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POETA GIORGIO CAPRONI, Tesine di Maturità di Italiano

Vita e pensiero di Giorgio Caproni - Tesina di maturità

Tipologia: Tesine di Maturità

2019/2020

Caricato il 15/03/2020

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paolo_caviglia1 🇮🇹

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LA GUERRA NELLA POESIA DI CAPRONI
La famiglia Caproni, livornese, si trasferisce a Genova quando Giorgio ha dieci anni nel 1922. Il
bambino rimane affascinato dalla città e infatti da adulto la sentirà come quella “di tutta la vita”,
anche se dal 1945 il poeta vivrà a Roma.
La poesia “Litania” è quella più famosa tra le tante che Caproni dedica a Genova: il nome della città
è invocato come un oggetto sacro e ad esso sono collegati ricordi, emozioni, rimpianti. Nell’ultima
parte alcune quartine rievocano la sua personale, ed insieme collettiva, tragedia: l’inizio della
guerra, la resistenza, i bombardamenti.
Genova di grigie mura.
Distretto. La paura.
Genova dell’entroterra,
sassi rossi, la guerra.
Nel 1939 Caproni, sposato e in attesa del primo figlio, viene chiamato in guerra e nel 1940
partecipa alle operazioni contro la Francia. Di questa esperienza dirà: “La guerra è una cosa
terribile. In guerra ho avuto paura: non sono mai stato un eroe, ma mi sono fatto coraggio”.
Dopo l’8 settembre vive in Val Trebbia di cui scrive: “i neri e rossi macigni […] sull’indicibile celeste
d’una Trebbia ancora giovinetta […] creano un paesaggio tipicamente appenninico e nostro”. Ma
quel paesaggio così piacevole è stato teatro di atrocità come l’uccisione di quattro partigiani il 25
ottobre 1945. Caproni racconta questo episodio nel testo autobiografico che si intitola, appunto,
“Sangue in Val Trebbia” (1953). Quindi i sassi sono rossi anche per il sangue versato, come nella
raccolta “IL PASSAGGIO DI ENEA” (1956).
Il libro si apre con la sezione “Gli anni tedeschi” e più precisamente con dodici poesie che hanno
come titolo generale “I LAMENTI”. Il primo di questi sonetti recita all’inizio:
Ahi i nomi per l’eterno abbandonati
sui sassi. Quale voce, quale cuore
è negli empiti lunghi – nei velati
soprassalti dei cani? Dalle gole
deserte, sugli spalti* dilavati
dagli anni, un soffio tronca le parole
morte – sono nel sangue gli ululati
miti che cercano invano un amore
fra le pietre dei monti. E questo è il lutto
dei figli? E chi si salverà dal vento
muto sui morti – da tanto distrutto
pianto, mentre nel petto lo sgomento
della vita insorge?... Unico frutto,
oh i nomi senza palpito – oh il lamento.
*Spalti di Troia
L’immagine dei sassi su cui sono morti tanti giovani è quindi diventata quella iniziale di tutta la
raccolta.
Un’altra quartina di “Litania” sembra voler celebrare la forza della città, l’unica in cui i tedeschi si
sono arresi direttamente ai partigiani.
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LA GUERRA NELLA POESIA DI CAPRONI

La famiglia Caproni, livornese, si trasferisce a Genova quando Giorgio ha dieci anni nel 1922. Il

bambino rimane affascinato dalla città e infatti da adulto la sentirà come quella “di tutta la vita”,

anche se dal 1945 il poeta vivrà a Roma.

La poesia “Litania” è quella più famosa tra le tante che Caproni dedica a Genova: il nome della città

è invocato come un oggetto sacro e ad esso sono collegati ricordi, emozioni, rimpianti. Nell’ultima

parte alcune quartine rievocano la sua personale, ed insieme collettiva, tragedia: l’inizio della

guerra, la resistenza, i bombardamenti.

Genova di grigie mura. Distretto. La paura. Genova dell’entroterra, sassi rossi, la guerra.

Nel 1939 Caproni, sposato e in attesa del primo figlio, viene chiamato in guerra e nel 1940

partecipa alle operazioni contro la Francia. Di questa esperienza dirà: “La guerra è una cosa

terribile. In guerra ho avuto paura: non sono mai stato un eroe, ma mi sono fatto coraggio”.

Dopo l’8 settembre vive in Val Trebbia di cui scrive: “i neri e rossi macigni […] sull’indicibile celeste

d’una Trebbia ancora giovinetta […] creano un paesaggio tipicamente appenninico e nostro”. Ma

quel paesaggio così piacevole è stato teatro di atrocità come l’uccisione di quattro partigiani il 25

ottobre 1945. Caproni racconta questo episodio nel testo autobiografico che si intitola, appunto,

“Sangue in Val Trebbia” (1953). Quindi i sassi sono rossi anche per il sangue versato, come nella

raccolta “IL PASSAGGIO DI ENEA” (1956).

Il libro si apre con la sezione “Gli anni tedeschi” e più precisamente con dodici poesie che hanno

come titolo generale “I LAMENTI”. Il primo di questi sonetti recita all’inizio:

Ahi i nomi per l’eterno abbandonati sui sassi. Quale voce, quale cuore è negli empiti lunghi – nei velati soprassalti dei cani? Dalle gole deserte, sugli spalti* dilavati dagli anni, un soffio tronca le parole morte – sono nel sangue gli ululati miti che cercano invano un amore fra le pietre dei monti. E questo è il lutto dei figli? E chi si salverà dal vento muto sui morti – da tanto distrutto pianto, mentre nel petto lo sgomento della vita insorge?... Unico frutto, oh i nomi senza palpito – oh il lamento. *Spalti di Troia

L’immagine dei sassi su cui sono morti tanti giovani è quindi diventata quella iniziale di tutta la

raccolta.

Un’altra quartina di “Litania” sembra voler celebrare la forza della città, l’unica in cui i tedeschi si

sono arresi direttamente ai partigiani.

Genova che si riscatta. Tettoia. Azzurro. Latta. Genova sempre umana, presente, partigiana.

Seguono quattro quartine che si riferiscono alle vicende liete e tristi della vita del poeta cioè il

matrimonio, la nascita dei figli, la morte de padre e della madre. In seguito ritorna l’idea della

guerra come orrore che non risparmia nessuno:

Genova di lamenti. Enea. Bombardamenti. Genova disperata, invano da me implorata.

Appare qui il nome di Enea e Caproni ha raccontato più volte in quale situazione l’immagine

dell’eroe troiano lo aveva profondamente colpito. Lui, che conosceva così bene Genova, non aveva

mai notato la statua che rappresenta Enea con il vecchio Anchise (suo padre) sulle spalle e il

piccolo Ascanio (il figlio) per mano. La scoprì o meglio la vide veramente per la prima volta come

simbolo della condizione umana quando la statua era circondata dalle macerie delle case di Piazza

Bandiera (questa fu appunto una delle piazze più bombardate d’Italia).

In Enea egli vedeva se stesso: lui e gli altri uomini, usciti vivi dalla guerra, avevano il dovere, pur

nella loro disperazione, di assicurare un futuro di speranze ai figli.

Enea, quindi, dà il titolo all’ultima parte della raccolta del 1956 e alla raccolta stessa. La sezione “il

passaggio di Enea” è formata da tre poesie: Didascalia, Versi, Epilogo.

Fu in una casa rossa: la Casa Cantoniera. Mi ci trovai una sera di tenebra, e pareva scossa la mente da un transitare continuo, come il mare. Sentivo foglie secche, nel buio, scricchiolare. Attraversando le stecche delle persiane, del mare avevano la luminescenza scheletri di luci rare. Erano lampi erranti d’ammotorati viandanti. Frusciavano in me l’idea che fosse il passaggio di Enea.

Nella prima poesia, “DIDASCALIA”, Caproni chiuso in una casa interpreta i rumori esterni come la

risacca del mare, anche se il mare è distante: si crea così nella sua mente l’immagine del