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Appunti di ripasso per esame di maturità su sociologia e antropologia
Tipologia: Appunti
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religione. Non esiste una definizione universale del termine religione, possiamo solo descriverla attraverso le sue componenti. Essa è contraddistinta da pratiche sociali (“culto”, inteso come comportamento ritualizzato); adesione sociale con gli stili di vita che essa comporta; ammissione dell’esistenza di un’ entità sovrannaturale con poteri di altra natura; il ruolo totalizzante della religione attraverso dogmi che spiegherebbero tutti gli eventi e i comportamenti quotidiani. La religione, oltre che dai teologi, è stata studiata anche dalle scienze umane. Lévi Strauss (antropologo strutturalista) a partire dalla linguistica teorizza che pochissimi elementi combinati originano molteplici culture: questi sono gli archetipi , volti al soddisfacimento dei bisogni primari. La religione, secondo quest’ottica, sarebbe presente ovunque assumendo però peculiarità differenti, seppur finalità e scopi siano medesimi. Dal punto di vista sociologico, invece, la religione è intesa al pari passo della politica, come gestione del potere. Il sociologo funzionalista Durkheim , ad esempio, vede nella religione uno strumento che genera coesione sociale tra gli uomini, che si aggregano stabilendo confini (noi e loro): questo provoca in loro un senso di partecipazione e obbligo morale. Non è quindi un concetto nato per la salvezza delle anime, bensì per utilità sociale. Gli antropologi evoluzionisti , come Taylor e Frezer, vedono la religione come aspetto comune negli uomini, dove si segue una linea del tempo ed un susseguirsi di “prima e dopo”. Taylor: animismo → politeismo → monoteismo Frezer: magia → religione → scienza Questo concetto può rivedersi anche nelle teorie di Comte , fondatore del pensiero positivista (senso di fiducia nel progresso): infatti lui distingue tre
periodi nel quale si distingue la conoscenza (teologica → metafisica → scientifica) Malinowski , antropologo funzionalista (il primo a parlare di osservazione partecipante), riconduce tutte le manifestazioni culturali al bisogno di soddisfare questi aspetti: ➔ sostentamento (con famiglia/parentela) ➔ ordine sociale/gestione del potere (con la politica) ➔ gestione risorse (con l’economia) ➔ sentirsi parte di una collettività (con la religione) Geertz (facente parte della antropologia interpretativa) si è chiesto: qual è il significato della religione per i fedeli? Come faccio ad avere accesso a quei significati e a presentarli in modo accurato? Le risposte a questi interrogativi sono piuttosto lontane da quelle dello strutturalismo. Secondo Geertz posso avere accesso a quei significati essenzialmente attraverso la comunicazione con gli altri. Non si tratta di andare alla ricerca delle strutture della mente, quanto piuttosto muoversi sul piano dei simboli e dei significati, comunicare con gli altri e, in questo modo, farsi un’idea di come gli altri interpretano le loro istituzioni. Freud , che a fine carriera si interessa circa questioni di tipo sociale, partecipa al dibattito religioso, cercando di spiegare l’origine della religione. A quanto pare inizialmente gli uomini vivevano in branco con a capo un solo uomo, il padre, che li sottomette. In un impeto d’ira (pulsione di morte), questi uccisero il padre e mossi dal senso di colpa costruiranno un totem per lui, attribuendogli virtù e poteri. Marx (precursore del comunismo) definisce la religione come oppio (sostanza psicotropa) che legittima l’ideologia della classe al potere, facendo credere alla classe subordinata che non esistano altri modi ed altre realtà. La religione è un inganno, legittima l’ordine costituito generando disparità e prevaricazione. A Weber , invece, non interessa cercare di definire la religione nella sua essenza, come “l'oppio dei popoli” e strumento di potere, o come coesione sociale. Invece esamina come le idee religiose e i vari gruppi interagivano con altri aspetti della vita sociale, in modo particolare con l'economia , così facendo, Weber tenta di definire il significato soggettivo che la religione ha
valore e all’etica). Contro ogni norma è prevista una sanzione : nel caso di mores e folkways la sanzione è l’emarginazione. Le istituzioni. Le istituzioni sono insiemi di norme tra loro coordinate che regolano un certo ambito di vita e di azioni, istituendo ruoli e modelli di comportamento. Per il sociologo sono istituzioni il matrimonio, la famiglia, la religione, lo sport, il sistema scolastico. Nonostante siano palpabili, l’istituzione è da intendersi come entità simbolica. All’interno delle istituzioni le persone occupano posizioni diverse e svolgono compiti diversi. Ad ognuna di queste posizioni corrispondono precise aspettative sociali (ci si aspetta che un insegnante sia competente nella materia che insegna). Secondo i sociologi le posizioni che un individuo ricopre nelle istituzioni sono gli status, mentre il complesso di azioni che ci si aspetta da un individuo in virtù del suo status è il ruolo. Ogni persona assume su di sé una pluralità di status, che possono essere ascritti (indipendenti dalla volontà e dall’impegno dell’individuo) e acquisiti (quelli che si raggiungono studiando e maturando una specifica professionalità). Le istituzioni si muovono parallelamente rispetto alla società, quindi si trasformano con essa: per capire i meccanismi di trasformazione è bene tenere a mente la distinzione proposta da Robert Merton circa le funzioni manifeste (espressamente dichiarate) e latenti di un’istituzione (compiti e obiettivi non dichiarati). Le istituzioni si oggettivano in organizzazioni , ovvero insiemi di persone che perseguono obiettivi sociali dividendosi attività e competenze. Le moderne organizzazioni si fondano su una struttura di tipo burocratico: in linguaggio sociologico la burocrazia designa la formalizzazione dei rapporti tra chi comanda e i cittadini. Il primo a delineare i tratti distintivi e gli effetti dirompenti sul piano della vita sociale fu Max Weber, che ha infatti una visione negativa della burocrazia, che esaspera e irrigidisce anche se serve per l’organizzazione. La burocrazia comporta: ➔ personale stipendiato in funzione dell’incarico ricoperto ➔ una rigida divisione dei compiti ➔ una precisa struttura gerarchica ➔ rapporti caratterizzati da impersonalità (il burocrate diviene 100% il suo ruolo)
L’aspetto negativo della burocrazia è che, come evidenzia Merton, molto spesso i mezzi per raggiungere determinati scopi diventano più importanti degli scopi stessi: c’è il rischio quindi che il lavoro per raggiungere lo scopo diventi centrale rispetto al motivo per cui lo si sta facendo. Questo fenomeno prende il nome di trasposizione delle mete. La devianza. Ogni condotta non conforme ai canoni di normalità e liceità di una società in un determinato momento storico viene definita devianza. Tuttavia è complesso dare una definizione univoca al termine, dato che è difficile stabilire un canone di normalità, dal momento che essa varia per tutte le culture; da questo punto di vista nessun comportamento è deviante in senso assoluto, ma varia a seconda del contesto. La devianza ha origine da determinate variabili di origine sociale, ma non sempre è stata definita così: nella seconda metà dell’Ottocento il criminologo Cesare Lombroso ipotizzò un’origine biologica della devianza, arrivando a teorizzare che alcuni criminali fossero riconoscibili per specifiche caratteristiche fisiche. La sociologia ha però adesso spostato il focus sulla società, piuttosto che sull’individuo in sé: è con la Scuola di Chicago che la devianza viene affrontata con metodo etnografico molto simile a quello antropologico dell’osservazione partecipante. In quest’ottica la devianza viene vista come il prodotto di una particolare subcultura , cioè di un complesso di idee, valori e modelli di comportamento e linguaggio elaborati da un certo gruppo. Fenomeno ben visibile se osserviamo le persone immigrate, definite devianti perché assumono atteggiamenti canonici nella loro realtà d’origine. Un’altra prospettiva viene offerta da Merton, che afferma che la devianza dipende dal divario tra mete socialmente desiderabili e mezzi disponibili per perseguirle. Un nuovo sguardo alla devianza ci arriva tramite Goffman, Lemert e Becker circa la labelling theory , la “teoria dell’etichettamento”. La devianza non è un attributo di determinati gruppi o individui, ma una condizione che si viene a creare a seguito di determinati meccanismi di attribuzione e definizione delle situazioni. Questa teoria spiegherebbe ciò che sta alla base dei pregiudizi stessi: la devianza deriva dall’esterno tramite etichette. Dopo l’etichettamento gli individui si conformeranno all’immagine che gli altri hanno di loro ( profezia che si autoadempie ).
Nelle moderne società occidentali, secondo Marx , il criterio fondamentale che determina la stratificazione sociale è di tipo economico : è il rapporto intrattenuto con la proprietà dei mezzi di produzione che decreta la classe di appartenenza. Tra le classi sociali il rapporto è di conflitto perenne, poiché le loro reciproche posizioni sono generate dalla lotta per l’appropriazione delle risorse. La classe di appartenenza determina la posizione che un individuo ha all'interno della società, ma non genera necessariamente la reale percezione della posizione occupata ("falsa coscienza"). Per Weber accanto a quello economico, si possono individuare altri due fattori che determinano le differenze tra i diversi gruppi sociali: lo status (il livello di prestigio sociale detenuto da un gruppo o da un individuo) e il potere. Lo status è il fattore che determina la divisione della società in ceti; la stratificazione in base al potere, invece, dà luogo ai partiti politici. A differenza delle posizioni di Marx e Weber, focalizzate sulla conflittualità, la teoria funzionalista (Davis e Moore) considera il sistema sociale come caratterizzato dall"integrazione". La stratificazione sociale avrebbe lo scopo specifico di collocare adeguatamente le persone nella struttura sociale. Tale prospettiva è criticata da Tumin , il quale afferma che l'esistenza di posizioni sociali più rilevanti di altre non sia una causa della stratificazione, ma una sua conseguenza. La stratificazione novecentesca si differenzia da quella ottocentesca per l'aumento delle classi medie, irriducibili alla classica dicotomia borghesia- proletariato, e l'omogeneizzazione degli stili di vita. Un altro elemento di novità della società contemporanea è il fatto che in essa gli individui abbiano almeno in linea di principio la possibilità di passare da una classe sociale all'altra; tale fenomeno è definito " mobilità sociale " (ascendente o discendente; assoluta o relativa). In conseguenza ai forti flussi migratori che hanno investito quasi tutti i paesi industrializzati, è poi mutata la percezione che le persone hanno della loro posizione sociale (fenomeni della "compensazione di status" e della "deprivazione relativa"). La povertà. Il concetto di "povertà assoluta" corrisponde alla situazione di una persona che vive in condizioni di estrema indigenza, con difficoltà a procacciarsi i beni e i servizi necessari per sopravvivere. Nei paesi industrializzati è tuttavia più frequente la povertà relativa , cioè la
condizione di chi, pur potendo soddisfare i bisogni di base, manca delle risorse per raggiungere quel tenore di vita che è prevalente nella società di appartenenza. Nelle moderne società industrializzate definiamo "nuovi poveri" individui o nuclei familiari che vivono in condizioni dignitose, ma che non riescono a raggiungere le opportunità e le comodità che qualificano il tenore di vita medio. Recentemente si sono affermati i cosiddetti approcci multidimensionali che assumono come punto di riferimento non solamente la dimensione economica, ma la qualità globale della vita: a tale considerazione si ispira l 'Indice di Sviluppo Umano (ISU).
L’industria culturale. L'espressione "industria culturale" designa l'insieme dei soggetti e delle attività che, nella società industriale, si occupano della produzione e distribuzione di beni e servizi culturali. Con l'invenzione della stampa si creano le premesse per una più ampia distribuzione dei prodotti e la nascita di un nuovo rapporto tra produttori e fruitori. Nell'Ottocento l'industria culturale assume progressivamente la centralità che noi ora le accordiamo; tale processo conosce diverse tappe: la comparsa della stampa popolare, quindi la nascita di nuove arti come la fotografia e il cinema. Tali innovazioni hanno creato per la cultura diverse modalità di espressione, ma ne hanno modificato profondamente anche la fruizione sociale, generando nuove modalità di intrattenimento e di svago. Ad esempio, il cinema si è trasformato ben presto in spettacolo, la fotografia, nata con intenti documentari, è diventata strumento di rappresentazione del mondo umano con le sue dinamiche e i suoi affetti. Nel XX secolo l'accesso delle masse ai consumi e alla partecipazione politica e sociale ha effetti dirompenti sull'industria culturale; il fenomeno più significativo è la diffusione dei mass media , che trasformano il mondo in quello che il sociologo McLuhan chiama "villaggio globale". L'icona di questa nuova realtà è la TV, che da strumento di informazione su una "realtà" che si presume autonomamente esistente, diventa fonte di realtà sempre più autoreferenziale. Si crea una sorta di mitologia, le cui divinità sono i personaggi dello spettacolo, oggetto di ammirazione e di identificazione psicologica da parte del pubblico.
Foucault esiste una dimensione “macro” (esercitata dallo Stato) e una dimensione “micro” (forma impersonale e anonima che è presente ovunque). Secondo lui non è lo Stato a plasmare la società, ma il potere che esercita. L’analisi di Weber, invece, suggerisce una tripartizione del potere in: ➔ potere tradizionale (la legittimità risiede nel rispetto della tradizione e nella reverenza verso la persona del signore) ➔ potere legale-razionale (l’obbedienza è motivata dalla credenza nella razionalità del comportamento conforme alla legge) ➔ potere carismatico (l’obbedienza è motivata dalla credenza nelle doti straordinarie del capo) La politica delle élites. Cosa sono le élites? Una parte scelta che sottomette la maggioranza. Come? Pareto parla di residui come istinti non logici che segue la massa. L’élite si muove secondo una logica utile al conseguimento di obiettivi. Ma le élites circolano, poiché si adagiano e si lasciano superare. Questo pensiero, sorto all’incirca intorno alla metà degli anni ‘10 del Novecento, presagisce aria di totalitarismi. A seguire Pareto sono Michels e Mannheim, che sostengono che ovunque c’è élite, non solo nei regimi totalitari: nella nostra politica stessa vige un sistema gerarchizzato, dove gli interessi da perseguire sono di pochi al vertice. Storia e caratteristiche dello Stato moderno. Lo Stato è un’entità giuridico-politica caratterizzata da solidi confini territoriali, un efficiente apparato amministrativo (burocrazia) e monopolio dell’uso legittimo della forza. L’attributo fondamentale dello Stato moderno è la sua sovranità. Si sviluppa nella storia come Stato assoluto, monarchia costituzionale e democrazia. Nel Novecento ha assunto i caratteri dello Stato totalitario (in cui un potere autoritario controlla ogni aspetto della vita dei cittadini) e dello Stato sociale (in cui è garantito il rispetto dei diritti sociali e civili del cittadino). La prima forma di Stato istituzionale moderno è lo Stato assoluto, che prevede l’accentramento della figura del monarca, che esercita in questo modo tutte le funzioni delle sovranità. La legittimazione teorica dell’assolutismo deriva dall’opera di Thomas Hobbes, che vede in esso l’unica soluzione necessaria per uscire dalla condizione di guerra
permanente in cui si troverebbe per natura il genere umano. Per Hobbes è l’esito di un patto irrevocabile, con cui gli individui cedono a una sola persona ( leviatano ) o ad un’istituzione la libertà totale di cui essi godono per natura, ricevendone in cambio pace e sicurezza. L’evoluzione di questa è la monarchia costituzionale, forma istituzionale dello Stato moderno europeo, in cui il sovrano giura fedeltà a un documento programmatico (Costituzione) impegnandosi a rispettare i diritti fondamentali dei sudditi. Da questo modello andrà a concretizzarsi il liberalismo politico: questo ritiene necessaria una distribuzione equilibrata dei poteri, ovvero la loro separazione. La democrazia. Come terza forma istituzionale dello Stato moderno ricordiamo la democrazia liberale, che è la forma odierna del cosiddetto "Stato rappresentativo", in cui sono rappresentati i singoli individui, considerati uguali di fronte alla legge. Gli Stati rappresentativi ereditano dalla tradizione liberale il principio fondamentale della separazione dei poteri e l'attenzione ai diritti civili dei singoli, visti come limite invalicabile dal potere statale; inoltre sono "democratici" perché assumono il principio della sovranità popolare ("democrazia" significa per l'appunto "governo del popolo"). Nelle moderne democrazie, pertanto, i singoli individui, considerati uguali di fronte alla legge, sono titolari dei medesimi diritti politici. Tra questi, il più importante è senza dubbio quello che sancisce la libertà di tutti i cittadini di partecipare attivamente alla vita della nazione. Nel nostro linguaggio la parola "democrazia" assume solitamente un significato positivo: esprime un valore, una realtà degna di apprezzamento. Si tratta però di una nozione complessa, su cui si sono esercitate le riflessioni degli studiosi. Ad esempio, il filosofo greco Aristotele (384- 322 a.C.) , discutendo nella Politica delle diverse costituzioni, indica nella democrazia una forma di governo "deviata" rispetto a ciò che egli chiama politìa (governo dei molti) in cui non c'è più il perseguimento del bene comune, ma piuttosto un dominio della maggioranza, che governa per il proprio esclusivo vantaggio. La diffidenza verso la democrazia come prevaricazione sulle minoranze esercitata da chi ha riscosso il maggior numero di consensi emerge molti secoli dopo anche nella riflessione di Alexis de Tocqueville, un magistrato francese. Secondo Tocqueville, un regime democratico favorisce il sorgere di un certo "tipo umano",
di interesse pubblico determinano la progressiva scomparsa di uno spazio "politico" e creano masse passive, facilmente manipolabili. Arendt individua seguenti tratti distintivi dei regimi totalitari: ➔ presenza di un capo che svolge il ruolo di guida carismatica delle masse e che come tale è insostituibile ➔ assolutezza della leadership: il capo non può essere un primus inter pares , ovvero un individuo che guida un gruppo di persone al suo stesso livello, ma deve essere un superiore senza alcun vincolo (in latino ab solutus, "sciolto"). ➔ appoggio delle masse e fanatismo: il popolo nutre una fedeltà incondizionata e illimitata nei confronti del capo, le cui mete sono "idealisticamente" preferite al perseguimento degli interessi personali; ➔ controllo di ogni aspetto della vita di ogni singolo individuo; ➔ nuova (distorta) concezione della realtà: il capo non basa le proprie decisioni su un esame realistico dei fatti ➔ ricorso al terrore: tutti devono sentirsi costantemente in pericolo di vita, sia nel caso in cui scelgano di opporsi al regime, sia nel caso in cui appartengano alle categorie che il capo considera "nemiche".
processi economici, politici e socioculturali che tendono a unificare il mondo, superando ogni barriera nazionale o locale. Il fenomeno affonda le sue radici nelle trasformazioni degli ultimi due secoli: l'espansione dell'economia di mercato, lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni, la fine della guerra fredda e della conseguente divisione del mondo in due blocchi. La globalizzazione economica si identifica con la mondializzazione del mercato: essa consiste nel controllo e il possesso delle attività economiche da parte delle imprese multinazionali e dalla diffusa tendenza delle piccole imprese a trasferire la produzione in zone economicamente più vantaggiose (delocalizzazione). Assume grande rilievo il mercato finanziario; in esso si scambiano titoli e valute, circolano rapidamente grandi quantità di capitali e spesso si fa ricorso a manovre di speculazione,
che lo espongono a costanti rischi di crollo con effetti devastanti sull'economia. La globalizzazione politica si traduce nella nascita di uno spazio pubblico transnazionale i cui attori principali sono: gli Stati, le istituzioni internazionali (ONU, Banca Mondiale ecc.) che si riuniscono per discutere dei problemi del mondo, le ONG (Emergency, Greenpeace ecc.) impegnate in progetti umanitari e interlocutori del potere politico. Sul piano politico si registra su scala mondiale un aumento dei governi democratici sia per spinte autonome dei paesi interessati, sia per gli apporti del mondo occidentale (democratizzazione). La dimensione culturale della globalizzazione si manifesta nella tendenza alla condivisione da parte delle persone di conoscenze, consuetudini e modelli di comportamento. Secondo Ritzer tale cultura condivisa genera prodotti standardizzati e di bassa qualità, come nelle catene dei fast food statunitensi (mcdonaldizzazione). Il sociologo Robertson ha invece ridimensionato tale diagnosi osservando che la cultura globalizzata non distrugge le tradizioni locali, ma piuttosto si mescola e si integra con esse (glocalizzazione). I vantaggi della globalizzazione sono riassumibili nella vicinanza tra gli individui creata dai mezzi di comunicazione, nella rapidità di accesso a strumenti e informazioni e nell'impatto positivo sui paesi poveri grazie all'aumento degli investimenti produttivi nei loro territori. Gli aspetti negativi riguardano la diseguale distribuzione di tali investimenti tra i vari paesi e il fatto che spesso non sono le fasce sociali più basse a beneficiarne. Le statistiche evidenziano infatti l'aumento della forbice sociale tra ricchi e poveri, sia nei paesi più industrializzati che in quelli in via di sviluppo. L'effetto principale della globalizzazione sulla percezione che gli individui hanno di se stessi e della propria vita è un sentimento di interdipendenza globale: esso rafforza il senso di responsabilità verso la collettività e al contempo genera quel senso di smarrimento, impotenza e precarietà bene esemplificato dal concetto di vita liquida coniato dal sociologo Zygmunt Bauman.