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La definizione “psicolinguistica” è intercambiabile con “psicologia del linguaggio”. Inizialmente gli psicologi si interessano al linguaggio solo come aspetto comportamentale, ma con la psicolinguistica si inizia ad ipotizzare che sia un aspetto cognitivo specifico. La psicolinguistica è lo strumento che ci permette di comunicare e che ci distingue dal resto degli altri animali in quanto dispositivo specie-specifico. In realtà non è esattamente così perché non siamo gli unici ad usare il linguaggio per comunicare. Il linguaggio ha una funzione proposizionale, ossia le conoscenze non rimangono indefinite, ma le veicoliamo in proposizioni attraverso un codice (la lingua). Il linguaggio ci permette di elaborare, organizzare ed impacchettare le conoscenze fra i partecipanti di una comunità. Secondo Chomsky siamo gli unici in grado di pensare e ragionare per poi codificare. Può essere riduttivo pensare che il linguaggio sia uno strumento che ci permette di comunicare (linguaggio: produzione specifica umana di suoni articolati che vengono proferiti per comunicare un contenuto ad altri). Non abbiamo prove se gli animali comunichino, raccontino storie. Siamo in grado di comunicare anche senza linguaggio (arte, musica, scultura etc.). Ci si chiede se saremmo la stessa umanità senza linguaggio. Sostanzialmente psicologi e linguisti dovrebbero collaborare ma non è sempre stato così. Fino agli anni ’50 c’è stato disinteresse specifico. I linguisti vedevano il linguaggio come un dato di fatto e ne studiavano le regole che lo costituivano. Gli psicologi avevano invece l’obbiettivo di indagare i processi mentali (psicologia cognitiva). Le prospettive cambiano fra gli anni ’50 e ’60 quando nello studio della psicologia si passa dal comportamentismo al cognitivismo. Il termine psicolinguistica viene usato per la prima volta nel 1951 ad una conferenza in Indiana. Questo segna la caduta del comportamentismo (1913). Era un paradigma statunitense che si scontrava con la Gesthalt europea. Si limitava a studiare i comportamenti in base a quando la mente riceve gli stimoli. Si studia ciò che è osservabile ad occhio nudo: le risposte manifeste. Si fornisce uno stimolo e si registra la risposta. Ciò si applica anche al linguaggio. Skinner è uno dei principali esponenti del comportamentismo. Secondo lui nasciamo inappresi e impariamo grazie all’osservazione del comportamento. Dato che anche il linguaggio è un comportamento, esso è di conseguenza appreso e non innato. Nella corrente del comportamentismo prende piede una corrente interna che considera che non possa esserci qualcosa fra chi elabora uno stimolo e chi dà una risposta che non sia un essere pensante. Non è qualcosa di meccanico o robotico. C’è intenzionalità nel comportamento e soggettività. C’è un’ attività cognitiva mentale non osservabile. Da comportamentismo si passa a neo- comportamentismo per poi arrivare al cognitivismo. Nel 1957 viene tenuta una conferenza al M.I.T. di Boston dove è presente anche Chomsky ad opporsi al comportamentismo. I linguisti iniziano a cambiare la loro prospettiva e trovano un punto di incontro con gli psicologi. La prospettiva del linguaggio cambia da comportamento verbale a fatto mentale. Si comincia a pensare al linguaggio con implicazioni mentali. Un’ipotesi sottostante alla psicolinguistica è che a regole costitutive del sistema linguistico corrispondano altrettanti meccanismi psicologici. Si vuole quindi verificare la “realtà psicologica” dei costrutti linguistici. (Esperimenti di Chomsky con immagini). Più le frasi sono trasformate più sono complesse da elaborare. Se prendiamo una dichiarativa attiva e la trasformiamo in passiva la parole usate rimangono pressappoco le stesse.
Però comprendiamo più velocemente le frasi attive di quelle passive. Questo conferma l’ipotesi di Chomsky che gli effetti di psicolinguistica si basano su pochi secondi ma che sono fondamentali. Un punto critico di questa teoria è non aver tenuto conto dell’aspetto semantico dell’elaborazione della frase (comprendere cosa dice la frase). Non tiene conto del fatto che è una trasformazione solamente dal punto di vista sintattico. Se ci rendiamo conto dell’inesattezza semantica ci mettiamo meno tempo a reagire e a rilevare questo aspetto. 15/ Secondo il metodo scientifico-sperimentale si deve ipotizzare una reazione di causa-effetto dettata dallo sperimentatore e ciò/chi manipola in termini di variabili. Quello scientifico è il metodo usato di più in psicologia. Il metodo osservativo-descrittivo ha l’obbiettivo di osservare un comportamento linguistico e ad osservare ricorrenze comunicative in determinati contesti. Non ci permette di tenere sotto controllo determinate variabili non svolgendosi in un setting controllato ma in uno più naturale. E’ un tentativo di razionalizzare delle situazioni che si pensano essere cruciali ma non replica esattamente la quotidianità del linguaggio. Vi è un osservatore in più che snatura la pratica comunicativa in corso, anche se secondo studi recenti non ci si accorge più di questa presenza e la comunicazione avviene normalmente. Si utilizza sia sul campo che in laboratorio. Il metodo d’inchiesta (interviste/questionari) si utilizza per raccogliere un grande quantitativo di informazioni e opinioni dei partecipanti. In psicolinguistica si usano i questionari per avere un’idea delle caratteristiche del materiale da utilizzare per poi selezionare quello più utile all’esperimento. Ci sono quattro fasi che contraddistinguono i vari metodi di ricerca. La prima è quella che si chiama domanda di ricerca. Quindi arrivare a filtrare la mia domanda riguardo l’argomento e scremare gli altri dubbi. Bisogna quindi capire come definire il problema e cosa posso apportare con la mia ricerca. Raccolgo tutto il materiale a riguardo, anche quello già scritto, e ne traggo le informazioni che mi interessano al fine di giungere a qualcosa di nuovo. La seconda fase consiste nel formulare un’ipotesi. Si riferisce principalmente al metodo sperimentale. Poi c’è l’implementazione dell’esperimento e infine la raccolta e la loro elaborazione dei dati. Nel metodo sperimentale si utilizza il metodo di differenza statistica per capire quanto le variabili non siano dovute al caso ma alla manipolazione e quanto siano specifiche per il campione di popolazione scelto. Il metodo sperimentale si utilizza maggiormente nel campo di ricerca del linguaggio in ambiti di psicologia e psicolinguistica. Fornisce maggiore concretezza. Deriva dalla condivisione delle scienze sociali e quelle naturali del sunto determinista secondo cui in base ad una causa ne deriva un determinato effetto. C’è quindi una relazione di causa-effetto fra due variabili. La fase di formulazione dell’ipotesi è cruciale per arrivare a comprendere questa relazione. La variabile che andiamo a manipolare è detta variabile indipendente, mentre quelle che misuriamo sono le variabile dipendenti (dalla manipolazione di quella indipendente). A seconda di ciò che chiedo di fare al partecipante andrò a trovare delle differenze nel comportamento del partecipante. L’ipotesi sperimentale segnala una relazione di causa-effetto fra la variabile indipendente e quella dipendente. Quello che andiamo a fare è trasformare concetti teorici in variabili tramite un rapporto di causa-effetto. Il metodo sperimentale ci permette di tenere sotto controllo altre variabili che potrebbero influire e variare i risultati. Con la variazione della variabile dipendente si passa alla raccolta dati e la loro analisi per capire se l’ipotesi è stata confermata o meno. Questi ci
una figura e il partecipante deve dire il nome della figura. Oppure viene presentata la figura e il sostantivo e il partecipante deve dire se il sostantivo è corretto in base alla figura rappresentata. Proporre un sostantivo sbagliato è una variante del picture naming chiamata picture-word interference. Il tempo di reazione varia in base alla correlazione semantica e sintattica. Una variante del picture naming consiste nel chiedere ai partecipanti di leggere una prima frase e poi viene presentata un’immagine con l’azione che viene svolta. Viene quindi chiesto se chi compie l’azione nell’immagine viene menzionato nella frase. In caso positivo si è più veloci a reagire. Ma se invece viene comunque presentato lo stesso soggetto ma che svolge azioni diverse? Il tempo di reazione sarà comunque più lento. (Esempio: l’aquila è nel cielo-sono più veloce a rispondere quando l’aquila ha le ali spiegate, rispetto ad un aquila statica). Questo si rifà al embodied cognition account perché comunque riporta alla nostra capacità di rappresentare anche la corporeità. Questa rappresentazione facilita nell’individuare ciò che ci siamo immaginati a livello mentale. Anche se variamo il tempo verbale della frase ci saranno dei tempi di reazione diversi. Questo sta a dimostrare che non esiste un tempo di reazione universale. 21/ Le misurazioni per il metodo sperimentale sul linguaggio sono: tempi di reazione, tempi di lettura e movimenti oculari, potenziali evento-relati, magnetoencefalografia, risonanza magnetica funzionale e stimolazione magnetica transcranica. Le prime tre sono le misurazioni che si utilizzano maggiormente per via di un fattore storico. Il tempo di reazione è una quantità (spesso millisecondi) di tempo che intercorre da quando presento lo stimolo a quando il partecipante elabora una risposta. Il tempo di reazione fonda il suo assunto teorico sulla cronometria mentale, ovvero che sia possibile misurare in termini di tempo l’operato mentale. Ci sono altri tre assunti: è possibile misurare processi mentali complessi in quanto scomponibili in operazione più semplici, l’operazione mentale più semplice consiste nella trasformazione dell’informazione e può essere misurata in quanto richiede tempo, quanto più numerose e complesse sono le operazioni cognitive necessarie per eseguire il compito richiesto, più lungo è il tempo che intercorre tra la presentazione dello stimolo e la risposta del soggetto. Per le misurazioni ci sono due fasi: quella centrale-cognitiva, codifica ed elaborazione delle informazioni sensoriali fino al momento in cui viene selezionata la risposta; e quella periferico-motoria, processi che producono la risposta motoria vera e propria. Entrambe le fasi sono comprese in quei pochi secondi del tempo di reazione. I fattori che influenzano i tempi di reazione sono di vario tipo. Quelli sensoriali che variano in base alle modalità sensoriali stimolate, alla complessità dello stimolo, alla modalità di emissione della risposta e all’eventuale preparazione o aspettativa che prepari o meno alla risposta. Ci sono poi fattori soggettivi come l’età, la fatica o stress e il genere. Possono intervenire anche fattori di tipo tecnico come l’orologio con cui il computer misura i tempi, la tastiera del computer e lo schermo (tempo di refresh). Per quanto riguarda la registrazione dei tempi di lettura misuriamo il tempo che il soggetto impiega per leggere lo stimolo e che questo corrisponda al tempo impiegato per comprenderlo. I tempi di lettura sono finestre di lettura sui tempi di comprensione. Per registrare i movimenti oculari si utilizza un macchinario apposito che va a rilevare lo spostamento della pupilla durante un compito sperimentale (lettura, ricerca …). Sono inclusi sia i macro che i micro movimenti. E’ un metodo online. Le variabili dipendenti che di solito
vengono misurate sono: le fissazioni (dove, quante volte e per quanto tempo l’occhio si ferma), i movimenti saccadici (direzioni e latenza dell’occhio fra le varie fissazioni) e movimenti saccadici di regressione (quando l’occhio ritorna indietro su un passaggio non chiaro). I potenziali evento-relati sono delle misurazioni elettriche, inizialmente usate in ambito clinico, che si basano sulla registrazione elettrica del nostro sistema corticale tramite elettrodi posti sullo scalpo. Abbiamo potenziali spontanei e altri messi in atto dall’elaborazione di uno stimolo e quindi evento-relati. La nostra attività elettrica corticale varia in base ad un determinato evento ed evento linguistico. Si vuole misurare come varia questa attività. Anche questa è una misurazione online. Il soggetto è sottoposto allo stimolo ma può anche non essere richiesta una risposta fisica. Si misurano la rapidità con cui noi elaboriamo le parole (solo dopo 200/100 ms dopo che un’immagine ha raggiunto la retina vengono registrate onde nell’emisfero sinistro per le parole) e la presenza di micro territori corticali dedicati alle parole (circa una trentina). I potenziali evento-relati sono di solito rinominati con acronimi. P se è positivo e N se è negativo ed i millisecondi impiegati. N400 è l’indice generale della facilità o difficoltà con cui viene elaborata un’informazione linguistica. Viene chiamato indice di incongruenza semantica in quanto se c’è incongruenza il potenziale si alza. Le tecniche di neuroimaging sono tre e ci permettono di visualizzare online, in vivo cosa succede al momento dello stimolo. Hanno permesso di studiare l’anatomia del cervello e capire quali aree si accendono nel momento di determinati stimoli. Una di queste tecniche è la risonanza magnetica funzionale che permette di misurare il cambiamento di flusso sanguigno nel corso dell’esecuzione di un compito sfruttando le proprietà magnetiche dell’emoglobina. Permette di acquisire immagini del nostro sistema corticale e capire quali zone si attivano e in che grado. Più alto è il colore più intensa è l’attività cerebrale di quell’area. La seconda misurazione è la magnetoencefalografia (MEG) che è uno strumento che si basa sulle variazioni prodotte dal campo elettromagnetico misurabili sulla superficie dello scalpo tramite sensori e indotte dall’attività elettrica dei neuroni. C’è poi la stimolazione magnetica transcranica (TMS) che nasce come strumento per lo studio del funzionamento del sistema motorio ma si è rilevata essere uno strumento con grosse potenzialità per lo studio del cervello. Attraverso una bobina di metallo viene somministrato un breve impulso magnetico su determinate regioni del sistema corticale per capire se sono incluse nell’eseguire determinati compiti. Tutte queste tecniche di misurazione possono essere usate da sole o in combinazione con altre tecniche. Un altro metodo di ricerca è il metodo osservativo-descrittivo è osservare tutto ciò che succede in un setting naturale a livello linguistico-comunicativo. Non vi è alcun controllo delle variabili messe in gioco in quanto il contesto è spontaneo. C’è il vantaggio di poter osservare il comportamento spontaneo in un contesto naturale non contaminato da forzature. Il metodo di inchiesta si articola in intervista o questionario ed è impiegato per raccogliere informazioni al fine di descrivere un certo fenomeno, effettuare una diagnosi o determinare gli atteggiamenti verso un concetto o un prodotto. L’intervista può essere strutturata, e quindi con schema rigido, semi-strutturata, e quindi con una traccia generale ma che può variare in base alle risposte date, e aperta, quindi le domande si adattano alla situazione. Il questionario è in forma scritta, non fa pressione temporale, non prevede un’interazione con l’interlocutore e solitamente prevede domande chiuse a risposta multipla e a volte domande aperte. Quando si imposta un questionario bisogna fare attenzione all’eccesiva lunghezza,
dominanza, ma di specializzazione emisferica. Entrambi gli emisferi sono quindi coinvolti con una prevalenza di determinate aree per determinate funzioni. 27/ Ci sono due ipotesi prevalenti riguardanti le capacità degli emisferi: quella dell’invarianza, secondo cui le aree coinvolte dal linguaggio sono anatomicamente e funzionalmente asimmetriche fin dalla nascita soprattutto in relazione a funzioni fonologiche e fonetiche, solo lesioni molto gravi potrebbero portare l’emisfero destro a svolgere una funzione vicaria; quella del periodo critico, secondo cui nasciamo con gli emisferi equipotenziali e la specializzazione del sistema sinistro è un risultato evolutivo che si completa entro i 7/11 anni. Il periodo critico è quel periodo in cui la presenza o l’assenza di determinati stimoli avrebbe una portata rilevante per lo sviluppo neurale e quindi della capacità linguistica. Argomenti a favore o contro vennero ricercati anche su letterature riguardanti bambini cresciuti in ambienti privi di stimoli linguistici. Il più famoso fra tutti è il caso del bambino selvaggio trovato all’età di dodici anni nella foresta che non era in grado di esprimersi. Nonostante i tentativi di insegnamento non fu mai in grado di apprendere una proprietà linguistica adeguata, ma imparò solo alcune parole. Un altro caso è quello di Isabelle, bambina segregata dalla madre sordomuta fino ai sei anni. Questa bambina in diciotto mesi di apprendimento intensivo fu in grado di raggiungere un livello linguistico consono alla sua età. Questo caso non è propriamente a favore dell’ipotesi del periodo critico, ma la bambina non aveva ancora raggiunto i sette anni. Per quanto riguarda i bilingui, le ricerche a riguardo sono molto recenti e in continuo sviluppo perché fino a 20 anni fa i bilingui erano molto pochi. L1 è la prima lingua acquisita, L2 la seconda lingua. Anche se L2 è appresa più tardi rispetto alla nascita si parla comunque di bilinguismo. E’ invece un bilingue simultaneo chi è immerso in entrambe le lingue fin dalla nascita. Il primo problema che viene investigato è quello della differenza o meno nella lateralizzazione tra bilingue e monolingue. L’ipotesi dell’attività di acquisizione dice che se emergono o meno differenze dipende dalla vicinanza temporale in cui vengono apprese le due lingue. La lateralizzazione sarà differente se vengono apprese simultaneamente, in quanto si troveranno nella stessa area corticale, mentre se vengono apprese in momenti differenti la lateralizzazione corticale sarà più simile a quella dei monolingui. L’elaborazione grammaticale è più sensibile all’età in cui viene appresa la lingua, mentre quella semantica no. La seconda ipotesi è quella del livello di acquisizione del linguaggio, ovvero che non importa l’età in cui vengono apprese le lingue, ma il fattore cruciale è relativo alla padronanza della seconda lingua. Quanto più il parlante è fluente nella seconda lingua, tanto meno farà riferimento a parti dell’emisfero destro utilizzando di più quello sinistro. Il quadro generale è ancora abbastanza complesso. Ci sono prove a favore dell’età di acquisizione in quanto vi è una differenza emisferica tra bambini bilingui precoci (entro i 6 anni) e bilingui tardivi (dopo i 13 anni). Un altro problema indagato riguardante i bilingui è quello se ci sia una sovrapposizione o meno dello spazio corticale tra L1 e L2. Per alcune ricerche la sovrapposizione sussiste a favore quindi dell’ipotesi che i bilingui abbiano un linguaggio integrato, ovvero si attivano entrambe le lingue indipendentemente dal contesto. Altri sostengono che la sovrapposizione non vi sia e che si utilizzino aree differenti dovuto dall’età dai acquisizione e dalla fluenza nella seconda lingua. Esistono afasie anche per i bilingui: afasia con recupero della prima lingua, afasia con recupero della seconda lingua, afasia selettiva di una lingua e afasia
differenziata. La prime due si riferiscono a situazioni in cui a causa di una lesione corticale che colpisce le aree del linguaggio il paziente perde l’uso di entrambe le lingue. Nel momento del recupero quale delle due lingue viene recuperata? Gli studi sono ancora pochi per avere una risposta certa. Il 40% dei pazienti presenta un recupero parallelo delle lingue, il 32% presenta un miglior recupero della prima lingua, il 28% della seconda. La terza afasia può essere selettiva di una lingua sola e quindi a favore dell’ipotesi che le due lingue non si sovrappongono nelle aree corticali. L’afasia differenziata comporta invece un’afasia in una lingua e un’altra afasia nella seconda lingua. 28/ Il linguaggio spesso è stato considerato il tratto distintivo della nostra specie. L’origine del linguaggio vede due teorie contrapposte: evoluzione (Darwin) ed innatismo (Chomsky). La teoria evoluzionistica di Darwin viene usata per spiegare l’origine del linguaggio partendo dal punto cardine dell’evoluzionismo, ossia che l’uomo è un animale tra gli animali e che il suo comportamento sia frutto dell’adattamento ambientale. Chi ha sviluppato la capacità di parlare non solo è vissuto più a lungo, ma è riuscito anche a costruire oggetti e contesti sociali. Per capire come mai siamo così vicini fisicamente alle scimmie ma noi siamo riusciti a sviluppare il linguaggio e loro no si studia il cervello degli scimpanzé. Ci si chiede se l’uomo abbia dovuto abbandonare una capacità specifica come la memoria a breve termine per fare spazio ad un’abilità diversa, cosa che gli scimpanzé non hanno fatto. Vengono fatti dei test sulle scimmie per capire se possono comprendere e acquisire il nostro linguaggio. Si rilevano subito delle difficoltà, ma riescono comunque a categorizzare e generalizzare gli oggetti. Ma per quanto gli scimpanzé possano acquisire diversi vocaboli si può comunque parlare di linguaggio? 01/ In comune con i bonobo abbiamo la maggior parte del dna in comune. Facendo diversi test su abilità cognitive si arriva alla conclusione di aver sviluppato una capacità linguistica molto articolata perché ci serve per abilità di cooperazione finalizzate ad uno scopo comune. Gli studiosi che fino ad ora si sono interessati alle differenze fra noi e gli animali da un punto di vista linguistico si sono scontrati con il chiedersi se effettivamente sia una capacità specie-specifica. Questa questione viene interrogata sotto un punto di vista fisico, quindi come la nostra struttura si sia evoluta in favore del linguaggio e sotto un punto di vista dell’apprendimento. L’uomo ha la laringe posizionata più in basso rispetto allo scimpanzé che invece la ha più in alto, potendo quindi respirare e deglutire contemporaneamente senza però poter riprodurre numerosi suoni. Abbiamo abbandonato una capacità in favore di quella del linguaggio. La seconda linea che è stata seguita è il tentativo di insegnare a parlare a specie animali molto simili a noi. Il primo esperimento viene fatto da una coppia di coniugi ricercatori che “adottano” un cucciolo di scimpanzé femmina e cercano di insegnarle il linguaggio dei segni. Inizia a comprenderlo verso i tre mesi e a cinque anni aveva un vocabolario di cinque segni (un bambino di tre anni riesce ad esprimersi con tremila parole). Questa scimpanzé ha poi insegnato al figlio lo stesso linguaggio senza che le venisse imposto. Viene anche insegnato agli scimpanzé ad abbinare creativamente le parole. Riescono quindi a ragionare e ad avere un pensiero creativo. Lo stesso viene confermato dagli esperimenti
l’individuo e poi come secondo scopo per una funzione sociale. Questa mutazione è avvenuta per cause naturali avvenuta all’interno dell’uomo per poi esternarsi in un secondo momento. La teoria comportamentista si contrappone all’innatismo e studia solamente i comportamenti manifesti. Ciò che l’individuo fa, linguaggio compreso, non è innato ma viene appreso col tempo. I bambini imparano quindi a parlare solamente tramite condizionamento e rinforzi positivi provenienti dagli adulti. Per Chomsky invece non c’è nulla di appreso e verso la fine degli anni ’50 propone questo cambiamento radicale. 06/ Secondo Chomsky ciò che dice il comportamentista non sussiste secondo la prova della povertà dello stimolo. Il bambino avrebbe troppo pochi stimoli per poter apprendere il linguaggio e quindi deve per forza essere una capacità innata. Siamo in grado di formulare una quantità infinita di combinazioni di parole fin dai primissimi anni di età e in maniera perfetta. Il bambino non fa esperienza di tutte le combinazioni ma è comunque in grado di produrle. Anche da un punto di vista grammaticale sappiamo riconoscere fin da subito una frase sensata o meno senza che ci venga insegnato. E’ una caratteristica specie-specifica dell’essere umano. Chomsky propone una teoria linguistica secondo cui il linguaggio è una capacità innata che dipende dall’esistenza innata di un apparato di acquisizione del linguaggio (learning acquisition device LAD) che da origine alla grammatica universale alla base di tutte le lingue che si sono poi sviluppate. A supportare la sua tesi Chomsky porta gli esperimenti compiuti dalla moglie sulle lingue dei segni. Anche se non disponiamo di un output verbale utilizziamo comunque l’apparato di acquisizione. Queste proprietà valide per tutte le lingue sono chiamate principi. Indipendentemente dalla lingua con cui ci esprimiamo o dal canale utilizzato il linguaggio mostra principi alla base della nostra capacità linguistica. Un parametro è invece una caratteristica locale implementata nella specifica lingua. Ad esempio un principio comune a tutte le lingue è quello di mantenere la distanza strutturale. Secondo Chomsky il linguaggio ci permette di elaborare le nostre conoscenze interne e poi esternarle. La potenza della nostra capacità linguistica risiede nell’avere un numero finito di parole che siamo in grado di ricombinare in infinite combinazioni dotate di grammaticalità e senso. Questa potenza di ricombinazione è alla base del pensiero creativo dell’essere umano. Ci rendiamo comprensibili e riusciamo a comprendere. 07/ Chomsky osserva che fin da neonati siamo bravi a riconoscere gli stimoli legati al linguaggio non solo da un punto di vista percettivo, ma anche semantico e cognitivo. E’ un processo che avviene molto facilmente perché automatizzato, ma che così semplice non è. Per L1 l’elaborazione è molto semplice, ma con una L2 l’ascolto è più difficile perché non abbiamo una rappresentazione visiva delle parole. In realtà lo stesso può valere anche con L1 se le condizioni di ascolto non sono favorevoli. Il parlato è più distribuito nel tempo e chi ascolta non può decidere di indicare quante informazioni recepire in un determinato momento. Lo stimolo visivo invece è di tipo spaziale e dà possibilità di riesame. Nel parlato interviene ad aiutare la prosodia attraverso cui alcune informazioni, anche dal punto di vista semantico, arrivano con un’enfasi più chiara. Il riconoscimento di una parola dipende a quanto l’input esterno corrisponde alla rappresentazione
lessicale della parola e al tempo stesso differisce da altre parole candidate. Anche il contesto in cui stiamo elaborando una parola incide molto. Per quanto riguarda l’elaborazione delle parola da un punto di vista scritto, il riconoscimento delle lettere è il primo step di lettura. L’elaborazione di una parola parte dalla confutazione dell’identità e della posizione delle lettere in una parola. In realtà anche se non tutte le lettere sono disposte in ordine canonico siamo in grado di comprendere un testo purché siano rispettate la prima e l’ultima lettera di una parola. Esistono tre modelli di lettura, di analisi dei tratti. Il primo è quello Pandemonium, ipotizzato da Selfridge nel 1959. Attraverso diagrammi di flusso tenta di spiegare l’elaborazione di lettere e numeri. Pensò di proporre questo modello attraverso un contesto metaforico dove è presente un’assemblea di demoni, ognuno con un compito specifico. Il sistema opera su quattro differenti livelli (demoni) e quindi quattro fasi. La prima è caratterizzata dal demone dell’immagine che ha il compito di mantenere la rappresentazione iconica dell’immagine per una breve durata. Nella seconda fase si passa ai demoni dei tratti che sono 28, tanti quanti sono i tratti specifici. Questi demoni analizzano l’immagine e riescono ad individuare i tratti specifici che compongono la lettera. Si attivano i demoni dei rispettivi tratti e iniziano a gridare più o meno forte in base a quante volte è presente il loro tratto. Il loro grido va a finire nella terza fase a comunicare coi demoni cognitivi. C’è un demone cognitivo per ogni lettera dell’alfabeto e questi si attivano più o meno a seconda di quanta attivazione hanno ricevuto dai demoni dei tratti precedenti. Infine nella quarta fase si arriva al demone dell’attivazione e quindi di riconoscimento della lettera. Il modello Pandemonium viene messo in discussione in quanto processo sequenziale, non vi possono essere più fasi contemporaneamente. Ci si chiede inoltre se è un processo che parte dal basso (bottom up), quindi solo da ciò che percepiamo attraverso gli stimoli o dall’alto (top down), quindi integro anche informazioni di alto livello provenienti dal contesto. L’effetto di superiorità della parola viene scoperto da Reicher nel 1969. L’ipotesi di ricerca è se ci sia o meno una facilitazione in presenza di un contesto sensato o meno. Durante l’esperimento il partecipante può vedere una schermata con una semplice lettera, una schermata con la condizione parola oppure una condizione non-parola. Una schermata di mascheramento e poi la comparsa di due lettere ed il partecipante deve dire quale lettera sia presente nella parola. Viene analizzato il tempo di reazione. Se lo stimolo iniziale è una parola sensata il tempo di reazione è più veloce. Questo effetto viene spiegato col dire che mettiamo in atto meccanismi in parallelo e quindi riconosciamo prima la parola delle lettere che la compongono. Influisce quindi anche il contesto sensato in cui la lettera è inserita. Un secondo modello che spiega l’effetto di superiorità della parola viene formulato nel 1981 da McClelland e Rumelhart ed è il modello di attivazione interattiva. Questo modello suppone diversi livelli di attivazione. Il livello più in basso è relativo ai tratti dove sono infatti presenti dei sensori che si attiveranno in base alla presenza o meno dei tratti corrispondenti. I nodi attivati si collegano a quelli del livello superiore di rilevazione della lettera e inviano o un’attività eccitatoria o inibitoria. Con la stessa logica si sale dal basso verso l’alto fino alla parola. Quindi nodi contenenti una determinata lettera riceveranno stimoli eccitanti o inibenti. Questo modello prevede anche una comunicazione dall’alto verso il basso perché contemporaneamente le parole si spostano verso i tratti aggiungendo informazioni eccitatorie o inibitorie. Quindi il riconoscimento di parole avviene più velocemente rispetto alla singola lettera. 08/
logogen. Fu sviluppato da Morton nel 1969 e poi ripreso dallo stesso e da Patterson nel 1980. Questo modello rispetto a quello della coorte aggiunge l’aspetto semantico. L’informazione acustica non attiverebbe solo candidati fonemici ma anche semantici. A livello teorico questo modello assume che ogni concetto abbia nella memoria a lungo termine una rappresentazione detta logogen. Queste unità logogen specificano gli attributi della parola e possono essere attivati sia dal contesto visivo che uditivo. Per fare ciò è necessario arrivare alla soglia di attivazione del logogen o non si accede al livello semantico. Il livello di questa soglia è specifico per ogni logogen e può dipendere dalla frequenza. Il sistema di attivazione del logogen è bidirezionale verso il sistema semantico e quello acustico. Ogni logogen corrisponde ad un nodo concettuale e può allertare nodi vicini a spiegazione del paradigma del priming semantico. 13/ Un’altra branca della psicolinguistica si basa su studi di tipo sociali per capire in che circostanze e in che modo usiamo il linguaggio. Si studiano il parlante, l’ascoltatore ed il contesto sociale in cui avviene le scambio comunicativo. Lo studioso Clark, principale sostenitore di questa corrente, propone sei assunti. Il primo di questi dice che il linguaggio ha scopo sociale, le persone non lo usano soltanto a scopo referenziale (esprimere loro stessi) e proposizionale. Utilizziamo il linguaggio per fare cose come conoscerci, dibattere, insegnare, raccontare etc. Il linguaggio non esisterebbe se non ci fosse la necessità di condividere. Queste riflessioni si rifanno alle teorie della scuola di Oxford tra cui quella di Austin secondo cui il linguaggio non ha solo funzione informativa con scopo illocutorio, ma anche forze elocutorie. Secondo Searle poi se non c’è corrispondenza fra questi due livelli si generano degli atti linguistici indiretti. Il secondo assunto proposto da Clark è quello che il linguaggio sia una joint action, un’azione condivisa. Azione che viene svolta da persone che agiscono in cooperazione l’una con l’altra. Quindi l’uso del linguaggio richiede almeno la presenza di due interagenti: parlante e ascoltatore, distribuiti nel tempo e nello spazio. Secondo il filosofo del linguaggio Grice quello che facciamo per comprendere realmente un atto comunicativo è coordinarci. Secondo il suo paradigma teorico c’è un principio di cooperazione. Propone poi delle massime per la comunicazione da seguire se vogliamo trasmettere un atto comunicativo in maniera convincete. La prima è la massima della quantità: formula un contributo tanto informativo quanto è richiesto, quindi evitare di essere prolissi o carenti. La seconda massima è quella della qualità: non dire ciò che si ritiene falso, ma solo ciò di cui si hanno prove. La terza massima è quella della relazione: è necessario essere pertinenti, soprattutto al contesto. La quarta massima è quella del modo: evita espressioni oscure, evita le ambiguità, sii breve e procedi in maniera ordinata. Quello che noi facciamo costantemente è trasgredire queste regole in continuazione. La parte cooperativa in questo principio sta nel trasgredire le regole cosicché si generino degli impliciti conversazionali che richiedono la comprensione di chi ascolta al fine di raggiungere una comprensione conversazionale. L’ascoltatore deve avere un ruolo attivo e non passivo, più non vengono rispettate le massime di Grice, più è richiesta una cooperazione da parte sua. Le inferenze sono processi cognitivi attraverso i quali riusciamo ad integrare l’informazione esplicita con le informazioni che abbiamo già archiviato nella memoria a lungo termine. Questa integrazione avviene per favorire il senso del messaggio che ci viene proposto. Questo processo inferenziale ha anche lo scopo di creare aspettativa verso il proseguo della conversazione. Finché non riusciamo a capire gli impliciti conversazionali mettiamo in atto i processi inferenziali grazie alle risorse cognitive aggiuntive e questo sta a rappresentare un’intenzione dei due interlocutori di cooperare. Da qui
Clark propone il suo modello collaborativo. La comunicazione è un progetto condiviso e sostiene che le informazioni e le azioni che facciamo all’interno di un dialogo non possono essere considerate indipendenti l’una dall’altra ma richiedono sempre collaborazione da parte dei partecipanti. Rinomina la comunicazione come un progetto condiviso. Clark fa l’esempio dei due ballerini di valzer. Ognuno prova in stanze diverse i propri passi, ma questo non è ballare il valzer. Ballare il valzer implica che i ballerini eseguano queste stesse mosse ma cooperando l’uno con l’altra e solo allora si riconosce che stiano ballando davvero. Quindi comunicare non è solo un movimento fisico o l’attivazione del sistema uditivo, ma è un’azione condivisa che emerge quando i partecipanti compiono le loro azioni individuali in maniera coordinata come un insieme. Si distingue quindi fra azione autonoma e azione partecipativa. Un conto è suonare il piano come solista e un conto è suonare il piano all’interno di un’orchestra. Quando raccontiamo una storia, fin dal suo inizio in tutte le parti del racconto niente è prestabilito ma è tutto un progetto in divenire che deve risentire dell’attività collaborativa. Il narratore deve essere ratificato come tale e gli ascoltatori devono quindi accettare il loro ruolo. Un elemento importante per la joint action è quello del common ground, ovvero il sapere condiviso. Per comprendere appieno ciò che l’altro ci sta comunicando è necessario condividere il sapere. Si appella all’importanza del contesto. Secondo Clark il common ground si divide in tre parti: sapere condiviso iniziale, stato attuale dell’attività condivisa (ciò che i partecipanti pensano di essere durante l’attività condivisa), eventi pubblici finora. Clark fa l’esempio di due agenti che giocano a scacchi. Entrambi devono sapere le regole del gioco, le strategie e con che modalità giocherà l’altro e questo è il common ground iniziale. Lo stato attuale condiviso si manifesta dopo una quindicina di mosse quando la scacchiera è cambiata a seconda di ciò che stiamo mettendo in atto durante l’attività condivisa. La scacchiera è quindi uno stato attuale che anche chi guarda dall’esterno può osservare. Il terzo assunto di Clark dice che l’uso del linguaggio coinvolge il significato di ciò che vuole trasmettere il parlante e ciò che comprende l’ascoltatore. Affinché la conversazione abbia successo occorre che l’ascoltatore comprenda sia ciò che sto dicendo che il significato implicito. Secondo Clark questo progetto condiviso si divide in due vie parallele: track 1 (via referenziale) e track2 (via comunicativa). La differenza fra le due è l’oggetto. Nella prima l’oggetto è un prodotto linguistico, nella seconda è un atto conversazionale implicito. Nella prima decadono tutte le funzioni metacomunicative. La track2 serve per accertarsi che l’ascoltatore abbia effettivamente capito a livello valutativo. Il quarto assunto dice che il setting principale per l’uso del linguaggio è la conversazione faccia a faccia. Tramite un metodo osservativo si studiano le varie pratiche conversazionali. 15/ Secondo la teoria dell’embodied cognition la nostra conoscenza concettuale non si basa su rappresentazioni mentali amodali, asensoriali e astratte, ma si basa sulla nostra esperienza sensoriale e motoria. Quando quindi sentiamo parlare di un concetto avvengono tutte queste attivazioni di pattern neurali che ci servono per comprendere il concetto stesso. Chi si oppone a questo account teorico dice che si queste attivazioni avvengono ma sono davvero necessarie per arrivare al contenuto semantico? Questo ricreare mentalmente viene chiamata simulazione. Comprendere il linguaggio significa crearsi questa simulazione mentale. Per quanto riguarda i concetti astratti questi non possiedono un referente singolo, concreto e chiaramente limitato, sono meno legati alle modalità sensoriali, sono tipicamente più complessi, sono rappresentati con maggiore variabilità tra individuo e individuo, sono generalmente più radicati negli stati interni (interocezione). Negli ultimi anni è stata proposta una nuova teoria detta Word as Social Tools (WAT) che si distingue per il valore che attribuisce all’influenza che l’acquisizione linguistica, nei suoi aspetti esperienziali e sociali, ha sulla rappresentazione dei concetti. Quando acquisiamo le parole con quelle concrete lo facciamo in maniera percettivo motoria, con quelle astratte lo facciamo in maniera linguistica sociale (esperienza linguistica). I concetti astratti sono più influenzati dalla diversità delle lingue. Quando si parla della relazione fra linguaggio e pensiero si pensa all’ipotesi Sapir-Whorf secondo cui esiste il