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riassunto del libro il pedagogista Rousseau
Tipologia: Sbobinature
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1) Educazione, pedagogia e teoresi
In educazione non bisogna per nulla lasciarsi affascinare da "ciò che si fa" ( Rousseau, prefazione Emilio ). Soprattutto in pedagogia.
Il termine "educazione" fa riferimento, secondo R. e a tutt'oggi, ad una sistemazione teorico-critico-riflessiva delle esperienze educative presenti e passate di cui si ha traccia nella storia. Ma non ci si deve limitare all'analisi dei rapporti esistenti nelle situazioni determinate (educative e/o pedagogiche). Non si deve neanche ricavare da questo insieme di formalizzazioni una meta-formalizzazione.
Bertagna fa un importante riferimento, relativamente alla presenza di pratiche educative ed elaborazioni pedagogiche, alla mediazione di una assenza. Se l'epistemologia della scienza modern (galileiana) riconduce e riduce l'educazione e la pedagogia al binario che dall'esperienza porta alla scienza, per R. questo è un binario sterile poiché conduce a risultati solo ipotetici data l’unicità dell’esperienza, soprattutto umana.
Il sapere derivato da soluzioni induttive, deduttive o ipotetico-deduttive non porterebbero a “buona e vera” educazione, né a “vera e buona” pedagogia ma solo ad ipotesi, immaginazioni: “fiction”.
Occorre cercare la “verità essenziale”, tutta pura e vera, attraverso una “saggezza che non inganna”; non essendo sempre uguali perché cambiamo, questa saggezza ci guida verso la decisione da prendere che sia “onesta e buona” soprattutto perché liberamente scelta in virtù della sua onestà e bontà. E “l’esercizio della libertà e coscienza di ognuno può beffare le deduzioni più rigorose”.
Quindi R. non “metterà mano all’opera ma alla penna” scrivendo non un’opera di scientia ma un romanzo pedagogico. Non intende dispensare verità sull’educazione e sulla pedagogia; in questo senso troviamo un’implicita critica all’illuminismo razionalistico e al positivismo scientistico. Inoltre, troviamo la necessità di un sostegno alla teoresi, un fondamento extrateoretico che dia alla pedagogia affidabilità nel tempo; in questo senso, incorniciare la verità nella verisimiglianza può consentire di insegnare verità molto più profonde ed integrali di quelle trasmesse dalla scientia. Come fanno le grandi opere della letteratura che non pretendono di essere veri ma stimolano una critica.
Se allora R. non intende l’Emilio come verità “su come stanno le cose e perché”, e quindi non fa riferimento ad una razionalità teoretica, forse si prefigge di suggerire “cosa si può fare” come educatori e pedagogisti; potrebbe fare riferimento alla razionalità tecnica.
Il problema della verità essenziale (pura e vera) non sta nell’ambito del “potere” e del “fare”; egli non intende esplorare ciò che è fattibile con le tecniche, gli strumenti ed i tempi dati e neanche ciò che sarebbe possibile in futuro con nuovi mezzi. In sintesi, non intende mettere in campo il “processo inesauribile della tèchne”.
Ciò che ha epistemologicamente a che fare con il “potere” e con il “fare” è la politica: essa si interessa del fattibile oggi e del possibile praticabile domani. Quindi essa non può condurre alla verità “tutta pure e vera” che interessa, invece, all’educazione. Bertagna quindi illustra una fondamentale differenza: quella tra “uomo” e “cittadino” e il problema del loro rapporto. L’uomo è il fine dell’educazione e della pedagogia e riguarda la verità essenziale; il “cittadino” compete alla politica nell’ambito del fattibile e del possibile. Queste due dimensioni possono coesistere a patto che il cittadino ( la politica ) sia mezzo per l’uomo e non viceversa. Non ci si può occupare di entrambe le dimensioni contemporaneamente. La politica è una “tecnica” che deve servire l’uomo e la sua natura e quando ciò accade si scopre che non tutto il “possibile” è “fattibile” eticamente.
3) EDUCAZIONE, PEDAGOGIA E RAZIONALITA’ PRATICA
Il messaggio contenuto nell’Emilio consiste non tanto nel riconoscere “ciò che c’è, come è e perché” ( razionalità teoretica ) e servirsi di tutte le scienze disponibili ( r. tecnica ) che possono servire all’educazione e alla pedagogia.
E’ essenziale che queste due razionalità vengano accompagnate e mediate dalla razionalità pratica ( phronesis ). Questa discrimina in “ciò che c’è” quanto è bene che ci sia per custodirlo e quanto è male per combatterlo. Inoltre, in educazione, nel concepire ciò che non c’è e che si può realizzare, la phronesis discrimina le possibilità “buone” per tutti e non solo per sé, nonché i mezzi buoni e leciti per realizzarle.
E’ il “bene” che rende felici del vero e del bello, secondo le tradizioni classica e cristiana alle quali R. si rifà, e la saggezza ci conduce a sciegliere liberamente il bene. Così come il dovere ci conduce ad impegnarci per discriminare il bene dal male affinchè il bene trionfi sul male sia nel personale che nel contesto storico, sociale e ambientale. La phronesis permette quindi di riconoscere il male e il bene in ciò che la teoresi ci presenta come vero ed in ciò che le tecniche ci permettono di concepire nell’ambito del possibile prima di realizzarlo nel reale.
R. si rifà ai “principi primi” e agli “endoxa” etici di Aristotele; i p.p., fondati sull’opinione universale, servivano per costruire la macchina della logica mentre gli endoxa etici coinvolgevano tutto l’uomo ed erano perciò più adatti a motivare le azioni delle persone che non sono mai pura razionalità teoretica e tecnica.
Gli e.e. trovano la loro voce nella coscienza individuale ed ogni uomo sente in sé la voce del dovere ed in questo senso diviene autonomo ( norma a se stesso ). Nonostante l’universalità delle norme morali incarnate in ogni coscienza, queste non vengono spesso riconosciute oppure vengono esercitate in modo errato. Per dare ragione di questo, R. adopera la metafora della statua di Glauco. L’anima umana viene alterata in seno alla società da molte cause, proprio come la statua di Glauco viene sfigurata dal tempo e dal mare; si fa fatica così a riconoscere la voce essenziale. I fraintendimenti nella comprensione degli e. formano delle incrostazioni che la storia e la civiltà spalmano sulle coscienze personali; incrostazioni che si rafforzano e moltiplicano attenuando l’intensità con
La pedagogia è l’unità di sapere teoretico, tecnico e pratico-poietico volto a promuovere per ogni persona le condizioni di un movimento ascensionale che eleva ciascun essere umano fino all’educazione, passando dal suo sviluppo psico-bio-fisico e da tutti gli interventi di plasmazione, addestramento, in-segnamento, ecc. che gli provengono dal suo vivere nell’ambiente e nella società. Interpretando il pensiero di R., Bertagna cje l’educazione naturale è coltivare e far crescere la ragione giungendo ad adoperarla in modo maturo grazie alla maturazione della coscienza; grazie all’attività di pensiero e coscienza si può distinguere il bene e il male sia nel vero che nel falso.
Quindi non è educazione l’intervento asimmetrico dell’educatore sull’educando poiché ogni intervento subito da quest’ultimo senza che egli lo voglia o se ne accorga (senza darsene ragione) è altro dall’educazione: è cura, addestramento, in-segnamento, ecc. R. afferma che i fanciulli sono incapaci di giudicare; possono ritenere suoni, figure, sensazioni ma raramente idee e i loro rapporti. Se li si costringe a far entrare in testa idee che non possono afferrare, si attribuiscono loro competenze che non hanno e quindi li si plasma, addestra, ammaestra.
L’educatore non deve insegnare le virtù che i ragazzi non sanno ancora “scegliere”, ma deve tutelare il loro cuore dal vizio e la mente dall’errore che nascono dalle dinamiche sociali e culturali soltanto subite senza ragione e contro coscienza. Occorre sviluppare la “ragione sensitiva”, quella che permette di giungere alla ragione-logos e alla coscienza. Quindi, un’”educazione negativa” nel senso di creare le condizioni di esperienza affinchè il ragazzo non usi la propria ragione e coscienza perché non ancora sviluppate. Solo quando il ragazzo ha l’età giusta, questo atteggiamento si rovescia e si ha un’”educazione positiva”; dopo la preadolescenza “Emilio” scopre le ampiezze e le possibilità di ragione e coscienza. Occorrerà quindi, per educarlo, che egli concorra al processo educativo che non è più monodirezionale ma bidirezonale perché entrambi gli attori sono chiamati ad essere intenzionali, razionali, liberi e responsabili.
L’UOMO COME PERSONA E COME INDIVIDUO
R. scrive che l’”uomo naturale è tutto per sé; è un’unità numerica, l’intero assoluto che non ha altro rapporto che con se stesso o col suo simile”.
“Naturale” rimanda al significato di natura come physis metafisica, ovvero la qualificazione che fa l’uomo “uomo” e non altro da sé rispetto ad ogni altro esistente. “Intero assoluto” significa che egli è senza condizioni, non ha bisogno di altro per essere quello che è e che non c’è nulla che gli sia superiore e per il quale meriti si essere sacrificato. Infine, l’uomo come intero assoluto sarebbe tale perché, in quanto intero, non potrebbe non essere un rapporto in sé e per sé.
L’uomo naturale non è quindi quello inteso dalla paleontologia, antropologia, biologia, ecc. poiché questi sono sempre stati “uomini civili”, ovvero unità frazionarie dipendenti da un denominatore e i cui valori sono, quindi, in rapporto con un altro intero ( il corpo sociale, la storia, la civiltà, la società ); l’uomo civile è un numeratore e non un rapporto in sé e per sé.
La differenza pedagogica fondamentale tra l’uomo “persona” e l’uomo “individuo” è che la persona, come l’uomo naturale di R, è una questione metafisica mentre l’individuo è questione fisico-empirica e storica. La persona è il fondamento della società, delle istituzioni, di contesti sociali; non ne dipende se non in un rapporto di libertà e amore (relazione). L’individuo dipende, invece, in modo necessario e deterministico dalla società e dai contesti istituzionali, sociali e ambientali che rappresentano, per esso, l’intero che lo giustifica e senza il quale addirittura non esiste. Nasce da qui la necessità di renderlo “parte”, di farlo “funzionare” affinchè contribuisca al tutto del corpo sociale, storico e ambientale. La persona è invece in se stessa un intero e nello stato di natura l’uomo è persona: senza necessità, libero. Non evolve, né cambia, migliora o peggiora: è sempre la persona che è.