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Psichiatria psicopatologia, Appunti di Psichiatria

appunti - appunti

Tipologia: Appunti

2014/2015

Caricato il 09/12/2015

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PSICHIATRIA PSICOPATOLOGIA
ANSIA
I disturbi d’ansia si distinguono in diverse categorie che sono:
- Fobia Specifica
- Fobia Sociale
- Disturbo d’Ansia Generalizzato
- Disturbo Ossessivo-Compulsivo
- Disturbo di Panico con e senza agorafobia
- Agorafobia senza anamnesi di disturbo di panico
- Disturbo Post-traumatico da Stress
- Disturbo acuto da Stress
FOBIA SPECIFICA
La fobia specifica si caratterizza per una marcata e persistente paura, eccessiva o irragionevole, provocata
dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o di una situazione specifici (per es. animali, sangue, volare,
altezze).
- L’esposizione allo stimolo fobico provoca un’immediata risposta ansiosa che può sfociare in un attacco di
panico situazionale (nei bambini l’ansia può essere espressa tramite pianti, scoppi d’ira, irrigidimenti, o
aggrappandosi).
- La persona, non necessariamente i bambini, riconosce che le paure sono eccessive ed irragionevoli.
- Le situazioni fobiche vengono evitate o sopportate con intenso disagio e l’evitamento o il disagio collegato
alle situazioni temute deve significativamente interferire con il funzionamento lavorativo, sociale o deve
essere presente marcato disagio per il fatto di soffrire di questo disturbo.
- La durata del disturbo nei minori deve essere di almeno 6 mesi; infine, il disturbo non deve essere meglio
giustificato da altro disturbo mentale o da una condizione medica generale o dall’assunzione di sostanze.
Le fobie specifiche sono dunque comportamenti di evitamento di cose o situazioni specifiche che attivano
un’ansia sproporzionata e irragionevole.
Possono essere divise in sottotipi a seconda della fonte della paura, e il loro contenuto può variare nelle varie
culture.Sono esperienze comuni e ubiquitarie che spesso non creano un problema tale da richiedere un
trattamento. Le teorie cognitive sull’origine delle fobie danno rilievo al fatto che le persone che sviluppano
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PSICHIATRIA PSICOPATOLOGIA

ANSIA

I disturbi d’ansia si distinguono in diverse categorie che sono:

**- Fobia Specifica

  • Fobia Sociale
  • Disturbo d’Ansia Generalizzato
  • Disturbo Ossessivo-Compulsivo
  • Disturbo di Panico con e senza agorafobia
  • Agorafobia senza anamnesi di disturbo di panico
  • Disturbo Post-traumatico da Stress
  • Disturbo acuto da Stress**

FOBIA SPECIFICA

La fobia specifica si caratterizza per una marcata e persistente paura, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o di una situazione specifici (per es. animali, sangue, volare, altezze).

  • L’esposizione allo stimolo fobico provoca un’immediata risposta ansiosa che può sfociare in un attacco di panico situazionale (nei bambini l’ansia può essere espressa tramite pianti, scoppi d’ira, irrigidimenti, o aggrappandosi).
  • La persona, non necessariamente i bambini, riconosce che le paure sono eccessive ed irragionevoli.
  • Le situazioni fobiche vengono evitate o sopportate con intenso disagio e l’evitamento o il disagio collegato alle situazioni temute deve significativamente interferire con il funzionamento lavorativo, sociale o deve essere presente marcato disagio per il fatto di soffrire di questo disturbo.
  • La durata del disturbo nei minori deve essere di almeno 6 mesi; infine, il disturbo non deve essere meglio giustificato da altro disturbo mentale o da una condizione medica generale o dall’assunzione di sostanze.

Le fobie specifiche sono dunque comportamenti di evitamento di cose o situazioni specifiche che attivano un’ansia sproporzionata e irragionevole.

Possono essere divise in sottotipi a seconda della fonte della paura, e il loro contenuto può variare nelle varie culture.Sono esperienze comuni e ubiquitarie che spesso non creano un problema tale da richiedere un trattamento. Le teorie cognitive sull’origine delle fobie danno rilievo al fatto che le persone che sviluppano

fobie o altri disturbi d’ansia, a differenza di quelle che non le sviluppano, avrebbero una spiccata tendenza a prestare attenzione agli stimoli negativi e una più alta aspettativa sul verificarsi di eventi negativi nel futuro.

FOBIA SOCIALE

La fobia sociale si contraddistingue per una paura marcata e persistente nei confronti di situazioni sociali o prestazioni che comportano l’esposizione a persone non familiari o il possibile giudizio di altri.

In tali situazioni la persona teme di mostrare ansia o di agire in modo umiliante ed imbarazzante (nei bambini deve essere presente la capacità di stabilire rapporti appropriati all’età con persone familiari e l’ansia deve manifestarsi nell’interazione con i coetanei e non solo con gli adulti).

L’esposizione alla situazione temuta causa ansia che può assumere le forme dell’attacco di panico causato o sensibile alla situazione (nei bambini l’ansia può essere espressa con pianti, scoppi d’ira o irrigidimento).

La persona adulta, non necessariamente i bambini, riconosce che la paura è eccessiva o irragionevole.

Le situazioni temute sono evitate o sopportate con intensa ansia o disagio e l’evitamento delle situazioni, l’ansia anticipatoria o il disagio provato nelle situazioni sociali o prestazionali, interferiscono significativamente con il funzionamento lavorativo (o scolastico), o con le attività e le relazioni sociali, oppure è presente marcato disagio per il fatto di avere la fobia.

Il disturbo, nei minori, deve essere presente da almeno sei mesi.

Così come per le fobie specifiche, anche un certo grado di ansia sociale può considerarsi come un’esperienza comune, per esempio quando si deve parlare in pubblico o si affronta un esame, o si partecipa a feste o riunioni senza conoscere nessuno.

Può presentarsi in forma circoscritta a determinate situazioni o in forma generalizzata.

Le teorie cognitive danno rilievo alla tendenza a prestare attenzione agli stimoli negativi e all’immagine di sé presentata agli altri, ad una più alta aspettativa sul verificarsi di eventi negativi nel futuro e ad un deficit nell’apprendimento delle abilità sociali che faciliterebbe il non sentirsi a proprio agio con gli altri e l’essere oggetto di critiche per gli errori commessi.

DISTURBO D’ANSIA GENERALIZZATO

Il disturbo d’ansia generalizzato è caratterizzato da ansia e preoccupazione eccessive per vari eventi o attività, che si manifestano per la maggior parte dei giorni e per almeno sei mesi.

L’ansia e la preoccupazione sono difficilmente controllabili e sono associate ad almeno tre sintomi tra i seguenti: irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria, irritabilità, tensione muscolare, alterazioni del sonno.

comportamenti ripetitivi (es. lavarsi, riordinare, controllare) o azioni mentali (es. pregare, contare mentalmente) che la persona sente di dover mettere in atto in risposta ad un’ossessione e secondo regole rigide, per prevenire o ridurre il disagio, o per prevenire, in modi non realistici o eccessivi, eventi temuti.

Nel corso del disturbo le persone, ma non sempre i bambini, riconoscono, almeno in qualche momento, che le ossessioni e le compulsioni sono eccessive o irragionevoli.

Le ossessioni o le compulsioni devono, inoltre, causare marcato disagio, far consumare tempo (più di un’ora al giorno) o interferire significativamente con le abitudini della persona, con il funzionamento lavorativo o con le attività relazionali e sociali usuali.

In caso di concomitanza di un altro disturbo, le ossessioni e le compulsioni non devono essere riferite al contenuto specifico di quel disturbo, ad esempio l’ossessione per il cibo nei disturbi dell’alimentazione, o per il proprio aspetto nel disturbo di dismorfismo corporeo, lo strapparsi i capelli nella tricotillomania o la ruminazione di colpa in presenza di un disturbo depressivo maggiore. Il disturbo, infine, non deve essere causato dall’uso di sostanze o da una condizione medica generale.

Saltuarie ossessioni (per es. sotto forma di pensieri, immagini o melodie che si presentano improvvisamente nella mente senza apparente motivo, creando fastidio per il loro contenuto o per la difficoltà a metterli da parte) o compulsioni (per es. sotto forma di rituali propiziatori prima di qualche evento importante, o che si trasformano in abitudini) fanno parte, in qualche momento della vita, dell’esperienza comune delle persone, senza tuttavia interferire in modo significativo con le normali attività.

Ben diversa è la situazione delle persone che soffrono del disturbo ossessivo-compulsivo per le quali la quotidiana presenza dei sintomi ossessivi e/o compulsivi, persistenti e incontrollabili, diventa fonte di notevole disagio e di significativa compromissione della vita affettiva, sociale e lavorativa.

Frequente è inoltre l’associazione con altri disturbi d’ansia, con disturbi dell’umore e con vari disturbi di personalità.

Le teorie cognitivo comportamentali : considerano le compulsioni come comportamenti appresi rinforzati dalla conseguente riduzione dell’ansia.

Per le ossessioni viene ipotizzato che in questi pazienti, a causa di esperienze infantili da cui hanno appreso che alcuni pensieri sono pericolosi o riprovevoli, non tollerino pensieri spiacevoli che si affacciano casualmente alla mente per cui cercano di sopprimerli creando un effetto paradosso di una forte concentrazione su di essi.

DISTURBI DI PANICO CON-SENZA AGORAFOBIA

Si caratterizzano per la presenza di attacchi di panico ricorrenti ed inaspettati, di cui almeno uno è seguito per almeno un mese da uno o più dei seguenti sintomi:

1) preoccupazione persistente di avere altri attacchi;

2) preoccupazione a proposito delle implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze (per es. perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, impazzire);

3) significativa alterazione del comportamento correlata agli attacchi.

Gli attacchi di panico non devono essere meglio giustificati da una generale condizione medica o da uso di sostanze o da un diverso disturbo mentale come una fobia specifica o sociale un disturbo d’ansia di separazione, un disturbo ossessivo-compulsivo o post-traumatico da stress.

ATTACCO DI PANICO

L’attacco di panico si manifesta come un preciso periodo di paura o disagio intensi, durante il quale si sviluppano improvvisamente, raggiungendo un picco in circa dieci minuti, almeno quattro dei seguenti sintomi:

1) palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia;

2) sudorazione;

3) tremori fini o a grandi scosse;

4) dispnea o sensazione di soffocamento;

5) sensazione d’asfissia

6) dolore o fastidio al petto;

7) nausea o disturbi addominali;

8) sensazione di sbandamento, d’instabilità, di testa leggera o di svenimento;

9) derealizzazione (senso d’irrealtà del mondo) o di depersonalizzazione (sensazione di essere distaccati da se stessi);

10) paura di perdere il controllo o di impazzire;

11) paura di morire;

12) parestesie (sensazione di torpore o di formicolio);

13) brividi o vampate di calore.

Gli attacchi di panico sono definiti come causati dalla situazione quando sono fortemente associati a fattori scatenanti ben individuabili, sensibili alla situazione quando l’associazione è meno forte, e inaspettati quando appaiono in situazioni che non li giustificano. Per fare diagnosi di disturbo di panico devono essere presenti attacchi inaspettati e ricorrenti, mentre l’esclusiva presenza di attacchi causati dalla situazione riflette la presenza di una fobia.

AGORAFOBIA

Con agorafobia si intende l’ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di un attacco di panico inaspettato o sensibile alla situazione o di sintomi tipo panico. Il timore agorafobico riguarda situazioni

  1. incapacità di ricordare aspetti del trauma;

  2. marcata riduzione dell’interesse o della partecipazione ad attività significative;

  3. sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri;

  4. ridotta affettività;

  5. sentimenti di diminuzione delle prospettive future. La durata del disturbo deve essere superiore ad un mese ed infine il disturbo deve causare un disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti dell’esistenza.Il disturbo post-traumatico da stress viene classificato come acuto se la durata dei sintomi é inferiore a 3 mesi, cronico se la durata dei sintomi è di 3 o più mesi, ad esordio ritardato se i sintomi compaiono dopo almeno 6 mesi dall’evento stressante.Descritto già all’inizio del secolo scorso durante la prima guerra mondiale, il disturbo post-traumatico da stress è stato introdotto come categoria diagnostica a seguito dell’evidenza dei gravi postumi psicologici riscontrati in molti reduci della guerra del Vietnam. La definizione diagnostica del disturbo richiama subito l’attenzione sulla sua causa, un evento traumatico di notevole intensità (morte, minaccia di morte, gravi lesioni, minaccia fisica), che ha coinvolto direttamente la persona come vittima o come osservatore; evento di fronte al quale la persona si è sentita impotente e che ha comportato una immediata reazione emotiva di paura ed orrore, e a cui segue, per un tempo superiore al mese, un corredo sintomatologico caratterizzato dall’oscillazione fra il rivivere con persistenza l’evento tramite ricordi, incubi e flashback, il persistente mantenimento di uno stato d’allerta, e all’opposto il tentativo di dimenticare l’evento o almeno attenuare la percezione delle proprie emozioni. Questa definizione dà particolare rilievo alla gravità dello stress, ma tiene conto solo in parte dei fattori soggettivi quando parla della reazione immediata di intensa paura e di orrore e senso d’impotenza, non considerando a sufficienza altri fattori individuali, che dovrebbero spiegare il fatto che non tutte le persone che hanno subito o assistito ad un evento traumatico del tipo considerato dalla diagnosi sviluppano il disturbo. Si tratta di una scelta atta ad evitare che nelle cause di risarcimento la responsabilità del disagio psicologico venisse attribuita a difetti di carattere della persona e non al trauma subito.

DISTURBO ACUTO DA STRESS

Per la diagnosi del disturbo acuto da stress è innanzitutto necessario che la persona abbia vissuto, assistito o si sia confrontata con un evento traumatico che ha implicato la morte o la minaccia di morte o gravi lesioni o una minaccia all’integrità fisica propria o altrui, e che la persona abbia reagito all’evento con intensa paura, sentimenti di impotenza o di orrore.Inoltre durante o dopo l’evento, la persona deve presentare almeno tre dei seguenti sintomi dissociativi: sensazione soggettiva d’insensibilità, distacco, o assenza di reattività emozionale; riduzione della consapevolezza dell’ambiente circostante (per es. rimanere storditi); derealizzazione; depersonalizzazione; amnesia dissociativa (cioè incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma).Ulteriori criteri per la diagnosi sono: il rivivere persistentemente l’evento traumatico attraverso immagini, pensieri, sogni, illusioni, flashback, oppure disagio all’esposizione a ciò che ricorda l’evento traumatico; un marcato evitamento degli stimoli associati al trauma (pensieri, sensazioni, conversazioni, attività, luoghi, persone); la presenza di sintomi di ansia o di aumentata reattività emozionale (difficoltà a dormire, irritabilità, scarsa capacità di concentrazione, ipervigilanza, risposte di allarme esagerate, irrequietezza motoria). Il disturbo, inoltre, deve causare disagio clinicamente significativo o disfunzione nel funzionamento sociale , lavorativo o in altre aree importanti , oppure compromettere la capacità di svolgere compiti fondamentali e di chiedere aiuto ai familiari, deve durare almeno due giorni e fino ad un massimo di quattro settimane, manifestarsi entro quattro settimane dal trauma, e deve concludersi nell’arco di sei mesi e, infine non deve essere causato dall’assunzione di sostanze o da una condizione

medica generale, non deve essere meglio giustificabile da un Disturbo Psicotico Breve, o rappresentare l’esacerbazione di un altro disturbo preesistente. I criteri diagnostici sono simili a quelli del disturbo post- traumatico da stress, da cui si differenzia per l’inclusione dei sintomi dissociativi e per la minore durata. Nel 40% dei casi il disturbo acuto evolve nel disturbo post-traumatico.

DEPRESSIONE

La depressione è un disturbo molto diffuso, può causare gravi conseguenze ed è caratterizzato da una complessità di sintomi che interessano lo stato d’animo (o umore), le energie, il pensiero ed il fisico con i suoi ritmi fisiologici. (Il rischio di sviluppare un episodio depressivo nel corso della vita è stimato intorno al 15-17% e si calcola che in Italia ne soffrano 8 milioni di persone. Il disturbo è più frequente nelle donne che negli uomini, con un rapporto di 2 a 1, e compare tra i 20 e i 50 anni, in media intorno ai 40 anni, anche se nessuna età ne è immune). Nelle ultime generazioni, probabilmente per la diffusione dell’abuso di sostanze e per i cambiamenti di stile di vita, si è verificato un abbassamento. In alcuni casi il quadro può insorgere improvvisamente, più spesso è preceduto da un periodo, di giorni o mesi, in cui sono presenti dei “sintomi- spia” come facilità a cambiare umore, riduzione delle energie, tensione, difficoltà di concentrazione, inappetenza, insonnia. Non essendo specifici, questi sintomi sono spesso attribuiti a cause esistenziali o a malattie fisiche con conseguente ritardo nella diagnosi e nell’avvio di una cura adeguata. Quando il disturbo si manifesta in pieno, l’umore: è depresso (“mi sento triste, avvilito, sfiduciato, disperato”), scarsamente modificabile dagli eventi esterni (“ricevere l’incarico di capo-ufficio, che aspettavo da tanto, mi ha lasciato completamente indifferente”).In un depresso sono frequenti l’incapacità di provare gioia o piacere, la perdita di interessi (“non ho più voglia di giocare a calcetto”). L’ansia, spesso associata, si manifesta come un continuo stato di preoccupazione (“non riesco a rilassarmi mai, ho sempre un pensiero che mi angoscia”) o sotto forma di disturbi fisici (“non riesco a digerire”, “ho sempre mal di testa”).La riduzione delle energie causa un rallentamento nei movimenti, un profondo senso di stanchezza, più intenso al mattino, una facile stancabilità con difficoltà a svolgere qualsiasi attività (“mi costa uno sforzo enorme anche cucinare”). Più raramente è presente uno stato di agitazione con necessità di muoversi continuamente (“non riesco a stare fermo, non trovo pace”) e di comunicare la propria sofferenza che in questi casi viene spesso attribuita a fattori esterni (“sono depresso perchè in ufficio non mi considerano”; “mi sono ammalata perché mio marito lavora tutto il giorno e io sono sola in casa”). La presenza di agitazione caratterizza un particolare sottotipo di depressione (“depressione mista”) che richiede specifiche modalità di cura. I pensieri sono rallentati (“mi sembra di avere la testa vuota, non riesco a pensare a nulla”) come, peraltro, tutte le funzioni mentali: attenzione, concentrazione e memoria (“non riesco più a seguire una discussione, perdo il filo di quanto viene detto”; “non posso più leggere un libro: guardo la stessa frase senza capire quello che c’è scritto”). La mente ruota su pochi argomenti: la convinzione di non valere niente (“non sono mai stato in grado di fare nulla”, “prima o poi si accorgeranno che professionalmente sono un bluff”), di essere rovinato (“non ho più neanche i soldi per comprarmi da mangiare”), di aver commesso gravi errori in passato ("ho sbagliato a comprare una casa nuova, con quello che mi costa andrò in rovina"), di soffrire di una grave malattia fisica (“ho continuamente mal di stomaco… penso di avere un tumore”), di non avere futuro. Talvolta queste idee sono così profondamente radicate da non essere messe in dubbio neanche se si dimostra il contrario, trasformandosi in veri e propri deliri (“depressione delirante o psicotica”). Il desiderio di morire è presente almeno nei due terzi dei pazienti (“vorrei addormentarsi e non svegliarmi più", “spero di avere un incidente

depressione bipolare, ma che va prestata attenzione anche alla prevenzione delle eventuali ricadute, soprattutto nelle fasi di mania. Ecco perchè il terapeuta provvederà regolarmente a monitorare lo stato psicologico del paziente, anche dopo la remissione totale della fase acuta.