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Psicolinguistica I (6 CFU), Appunti di Psicologia Del Linguaggio E Della Comunicazione

Riassunto delle lezioni della prima parte del corso di psicolinguistica (LM), Alma Mater Studiorum

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 19/05/2021

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Il linguaggio è un dispositivo specie-specifico ed ha una funzione proposizionale (ci permette di
elaborare frasi) che risponde all’obiettivo di comunicare (trasmettere le conoscenze all’interno di
una data comunità).
Fino agli anni ’50 del Novecento era considerato un comportamento: il comportamentismo nasce
nel 1913 negli USA e poggia su tre assunti principali: a) la mente è una scatola nera (black box) che
non può essere indagata, quindi l’oggetto di studio è solo il comportamento manifesto, non i
meccanismi cognitivi che lo hanno prodotto; b) la mente come tabula rasa: “Non c’è niente di
innato nel comportamento umano, ma tutto è appreso” [Skinner]; c) uguaglianza tra
comportamento umano e animale. Skinner fu uno dei maggiori sostenitori della teoria
comportamentista: nel suo libro Verbal behaviour (1957) afferma che l’apprendimento linguistico è
frutto di un meccanismo di stimolo-risposta-rinforzo. Secondo Skinner, il bambino apprende per
imitazione: il bambino riproduce gli stimoli che vede/sente dalla madre e dai familiari, i quali lo
correggono quando sbaglia e lo gratificano quando si esprime correttamente (feedback di rinforzo).
A questa teoria si opporrà fortemente Chomsky, nel suo talk al MIT di Boston.
A partire dagli anni ’50 del Novecento, a seguito della nascita della psicologia, si comincia a
considerare il linguaggio non più come un mero comportamento verbale, ma come il risultato di
precise operazioni cognitive (un fatto mentale, dunque). Nel 1951, il termine “psicolinguistica
venne utilizzato per la prima volta durante un convegno dell’Università dell’Indiana e questo
evento segnò la fine del comportamentismo. Fu Miller (1960), uno dei maggiori esponenti di questa
nuova corrente di pensiero chiamata cognitivismo, a dare una definizione della psicolinguistica:
una scienza che consiste nel descrivere i processi psicologici che hanno luogo quando ci
serviamo di enunciati.
Come è possibile indagare questa realtà cognitiva sottostante i costrutti linguistici? Chomsky, al
MIT di Boston nel 1956, presentò la sua tesi di dottorato proponendo la sua nuova teoria del
linguaggio: egli affermava, tra le altre cose, che ogni trasformazione aggiunge complessità alla
frase dichiarativa attiva e che più le frasi sono trasformate, più sono difficili da elaborare. Furono
Miller & Mehler, agli inizi degli anni ’60, che cercarono di dimostrare questo assunto ipotizzando
che ad una maggiore complessità di elaborazione della frase corrispondesse un maggiore tempo di
reazione. Il risultato del loro esperimento dimostrò che Chomsky aveva ragione, tuttavia ci sono
degli elementi che influiscono sulla rapidità dell’esecuzione del processo mentale (come ad esempio
la semantica, la familiarità con la parola, il contesto, ecc..).
La ricerca sul linguaggio si avvale di diversi metodi di ricerca: 1) il metodo sperimentale; 2) il
metodo osservativo-descrittivo; 3)il metodo dell’inchiesta (intervista o questionario).
Il metodo di riferimento delle scienze dure è quello sperimentale. Si compone di quattro fasi: per
prima cosa occorre porsi la domanda di ricerca (1), il quesito al quale vogliamo dare una risposta
attraverso l’esperimento. In secondo luogo, si formulano le ipotesi (2), considerando la relazione
causa-effetto tra le variabili indipendenti (manipolate nell’esperimento) attraverso la misurazione
delle variabili dipendenti (come ad esempio i tempi di reazione, i movimenti oculari e tempi di
lettura). A questo punto si compie l’attività di operazionalizzare (3), ovvero di tradurre in
operazioni le ipotesi e somministrare una procedura al partecipante per verificarla. Al termine della
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Il linguaggio è un dispositivo specie-specifico ed ha una funzione proposizionale (ci permette di elaborare frasi) che risponde all’obiettivo di comunicare (trasmettere le conoscenze all’interno di una data comunità). Fino agli anni ’50 del Novecento era considerato un comportamento: il comportamentismo nasce nel 1913 negli USA e poggia su tre assunti principali: a) la mente è una scatola nera (black box) che non può essere indagata, quindi l’oggetto di studio è solo il comportamento manifesto, non i meccanismi cognitivi che lo hanno prodotto; b) la mente come tabula rasa: “Non c’è niente di innato nel comportamento umano, ma tutto è appreso” [Skinner]; c) uguaglianza tra comportamento umano e animale. Skinner fu uno dei maggiori sostenitori della teoria comportamentista: nel suo libro Verbal behaviour (1957) afferma che l’apprendimento linguistico è frutto di un meccanismo di stimolo-risposta-rinforzo. Secondo Skinner, il bambino apprende per imitazione: il bambino riproduce gli stimoli che vede/sente dalla madre e dai familiari, i quali lo correggono quando sbaglia e lo gratificano quando si esprime correttamente (feedback di rinforzo). A questa teoria si opporrà fortemente Chomsky, nel suo talk al MIT di Boston. A partire dagli anni ’50 del Novecento, a seguito della nascita della psicologia, si comincia a considerare il linguaggio non più come un mero comportamento verbale, ma come il risultato di precise operazioni cognitive (un fatto mentale, dunque). Nel 1951 , il termine “psicolinguistica” venne utilizzato per la prima volta durante un convegno dell’Università dell’Indiana e questo evento segnò la fine del comportamentismo. Fu Miller (1960), uno dei maggiori esponenti di questa nuova corrente di pensiero chiamata cognitivismo, a dare una definizione della psicolinguistica: una scienza che consiste nel descrivere i processi psicologici che hanno luogo quando ci serviamo di enunciati. Come è possibile indagare questa realtà cognitiva sottostante i costrutti linguistici? Chomsky, al MIT di Boston nel 1956, presentò la sua tesi di dottorato proponendo la sua nuova teoria del linguaggio: egli affermava, tra le altre cose, che ogni trasformazione aggiunge complessità alla frase dichiarativa attiva e che più le frasi sono trasformate, più sono difficili da elaborare. Furono Miller & Mehler, agli inizi degli anni ’60, che cercarono di dimostrare questo assunto ipotizzando che ad una maggiore complessità di elaborazione della frase corrispondesse un maggiore tempo di reazione. Il risultato del loro esperimento dimostrò che Chomsky aveva ragione, tuttavia ci sono degli elementi che influiscono sulla rapidità dell’esecuzione del processo mentale (come ad esempio la semantica, la familiarità con la parola, il contesto, ecc..). La ricerca sul linguaggio si avvale di diversi metodi di ricerca: 1) il metodo sperimentale; 2) il metodo osservativo-descrittivo; 3)il metodo dell’inchiesta (intervista o questionario). Il metodo di riferimento delle scienze dure è quello sperimentale. Si compone di quattro fasi: per prima cosa occorre porsi la domanda di ricerca (1), il quesito al quale vogliamo dare una risposta attraverso l’esperimento. In secondo luogo, si formulano le ipotesi (2), considerando la relazione causa-effetto tra le variabili indipendenti (manipolate nell’esperimento) attraverso la misurazione delle variabili dipendenti (come ad esempio i tempi di reazione, i movimenti oculari e tempi di lettura). A questo punto si compie l’attività di operazionalizzare (3), ovvero di tradurre in operazioni le ipotesi e somministrare una procedura al partecipante per verificarla. Al termine della

rilevazione, si procede con l’elaborazione e l’interpretazione dei risultati (4). Quest’ultimi devono poter essere generalizzabili sulla base delle misurazioni e manipolazioni compiute. I principali paradigmi sperimentali sono:  Elaborazione delle informazioni conflittuali: (ad esempio l’effetto Stroop) Nel 1935 , JOHN RIDLEY STROOP condusse un esperimento nel quale si richiedeva ai partecipanti di discriminare il colore dell’inchiostro (informazione rilevante), senza rivolgere l’attenzione alla semantica della parola visualizzata (informazione irrilevante). Queste due variabili indipendenti sono state manipolate con la misurazione dei tempi di reazione, dimostrando che la condizione congruente (in cui le informazioni coincidono) viene riconosciuta in tempi minori rispetto a quella incongruente. Il conflitto tra colore e nome nella condizione incongruente si presta a un’interpretazione dei risultati più profonda: anche se non richiesto leggiamo la parola che abbiamo davanti, pertanto la lettura risulta un processo automatizzato.  Decisione lessicale. Vengono presentate sia parole che pseudo-parole e si chiede di decidere se la parola/stimolo presentato sia o meno dotata di significato (ad es. TAVOLO vs TABOLO).  Priming semantico. Uno dei paradigmi sperimentali è quello del priming semantico e deve il suo nome alla procedura prevista, ovvero la successione di stimoli. Viene infatti proposto un primo item (detto prime) al quale non è associata nessuna azione da parte del partecipante, successivamente viene visualizzato un secondo item (detto target) che invece richiede una risposta da parte del partecipante all’esperimento. L’intervallo di tempo tra la visualizzazione del primo e del secondo elemento è detto ISI ed è associato a una schermata bianca. Un ISI minore porta a un’azione più automatica da parte del partecipante, un ISI maggiore invece implica una risposta più strategica. Gli esperimenti psicolinguistici hanno dimostrato che quando il target è legato semanticamente al prime, il tempo di risposta impiegato nel quesito sul target è minore perché è avvenuta una pre-attivazione con l’input linguistico precedente. Ad esempio, se viene mostrata prima la parola ‘cane’ e poi la parola ‘gatto’ e il quesito è ‘si tratta di un concetto naturale o artefatto?’, il tempo di risposta sarà minore perché l’associazione semantica favorirà una facilitazione cognitiva. Alla base di questa considerazione c’è il modello Logogen (diffusione dell’attivazione) studiato da MORTON (1969) secondo cui l’accensione di un nodo concettuale permetterebbe una propagazione verso quelli vicini.  Picture naming. Uno dei paradigmi sperimentali principali della psicolinguistica è quello del picture naming. Questo paradigma consiste nella relazione tra immagine e nome, che possono essere visualizzate in contemporanea (con la domanda vero-falso) oppure può essere proposta l’immagine ed essere richiesto di dare il nome di ciò che si visualizza sullo schermo. Nell’identificazione del referente rappresentato in figura possono verificarsi delle interferenze, ad esempio con la visualizzazione di nomi e immagini relazionate semanticamente (es. disegno di una bicicletta e parola ‘moto’) oppure fonologicamente (es. zucca e mucca). Un caso particolare di picture naming è stato applicato in uno studio di KAUP & ZWANN (2005). In questo esperimento veniva associata la frase ‘l’aquila è nel cielo’ all’immagine di un’aquila e veniva richiesto se nel target (la seconda immagine) fosse raffigurato l’agente dell’azione espressa in precedenza. È stato rilevato che, nei casi in cui

linguistico, e possono essere più o meno spontanei. La registrazione di questi potenziali avviene tramite elettrodi che rilevano l’energia elettrica prodotta dalla comunicazione tra neuroni. È una misurazione online, possiamo avere un tracciato in diretta dell’elaborazione dello stimolo sottoposto. Questa rilevazione ha dato come risultati: rapidità nell’elaborazione delle parole (onde registrate entro 100-200 ms), presenza di microterritori corticali specializzati dedicati alle parole. Vengono denominati con la lettera P se con potenziale positivo o N se di potenziale negativo, affiancata al numero di millisecondi. Un particolare tipo di potenziale evento relato è l’N400. o N400 L’N400 è un particolare tipo di potenziale evento-relato scoperto nel 1980 in relazione ad anomalie semantiche alla fine di una frase. Costituisce un indice generale di facilità e difficoltà con cui elaboriamo l’informazione linguistica (incongruenza semantica): l’ampiezza è maggiore per parole meno attese. Questo particolare tipo di ERP non è sensibile solo al contesto, ma anche alle caratteristiche lessicali della parola e dunque si tratta di un indice di accesso lessicale e riguarda il recupero del significato dalla memoria semantica.  Tecniche di neuro-imaging. Una delle misurazioni possibili all’interno del metodo sperimentale, nonché tra le più recenti, sono le tecniche di neuroimaging che forniscono un’accurata descrizione del cervello dal punto di vista anatomico e funzionale. Le tecniche maggiormente utilizzate sono: la risonanza magnetica funzionale (fMRI), la magnetoencefalografia (MEG) e la stimolazione magnetica transcranica (TMS). La fMRI misura il cambiamento di flusso sanguigno nel corso di un compito, sfruttando le proprietà magnetiche dell’emoglobina nel sangue. Vengono dunque mappate regioni corticali attivate o meno attraverso l’utilizzo di colori caldi per le aree di maggiore attivazione. La MEG evidenzia le variazioni del campo elettromagnetico indotto dall’attività elettrica dei neuroni. La TMS è la misurazione più invasiva e nasce per lo studio del sistema motorio, successivamente è risultata utile per la mappatura del cervello. Attraverso l’impulso magnetico di una bobina di metallo si valuta se la zona stimolata è chiamata in causa da un certo compito. Nella ricerca sul linguaggio, molte delle informazioni che si hanno su come funziona il cervello umano provengono dallo studio di persone con lesioni corticali, in quanto a seguito di una lesione cerebrale non è possibile una riorganizzazione del sistema nervoso e quindi si perdono le funzioni cerebrali localizzate in quella specifica area lesionata. Nel cervello umano, infatti, è presente una localizzazione funzionale: aree specifiche controllano comportamenti e abilità (funzioni) specifiche. Se un soggetto riporta una lesione corticale, il suo comportamento sarà uguale al comportamento complessivo meno l’attività che era in carico all’area corticale lesionata: questo assunto è conosciuto come postulato della costanza. Grazie allo studio su pazienti con lesioni corticali è stato possibile definire le aree del cervello che controllano specifiche capacità linguistiche. Uno dei primi studiosi ad occuparsene è stato PAUL BROCA (1861) che realizzò i suoi studi su un paziente con problemi di produzione linguistica poiché riusciva a pronunciare la sola sillaba ‘tan’. Dall’autopsia, rilevò una lesione nella parte infero-posteriore del lobo frontale sinistro, oggi chiamata appunto ‘area di Broca’. Una lesione di quest’area porta a un disturbo afasico in cui il paziente ha un deficit di produzione linguistica,

ma non di comprensione. L’afasia connessa a quest’area è di tipo non fluente, in quanto non permette l’elaborazione e la formulazione di frasi grammaticamente complesse. Intorno alla metà dell’Ottocento, CARL WERNICKE (1870) studiò il linguaggio come movimento volontario ricercando nel cervello determinati centri sensoriali specializzati per quest’abilità. Come Broca, anche Wernicke studiò pazienti con lesioni corticali, ma nel suo caso l’afasia non riguardava la produzione, bensì la comprensione del parlato. L’area lesionata nel paziente studiato si trovava nel lobo temporale sinistro ed è quella che oggi prende il nome appunto di ‘area di Wernicke’. Quest’area è in stretta associazione con l’area acustica primaria dove avviene il processo di decodificazione degli stimoli uditivi in unità linguistiche. L’afasia di Wernicke è un’afasia fluente, ovvero permette un’elaborazione parlata scorrevole, ma senza senso logico. Questi primi studi sono molto importanti perché si attribuiscono due rilevanti proprietà alle capacità cognitive: la localizzazione all’interno del sistema corticale e una lateralizzazione (emisfero destro o sinistro) di determinate attività. Broca sostenne che “nous parlons avec l’hémpisphere gauche” e attribuì dunque a questo emisfero le capacità linguistiche. Fino alla prima metà del Novecento si parlava di dominanza emisferica sinistra, dalla teoria di Jackson del 1868. Questa nozione è stata abbandonata negli anni ’60 del Novecento in favore della ‘specializzazione emisferica’, in quanto non c’è una vera e propria dominanza ma entrambi gli emisferi prevalgono a turno a seconda della funzione cognitiva considerata. Si afferma dunque che: gli emisferi cerebrali sono asimmetrici da un punto di vista strutturale (non solo negli esseri umani, articolo MIND 2020) e non c’è predominanza di uno sull’altro. Resta da definire a questo punto se la lateralizzazione è data dalla nascita (ipotesi dell’invarianza) o se dipende dagli stimoli ambientali (ipotesi del periodo critico, LENNENBERG: gli emisferi nascono equipotenziati e poi l’emisfero sinistro si specializza in direzione del linguaggio, entro una finestra temporale di circa 12 anni dalla nascita). Teorie circa l’origine del linguaggio:  Teoria innatista. Secondo CHOMSKY, il linguaggio è una capacità innata, un organo che cresce e matura indipendentemente dall’ambiente esterno dal quale riceve solamente input di attivazione necessari. Questa capacità dipende da un dispositivo innato per l’acquisizione del linguaggio (LAD) che costituisce l’equipaggiamento con cui affrontiamo l’universo linguistico. Attraverso questo LAD entriamo in possesso di una grammatica universale (GU) condivisa da tutte le lingue storico-naturali che permette al bambino di percepire le regolarità e di usare regole grammaticali per generare frasi. A sostegno di questa teoria innatista Chomsky porta l’argomento della povertà dello stimolo, un assunto che si basa sull’incapacità da parte degli stimoli linguistici esterni troppo poveri e pieni di “rumore” di permettere l’apprendimento di una lingua a un bambino. Recenti studi psicolinguistici e acquisizionali in una prospettiva costruzionista hanno invece portato a delle conclusioni fortemente in contrasto con l’assunto innatista della grammatica universale. Da questi esperimenti (in particolare si veda BENCINI & GOLDBERG) infatti è emerso che l’acquisizione di L1 è condizionata in maniera determinante dal contesto pragmatico e comunicativo. Da stringhe familiari (verb island hypotesis) e concrete i bambini apprenderebbero gradualmente, attraverso un processo di astrazione, la capacità di generalizzazioni di regolarità

 Altre osservazioni in questo senso sono state offerte dagli studi di RIZZOLATTI (1998) sui neuroni specchio (scoperti per caso durante l’esperimento Serendipity, in cui si osservava l’attività neuronale di un macaco). È stato osservato che questo tipo di neuroni, i neuroni specchio, si attivano sia quando un individuo esegue un’azione sia quando questa viene svolta da un altro individuo (nello specifico studio azioni compiuti con la mano o la bocca). Questa medesima condizione si verifica perché i pattern di attivazione neurali elicitati nella corteccia premotoria sono simili in entrambe le situazioni. È stata identificata una corrispondenza tra l’area in cui questi neuroni specchio si attivano nelle scimmie (denominata area F5) e l’area di Broca negli esseri umani. Da questa osservazione si deduce una possibile origine mimico-gestuale alla base dello sviluppo della facoltà del linguaggio. Nello specifico, che il parlato umano derivi da abilità legate a comportamenti sequenziali complessi precedenti al linguaggio, come appunto la comunicazione gestuale dei primati.  In accordo con questo stretto legame tra sistema motorio e linguaggio è stata elaborata la teoria motoria del linguaggio di LIBERMAN (anni ’50). Egli propone uno stretto legame tra sistema motorio e percezione/produzione del linguaggio. Secondo Liberman, parlante e ascoltatore utilizzano gli stessi meccanismi per poter produrre e comprendere gli input linguistici: il sistema acustico è in grado di trasformare questi input sonori in un programma motorio che va ad attivare i muscoli fonatori al fine di riprodurre verbalmente l’input ascoltato. Il rapporto tra pensiero e linguaggio:  Chomsky. Per Chomsky il linguaggio è una facoltà autonoma dal pensiero, geneticamente determinata e dotata di strutture specifiche che maturano secondo un ordine fisso, non necessariamente dipendente dallo sviluppo cognitive. Il linguaggio è un organo che, al pari di altri organi, cresce e matura in gran parte indipendentemente dall'ambiente esterno dal quale riceve solo gli input di attivazione necessari. Il «dispositivo innato per l'acquisizione del linguaggio» (Language Acquisition Device, LAD) costituisce l'equipaggiamento biologico con cui fronteggiamo l'universo linguistico. Le lingue naturali si fondano su un apparato innato e universale costituito da tratti strutturali che formano una grammatica universale (GU) che contiene una serie di «interruttori» di controllo (switches); questi interruttori vincolano la forma possibile della grammatica che il bambino può acquisire. Secondo questa visione, il linguaggio è un istinto e «in quanto tale non si apprende». L'apprendimento sarebbe «limitato alle variazioni idiosincratiche delle singole lingue, in particolare quelle legate all'accoppiamento suono-concetto (la convenzionalità dei significati) e al diverso modo in cui le lingue selezionano i parametri fissati dalla GU». Questo modello dell'apprendimento del linguaggio affida dunque un ruolo periferico allo sviluppo cognitivo e all'ambiente. Le strutture mentali predisposte al linguaggio sono già preformate alla nascita e attendono di essere attualizzate nel tempo da appropriati input ambientali.

 Vygotskij. Il rapporto fra pensiero e linguaggio va inteso come «un processo, un movimento continuo dal pensiero alla parola, e dalla parola al pensiero». Negli anni ' del Novecento Vygotskij aveva ipotizzato che esistesse un linguaggio interiore che funge da mediatore dei nostri pensieri privati e un linguaggio esteriore che è una trasformazione del pensiero in parola, un codice di comunicazione con gli altri. Il passaggio dall'uno all'altro non avviene semplicemente aggiungendo la voce a un linguaggio altrimenti muto, ma sulla base di una vera e propria «ristrutturazione». Per Vygotskij il funzionamento del pensiero è indipendente e ben più complesso di quello del linguaggio in quanto esistono pensieri non verbalizzati o frasi prive di pensiero. Tre sarebbero per l'autore russo le articolazioni del rapporto fra pensiero e linguaggio: a) il linguaggio interiore, cioè una forma di pensiero non verbalizzato che è una trasformazione del linguaggio egocentrico dei bambini; b) un linguaggio esteriore con funzioni relazionali e referenziali; c) un linguaggio privo di pensiero (implicato, ad esempio, nel ripetere a memoria una lista di suoni, nell'imparare una parte senza comprenderne il significato).  Piaget. Per Piaget, il linguaggio è un prodotto del sistema cognitivo, in quanto vi è una funzione simbolica più ampia del linguaggio. In questo quadro, lo sviluppo cognitivo (di cui il linguaggio è parte) si svolgerebbe secondo la seguente sequenza preordinata di stadi: 1)stadio sensomotorio (dalla nascita ai 2 anni; informazioni di tipo sensoriale e motorio); 2)stadio preoperazionale (fin verso i 7 anni; il bambino inizia a ragionare attivamente sul mondo. Si tratta di una fase caratterizzata da forme di pensiero egocentrico); 3)stadio concreto-operazionale (fin verso gli 11 anni. Il bambino e la bambina sviluppano capacità di ragionamento qualitativo e di assunzione di punti di vista diversi); 4)stadio formale (verso i 15 anni. L'adolescente ragiona anche astrattamente e logicamente). Se l'ipotesi dell'interazione fra sviluppo linguistico e cognitivo è valida, i bambini e le bambine con gravi ritardi cognitivi dovrebbero avere gravi limitazioni nelle capacità linguistiche, cosa in realtà non del tutto vera.  Sapir & Whorf. L'idea di un controllo linguistico del pensiero si basa su due assunti: a) il relativismo linguistico, secondo cui lingue diverse segmentano il mondo e si applicano agli oggetti diversamente; b) il determinismo linguistico, secondo cui la forma e le caratteristiche del linguaggio determinano il modo in cui pensiamo. Secondo questi due autori, i sistemi cognitivi di persone che parlano lingue differenti sarebbero dunque diversi (un’idea contestata da molti, tra cui Pinker).

intermedio è quello delle lettere, mentre il più alto è quello delle parole, riconosciute come sagome globali. I livelli sono collegati dai nodi presenti in ciascuno di essi attraverso delle ramificazioni che comunicano al nodo del livello successivo di attivarsi o inibirsi. Ad esempio, la lettera T, una volta attivata, trasmetterà ai nodi delle parole che contengono la ‘T’ l’informazione di attivarsi, mentre manderà un segnale inibitorio a tutte le altre. Oltre al movimento bottom up (dal basso verso l’alto), c’è anche un movimento dall’alto, detto top down. In questo caso le parole riconosciute in blocco mandano il segnale di attivazione alle lettere che le compongono e poi ai tratti (si tratta di un circuito retroattivo di propagazione). Questo modello conferma gli studi sulla superiorità della parola, perché a differenza del modello Pandemonium prevede fasi parallele di riconoscimento: una lettera viene attivata sia dall’alto (contesto sensato della parola) che dal basso (attraverso il riconoscimento dei tratti), l’incontro avviene dunque al livello intermedio delle lettere risultando più veloce. Modello Dual-Route Cascade (DRC) [Colheart et al. 2001] Il modello di riconoscimento delle parole nella lettura più recente è quello teorizzato da COLHEART e colleghi nel 2001 e già nel nome enfatizza la natura ‘a due vie’ che funzionano in parallelo. La lettura viene intesa ‘ad alta voce’ e considera l’aspetto fonologico con un ulteriore livello di uscita, la produzione del parlato. In questo modello, lo stadio iniziale della lettura è costituito dall’analisi visivo-ortografica dell’input, mentre quello finale consiste nell’informazione necessaria per la corretta pronuncia della parola trasferita in un temporaneo ‘magazzino di memoria’ detto buffer fonemico. L’elaborazione per arrivare dallo stadio iniziale a quello finale può avvenire tramite due vie: la via lessicale e la via non lessicale. Nel primo caso il riconoscimento avviene globalmente nella forma intera della parola, il cui significato e la cui pronuncia sono richiamate direttamente dal lessico mentale. In questo modo dallo stadio iniziale si arriva allo stadio finale attraverso una serie di attivazioni dell’entrata lessicale nel lessico ortografico (in entrata) prima, e nel lessico fonologico (in uscita) poi. Questa via è detta appunto via lessicale diretta. Una variante di questa via è quella che viene definita via lessicale semantica, che procede al riconoscimento della parola attraverso una deviazione in cui si attiva direttamente il sistema semantico come trasferimento dal livello ortografico a quello fonologico. In questo modo si recupera prima il significato dell’entrata lessicale presente nel lessico mentale. Una persona con dislessia superficiale avrà difficoltà nella lettura di parole irregolari nell’utilizzo della via lessicale. La via non lessicale invece applica solamente le regole di conversione grafema-fonema (specifiche delle lingue) e permette la lettura di non-parole o parole nuove di cui non si conosce il significato. La dislessia fonologia intacca questa via determinandone un deficit: nonostante un individuo con dislessia fonologica riesca a leggere parole regolari e irregolari, non riesce a leggere non-parole. Regolarità e frequenza incidono nei tempi di lettura di questo modello, determinando tempi minori per parole ad alta frequenza e tempi maggiori per parole con frequenza minore. Tra le parole a bassa frequenza, un tempo ancora maggiore è richiesto dalle parole irregolari. Modello Coorte [Marslen & Wilson, 1984] A differenza della lettura, l’ascolto e la ricezione uditiva sono attività passive e sottoposte a un maggiore sforzo per la comprensione e la decodifica (distinzione delle parole all’interno della catena fonica). È stato elaborato un modello specifico per il riconoscimento uditivo delle parole e prende il nome di Coorte, avanzato da MARSLEN e WILSON nel 1984. In media, il tempo di

riconoscimento di una parola all’interno di una frase è compreso tra i 200 e i 250 ms per stimolo. Il riconoscimento risulta sensibile al contesto nella quale si trova e avviene in maniera graduale: partendo da una ‘coorte’ di parole candidate scelte in quanto condividono tutte una parte iniziale comune (ad esempio la prima sillaba), questo gruppo si sfoltisce man mano che arrivano maggiori informazioni fino a selezionare la parola particolare*. Questo procedimento si articola in tre fasi: (1) Accesso (attivazione dei set dei possibili candidati); (2) Selezione (viene selezionata la parola candidata); (3) Integrazione (viene integrata la parola candidata nel contesto semantico e sintattico). *Il punto di riconoscimento (uniqueness point) è quel punto della parola che corrisponde a qualcosa che ho nel lessico mentale e allo stesso tempo differisce da altre etichette linguistiche. Modello di Logogen [Morton, 1969] Il modello Logogen è uno dei modelli di riconoscimento uditivo delle parole. Rispetto al modello della coorte (che prevede la selezione graduale di parole all’interno di set che condividono parti comuni), il modello Logogen prende in considerazione anche l’aspetto cognitivo e semantico, facendo corrispondere a ogni parola una rappresentazione, detta appunto ‘logogen’ (logos+genes), un’unità che specifichi gli attributi della parola. Ogni logogen ha uno specifico livello di attivazione che può essere aumentato dagli eventi contestuali ed è definito dalla sua soglia di attivazione che dev’essere superata per poter accedere al concetto attraverso la memoria e identificarlo. Le soglie variano in base a vari fattori tra cui la frequenza: una frequenza maggiore corrisponde a una soglia più bassa, vista la facilità di riconoscimento e la sua maggiore disponibilità. Il modello di Morton prevede inoltre che l’attivazione di nodi ad alta frequenza si possa trasmettere a nodi semanticamente vicini, spiegando in questo modo il priming semantico di preattivazione (es. cane- gatto). CLARK Il linguaggio come scopo sociale Uno degli assunti principali esposti da CLARK nel suo lavoro del 1996 è lo scopo sociale e non solo referenziale del linguaggio. Questa visione del linguaggio in termini di interazione sociale si basa sulle teorie pragmatiche dei filosofi di Oxford AUSTIN, SEARLE e GRICE, che includono una dimensione azionale all’interno del linguaggio. Da Austin Clark riprende la teoria degli atti linguistici in cui l’enunciato viene considerato un mezzo attraverso il quale si dice e si fa qualcosa. Per Austin comprendere un enunciato non significa solamente capire il significato formale, ma interpretarne anche la forza illocutoria, ovvero la volontà trasmessa attraverso determinate strategie linguistiche ed extralinguistiche. Clark prende da Searle la nozione di ‘atto linguistico indiretto’ ovvero quando non corrisponde lo scopo illocutorio con la forza illocutoria (es. fa caldo), c’è quindi differenza tra informazione esplicita e implicita. Il meccanismo di interpretazione e comprensione delle informazioni implicite è detto inferenza. La comprensione di ciò che viene comunicato avviene attraverso due canali: ciò che viene effettivamente detto e ciò che viene implicato attraverso parole ed elementi extralinguistici. Nella comunicazione l’obiettivo è quello di coordinarsi e cooperare.

tutto è più della somma delle singole parti. Secondo Clark, fare cose con le parole è “un’azione condivisa quando parlanti e ascoltatori compiono le azioni individuali in modo coordinato come un insieme”. In questo senso sussiste una differenza sostanziale tra azione autonoma e azione partecipativa. Con una similitudine musicale, c’è differenza tra un pianista che suona da solo e un pianista all’interno di un’orchestra (la cui azione è finalizzata a una più grande, condivisa con altri). Il parlare e l’ascoltare vengono messi in atto solo quando i partecipanti sono consapevoli di essere all’interno di un progetto condiviso. Nonostante la partecipazione alla comunicazione sia consapevole, le conversazioni non sono progettate ma vanno incontro a una continua negoziazione tra parlanti e ascoltatori (sistematicità in divenire), sin dalla presa di turno di parola.