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Plinio il giovane: vita e opere: l'epistolario di Plinio, il panegirico di Traiano e collegamenti al Sul Sublime.
Tipologia: Appunti
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Gaio Cecilio Plinio Secondo nacque nel 61/2 d.C. a Novum Comum (attuale Como). Figlio di una sorella di Plinio il Vecchio, rimasto orfano di padre, fu adottato dallo zio che lo lasciò alla sua morte, nel 79, erede di possedimenti in Etruria e in Campagna. Studiò a Roma e fu allievo di Quintiliano. Fece una brillante carriera politica rivestendo varie cariche sotto Domiziano e giungendo al consolato sotto Traiano, nel 100; amico personale dell’imperatore, che lo volle nel suo consilium principis , nel 110 o 111 fu da lui nominato governatore della Bitinia, dove molto probabilmente morì nel 112/3 (poiché non abbiamo più sue notizie).
Il Panegirico di Traiano L’unica orazione di Plinio conservata. Si tratta del discorso di ringraziamento ( gratiarum actio ) che egli pronunciò in Senato, assumendo la carica di console, il 1’ settembre del 100 e che poi amplificò e rielaborò per pubblicarlo. E’ Sidonio Apollinare ad attribuire all’orazione il titolo di panegirico , quando l’opera fu assunta a modello di letteratura encomiastica. L’antesignano di un panegirico scritto per personaggi vissuti realmente è: ➔ L’esaltazione di Agesilao da Senofonte; ➔ Panegirico (380) di Isocrate; ➔ orazioni per il re di Cipro (es. Evagora ) di Isocrate; Si tratta dell’unico esempio di oratoria imperiale rimasta (dopo Cicerone, infatti, non c’era più stato nulla). All’interno dell’opera viene trattata la figura di Traiano, visto come un re voluto dalla volontà divina per il bene dell’impero e dotato di qualità che lo rendono assai simile a una divinità (anche se egli non pretende onori divini); la narrazione non procede cronologicamente, ma per speciem 1 , cioè per argomenti (secondo il modello svetoniano). Vengono quindi rievocate:
Iubes esse liberos = ci comandi di essere liberi → intende far risultare il principato di Traiano quello della libertà (mentre prima erano costretti a fare ciò che facevano per necessitas ): concezione piuttosto singolare dal momento che la libertà di cui parla è sottoposta alla guida e alla tutela del principe, anzi addirittura imposta da lui. Un confronto con il De clementia di Seneca dimostra che Plinio non intendesse proporre, come Seneca, un programma di governo (seppur astratto e utopistico), ma si limitasse ad approvare incondizionatamente la politica traianea. Dal momento che la libertà è diventata una concessione dell’ unus , Plinio risulta molto attento al futuro: alcuni studiosi, infatti, hanno notato che il discorso di Plinio non è solo puro e semplice obsequium , ma anche un “ammonimento” nel ricordare a Traiano di mantenere la sua scelta di governo → Persta in ista ratione propositi. La novità dell’orazione, quindi, è che alla mera adulatio si aggiunge la persuasione (sempre fatta nei termini in cui un suddito può nei confronti del potere assoluto). Per quanto riguarda lo stile del Panegirico , esso vuole essere sublime, ma risulta spesso ridondante, iperbolico, magniloquente ed enfatico. Plinio non si pone il problema di sapere se tutti fossero a conoscenza delle vicende narrate e sfoggia la sua abilità di retore per dare una veste elevata e non generare noia nel lettore. Egli, infatti, si stupisce del fatto che il pubblico gradisse i passi meno retorici (anche se le recitationes avvenivano ancora). Il Panegirico ha avuto una storia complessa poiché sono stati trovati manoscritti che riportavano soltanto metà dell’opera e addirittura si è arrivati a confondere la sua opera con quella di Plinio il Vecchio ( → Naturalis Historia ); si torna a leggerlo soltanto nel Trecento. Lo stesso Carducci, in un’ode barbara, riprenderà la descrizione della fonte del Clitumno, fatta da Plinio, riadattandone la metrica^2 antica a quella moderna. Inoltre Manzoni parlerà di Plinio, mostrando il suo stupore: si domanda come abbia potuto un uomo come Plinio, un magistrato famoso, con il suo dolce carattere, scrivere delle simili follie (qui riferendosi alla lettera ai cristiani di Plinio).
L’epistolario di Plinio^3
Sul sublime ( Περί ύψους ) L'opera non solo di difficile datazione, ma giunge a noi anche anonima: in passato si ritenne che l’autore si chiamasse Longino, ma per i molti dubbi si decise Pseudo-Longino o semplicemente anonimo. Infatti, Longino sarebbe vissuto nel III d.C., ovvero in un'epoca troppo tarda, perchè l’opera è piena di riferimenti al I d.C. (molti riferimenti a Cecilio di Calatte, autore del I a.C. di cui ci giunge poco, le cui teorie sono dibattute dell'autore ). Alcuni, inoltre, ritengono sia un’opera di Dionisio di Alicarnasso, ma l’attribuzione è esclusa per vari motivi. Il trattato è, insieme alla Poetica di Aristotele, una delle più importanti opere di estetica dell’antichità. Di autore anonimo, il trattato è una lunga disamina sul sublime, lo stile retorico cosiddetto elevato, che ha lo scopo di ammaliare il pubblico toccando le corde del sentimento e delle emozioni. In quel periodo, infatti, vi erano due diverse scuole di retorica: quella di Apollodoro e quella di Teodoro. Il primo era il maestro di Ottaviano, il secondo di Tiberio: Apollodoro, più incline all’atteggiamento atticista, difendeva un’oratoria persuasiva e dimostrativa e sosteneva che non bastassero le capacità personali, ma servisse una solida preparazione retorica; Teodoro, invece, di più spiccata propensione per l’asianesmo, tendeva a una maggiore fusione di πάθος (= sentimento ed emotività) per entusiasmare il pubblico e riteneva che dovesse prevalere sulla preparazione retorica la propria capacità personale. Le conclusioni dell’anonimo del sublime: il sublime non è lo stile (esistevano tre diversi stili: quello basso, proprio del romanzo, quello medio e quello sublime, proprio invece della poesia), ma l’effetto che si viene a creare nella poesia e nella prosa. L'anonimo del Sublime tende alla soluzione teodorea, mentre Cecilio di Calatte si era mostrato più incline all'altra soluzione. Nell'opera, l'autore non solo si contrappone a Cecilio, ma è anche intenzionato a spiegare e far comprendere come si attinga al sublime, ovvero un momento altissimo ed elevatissimo, per suscitare entusiasmo e sommovimento nell'animo. Egli, quindi, non solo si differenzia da Cecilio, ma anche da altri retori, che non erano stati in grado di spiegare nè quali fossero queste vie, nè di condurre il lettore e i discepoli verso di esse. In particolare modo, l'anonimo identifica 5 fonti del sublime:
➔ 2 di carattere più contenutistico e più connesse all'animo, alla natura e all' ingenium di chi scrive: ◆ Una di tipo razionale; ◆ Una di tipo emotivo; ➔ 3 di carattere più tecnico, riconducibili all' ars o doctrina , ovvero insegnabili e apprendibili: ◆ Retorica; ◆ Lessico; ◆ Sintassi.