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PLINIO IL GIOVANE E APULEIO, Appunti di Latino

PLINIO IL GIOVANE E APULEIO, VITA OPERE E RAPPORTO CON IL POTERE

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 07/05/2022

Sigmund-Freud-05
Sigmund-Freud-05 🇮🇹

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Plinio il Giovane
Gaio Cecilio Secondo nacque a Como nel 61 d.C.; assunse il nome di Plinio il Giovane
in quanto nipote adottivo di Plinio il Vecchio. Studiò a Roma dove si formò presso la
scuola quintilianea e percorse una brillante carriera politica, culminata dal consolato e
dal governatorato. Morì nel 113 d.C.
IL PANEGIRICO A TRAIANO:
Il Panegirico di Traiano è l'orazione di ringraziamento pronunciata al Senato il 1º
settembre del 100 da Plinio il Giovane, quando assunse la carica di console, che poi
rielaborò e ampliò per pubblicarla. Si trasformò in un vero e proprio panegirico
dell'imperatore, con il termine panegirico intendiamo un discorso o uno scritto
composito e prolisso in lode di pregi o meriti spesso intenzionalmente esagerati, in
questo caso dedicato a Traiano, il quale viene descritto come l'optimus princeps,
voluto dagli dèi per il bene dell'Impero, anche se lui, essendo modesto, non pretende
onori divini. Vengono descritte le vicende che lo portano all'impero e qui viene fatto
l'elogio alla successione per adozione. Questo metodo, secondo Plinio, dà la possibilità
di scegliere il migliore tra i cittadini. Poi vengono esaltate le qualità di Traiano: come
comandante, la sua generosità, la sua affabilità e modestia. Appare dunque evidente
l’intenzione di voler contrapporre questo imperatore a Domiziano e alla sua tirannia.
Plinio esalta il rispetto di Traiano per le magistrature e per il Senato, a cui assicura la
dignitas e la securitas, mentre Domiziano le considerava come una forma di ostacolo
alla sua politica tirannica. Tra gli scopi dell'oratore c'è quello di incoraggiare una
politica filosenatoria. Egli riconosce all'imperatore il potere assoluto pur richiamandosi
alla libertas che quest'ultimo aveva ripristinato, presentandola però come un dono
gratuito frutto della generosità del sovrano.
CONFRONTO CON IL DE CLEMENTIA DI SENECA:
Il De clementia e il Panegirico sono entrambe opere encomiastiche che intendono
esaltare l'imperatore vivente e giustificarne il potere. Così Seneca mette in luce la
presunta clementia di Nerone e giustifica la monarchia assoluta facendo ricorso alla
dottrina stoica, che considerava questa la migliore forma di governo nel caso in cui il
monarca fosse un sapiens. Da parte sua, Plinio mette in luce tutte le qualità di Traiano,
fra cui spicca la modestia. Il potere di Traiano è legittimato dal possesso stesso di
quelle qualità, che lo rendono l'optimus princeps. È da notare come mentre Seneca
parli di clementia, Plinio parli di modestia. Essa, infatti, è qualcosa di più generale,
un'attitudine naturale che è la premessa per il possesso delle altre virtù, clementia
compresa. Infatti, l'esperienza di imperatori come lo stesso Nerone e poi Domiziano
aveva mostrato che era impossibile aspettarsi clemenza da uomini smodatamente
amanti del potere, capricciosi e sfrenati, ovvero privi di qualunque moderazione,
modestia appunto. Seneca sperava di fare di Nerone un imperatore-filosofo sul
modello della dottrina di cui era seguace, magari sotto la sua guida; Plinio sperava
che, dopo decenni di imperatori tiranni, Traiano finalmente restaurasse i privilegi del
Senato e gli riconoscesse un ruolo nella gestione dello Stato, sebbene simbolico a
livello politico. Tuttavia, un confronto con il De clementia di Seneca porta a rilevare
che Plinio non propone, come Seneca, un programma di governo (sia pure astratto e
utopistico), ma si limita ad approvare incondizionatamente la politica traianea. La sua
figura, infatti, non è quella di un consigliere, bensì di un semplice funzionario.
L’EPISTOLARIO:
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Plinio il Giovane

Gaio Cecilio Secondo nacque a Como nel 61 d.C.; assunse il nome di Plinio il Giovane in quanto nipote adottivo di Plinio il Vecchio. Studiò a Roma dove si formò presso la scuola quintilianea e percorse una brillante carriera politica, culminata dal consolato e dal governatorato. Morì nel 113 d.C. IL PANEGIRICO A TRAIANO: Il Panegirico di Traiano è l'orazione di ringraziamento pronunciata al Senato il 1º settembre del 100 da Plinio il Giovane, quando assunse la carica di console, che poi rielaborò e ampliò per pubblicarla. Si trasformò in un vero e proprio panegirico dell'imperatore, con il termine panegirico intendiamo un discorso o uno scritto composito e prolisso in lode di pregi o meriti spesso intenzionalmente esagerati, in questo caso dedicato a Traiano, il quale viene descritto come l'optimus princeps, voluto dagli dèi per il bene dell'Impero, anche se lui, essendo modesto, non pretende onori divini. Vengono descritte le vicende che lo portano all'impero e qui viene fatto l'elogio alla successione per adozione. Questo metodo, secondo Plinio, dà la possibilità di scegliere il migliore tra i cittadini. Poi vengono esaltate le qualità di Traiano: come comandante, la sua generosità, la sua affabilità e modestia. Appare dunque evidente l’intenzione di voler contrapporre questo imperatore a Domiziano e alla sua tirannia. Plinio esalta il rispetto di Traiano per le magistrature e per il Senato, a cui assicura la dignitas e la securitas, mentre Domiziano le considerava come una forma di ostacolo alla sua politica tirannica. Tra gli scopi dell'oratore c'è quello di incoraggiare una politica filosenatoria. Egli riconosce all'imperatore il potere assoluto pur richiamandosi alla libertas che quest'ultimo aveva ripristinato, presentandola però come un dono gratuito frutto della generosità del sovrano. CONFRONTO CON IL DE CLEMENTIA DI SENECA: Il De clementia e il Panegirico sono entrambe opere encomiastiche che intendono esaltare l'imperatore vivente e giustificarne il potere. Così Seneca mette in luce la presunta clementia di Nerone e giustifica la monarchia assoluta facendo ricorso alla dottrina stoica, che considerava questa la migliore forma di governo nel caso in cui il monarca fosse un sapiens. Da parte sua, Plinio mette in luce tutte le qualità di Traiano, fra cui spicca la modestia. Il potere di Traiano è legittimato dal possesso stesso di quelle qualità, che lo rendono l'optimus princeps. È da notare come mentre Seneca parli di clementia, Plinio parli di modestia. Essa, infatti, è qualcosa di più generale, un'attitudine naturale che è la premessa per il possesso delle altre virtù, clementia compresa. Infatti, l'esperienza di imperatori come lo stesso Nerone e poi Domiziano aveva mostrato che era impossibile aspettarsi clemenza da uomini smodatamente amanti del potere, capricciosi e sfrenati, ovvero privi di qualunque moderazione, modestia appunto. Seneca sperava di fare di Nerone un imperatore-filosofo sul modello della dottrina di cui era seguace, magari sotto la sua guida; Plinio sperava che, dopo decenni di imperatori tiranni, Traiano finalmente restaurasse i privilegi del Senato e gli riconoscesse un ruolo nella gestione dello Stato, sebbene simbolico a livello politico. Tuttavia, un confronto con il De clementia di Seneca porta a rilevare che Plinio non propone, come Seneca, un programma di governo (sia pure astratto e utopistico), ma si limita ad approvare incondizionatamente la politica traianea. La sua figura, infatti, non è quella di un consigliere, bensì di un semplice funzionario. L’EPISTOLARIO:

L’insieme delle Epistulae di Plinio è costituito da dieci libri, nove dei quali ci presentano diversi destinatati; il X contiene invece il carteggio tra Plinio e Traiano, mentre costui era governatore della Britannia. Il corpus delle lettere pliniane è il risultato - come già era stato per Cicerone - di una rielaborazione letteraria delle missive originali e di una loro organizzazione complessiva con criteri di varietà tematica, finalizzata al diletto dei lettori; Plinio, dunque, dissimula la verità quando, nella dedica della sua raccolta al potente “eques romanus” Setticio Clara, afferma di averle pubblicate ut quaeque in manus venerant («così come mi capitavano in mano»). I primi nove libri dell'epistolario mostrano una dimensione fortemente privata. Non che questo lato personale mancasse nelle lettere di Cicerone, modello di Plinio: ma se là le vicende dell'Arpinate si intrecciavano con i grandi eventi politici della res publica, qui Plinio - anche a causa del mutato clima politico - sembra concepire questi scritti come un modo per «mettere in mostra» sé stesso. Le lettere scritte al princeps dalla Britannia, nell'esercizio delle funzioni di governatore sono un prezioso documento storico per la conoscenza dei meccanismi dell'amministrazione romana. In queste l'alto funzionario, con modi zelanti e tono formale, informa il princeps sui dettagli della sua attività, e gli chiede spesso autorizzazioni o consigli su come agire. Le risposte imperiali che - in quanto tali - avevano valore normativo, sono tra loro piuttosto varie; se infatti ne troviamo alcune dai contenuti più evasivi, in altre l'imperatore impartisce a Plinio specifiche modalità di comportamento. Questo, ad esempio, capita nella risposta alla richiesta pliniana sull'atteggiamento da tenere nei confronti delle nascenti comunità cristiane dell'Asia Minore. Traiano, con tono equilibrato, gli risponde che non si deve dare la caccia ai cristiani indiscriminatamente; ma, con pari fermezza, gli ricorda come chi, denunciato come cristiano, non si ravveda debba essere punito. LINGUA E STILE Lo stile di Plinio, che nell'ampiezza e nel generale equilibrio del periodare si pone 11 sulla scia del modello ciceroniano, presenta però alcune concessioni al gusto «moderno», soprattutto nell'uso - anche se moderato - delle sententiae di derivazione senecana. Ne consegue una prosa uniforme e molto controllata, con qualche eleganza ma piuttosto impersonale. Dal punto di vista linguistico la prosa di Plinio rende in forma letteraria il sermo urbanus , la lingua parlata in ambito cittadino dalle persone colte. La cultura dell'autore emerge con l'uso, in alcuni frangenti, di grecismi o termini poetici, né mancano - soprattutto nelle lettere a Traiano - termini del lessico politico, giuridico e amministrativo.

centro di una vicenda di caduta e di rinascita e va messa in connessione con il culto di Iside, divinità che gli consente di riprendere le fattezze umane. LA STRUTTURA: E’ possibile evidenziare tre parti principali nella composita narrazione di Apuleio. La prima (libri I-III) narra le vicende del protagonista Lucio dall'arrivo in Tessaglia alla sfortunata trasformazione in asino, la seconda (libri IV-X) narra le vicende di Lucio sotto forma asinina, continuamente inframmezzate, tuttavia, da numerose novelle (di argomento e tenore molto vario), tra le quali la pe celebre è quella di Amore e Psiche; la terza, infine (libro XI), narra ritorno di Lucio all'aspetto umano ed è lontana dai toni favolistici, avventurosi o licenziosi dei capitoli precedenti, essendo focalizzata, invece, sulla tematica salvifica e religiosa: essa contiene pertanto la chiave di lettura dell'intera opera, la quale come si vedrà può essere interpretata allegoricamente. La struttura del romanzo non è però lineare, poiché sull'asse narrativo principale, si innestano infatti vari racconti, in cui compaiono nuovi personaggi, i quali a loro volta si fanno narratori di altre novelle: per esempio la favola mitologica di Amore e Psiche è raccontata da un'anziana figura femminile. La favola narra delle nozze di Amore e di Psiche, che rischiano di naufragare per la curiosità della fanciulla, la quale vuole vedere il volto del divino marito. Il racconto, dai toni assai diversi rispetto alle parti avventurose e «realistiche» dell'opera, è caratterizzato da un'atmosfera fiabesca, irreale e atemporale, e presenta aspetti di sicura origine popolare: vi si riconoscono infatti elementi tematici e formali costanti nei racconti del folklore, così come sono stati individuati dallo studioso russo Vadimir Propp. Tali sono l'allontanamento dell'eroina dalla famiglia (Psiche è abbandonata sul monte), la persecuzione da parte di un'antagonista (Venere), l’imposizione di un divieto (quello di vedere lo sposo) e la sua trasgressione, il superamento di più prove apparentemente impossibili grazie ad aiutanti magici (le formiche), e in fine la rimozione della sciagura iniziale (il matrimonio e l'apoteosi dell'eroina). Altri significati più reconditi sono stati indagati poi dallo psicoanalista Bruno Bettelheim che vi ha riconosciuto la descrizione di un processo di maturazione con l’uscita da una dimensione infantile. L’INTERPRETAZIONE ALLEGORICA: L'ultimo libro, infine, suggerisce come già si anticipava l'interpretazione allegorica delle Metamorfosi. Il racconto si sviluppa, infatti, seguendo un modello determinato, secondo cui il protagonista commette una colpa (identificata nella inprospera curiositas, cioè «l'infelice curiosità» verso il pericoloso mondo della magia) da cui deriva la sua caduta e punizione, cioè la trasformazione in asino. Passato attraverso una serie di prove, egli otterrà poi l'insperata salvezza, anche grazie all'intervento della divinità: l'approdo finale è infatti l'iniziazione di Lucio alla religiosità isiaca, dopo che è tornato uomo per l'azione benefica delle rose sacre a Iside che -ancora asino- ha mangiato. LA VISIONE MISTICA E FILOSOFICA: La visione mistica e filosofica che Apuleio propone nelle Metamorfosi fa emergere una concezione della filosofia come esperienza del divino, cui si accompagnano una sorta di sincretismo religioso e di misticismo salvifico. Concorre alla formazione di tale prospettiva intellettuale la vicinanza dello scrittore al cosiddetto “medio platonismo”, una peculiare rilettura della filosofia platonica fatta nei primi secoli dell'età imperiale, ricca di contaminazioni con la tradizione pitagorica e soprattutto stoica; ma nondimeno ebbero peso la sua iniziazione ai culti misterici e la consuetudine con la

religiosità isiaca. Apuleio aveva però suggerito all'inizio dell'opera un percorso complesso al suo lettore, chiedendogli “intende” («stai attento, fai attenzione») ma promettendogli anche “laetaberis” («ti divertirai»). Egli dovrà dunque «fare attenzione» alla finalità mistica e pedagogica dell'opera di cui si è detto ma si dovrà «divertire» alla ricerca della sua vena edonistica e narrativa, evidente sia nella storia principale sia negli inserti novellistici, dove le vicende avventurose, drammatiche, comiche, licenziose o grottesche esprimono un gusto del racconto sovente fine a sé stesso. L’APOLOGIA O DE MAGIA: L'Apologia o Pro se de magia liber è il discorso di difesa pronunciato dallo scrittore latino Apuleio, accusato di dissolutezza e di magia dalla famiglia di sua moglie Pudentilla intorno al 158. Il testo è formato in totale da 106 libri o capitoli. L’orazione può essere suddivisa in tre parti: la prima, dopo una captatio benevolentiae nei confronti del giudice, è destinata a demolire la credibilità degli accusatori e a smentire le loro calunnie contro Apuleio. Con la seconda parte, l'attenzione di Apuleio si focalizza sull'accusa principale, che viene affrontata distinguendo tra la magia nera (dalla quale egli si è sempre tenuto alla larga) e magia bianca, presentata come una sorta di disciplina di carattere mistico e filosofico; è qui delineata la figura, propria dell'epoca, del mago-filosofo, un vero iniziato, studioso di medicina e scienza, dedito alla meditazione religiosa e sapienziale. La parte finale ricostruisce gli eventi che hanno portato al matrimonio e si conclude con un colpo di teatro: la presentazione del testamento di Pudentilla che indica il figlio Sicinio Pudente come erede universale, dimostrando così il totale disinteresse di Apuleio. LINGUA E STILE: Lo stile di Apuleio è caratterizzato da una spiccata varietà, soprattutto nelle Metamorfosi, dove risponde alla complessa ramificazione delle avventure e dei racconti e si adatta continuamente ai toni e alle materie della narrazione. Nelle Metamorfosi, infatti, motivi patetici e comici, terrificanti e tragici, retorici e declamatori, lugubri e lascivi, festosi e fantastici si alternano tra loro, in una rappresentazione del mondo che oscilla tra finzione letteraria e squarci di realismo descrittivo. Certo, parlare di realismo in relazione alla letteratura antica è cosa delicata e fonte di numerosi dibattiti critici, come si è visto nel caso di Petronio o Marziale. Non vi è dubbio, però, che tale termine possa essere, pur con prudenza, usato per le Metamorfosi (specialmente nelle prime due parti) dove la rappresentazione realistica è favorita dall'escamotage della trasformazione di Lucio, potente strumento di demistificazione e smascheramento che, con un punto di vista esterno, permette di svelare l'umanità in tutte le sue tipologie: donne facili, mercanti imbroglioni, mogli infedeli, briganti crudeli. La terza parte del romanzo si distingue invece per la ricerca di una certa compostezza formale. In tutto il romanzo, tuttavia, anche dove lo stile sembra adottare il tono di una narrazione spontaneamente colloquiale (frequente è l'uso del discorso diretto), siamo in realtà di fronte al risultato di una raffinata rielaborazione di elementi tratti dalla tradizione comica ed epigrammatica, ma anche alla parodia dell'elegia, presente nelle novelle amorose. Tipico dello stile di Apuleio è inoltre l'amore per le figure di suono, in particolare la tendenza all'allitterazione, l'accumulo di omoteleuti e la ricerca