hanno sostenuto che esistono due ampie classi di identità capaci di definire differenti tipi di sé: 1) identità sociale (quella parte del concetto di sé che deriva dalla nostra appartenenza ai gruppi sociali), 2) identità personale (il sé definito in base ad attributi personali peculiari o a peculiari relazioni interpersonali). PROTEGGERE IL SE’ E GLI ASPETTI POSITIVI

motivati all’autoaccrescimento, che è utile all’autostima, a sua volta un elemento chiave del concetto di sé. AUTOSTIMA E IDENTITA’ SOCIALE È la valutazione, positiva o negativa, che un individuo dà di se stesso. La valutazione complessiva del sé è influenzata da forti motivazioni a pensare bene di se stessi. Si tratta di una sopravvalutazione di se stessi, e delle conseguenze positive che derivano dal possesso di determinate caratteristiche => è una distorsione percettiva. Queste distorsioni influiscono anche sugli effetti delle diverse esperienze sull’autostima (ad esempio, gonfiare il nostro contributo a un progetto comune). L’autostima è strettamente collegata all’identità sociale: grazie all’identificazione con un gruppo, il prestigio e lo status sociale si incardinano nel concetto di sé di un individuo. In generale, alcune persone hanno un’autostima più alta di altre. Le persone con un’elevata autostima hanno un chiaro e stabile senso del sé e puntano all’autoaccrescimento; le persone con bassa autostima hanno un concetto di sé meno chiaro e mirano a proteggersi. Jeff Greenberg e i suoi colleghi hanno indicato una ragione interessante, ma alquanto sconfortante, che porta le persone alla ricerca dell’autostima: la volontà di superare la paura della morte. Nella loro teoria della gestione del terrore, essi sostengono che essere consapevoli dell’ineluttabilità della morte è la vera minaccia fondamentale affrontata dalle persone e quindi il fattore motivazionale più forte nell’esistenza umana. L’autostima è parte della difesa contro tale minaccia. La ricerca dell’autostima è motivata anche da una seconda ragione: è un ottimo indice, un rilevatore interno dell’accettazione e dell’inclusione sociale, piuttosto che del rifiuto o dell’accettazione. Mark Leary si è riferito a questo aspetto dell’autostima come a un “sociometro”. AUTOSTIMA E ACCRESCIMENTO La ricerca indica che di solito le persone hanno un’opinione favorevole di sé; per esempio le persone minacciate o ansiose esibiscono quello che Del Paulhus e Haren Levit definirono egotismo automatico: un’immagine ampiamente positiva di sé. Le persone sovrastimano i propri punti forti, il controllo sugli eventi e sono ottimiste in modo irrealistico => triade dell’autoaccrescimento. Una tendenza sistematica positiva, basata su illusioni positive, è psicologicamente adattativa. Le persone senza questi sostegni psicologici sono predisposte alla depressione e ad altre forme di disturbo mentale. AUTOSTIMA ALL’INTERNO E ALL’ESTERNO Secondo il modello della costanza dell’auto-valutazione (Tesser, 1988) (cfr. Lezione 13) questo dipenderà dalla vicinanza dell’altra persona e dall’importanza dell’attributo in questione per la persona. Non sempre abbiamo la possibilità di scegliere con chi confrontarci. Spesso nel confronto sociale si sceglie la persona con cui ci si confronta, evitando paragoni che ci svalutino, ma cercando di trovare un termine di paragone che metta in risalto le nostre doti e capacità. Le

tattiche adottate consistono nel: • mettere distanza tra noi e coloro che hanno successo • utilizzare confronti al ribasso, paragonandoci con persone che hanno minor successo. Dall’interno l’autostima è influenzata dall’autoaccrescimento: La ricerca indica che di solito le persone hanno un’opinione favorevole di sé; per esempio le persone minacciate o ansiose esibiscono quello che Del Paulhus e Haren Levit definirono egotismo automatico: un’immagine ampiamente positiva di sé. Le persone sovrastimano i propri punti forti, il controllo sugli eventi e sono ottimiste in modo irrealistico => triade dell’autoaccrescimento. Una tendenza sistematica positiva, basata su illusioni positive, è psicologicamente adattativa. Le persone senza questi sostegni psicologici sono predisposte alla depressione e ad altre forme di disturbo mentale. AUTOESPRESSIONE E AUTOPRESENTAZIONE Quando le persone si impegnano nell’autoespressione, cercano di manifestare o rivelare il proprio concetto di sé attraverso le loro azioni. Ecco perché l’autoespressione consiste nella motivazione per scegliere comportamenti tesi a manifestare o rivelare il concetto di sé. L’autoespressione conferma e rafforza il senso di sé individuale e lo trasmette agli altri. Le ricerche hanno infatti confermato che le persone preferiscono scegliere di entrare in situazioni sociali che consentono loro di agire in maniera conforme al loro concetto si è (se per me è importante difendere il benessere degli animali, scelgo di fare volontariato presso la Protezione Animali, oppure in generale scelgo un partner che accetti l’immagine che ho di me). ESEMPI (Cercate di essere d’accordo con le opinioni della gente (la somiglianza accresce l’attenzione, come vedremo più avanti), ma fatelo in maniera credibile a) Siate d’accordo su temi importanti, ma mantenete divergenze su questioni banali; b) Bilanciate accordo pieno e disaccordo lieve, Siate modesti in modo selettivo, ma fate attenzione: a) A prendervi gioco della vostra posizione su questioni prive di importanza; b) A essere critici nei vostri riguardi in aree non molto importanti. 3) Cercate di non apparire alla disperata ricerca dell’approvazione altrui. Cercate di fa sì che siano altri a fare l’autopresentazione strategica per voi. Se è lasciata a voi, usate questa strategia con cautela. Non usatela quando è prevedibile. 4) Godere di gloria riflessa funziona, eccome. Fate occasionali riferimenti ai vostri legami con persone vincenti. Riferitevi invece ai perdenti solo quando questo collegamento non può essere usato contro di voi. AUTOPRESENTAZIONE. I sé si costruiscono, modificano e manifestano attraverso l’interazione con gli altri. Poiché il sé che proiettiamo ha conseguenze per le reazioni degli altri, cerchiamo di controllarne la presentazione. L’AUTOPRESENTAZIONE è la scelta intenzionale di comportamenti volti a creare negli altri l’impressione di sé che si desidera. Accattivarsi il favore altrui e autopromuoversi: ecco due degli scopi più comuni dell’interazione sociale. Ci sono modi per farlo senza essere smaccati. Ci sono due classi generali di motivazioni alla base dell’autopresentazione: strategica ed espressiva. L’autopresentazione strategica si focalizza sulla manipolazione delle percezioni che gli altri hanno di noi. Le motivazioni espressive per l’autopresentazione coinvolgono la dimostrazione e la conferma del nostro concetto di sé attraverso le nostre azioni: il centro focale è più su se stessi che

vendute in tutte le gelaterie della nostra città, noi sappiamo che ci piace e per questo entreremo in gelateria. Funzione strumentale => Un atteggiamento positivo verso il gelato al cioccolato rende più probabile che ci fermeremo in gelateria ad acquistarne uno, di converso un atteggiamento negativo ci farebbe passare oltre senza fermarsi. Funzione di identità sociale => Faccio parte del gruppo «il cioccolato fa male», quindi non mangio il gelato al cioccolato perché porto avanti l’ideologia del gruppo al quale appartengo. Funzione di gestione delle impressioni => Se ritengo che mangiare in pubblico il gelato al cioccolato alla mia età sia sconveniente, eviterò di entrare in gelateria. ATTEGGIAMENTI ESPICITI ED IMPLICITI Espliciti. Atteggiamento relativo a un determinato oggetto che le persone esprimono apertamente e deliberatamente attraverso il comportamento o autodescrizioni. Su alcuni oggetti di atteggiamento sensibili (ad esempio, il consumo di alcolici da parte dei minorenni o il sesso non protetto) le persone tendono a non ammettere di avere un atteggiamento negativo**. In questo caso, i ricercatori utilizzano alcune tecniche per aggirare la volontà delle persone di tenere nascosto ciò che veramente pensano. ** In base alla teoria della Desiderabilità sociale di Rosenberg (1969) le persone tendono ad agire in modo da apparire migliori. Impliciti. La valutazione automatica e incontrollabile, positiva o negativa, su un particolare oggetto di atteggiamento. L’attraverso l’elettromiografia (EMG) è possibile misurare l’attività involontaria dei muscoli intorno alla bocca e alle sopracciglia in relazione a particolari temi. Gli atteggiamenti impliciti possono essere misurati anche attraverso test basati sul priming e sullo IAT (Implicit Association Test). TRE CARATTERISTICHE ATTEGGIAMENTI Secondo il modello a tre componenti, l’atteggiamento è composto da una: 1) Componente cognitiva (pensiero): Consiste nelle convinzioni («beliefs» rispetto a un oggetto), nelle associazioni percepite tra un oggetto di atteggiamento e una serie di attributi positivi o negativi (Esempio: il cioccolato fa bene alla salute e all’umore, fa ingrassare, è un cibo raffinato, è un cibo da donne, ecc.). 2) Componente affettiva (sentimento): Include i sentimenti e le emozioni positive o negative che l’oggetto di atteggiamento suscita (Esempio: il cioccolato suscita piacere, gioia, disgusto, ecc.). 3) Componente comportamentale (azione): Include le intenzioni e gli effettivi comportamenti rispetto all’oggetto di atteggiamento (Esempio: compro sempre il cioccolato, non lo voglio più mangiare, voglio mangiarlo solo nelle grandi occasioni ecc.). Gli atteggiamenti sono: Relativamente stabili: resistono nel tempo e nello spazio (un sentimento temporaneo non è un atteggiamento). Limitati a eventi o a oggetti socialmente significativi. Generalizzabili o almeno parzialmente astratti (ad esempio, provare dolore perché un libro è caduto sul vostro piede non è un atteggiamento. Se a seguito di questo evento provate avversione verso i libri e lo studio, ecco allora che quell’avversione è un atteggiamento). MODELLO TRIPARTITO

Secondo il modello a tre componenti, l’atteggiamento è composto da una: 1) Componente cognitiva (pensiero): Consiste nelle convinzioni («beliefs» rispetto a un oggetto), nelle associazioni percepite tra un oggetto di atteggiamento e una serie di attributi positivi o negativi (Esempio: il cioccolato fa bene alla salute e all’umore, fa ingrassare, è un cibo raffinato, è un cibo da donne, ecc.). 2) Componente affettiva (sentimento): Include i sentimenti e le emozioni positive o negative che l’oggetto di atteggiamento suscita (Esempio: il cioccolato suscita piacere, gioia, disgusto, ecc.). 3) Componente comportamentale (azione): Include le intenzioni e gli effettivi comportamenti rispetto all’oggetto di atteggiamento (Esempio: compro sempre il cioccolato, non lo voglio più mangiare, voglio mangiarlo solo nelle grandi occasioni ecc.). BANDURA La teoria dell’apprendimento sociale. Si basa sul modellamento (Bandura, 1973), ovvero la tendenza di una persona a riprodurre azioni, atteggiamenti e risposte emotive di un modello, tratto dalla vita reale oppure simbolico. Il modellamento richiede l’osservazione. MERA ESPOSIZIONE Effetto della mera esposizione (Zajonc, 1968): l’esposizione ripetuta a un oggetto dà come risultato una maggiore attrazione nei suoi confronti. Questo effetto legato alla semplice esposizione si verifica senza nessuna mediazione inferenziale; infatti, anche quando gli stimoli sono presentati mediante tachistoscopio a livello subliminale, anche se essi non vengono riconosciuti rispetto a stimoli nuovi, sono però valutati più positivamente rispetto ad essi (le reazioni affettive sono indipendenti o precedenti rispetto all'elaborazione cognitiva). Se è vero che la familiarizzazione aumenta l'accettabilità e la positività di elementi nuovi, tuttavia, la sovraesposizione può anche generare noia; inoltre, se fin dall'inizio l'oggetto è stato valutato negativamente, la ripetuta esposizione all'oggetto non fa che intensificare l'atteggiamento negativo. MASS MEDIA Oltre alla famiglia e alla scuola, anche i mass media contribuiscono alla formazione degli atteggiamenti: i mass media hanno arricchito enormemente il flusso di informazioni, ma non sempre sono formativi - essi sono caratterizzati dal fatto che l'oggetto della loro attenzione è immediatamente percepito come rilevante indipendentemente dalle sue caratteristiche. Esempio: Le informazioni relative alla criminalità vengono quasi esclusivamente dalla televisione: la Tv può stimolare il timore di subire violenze. I media creano anche nuovi oggetti verso cui è necessario farsi un atteggiamento. Tuttavia molto dipende dalla ricezione individuale: per esempio, il confronto con diverse fonti d'informazioni è utile per colmare le lacune e dare una valutazione critica (studenti che leggono il giornale piuttosto che guardare la Tv, che quindi hanno un contatto con il mass media meno occasionale e passivo, sono meno acquiescenti e più critici verso la politica del governo).

Fortemente in disaccordo 2) In disaccordo 3) Indeciso 4) D’accordo 5) Fortemente d’accordo. MISURA DIRETTA E INDIRETTA Gli atteggiamenti possono essere misurati in modo DIRETTO o INDIRETTO. MISURE DIRETTE => scale di atteggiamento - Scala di Thrustone - Scala di Likert

  • Scala di Guttman - Il differenziale sematico di Osgood MISURE INDIRETTE => misurare al di là della consapevolezza della persona - Gli indizi corporei - Gli indizi derivati dalle azioni (tecnica del falso collegamento) - Gli atteggiamenti impliciti (test di associazione implicita IAT). TEORIA DEL COMPORTAMENTO RAGIONATO E AZIONE RAGIONATA La teoria dell’azione ragionata (Fishbein e Ajzen) include i seguenti elementi:
  • Norma soggettiva: ovvero il risultato di ciò che l’individuo pensa che gli altri credano. Altre persone significative fungono da orientamento rispetto alla «cosa giusta da fare» («fumare fa male», «l’obesità danneggia la salute»). - Atteggiamento verso il comportamento: basato sulle credenze individuali relative al comportamento specifico e sulle modalità di valutazione di tali credenze («fumare mi fa tossire», «se mangio troppo soffro di gastrite»). - Intenzione comportamentale: una dichiarazione interiore di agire («da domani smetto di fumare», «da domani inizio la dieta») - Comportamento: l’azione eseguita («ho smesso di fumare», «ho iniziato la dieta»). Secondo la teoria, solitamente verrà eseguita un’azione se l’atteggiamento della persona è favorevole e se la norma sociale è di sostegno. Molto importante è l’intenzione personale ad agire. La teoria del comportamento pianificato (Ajzen) suggerisce che la previsione di un comportamento a partire dalla misura di un atteggiamento aumenta se le persone ritengono di aver CONTROLLO su quel comportamento (confronta la rappresentazione grafica della slide successiva). Il controllo del comportamento percepito è il punto fino a cui la persona crede sia facile o difficile compiere un’azione. Ad esempio, le due teorie sono state utilizzate per spiegare la variabilità della volontà delle persone a praticare sesso sicuro. Le ricerche tengono conto della misura in cui le persone sentono di poter controllare il proprio stato di salute. Se una donna sente di poterlo fare, ecco che è più constante nell’utilizzo della cintura di sicurezza, piuttosto che di sottoporsi auna mammografia o nell’uso del contraccettivo. ACCESSIBILITA’ E FORZA DELL’ATTEGGIAMENTO La forza/accessibilità di un atteggiamento porta ad attivarlo con rapidità e in presenza di un richiamo anche minimo. Di conseguenza chi ha un atteggiamento forte non avrà esitazioni a tradurlo in comportamento. L’uso frequente rende l’atteggiamento accessibile, quest’ultimo forma un legame + stretto e forte con l’oggetto, cosicchè l’atteggiamento torna in mente in presenza dell’oggetto. Secondo Fazio (1995), solo un’associazione forte consente l’attivazione automatica di un atteggiamento. Solo gli atteggiamenti attivati possono guidare i successivi processi di elaborazione dell’informazione e il comportamento (cfr. figura 4.1). Il termine «forza» si riferisce solo all’associazione stessa, e non significa che un atteggiamento forte sia necessariamente un atteggiamento

estremistico. L’esperienza diretta con un oggetto di atteggiamento e l’avere un interesse personale nei suoi confronti (ad es. vivere in prossimità di un reattore nucleare) rendono l’atteggiamento più accessibile e incrementano il loro effetto sul comportamento (le persone avranno atteggiamenti più forti e definiti rispetto alla sicurezza dei reattori nucleari). Tanto più pensate a un atteggiamento, quanto più è probabile che esso ricompaia e influenzi il vostro comportamento, agevolando il processo decisionale. Un atteggiamento forte è più accessibile di un atteggiamento debole. Può attivarsi automaticamente ed eserciterà una maggiore influenza sul comportamento. INTENZIONI Dato per scontato che un atteggiamento forte ha più probabilità di tradursi in comportamento, questo tema richiede anche la considerazione di altri fattori rispetto alla specifica componente attitudinale individuale, relativi all'interazione del soggetto con la realtà in cui vive. Una delle teorie che più articolate di come un atteggiamento si traduce in comportamento è sicuramente la Teoria del comportamento pianificato, proposta da Ajzen (1988), uno sviluppo della Teoria dell’azione ragionata (Fishbein e Ajzen, 1975). Secondo queste teorie l’intenzione è il più importante fattore predittivo di quello che sarà il comportamento. La teoria del comportamento pianificato (Ajzen) suggerisce che la previsione di un comportamento a partire dalla misura di un atteggiamento aumenta se le persone ritengono di aver CONTROLLO su quel comportamento (confronta la rappresentazione grafica della slide successiva). Il controllo del comportamento percepito è il punto fino a cui la persona crede sia facile o difficile compiere un’azione. Ad esempio, le due teorie sono state utilizzate per spiegare la variabilità della volontà delle persone a praticare sesso sicuro. Le ricerche tengono conto della misura in cui le persone sentono di poter controllare il proprio stato di salute. Se una donna sente di poterlo fare, ecco che è più constante nell’utilizzo della cintura di sicurezza, piuttosto che di sottoporsi auna mammografia o nell’uso del contraccettivo. La teoria dell’azione ragionata (Fishbein e Ajzen) include i seguenti elementi: - Norma soggettiva: ovvero il risultato di ciò che l’individuo pensa che gli altri credano. Altre persone significative fungono da orientamento rispetto alla «cosa giusta da fare» («fumare fa male», «l’obesità danneggia la salute»). - Atteggiamento verso il comportamento: basato sulle credenze individuali relative al comportamento specifico e sulle modalità di valutazione di tali credenze («fumare mi fa tossire», «se mangio troppo soffro di gastrite»). - Intenzione comportamentale: una dichiarazione interiore di agire («da domani smetto di fumare», «da domani inizio la dieta») - Comportamento: l’azione eseguita («ho smesso di fumare», «ho iniziato la dieta»). Secondo la teoria, solitamente verrà eseguita un’azione se l’atteggiamento della persona è favorevole e se la norma sociale è di sostegno. Molto importante è l’intenzione personale ad agire. DISSONANZA COGNITIVA Quando le persone diventano consapevoli che i loro atteggiamenti, i loro pensieri, e i loro comportamenti sono incoerenti gli uni rispetto agli altri, questa consapevolezza genera uno stato spiacevole, detto dissonanza cognitiva. La