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L'elegia (tibullo, properzio, ovidio), Livio, Seneca, Lucano, Persio, Petronio, Plinio il vecchio, Marziale, quintiliano, Plinio il Giovane, Giovenale, Tacito, accenni di Sant'Agostino
Tipologia: Sintesi del corso
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Nasce in Grecia, significa “canto di lamento”. I maggiori poeti dell’età augustea sono Cornelio Gallo, Tibullo, Properzio e Ovidio. E’ una poesia formalizzata, ovvero si compone di una serie di topoi (luoghi comuni) → il poeta-innamorato vota la sua vita all’amore per una donna, spesso un’etera, definita domina (signora) e l’uomo diventa schiavo sia della donna ma anche della sua stessa condizione di fronte ai facili tradimenti della donna, di fronte agli altri uomini il poeta cerca di muovere la donna quasi a pietà (atteggiamenti di autocommiserazione, di disperazione, tormento, dubbio). Scorre accanto a questa situazione di sofferenza la dimensione del sogno e del desiderio di un rapporto ideale, dove la domina vive con lui un rapporto basato sulla fides. E’ una poesia disimpegnata, ci si vuole tirare fuori dal nuovo principato augusteo e l’unico modo è quello di parlare di argomenti fittizi e ideali. TIBULLO : Ama rifugiarsi in un atmosferica bucolica dove lui è l’unico protagonista, lo stesso amore per Delia ha una dimensione onirica e distaccata dalla realtà, è qualcosa che potrebbe essere ma non è, Delia è una liberta sposata incline al tradimento, così Tibullo si dispera e soffre, ma parallelo a questo vi è la dimensione del desiderio e del sogno (uso del congiuntivo, il modo del dubbio e dell’incertezza). SULPICIA : è l’unica voce femminile giunta a ni da Roma antica. Racconta l’amore per Cerinto, un ragazzo di condizione inferiore, un amore dunque che doveva lottare contro i pregiudizi della società augustea. PROPERZIO : l’amore tormentato e mai felice per Cinzia, Cinzia è una figura prorompente dura e crudele col poeta, splendida fanciulla quando dorme, a volte gelosa e fedele amante, spesso traditrice. OVIDIO : ama descrivere le cose e i sentimenti umani, vuole raccontare la vita, anche le stesse Metamorfosi raccontano l’universalità dei sentimenti umani attraverso il mito.
attraverso degli exlempa delle virtus romane (La fides – la lealtà, la fortitudo – il coraggio, l’abstinentia – la temperanza, la disciplina – l’obbedienza, la pietas – la devozione verso la patria, la religione e la famiglia). Una storia fatta di exempla è una storia fatta di individui votati al bene comune ma estranei alla massa, che rimane un’entità passiva ricca solo di vizi. SENECA Maestro e consigliere di Nerone fino alla congiura dei Pisoni (dopo la morte di Agrippina), dove Seneca fu accusato e costretto a togliersi la vita (insieme a Lucano e Petronio, era il 65). Vede il mondo guidato da un principio superiore, il Logos, che è un principio razionale che dà ordine e armonia, viene spesso identificato con la Natura (l'oggettivazione materiale del Logos). Il Logos si identifica dentro l’uomo con la ragione, vivere secondo natura significa dunque vivere secondo ragione, secondo le virtù, sconfiggere le passioni (sopratutto l’ira). Bisogna stare dunque lontano dai vizi delle masse senza cercare di ignorare la propria interiorità per nascondere quel “taedium vitae” (male di vivere). Il tempo è una dimensione interiore che coincide con la capacità di rendere utile per la propria crescita personale quel tempo che ci ha dato la Natura, tutto il resto è “iactura” (perdita, ore buttate via). Imparare a vivere significa anche imparare a morire con la consapevolezza che nessuna vita è troppo breve o troppo lunga se vissuta rettamente. Per l’humanitas senecana ogni uomo è sacro (homo, sacra res homini) e ha diritto a uguale considerazione senza confini né sociali né geografici = cosmopolitismo senecano, ogni uomo è cittadino di un unico cosmo, di quella “una omnium dominum” (unica casa di tutti), Anche se crede che il saggio abbia il dovere di impegnarsi in politica dopo gli avvenimenti con Nerone abbraccerà una visione pessimistica ritenendo impossibile per il saggio contribuire al bene dello Stato.
abbraccia la concezione panteistica dell’universo stoico (come Seneca) in cui il mondo si identifica con l’intelligenza divina che ritiene essere immanente all’universo e all’uomo, in un rapporto di simpatica con l’uomo e tutti gli uomini in un sentimento di reciproca solidarietà, “per un mortale aiutare un mortale è essere dio, e questa è la via per la gloria eterna”. L’uomo ha dunque una posizione centrale e privilegiata ma appare a Plinio anche come l’essere più infelice e miserabile dell’universo, afferma che “per l’uomo la maggior parte dei mali provengono dall’uomo”, la vita umana è infelice e precaria, consapevole della mutevolezza dell’esistenza , afferma che la più grande felicità concessa all’uomo è quella di non essere infelice, “la natura non ha dato agli uomini nulla di meglio della brevità della vita”. Nonostante queste incertezze domina un vero e proprio culto della natura, l’uomo deve sempre rispettarla in quanto divinità. MARZIALE Scrive epigrammi. Fa sua la brevitas Callimachea che diventa per Marzia la garanzia di una poesia vera e sincera che parla al cuore degli uomini attraverso temi concreti e reali. Ha un’attenzione per la realtà “minore”, quella della Roma di ogni giorno ma sempre filtrata attraverso la sua visione. Parla della metropoli ricca, potente, affollata e caotica, dove vi sono variegati tipi umani, trasformati spesso in personaggi paradossali che però Marziale non giudica mai moralisticamente, condanna interiormente le storture del mondo ma sorride come colui che sa che così va e andrà sempre. QUINTILIANO
Scrive sedici satire in cui critica aspramente la società cosmopolita di Roma, in cui sono ormai smarriti gli antichi valori morali. La musa ispiratrice è l’indignatio (facit indignatio versus), la qualità delle sue satire risiede dunque nella sua libertà di espressione, nello scrivere tutto ciò che il suo animo suggerisce. I tempi in cui vive non gli permettono però di rivolgere i suoi attacchi al presente, è costretto dunque a rivolgersi al mondo, ma non manca di coraggio nel denunciare il mondo attorno a se, “E quando vi fu più grande abbondanza di vizi? I posteri niente di peggio potranno aggiungere alla nostra depravazione, essi faranno e brameranno le medesime cose, ogni vizio è giunto al fondo”, Giovenale ha dunque la consapevolezza che i mali di cui parla sono universali solo che oggi s’è toccato il fondo. Nella terza satira offre uno spaccato della capitale che afferra e distrugge chi non ha mezzi per difendersi, come il suo amico Umbricio che ha deciso di trasferirsi nella più tranquilla Cuma, a Roma per l’onesto Umbricio non c’è più spazio, dilaga il malaffare con gli speculatori e gli imbroglioni che fanno soldi a palate (astrologi, maghi, indovini), qui si innesta uno spirito xenofobo con la famosa requisitoria contro i Graeculi che hanno invaso Roma inserendosi nella vita socio economica e politica dell’impero, si instaura verso di essi un odio fondato sulla roso mancanza di rispetto nei confronti della res publica e l’eccessivo individualismo, e a Roma era ormai avvenuto unh melting pot di culture in cui i valori Romani andavano sbiadendosi ed è dunque al dilagare dell’ellenismo greco che il poeta imputa le cause della corruzione e dello sfacelo di Roma. Nella sesta satira attacca con aggressione il sesso femminile, la donna dell’alta società romana si è abbassata alle forme più abiette del malcostume e del vizio, il potere del denaro e una società basata sull’arricchimento economico hanno determinato per Giovenale l’emancipazione spropositata della “donna per bene” causando la perdita della pudicizia e di abdicare i ruoli dello status femminile per abbracciare quelli di appannaggio maschile, come l’atletica o la politica, il parlare in pubblico, l’interesse per la critica letteraria. TACITO Sotto l’imperatore Domiziano l’atmosfera irrespirabile e ostile a qualsiasi forma di espressione dovette segnare per sempre la sua visione della storia (pessimistica), con l’ascesa di Nerva e di Traiano poi le cose cambiarono ma Tacito non è in grado di vivere serenamente questa “felicitas temporum” riconosce però che ora “si torna a respirare” (Agricola/ nunc... redit animus) e così, giunto ai quarant’anni, può finalmente dedicarsi alla storiografia per cercare delle risposte ai problemi politici e morali che si erano protratti in quegli anni, com’era stato possibile che la corruzione morale era arrivata a quel punto? Tacito non è per nulla in linea con l’ottimismo traianeo, la sua visione del mondo e dell’animo umano è profondamente pessimistica.