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Philippa Foot, Eutanasia, Schemi e mappe concettuali di Etica

Presente delle argomentazioni a favore dell'eutanasia non-volontaria passiva, volontaria attiva e volontaria passiva

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2020/2021

Caricato il 07/06/2022

pietro.cantu
pietro.cantu 🇮🇹

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EUTANASIA – PHILIPPA FOOT
Shorter Oxford English Dictionary: «eutanasia» significa «una morte quieta e tranquilla», «i mezzi per
procurare ciò» e «l’atto di indurre una morte quieta e tranquilla».
La questione vera dell’eutanasia non è il modo della morte, ma il fatto che questa è buona per chi muore.
Alcune specificazioni meno importanti:
«atto» comprende anche l’omissione
La morte della persona deve essere un bene per la persona almeno come credenza dell’agente , non per
forza anche come fatto
Il problema più grande è considerare la morte un bene per una persona; per prima cosa, quindi, bisogna
capire perché diciamo che la vita è un bene.
Dove sta il nesso concettuale tra «vita» e «bene» (ci sono stati vari tentativi come il bilancio tra positivo e
negativo, l’esperire è un bene, il desiderio di vivere ci fa pensare che la vita sia un bene…)?
Per farlo è utile partire dal caso di esseri viventi non umani:
Per le piante, se qualcosa favorisce la sopravvivenza in condizioni normali per una specie diciamo
che è un bene, per la specie e per il singolo
Un concetto più articolato si ha con gli animali, c’è una sorta di comfort che spesso, ma non
sempre, è in rapporto con la buona salute
quando un animale soffre, non consideriamo più la vita come un bene di per , forse perché
pensiamo che per loro sia degna solo la vita senza dolore, siccome esso non fa parte della loro vita
«normale».
La vita umana, ci sono cose nuove come l’idea che il soggetto ha della propria vita
Alcuni possono desiderare di morire, quindi non avere l’idea della propria vita come bene
assoluto (morire per qualcun altro ad es.), sarebbe giusto dire che anche se uno la pensa
così la sopravvivenza sia un bene per quella persona?
A volte la vita come bene, per gli uomini, non corrisponde al voler vivere e a volte si. Può
essere un bene per chi soffre, e un male per chi non soffre ecc…
Dato che la vita non è un bene «in sé», allora cerchiamo una nozione di vita che sia una
vita umana «normale» e cioè che contenga un minimo di beni umani fondamentali.
Ora, gli atti di eutanasia sono mai giustificabili?
Perché si obietta alla scelta della morte per un’altra persona? Una uccisione ingiustificata è contraria sia
alla giustizia sia alla carità
Sono due concetti distinti, entrambi possono essere portati come obiezione all’atto di dare la morte
La questione della giustizia porta sul terreno del diritto: si distingue tra diritto di avere una libertà, e avere
un «diritto-pretesa»
Il primo non implica doveri nei miei confronti da parte degli altri, il secondo sì.
Il diritto alla vita è certamente un diritto a essere liberi da interferenze che minacciano la vita
Nel caso dei contratti e delle pubbliche istituzioni, nell’ambito sanitario ad esempio, c’è anche un diritto che
implica un dovere da parte di un altro nell’aiutarmi a sopravvivere
Joel Feinberg suggerisce che a tutti gli uomini dovrebbero essere riconosciuti dei diritti-pretesa
fondamentali, distinguendo tra pretese valide (che impongono un obbligo da parte degli altri) e non valide
(tra cui quello alla vita). Il diritto alla vita è una pretesa che non è sempre valida, quindi non è
propriamente un diritto-pretesa. Sempre all’interno di un’ottica contrattuale, perché essi dipendono dalle
istituzioni sociali esistenti.
In ogni caso, esistono anche diritti che non sono legati a nessun contratto, come quello dei figli ad essere
assistiti dai genitori.
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EUTANASIA – PHILIPPA FOOT

Shorter Oxford English Dictionary: «eutanasia» significa «una morte quieta e tranquilla» , «i mezzi per procurare ciò» e «l’atto di indurre una morte quieta e tranquilla». La questione vera dell’eutanasia non è il modo della morte, ma il fatto che questa è buona per chi muore. Alcune specificazioni meno importanti: «atto» comprende anche l’omissione La morte della persona deve essere un bene per la persona almeno come credenza dell’agente , non per forza anche come fatto Il problema più grande è considerare la morte un bene per una persona; per prima cosa, quindi, bisogna capire perché diciamo che la vita è un bene. Dove sta il nesso concettuale tra «vita» e «bene» ( ci sono stati vari tentativi come il bilancio tra positivo e negativo, l’esperire è un bene, il desiderio di vivere ci fa pensare che la vita sia un bene…)? Per farlo è utile partire dal caso di esseri viventi non umani: Per le piante, se qualcosa favorisce la sopravvivenza in condizioni normali per una specie diciamo che è un bene, per la specie e per il singolo Un concetto più articolato si ha con gli animali , c’è una sorta di comfort che spesso, ma non sempre, è in rapporto con la buona salute quando un animale soffre, non consideriamo più la vita come un bene di per sé , forse perché pensiamo che per loro sia degna solo la vita senza dolore, siccome esso non fa parte della loro vita «normale». La vita umana , ci sono cose nuove come l’idea che il soggetto ha della propria vita Alcuni possono desiderare di morire, quindi non avere l’idea della propria vita come bene assoluto (morire per qualcun altro ad es.), sarebbe giusto dire che anche se uno la pensa così la sopravvivenza sia un bene per quella persona? A volte la vita come bene, per gli uomini, non corrisponde al voler vivere e a volte si. Può essere un bene per chi soffre, e un male per chi non soffre ecc… Dato che la vita non è un bene «in sé» , allora cerchiamo una nozione di vita che sia una vita umana «normale» e cioè che contenga un minimo di beni umani fondamentali. Ora, gli atti di eutanasia sono mai giustificabili? Perché si obietta alla scelta della morte per un’altra persona? Una uccisione ingiustificata è contraria sia alla giustizia sia alla carità Sono due concetti distinti, entrambi possono essere portati come obiezione all’atto di dare la morte La questione della giustizia porta sul terreno del diritto : si distingue tra diritto di avere una libertà, e avere un «diritto-pretesa» Il primo non implica doveri nei miei confronti da parte degli altri, il secondo sì. Il diritto alla vita è certamente un diritto a essere liberi da interferenze che minacciano la vita Nel caso dei contratti e delle pubbliche istituzioni, nell’ambito sanitario ad esempio, c’è anche un diritto che implica un dovere da parte di un altro nell’aiutarmi a sopravvivere Joel Feinberg suggerisce che a tutti gli uomini dovrebbero essere riconosciuti dei diritti-pretesa fondamentali, distinguendo tra pretese valide (che impongono un obbligo da parte degli altri) e non valide (tra cui quello alla vita). Il diritto alla vita è una pretesa che non è sempre valida , quindi non è propriamente un diritto-pretesa. Sempre all’interno di un’ottica contrattuale, perché essi dipendono dalle istituzioni sociali esistenti. In ogni caso, esistono anche diritti che non sono legati a nessun contratto, come quello dei figli ad essere assistiti dai genitori.

Il diritto alla vita che effetti ha sulla moralità degli atti di eutanasia? Innanzitutto, come detto prima, nonostante l’eutanasia sia scelta della morte per il bene di- possono esserci casi in cui il diritto alla vita esclude la liceità dell’eutanasia, perché non c’è una semplice connessione tra bene e diritto. Si può avere diritto a qualcosa la cui privazione sarebbe un bene, dove esistono diritti, è la volontà di una persona la cosa che conta. Se è così è chiaro che i doveri complementari al diritto alla vita (non-interferenza e assistenza) non dipendono dalla qualità della vita di un uomo, allora: La distinzione tra eutanasia «attiva» e «passiva» è rilevante perché il diritto alla vita implica sia doveri di non interferenza, sia di assistenza (e più spesso doveri di non interferenza) Le due cose (uccidere e lasciare morire) sono contrarie a virtù differenti, l’una alla carità l’altra alla giustizia (contro l’argomento di James Rachel per cui non è rilevante la distinzione tra «attivo» e «passivo» perché a volte è «più umano» uccidere che lasciar morire). Per questo in certi casi l’una è ammissibile e l’altra no. La questione centrale è che in qualsiasi caso, soprattutto quello dell’azione diretta, il diritto dell’altra persona può legittimamente impedire che io faccia qualcosa, anche se è per il suo bene. Finora abbiamo discusso dei limiti che il diritto alla vita pone nei confronti dell’ammissibilità dell’eutanasia, ed è innegabile che quando il paziente manifesta la volontà di vivere non sarebbe ammissibile neanche se fosse per il suo bene. I fautori dell’eutanasia pensano di solito a chi manifesta il desiderio di morire o a quei casi in cui non si può accertare la volontà dell’individuo in questione , per qualsiasi ragione. Finora è stato detto: l’eutanasia nonvolontaria attiva è esclusa dal diritto alla vita che impone il dovere di non-interferenza l’eutanasia passiva nonvolontaria non è necessariamente esclusa (E anche la carità «sarebbe d’accordo» se l’eutanasia è far morire per il bene della persona). Questo perché ci sono casi in cui è caritatevole mirare alla morte di una persona nonostante questa voglia vivere, o senza sapere se vuole vivere o no: si tratta di eutanasia nonvolontaria passiva, e non è esclusa dal diritto alla vita, al contrario di quella attiva) l’eutanasia volontaria è una questione ulteriore : non viene violato il diritto alla vita se una persona viene lasciata morire o uccisa su sua richiesta. La carità cosa ha da dire in questa situazione? Io conferisco ad altri il diritto di consentirmi di morire, e sarebbe giusto, ma la carità potrebbe opporsi? A volte si, a volte no. Le pratiche correnti , una volta stabilito che la sola eutanasia nonvolontaria attiva è sbagliata e contraria a carità sempre, sono buone o cattive? L’eutanasia, innanzitutto, esiste già dappertutto: quando la situazione è disperata si sceglie di non sottoporre a terapie che allungherebbero la vita. È per il bene di chi subisce questo che medici e, nel caso di bambini con malattie degenerative, genitori, scelgono la sua morte? In alcuni casi si, quelli in cui la prognosi medica è disperatamente infausta , come nel caso di alcune forme di spina bifida. E la motivazione è legata alla quasi certezza che il bambino continui a soffrire in modo inaudito senza speranze di miglioramento. Questo esclude i casi di bambini Down, che hanno prospettive di vita totalmente diverse. Nel caso dei bambini dovrebbe valere quello che abbiamo detto prima, non sono in grado di esprimere la loro volontà chiaramente, anche quando c’è un problema scegliere eutanasia attiva o passiva.