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riassunto e appunti del dialogo platonico Protagora
Tipologia: Sintesi del corso
Offerta a tempo limitato
Caricato il 22/09/2020
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Il Protagora è un lungo dialogo dedicato ai sofisti. Sin dall’antichità è stato inserito nella 6° tetralogia (assieme a Eutidemo , Gorgia e Menone ), e anche se una datazione precisa sembra impossibile si presume faccia parte dei suoi dialoghi giovanili (in cui emerge la critica al sapere tradizionale e alla sofistica). Si tratta di un dialogo con delle anomalie , in quanto è mosso (succedono molte cose, cambiano la trama e la scena…): questo testo si avvicina molto ai canoni della rappresentazione drammatica, soprattutto della commedia! Platone mette in scena i sofisti per prenderli in giro e utilizza alcuni registri tipici della commedia (quali la caricatura), seppur non apprezzi molto la commedia del suo tempo (tuttavia, la presa in giro o l’ironia comica può essere utile per un uso filosofico). Infatti Platone mette al seguito di Protagora numerosi personaggi conosciuti per essere discutibili e finiti male, a dimostrazione che gli insegnamenti del sofista non andavano a buon fine! I motivi dell’ostilità che la città nutriva nei confronti dei sofisti vanno ricercati sia nel fatto che questi fossero stranieri (giunti come “ambasciatori” delle proprie città) sia perché apparivano come sovvertitori dei valori tradizionali e delle tradizioni consolidate, sia perché divulgavano un sapere (a chiunque potesse pagarlo) che era da sempre riservato ai membri delle famiglie aristocratiche: seguaci dei sofisti furono infatti i figli di chi si era arricchito di recente (col recente sviluppo economico) che in seguito prenderanno parte attiva ad eventi politici molto negativi (per questo motivo, veniva attribuita ai sofisti la responsabilità del declino culturale e politico di Atene). Il dialogo si presenta come un capovolgimento drammatico de “ Le nuvole ” di Aristofane (qui era ritratto Socrate come un sofista): il tema è l’ stesso (l’educazione dei giovani), dopo una discussione sulla necessità di frequentare una “scuola di sapienza” ci si reca a casa del sofista, la presenza di un coro tra la prima parte (in cui pare vincere il perdente) e la seconda parte (in cui il perdente viene messo in ridicolo)… Tale richiamo alla commedia sembra rendere legittimo il comportamento “sofistico” che Socrate assume talvolta: egli porta delle argomentazioni deboli e scorrette dal punto di vista logico, con lo scopo di conquistare il consenso degli ascoltatori e prevaricare sull’uditore (esattamente come facevano i sofisti). Il fatto che Socrate assuma i comportamenti e le regole di discussioni sofistici lo portino a contraddirsi e a contraddire alcuni capisaldi del suo pensiero, ma questo serve per mostrare che egli è più sapiente di Protagora anche nel campo stesso in cui Protagora si definisce invincibile! Il dialogo si apre con Socrate che incontra un suo conoscente , presumibilmente in uno spazio pubblico, e gli racconta ciò che è successo poco prima: da qui inizia il dialogo diegetico, in cui Socrate racconta cosa gli è successo. Egli si è recato a casa di Callia su richiesta di Ippocrate, per conoscere Protagora e dialogare con lui (per capire a cosa andasse incontro Ippocrate, che desiderava il suo insegnamento). La prima scena vede Ippocrate che si precipita a casa di Socrate di notte, per informarlo che Protagora si trova ad Atene. Ippocrate desidera pagare l’insegnamento di Protagora, ma questi è un sofista, e Socrate gli chiede se è conscio di ciò verso cui sta andando incontro: come fa Ippocrate a sapere che Protagora è un sapiente se non lo ha mai visto? Tutti dicono che egli “sia il più abile nel parlare” (ovvero nell’arte della persuasione, che porta ad ottenere successo e consensi dal pubblico: Protagora dichiara di essere un maestro di “virtù politica” e di poter insegnare agli uomini a realizzarsi pienamente, conseguendo la felicità), ma nel parlare di cosa? Qual è il vero insegnamento che può dare? Socrate ricorre ad esempi di ambito tecnico: vai da un medico per imparar la medicina, vai da Protagora per imparare cosa? Ippocrate risponde “la sofistica”, ma tale attività è considerata malamente sia da Socrate che dall’opinione pubblica ateniese del tempo (infatti Ippocrate arrossisce, si vergogna di quello che ha appena detto). Ippocrate vorrebbe andare da Protagora per
imparare a parlare e contribuire alla propria cultura personale (considera Protagora “il sapiente di sapere”), ma è un grande rischio affidare la propria anima ad un maestro che non si conosce… Se il tuo scopo è migliorarti, dovresti andare da qualcuno che conosce il bene , ma dato che Ippocrate non conosce Protagora, non sa quello che imparerà. Socrate paragona i sofisti a dei venditori di cibo per l’anima : bisogna accertarsi che chi vende la merce sia onesto e sappia quello che davvero serve all’anima (in questo senso, Platone intende criticare i sofisti che cercano denaro, fama e onore), perché se assumi cattive conoscenze o abitudini con l’anima non potrai più liberartene! Per questo motivo, Socrate accetta di andare da Protagora, per vedere in cosa consistano la sua sapienza e il suo insegnamento. Prima di entrare, Socrate e Ippocrate si fermano a terminare un discorso: non si sa l’oggetto del dialogo, ma questo è utile per focalizzarsi sull’ “accordo in se” (non sull’oggetto dell’accordo). Infatti, il dialogo di Socrate non va avanti se l’interlocutore non è d’accordo, e dato che non c’è una verità assoluta, senza il consenso delle persone è impossibile trovare un accordo tra le varie opinioni! All’entrata c’è un enunco come guardiano (tipico della commedia), che scambia i due per sofisti e non li lascia entrare (poi lo convincono di non essere sofisti ed entrano). Appena dentro casa trovano Protagora che passeggia nel portico, con al seguito i suoi discepoli, ammaliati dalle sue belle parole (è una scena comica). Quanto iniziano a parlare, Protagora chiede se vogliono parlare in privato o in pubblico: a Socrate non fa alcuna differenza, dato che si parla di filosofia. Socrate espone quindi a Protagora che Ippocrate vuole diventare famoso, e che per questo gli serve il suo insegnamento (per diventare abile in politica): ma in cosa consiste il suo insegnamento? Mentre gli altri sofisti si “mascherano nelle arti”, Protagora afferma apertamente (e crede di essere nel giusto a farlo) di essere un sofista e di educare gli uomini, rendendoli capaci di trattare nel modo migliore le questioni pubbliche e private. A Socrate sorgono dei dubbi sull’eventuale insegnabilità della virtù politica : quella che insegna Protagora non è un’arte, e dunque non è insegnabile (dato che si possono insegnare solo le tecniche o le scienze). Secondo Socrate non è insegnabile perché non è possibile che un uomo lo trasmetta ad un altro: quando si deve deliberare per una costituzione gli ateniesi chiedono il consiglio degli architetti, per deliberare su una nave si chiede ai marinai… per tutte le cose tecniche si rivolgono ai tecnici! Invece, quando si deve decidere circa l’amministrazione della città, danno consigli fabbri/commercianti/ricchi/plebei… (e nessuno li biasima, perché ad Atene vige la democrazia diretta): per questo motivo, gli ateniesi non ritengono che politica sia una tecnica (si fa parlare chiunque perché non c’è un sapere dietro alla politica). Ed anche nella sfera privata pare che tale virtù non sia insegnabile, perché i sapienti sembrano non trasmettere le loro capacità ai figli (e ci sono figli molto più sapienti dei padri!). Protagora risponde a Socrate narrando il mito di Prometeo e Epimeteo (che sta a fondamento della democrazia ed ha una funzione educativa: espone quali sono gli aspetti dell’essere umano che rendono possibile l’insegnamento della virtù (anche se non è una tecnica), dimostrando ciò che Socrate esclude (ovvero che si può insegnare virtù anche se non è una tecnica). MITO DI PROMETEO E EPIMETEO I due protagonisti sono i fratelli titani Prometeo e Epimeteo, che devono distribuire le qualità a tutti gli esseri mortali (appena creati). Bisogna farlo in modo equo, creando un equilibrio che assicuri la sussistenza di tutte le specie, per cui se al leone dai la forza, alla gazzella dai la velocità per scappare dal leone! Epimèteo si occupa della distribuzione, mentre Promèteo ha il compito di rivedere la distribuzione. Tuttavia, Epimeteo finisce tutte le risorse per la sopravvivenza con gli animali privi di ragione, e per gli uomini dotati di logos (ovvero parola e ragionamento) non è rimasto nulla. Quanto
essere coraggioso ma ingiusto, giusto ma non sapiente…In seguito Protagora aggiunge sapienza e coraggio alle virtù di prima, indicando che la sapienza è la più importante di tutte. Le differenze tra le virtù proposte, secondo Protagora, stanno nelle diverse funzioni e caratteristiche che hanno; a questo punto Socrate osserva che se la giustizia è una cosa allora deve possedere delle certe caratteristiche, e per essere tale deve essere giusta. Si tratta del problema dell’autopredicazione: secondo quanto dice Protagora, la santità sarebbe non-giusta (perché è diversa dalla giustizia), anzi sarebbe ingiusta: Socrate tenta di indicare l’esitenza di un legame tra le virtù, e che la giustizia debba essere santa. I ragionamenti di Socrate sono scorretti perché confonde alterità (la santità non è giusta) e negazione (la santità è ingiusta), attribuendo forzatamente “non giusto” con “ingiusto”, mediante uno slittamento semantico eristico. Protagora si limita a riconoscere che al massimo le parti della virtù si assomigliano (d’altronde, tutti gli opposti hanno qualcosa in comune, cioè la cosa che li rende opposti!): giustizia e santità hanno un rapporto vicino seppur siano diverse. Per Socrate è comunque un successo essere riuscito a spostare Protagora da “le virtù sono tutte diverse” a “le virtù si somigliano in qualche modo”, anche se il sofista non pare disposto a rinunciare alla molteplicità ed alle particolarità delle virtù. A questo punto Socrate inizia un ragionamento che porterà alla dimostrazione che esiste un’identità tra santità e giustizia. Socrate gioca sull’assimilare due diverse virtù (confondendo contrario e contradditorio) giocando sul fatto che prima Protagora abbia affermato che ogni cosa ha un solo contrario : pare che sia sapienza che saggezza siano il contrario della stoltezza! L’identità tra giustizia e saggezza viene dimostrata affermando che un atto giusto è per forza anche saggio, ma Protagora risponde che per qualcuno un atto giusto potrebbe non essere saggio (ma anzi potrebbe essere disutile a chi lo compie), o potrebbe esserci qualcuno che agisce saggiamente pur commettendo ingiustizia : quest’ultima affermazione è molto pericolosa, Socrate gli chiede se intende “deliberare bene nell’agire ingiustamente” e Protagora risponde di si. Socrate chiedono se esistono cose buone (cioè utili agli uomini), e il sofista dice che vi sono cose buone anche non utili agli uomini (distinguendo cose buone e cose utili), lanciandosi in un discorso in cui afferma che ci sono cose buone o utili solo in relazione a qualcosa o a qualcuno (non “in sé”): denota così il suo relativismo, e suggerisce che beni ed utilità risiedano solo in ciò che produce benessere fisico. Il suo discorso suscita l’approvazione di tutti i presenti: questa pare una vittoria contro Socrate, sfuggendo al suo ragionamento che voleva mostrare che lo scopo dell’uomo non è solo l’autoconservazione, bensì la felicità data dall’’”agire bene” (in modo nobile e giusto, che non consente di dichiararsi giusti pur non essendolo). Per Platone di deve essere un unico bene/utile, non qualcosa di utile per qualcuno e per altri no, e Socrate cercava di condurre Protagora verso questo concetto: se infatti fosse così, il compito di “insegnare il bene” non sarebbe di Protagora, ma dei filosofi! La prima parte si conclude quindi con la resa di Socrate, che mostra l’impossibilità di dialogare filosoficamente con i sofisti (per via dei loro lunghi discorsi tesi solo a persuadere un ascoltatore passivo). Tuttavia, Protagora sottolinea che se non fosse lui a imporre le regole del dialogo non sarebbe diventato il miglior sofista tra i greci, quindi pare non voler rispondere alle domande di Socrate. Per questo motivo minaccia di andarsene, ma gli spettatori insistono affinché resti: egli dice di non essere capace di fare un lungo discorso (riconosce di essere più debole nei confronti di Protagora), mentre è il migliore nel dialogare. A questo punto inizia l’ intermezz o, in cui parlano tutti coloro che stavano ascoltando Socrate e Protagora. Crizia interviene per difendere Protagora (che può parlare come preferisce); Alcibiade suggerisce a Protagora di riconoscersi meno sapiente di Socrate; Crizia e Prodico cercano di mantenersi
imparziali; Ippia suggerisce a Protagora di fare discorsi più brevi ed a Socrate di essere più tollerante (trovare un compromesso), e propone di scegliere un arbitro. Socrate non intende avere un arbitro, quindi propone a Protagora di fare lui le domande (rinunciando ai propri principi dialettici, così gli fa vedere come rispondere) e poi faranno scambio di ruoli (così Protagora dovrà abbandonare i metodi a cui è abituato). A malincuore, Protagora accetta. Importante è notare che nell’intermezzo tutte le posizioni si susseguono senza un evidente connessione, e con questo Platone intende ritrarre la disordinata vita politica del tempo, in cui visioni etiche e politiche differenti continuano a sopraffarsi l’un l’altra (e questo è il terrendo dei sofisti, che discutono senza un vero scambio tra le parti né un’evoluzione del discorso!). Protagora porta la virtù (ovvero la questione precedente) sul piano della poesia : affermando che la parte più importante dell’istruzione è l’interpretazione dei poemi (saperli comprendere, esaminare e spiegare), mette alla prova Socrate con alcuni versi di Simonide (comunque Socrate piegherà il carme alle sue esigenze!). Protagora dice che Simonide si contraddice, perché prima critica il motto di Pittaco (secondo cui “è difficile essere buoni”) e poi dice che “è difficile diventare buoni”. Socrate cerca di risolvere la contraddizione grazie alla sinonimica di Prodico: sottolinea la differenza tra “essere” e “diventare”, per cui una volta che sei diventato buono (a fatica) è difficile rimanerlo! Questo scandalizza il sofista, perché pare che per Socrate sostenga che Simonide consideri più meritevole diventare virtuosi piuttosto che possedere la virtù. A questo punto Socrate propone la propria interpretazione del carme: secondo lui, Simonide vuole dire che la cosa davvero difficile è “diventare buoni”, perché essere “sempre buoni” è impossibile per l’uomo (che non può evitare di mostrarsi cattivo se colto da grandi sfortune). All’epoca “buono” significa anche “capace”, quindi “cattivo” significa “non capace, non più nelle condizioni di essere buono”: Simonide sta quindi parlando di un uomo che è già nella condizione di essere buono (cioè aveva le risorse per agire bene). Quindi, l’ uomo buono è colui che sa come vanno fatte le cose (perché vadano a buon fine), mentre l’ uomo cattivo (che agisce male) non sa che bene e conoscenza sono la stessa cosa: in tal modo, Socrate risolve l’apparente “contraddizione”, seppur attraverso molte “forzature” che gli fanno capovolgere la sua posizione iniziale circa la distinzione tre essere e diventare ( essere buoni, da facile diventa impossibile). Anche in questo caso bisogna tener presente che si tratta di una parodia del metodo sofistico, con cui si vuole dimostrare (con intento polemico) che i sofisti usano metodi assurdi! I presenti sembra che on si accorgano di nulla, anzi danno a Socrate la loro approvazione! A questo punto Socrate invita Protagora a tornare a discutere per domanda e risposta, e gli chiede di nuovo se saggezza, sapienza, coraggio, giustizia e santità siano 5 nomi diversi che si riferiscono ad una sola entità, o siano ciascuno un’entità particolare (con una sua funzione specifica). Protagora risponde che sono tutte simili eccetto il coraggio , che è una virtù del tutto diversa, perché ci sono molti uomini coraggiosi che sono ignoranti, stolti, ingiusti, empi. Ma Socrate nota che, in quanto virtù, anche il coraggio deve essere in qualche modo legato al bello ; e poi dice che gli audaci sono i coraggiosi che sanno ciò che fanno (gli audaci che non sono esperti non si possono dire coraggiosi, anzi vengono definiti pazzi ). A questo punto Socrate dice che “i sapienti sono i più audaci in quanto più coraggiosi”, cercando l’equivalenza tra sapienza e coraggio, ma l’affermazione di Socrate è nuovamente scorretta (perché gioca con la confusione!): Protagora ha ammesso solo che i coraggiosi sono audaci, non viceversa, e per escludere che il coraggio possa coincidere col sapere dice che l’audacia può derivare dal coraggio, dalla follia o dalla forza. Forza e potenza non sono la tessa cosa, quindi “i forti sono potenti” ma non è detto il contrario! Se la potenza deriva dalla conoscenza, dalla follia o dalla passione, la forza deriva dalla natura e dal buono stato del corpo! Allo stesso modo c’è una differenza tra audacia e coraggio : tutti i coraggiosi sono audaci (ma non viceversa) perché l’audacia deriva dalla conoscenza tecnica, dalla passione o dalla follia, mentre il coraggio dalla natura e dal buono stato dell’anima! In questo modo, Protagora respinge il tentativo di Socrate di assimilare il coraggio con il sapere. Socrate, attraverso un altro slittamento semantico che gioca sulla confusione tra contrari e contradditori chiede a Protagora se: