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Raffaele la Capria e Ferito a Morte, Appunti di Letteratura

Appunti sulla vita di Raffaele la Capria e la sua opera Ferito a Morte

Tipologia: Appunti

2022/2023

Caricato il 29/08/2024

sara-motta-16
sara-motta-16 🇮🇹

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RAFFAELE LA CAPRIA
Nasce nel 1922.
Romanzo polifonico si differisce da quello fonologico, dove la voce dei
personaggi non è autonoma ma è l’autore ad avere il centro della
narrazione, e la voce si fa proiezione del pensiero dell’autore, parla la
lingua dell’autore, non ha un punto di vista preciso sulla realtà.
Il romanzo polifonico è costruito su un particolare architettura, è
popolato da più punti di vista che si intrecciano ed entrano in conflitto tra
di loro e queste voci che costituiscono i vari soggetti del romanzo, quindi
può essere considerato una meta - narrazione, quindi rappresentazione e
drammatizzazione a seconda degli argomenti su cui si incentra il romanzo.
La voce di un personaggio deve sempre interagire con un’altra voce, con
un altro punto di vista. Il romanzo polifonico è per questo DIALOGICO,
cioè che racchiude in se una correlazione dialogica tra le coscienze che
sono espresse nel testo, nella dimensione letteraria. Queste coscienze
rispondano ad una loro condizione che diviene nel testo dimensione
espressiva e L’IDEA è un fatto vivo che si crea nel punto di incontro
dialogico di due o più coscienze. La voce dei personaggi esprime una
propria intenzionalità, che restituisce al lettore che è in una dimensione
correlativa con i vari personaggi una intenzionalità dell’interattività.
Attraverso questo principio il romanzo orchestra la voce di differenti
uomini- idea che sono i protagonisti dell’azione narrante che
interagiscono tra di loro e secondo BACHTIN il romanzo polifonico è
popolato da uomini- idea, perché si deve fare i conti con questo
intendimento di quello che vogliono creare i personaggi. Per idea non si
intente un contenuto di poco conto, ma un ideologema che consiste in
una valutazione del mondo, cioè, in una riflessione ed una propria
considerazione sulla realtà che si intende portare nel romanzo e che si
scontra con altri punti di vista e innesca il principio dialogico. In questo
quadro si precisa l’opera di LA CAPRIA.
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RAFFAELE LA CAPRIA

Nasce nel 1922. Romanzo polifonico si differisce da quello fonologico, dove la voce dei personaggi non è autonoma ma è l’autore ad avere il centro della narrazione, e la voce si fa proiezione del pensiero dell’autore, parla la lingua dell’autore, non ha un punto di vista preciso sulla realtà. Il romanzo polifonico è costruito su un particolare architettura, è popolato da più punti di vista che si intrecciano ed entrano in conflitto tra di loro e queste voci che costituiscono i vari soggetti del romanzo, quindi può essere considerato una meta - narrazione, quindi rappresentazione e drammatizzazione a seconda degli argomenti su cui si incentra il romanzo. La voce di un personaggio deve sempre interagire con un’altra voce, con un altro punto di vista. Il romanzo polifonico è per questo DIALOGICO, cioè che racchiude in se una correlazione dialogica tra le coscienze che sono espresse nel testo, nella dimensione letteraria. Queste coscienze rispondano ad una loro condizione che diviene nel testo dimensione espressiva e L’IDEA è un fatto vivo che si crea nel punto di incontro dialogico di due o più coscienze. La voce dei personaggi esprime una propria intenzionalità, che restituisce al lettore che è in una dimensione correlativa con i vari personaggi una intenzionalità dell’interattività. Attraverso questo principio il romanzo orchestra la voce di differenti uomini- idea che sono i protagonisti dell’azione narrante che interagiscono tra di loro e secondo BACHTIN il romanzo polifonico è popolato da uomini- idea, perché si deve fare i conti con questo intendimento di quello che vogliono creare i personaggi. Per idea non si intente un contenuto di poco conto, ma un ideologema che consiste in una valutazione del mondo, cioè, in una riflessione ed una propria considerazione sulla realtà che si intende portare nel romanzo e che si scontra con altri punti di vista e innesca il principio dialogico. In questo quadro si precisa l’opera di LA CAPRIA.

Scrittore, sceneggiatore napoletano,nato a Napoli nel 1922 da una famiglia della media borghesia si laureò in giurisprudenza nel 1947 e nel 51 si trasferì a Roma per lavorare alla Rai e scrisse il primo romanzo nel 51 UN GIORNO DI IMPAZIENZA. Poi FERITO A MORTE che parla di Napoli del secondo dopo guerra e tratta il problema della emigrazione al nord Italia; il silenzio della classe borghese dirigente e vinse il premio strega come miglior romanzo. Napoli da un punto di vista di un giovane napoletano Massimo de Luca alter ego dell’autore, che decise di abbandonare la città per andare a lavorare a Roma; le difficoltà che stava affrontando per lasciarla. Nel 2001 vince il premio Campiello. Restituisce la visione di un mare azzurro e sereno dove si poteva vedere il percorso dei pesci sott’acqua, una condizione di purezza primigenia a cui la Capria è legato; anche il cielo era blu, una città di cui si innamoravano i turisti che la visitava, era difficile per Massimo de Luca abbandonare la città,ma è consapevole che la città è cambiata, non sembra più la sua Napoli e su questo cambiamento pone la sua riflessione. Il mare da quel blu era diventato grigio privo di vita, il sole nascosto dai grattacieli costruiti dagli ingegneri che avevano modernizzato in malo modo la città; anche la descrizione della città e i suoi colori vogliono rendere questa particolare condizione dell’uomo che non si sente riconosciuto nella sua realtà e che vive in maniera dolorosa questa angoscia di un legame che si è venuto a recidere,queste sono le condizioni di una nuova condizione e lasciare la città per andare a Roma. Modernizzazione di una nuova città che è moderna negli anni ’50 che preludono al boom economico; avverte questo senso di allontanamento e di dissociazione con il reale, di una realtà che non è più visibile, che è si reale, ma questa tematica si appunta la riflessione narrativa, il sole che era nascosto, la vera chiarità, la Napoli di Achille Lauro che era imprenditore che prende il sopravvento operano una trasformazione radicale non solo della realtà, ma portano a questo senso di smarrimento e alienazione da parte degli intellettuali che vivono questa condizione di

che è soggettiva, correlazione che si viene a intessere tra oggetto e soggetto; il soggetto non è solo ha bisogno dell’oggetto, ha bisogno di un confronto con la realtà ma diventa scontro, l’armonia è perduta, vuole essere inequivocabile, non deve ammettere nessuna allusione. l’autore si confronta con la storia che è realtà non più mito,questa condizione deve essere per forza vera. Non deve alterare nulla, la parola deve essere espressione autentica di quello che il narratore ci vuole consegnare, dove la parola è segno emblematico che precisa quella condizione, ma è anche suono, quindi la voce che la Capria vuole restituire attraverso i protagonisti, dove però non è la voce solo di Massimo ma anche della realtà, quindi degli oggetti che caratterizzano la struttura dell’opera. Il pandan emotivo è la malinconia, se c’è quest’ultima c’è un disagio che non può oscurarsi; si oscura il sole ma non lui, perché deve essere reale, autentico, la narrazione deve cantare la modernità incompiuta, soggiogata dal profitto e dal capitalismo e il benessere allora dov’è? Quello che ci restituisce è un territorio che si fa narrazione, ci restituisce un genere letterario che si chiama Napoli, che non è solo la sua città, ma di quelli intellettuali che hanno posto la loro attenzione sulla realtà e non possono fingere, un meta - testo dove tutto è segnato dalla fantasia. Una realtà cruda e pervasa di malinconia che si personifica umanamente e si unisce con i protagonisti; un’umanità ma anche una disumanità a seguito del boom economico e sembra riecheggiare quello che accade in Quasimodo quando arriva alle raccolte finali e il mito dell’uomo che non è più nella condizione originaria e anche qui l’umanità è diventata critica e disumana. le sorti di una realtà sono state mutate ed è ferito a morte lui, quindi noi, una visione collettiva. La narrazione è una vera e propria rappresentazione e il lettore entra nel testo narrativo, costruisce un dialogo con l’essere che qui nella realtà deve fare i conti con l’assenza. Lui è lì e descrive la sua Napoli e vede il passaggio, dalla sua fanciullezza a quello moderno, il valore di questo romanzo non è solo il realismo, ma è un romanzo che noi avvertiamo, che ha una sua classicità per i riferimenti

al passato, ma questo rapporto tra l’armonia e la disarmonia si conclude con una armonia perduta. Le altre soluzioni quali possono essere? Il benessere e il profitto, allora devono essere equi. Le emozioni assumono un soggetto non esterno e secondario, ma diventano l’elemento che muovono l’azione narrante; la polifonia non è solo orchestrata dai punti di visti, ma quel ferito a morte si fa metafora dolorosa e non può non scandire l’interiorità che non è solo quella di Massimo ma è anche la nostra. Ci invita a prendere coscienza critica di quella realtà. Il suo linguaggio è concreto e dà voce alle persone colte nella loro indigenza, dà voce alla sua realtà e non a una qualunque, è la stessa operazione che fa Silone che dà voce ai cafoni che acquisiscono importanza o Carlo Goldoni voce ai gondolieri; il grande valore dell’intellettuale militante e non chiuso nella torre d’avorio. I compagni che ritrovati sono vecchi,vinti e invecchiati: sono vecchi compagni di una volta ma sono vinti, soggiogati, non hanno più la capacità reattiva, l’invecchiamento della coscienza e dell’anima, solo Sasa che assiste a tutto diventa un eccezione in questa città che non riesce più a riconoscere e a riconoscersi, quella ricerca di se di Pavese qui diventa altro da se, l’alterità. Solo una bellezza esteriore che ci sorprende, perché lui ammette lo stupore, ma quella vera bellezza è perduta Il passato era vissuto come un vero problema e da qui la nasce la vecchia Napoli, ma questo passato fascinoso, ora non è ripronibile nel presente, perché il passato è stato distrutto e non è più come prima, non è più come quello dell’infanzia, la storia ha cambiato: prima la guerra poi il boom economico che ha fatto si che la vecchia Napoli, antecedente alla guerra del 1799 , un mito reale oggi non può più essere riproposta, è stata distrutta l’armonia, sono rimaste le macerie, le rovine e i resti e questo si traduce in una frantumazione e disgregazione del reale, e non è solo dell’oggettività, ma anche della soggettività, perché è una frantumazione

aveva maturato un grande valore, però tutto ciò man mano aveva iniziato a perdere la sua armonia diversificandola da un passato gioioso e glorioso, l’armonia che Napoli ha avuto non può non essere critico e malinconico, ma questa armonia con cui si confronta l’autore ora è perduta e diventa romanzo, perché la il territorio diviene per La Capria oggetto e soggetto della sua narrazione, è il territorio dove oltre alla città, il territorio si fa trasposizione e correlazione della propria coscienza e della propria anima. Il 1799 napoletano per La Capria è un anno fatale, che fa parlare l’umanità, di un prime e un dopo, segna una cesura temporale tra un’epica e un’altra: è l’anno prima del quale tutto appariva possibile per la città, aveva una sua proliferità economica, politica e culturale; questa grande condizione era anche delle periferie. La storia che viene dopo è fuori dall’europea, è la vicenda del ripiegamento su se stessa della città, del tentativo inappagato di restaurare il passato, di riproporre quell’armonia, possibile prima del 1799 ma perduta; questo dialogo con l’Occidente, quindi l’isolamento della città che pone questa nuova realtà in una realtà di sradicamento, isolamento reale non solo oggettivo ma anche soggettivo, dei cittadini che operano in questa società. Napoli attraverso i suoi vicoli permette di riconoscere il volto di una città antica,dove quel volto non è l’identità solo della città, ma anche l’immagine, ci sono le tracce di una grande memoria, gli elementi che connotano la storia di una città vecchia, dove non è intermini negativi, ma nel suo fulgore e fortezza; la si può amare dal primo sguardo; un linguaggio corale, aperto ed esortativo che ci esorta a contemplare la città, dove lo sguardo non deve essere estraneo, ma si deve intessere una corrispondenza, un dialogo con questa città tanto da poterla già amare a prima vista. È la città perché è quella delle dieci civiltà, è il centro dei mille incantesimi, l’autore è consapevole della grande bellezza; Napoli è come una madre che si può accarezzare e sentire quando è commossa e palpitante,come una verità e un’anima sempre più arcana e La Capria

vuole interrogare questa realtà attraverso i simboli e gli oggetti, questo vedere che non è semplice contemplazione, ma si fa comprensione, si fa scrutamento per carpire il fascino perduto. Negli anni 20 Walter Begnamin la definisce città porosa, non è un caso che questo aggettivo si pone in relazione con fascinosa, la porosità si riferiva sia al sottosuolo ma ha anche un valore metaforico, perché c’era più di un mondo, quello sotterraneo e questi due mondi sorprende e affascina lo scrittore. Massimo de Luca viveva in un palazzo costruito da un tipo di pietra di tufo che però con il passare degli anni è degradato e registra questo decadimento. Le pagine del romanzo ci mostrano quanto sia amara, cruda e nostalgica la riflessione su tutto quello che ha subito la natura che ha trasformato il paesaggio, quindi il ferito a morte è una specie di avventura umana del protagonista e il carattere più originale consiste nella capacità descrittiva della trasformazione avvenuta da tutte le parti, quasi che questa realtà sia una realtà personificata. Una trasformazione che si coglie anche nel linguaggio, operando un’azione metamorfica del paesaggio. Esprime il senso di Napoli al di la di ogni intenzione o attenzione sociologica, non è qui il romanzo saggio di natura leviana, ma qui è una pagina amara e nostalgica, che non si può nascondere ed eliminare, dello scempio che è stato operato sul paesaggio che non è più rigoglioso e verde a seguito della nuova edilizia. De la capria mette a nudo in maniera chiara quale sia l’obbiettivo: il poter forse riscattare attraverso l’azione narrante questa realtà, la sua rivincita attraverso il romanzo. Lo sviluppo urbano caratterizzato dai nuovi quartieri che avevano inghiottito e sostituito quelli storici, lasciando spazio a strade lunghe e grandi piazze, però opera una riflessione speculativa, vuole anche trovare quegli elementi di contrasto, non esiste una negatività assoluta, è una narrazione vera, ma il contrappunto ci deve essere, l’elemento della positività si trova in un passo affinchè possa mirare a questa affermazione. Napoli è avvinta da una febbre urbanistica, perché è questa che determina il suo

pubblicazione di ferito a morte. Questa posizione non solo polemica, ma acuta che La Capria esprime su Achille Lauro, su questa realtà politica laurina, si domanda qual è la vera messa in scena di questa citta che recita se stessa, quantunque il popolo napoletano parli bene di Achille Lauro che si era canditato alle elezioni comunali; i soldi fanno sempre una buona impressione, concretamente governa il riscatto e dove si può ritrovare il mito della vecchia Napoli, antecedente al 1799 , quella Napoli che diventa natura dell’illuminismo meridionale, attinta da Giovanni Boccaccio o Goldoni che si soffermerà qui, una civiltà che viene oscurata da coloro che hanno posto le mani sulla città. la città, la grande mano a cui fa riferimento la Capria la sua condizione originaria è ferita, è spenta e nell’impotenza piena non c’è possibilità di riscatto, sembra che quella armonia antica sia perduta per sempre.

  • Trasformazione del paesaggio urbano: romanzo del 1986:è un romanzo del paesaggio, un romanzo città, è un romanzo saggio sulla città. questa trasformazione diventa motivo di riflessione, assume la sua centralità nel nuovo scenario urbano: è dunque un romanzo saggio o può essere definito anche un meta romanzo? è un romanzo che ci consegna una rappresentazione di una condizione particolarmente critica, una condizione di disagio che porta il protagonista ad una cupa rassegnazione. È quindi anche quel dilemma di Massimo de Luca di partire di non recidere il legame con il luogo materno, ma partire è ‘unico varco che permette a Massimo di trovare un’altra condizione rispetto all’ignavia che segna la sua vita. Un disagio certo, ci restituisce il romanzo , grazie al suo linguaggio rappresentativo dinanzi ad una realtà, quindi, il paesaggio narrativo si fa trasposizione figurativa del territorio dell’anima, una geografia dell’anima che cogliamo attraverso le voci che si dispiegano nella narrazione; sono voci che si riconducono all’unica voce su cui si costruisce la narrazione, del personaggio che vuol ricercare un dialogo con la realtà o con il paesaggio che è ferito, che

ha subito la sua devastazione: prima con la seconda guerra mondiale, ora con la speculazione dell’edilizia. Questa azione che confligge con questa impotenza, tant’è che si parla di un poetico litigio tra Massimo e la città, questo senso di appartenenza, la volontà di affermare il mito identitario, ed evitare che questo mito si perda, si smarrisca,però de Luca necessariamente per uscire da questo disagio non può che non affidarsi alla partenza, quindi le immagini di una città ritratta nella sua alterità, una visione di un mare non più limpido e anche il sole luminoso ora non può che accecare ed essere nascosto dai grattacieli che ora hanno una loro caratterizzazione, hanno la loro centralità e non possono non distinguersi dalle vecchie case o a quelle vile, che sembrano un ricordo, perché lo scrittore ama rendere possesso della realtà, non è solo colui che contempla la realtà che è mutato, ma attraversa la città, i vicoli è un attraversamento della propria memoria. Un’amara costatazione del mutamento e quindi saggio che è frutto della malinconia che non si può tradurre nell’ignavia assoluta: l’autore contempla l’impotenza, ma cerca attraverso la letteratura di costruire una dimensione conoscitiva affinchè possa riprendersi quei momento e quella condizione originaria di felicità e di un tempo possibile, che non è più possibile, ma cerca di recuperare questa felicità. Romanzo che si concentra sulla doppia natura antropica umana e naturale della nuova Napoli che non è quella del 1799, e anche quella Napoli che non ha conosciuto il progresso, quella Napoli gloriosa che era diventata il punto di riferimento per la cultura europea e Occidentale; ora deve fare i conti con una nuova Napoli, che ha mutato la sua identità, qui il contrasto tra armonia e disarmonia, tra il protagonista e la sua realtà. È un romanzo in cui il protagonista dà voce non solo alla sua interiorità, ma anche a quella della realtà, vi è una umanizzazione concreta, il linguaggio è teso a tradurre l’effetto della realtà che scandisce il romanzo: scansione

ma dai suoi concittadini, quindi il contrasto della dissociazione interiore tra interiorità ed alterità e l’unica risorsa di cui dispone il protagonista per sfuggire alla sensazione di impotenza che lo costringe è quello di provare ad inserirsi nuovamente nel suo tempo ma emigrando a Roma dove forse è possibile arrivare ad una nuova realtà, Napoli non è più lo spazio e la foresta vergine incontaminata ma è una giungla urbana espande ottusa, inconsapevole all’ombra dello sguardo di una borghesia addormentata, indifferente che non si rende conto di quello che sta accadendo e invece di arrestare l’affarismo della politica guarda alla trasformazione con distacco senza alcuna reazione reattiva che possa opporsi a quanto si sta trasformando, mostrando quasi compiacimento dinanzi a questa devastazione provocata nella città. l’atteggiamento dello scrittore non fa che registrare questa impotenza non sua ma di chi dovrebbe assumere un ruolo preciso dal punto di vista politico affinchè si possa attuare un riscatto della città stessa, invece guarda al passaggio da una realtà del dopoguerra con distacco senza far nulla, la piena impotenza ecco l’indifferenza. Napoli ritratta nella seconda parte fa il palio con quella che la Capria andrà a documentare insieme a Francesco Rosi nella sceneggiatura le mani sulla città nel 63, dove inquadrando la nuova realtà diversa da quella città gloriosa della vecchia Napoli e alternando i punti di vista dando spazio a continue digressioni riflessive, il narratore realizza il romanzo saggio: da un lato una narrazione descrittiva che vuole cogliere gli accadimenti che segnano la trasformazione della città, dall’altro saggio perché c’è una riflessione e vengono espressi i punti di vista su quanto sta accadendo e su quello che è già accaduto. Anche il linguaggio del romanzo non può essere che concreto che deve rendere partecipe il lettore di questa realtà che viene messa in evidenza. Riflessione e dimensione conoscitiva della cultura 900 attraverso una costruzione letteraria di stampo saggistica che la Capria ci consegna un’architettura polifonica; l’autore prova a reinterpretare il presente mettendo insieme immaginazione e riflessione, percezione interiore e dato oggettivo; non a

caso il critico Geno Panpaloni è stato il primo a sottolineare che in ferito a morta la città nella sua fisionomia incarna il tempo che trascorre inesorabilmente e il protagonista infatti è ferito dall’implacabile tempo che passa, dalla trasfigurazione delle illusioni in disincanto che il romanzo mette a fuoco proprio tra il contrasto tra armonia e disarmonia, utopia e disopia, incanto e disincanto: il passato non è più recuperabile e questa è la costatazione amara, però il disagio non porta ad un’impotenza, lo scrittore coglie quello che sta accadendo e pone al centro la città. il rapporto che intrattiene con la realtà ci f capire perché ha scelto il genere polifonico: non deve dare voce solo a stesso, ma da vero intellettuale non si nasconde nel 63 collabora alla sceneggiatura alle mani sulla città, titolo è coglie la verità, la denuncia, viene ferito l’orgoglio della sua identità: la registrazione non può essere esteriore, ma deve essere reale. Non si fa nulla per arrestare il processo di trasformazione qui la sensazione di frustrazione, di alienazione, di orfanezza. Non può appendere la cetra alle fronde dei salici, ma la poesia deve avere una funzione il poeta deve fare un’azione concreta, operare per testimoniare, conoscere e individuare nuovi possibili percorsi che devono percuotere l’animo, quindi un valore collettivo e lirico, c’è una coralità il poeta non è solo, la Capria non è al centro di questa realtà solo,ma è una riflessione corale; il linguaggio deve essere esemplato su questa universalità, il protagonista deve riuscire a decifrare e comprendere la realtà e gli atteggiamenti di coloro che dovrebbero agire in maniera concreta affinchè si possa recuperare quell’armonia e quando si rende conto che non ci sono le condizioni per recuperarla, scriverà l’opera l’ARMONIA È PERDUTA. È un fallimento? È perduto ma non è impotente, parte per Roma ma ritorna, deve andare avanti rimane estraneo all’impotenza della città però non diventa estraneo alla città. l’operazione di ferito a morte è similare a quella di Levi, perché viene pubblicato nel pieno boom economico, non accetta la mutazione è un romanzo reale, è un romanzo con al centro una tensione conoscitiva di quello che sta accadendo da qui la frustrazione, contempla

sensazioni del testo e il linguaggio diventa intenso, intriso di emozioni, c’è una liricizzazione nel disegno programmatico dello scrittore che adotta il codice di unire l’elemento semantico che si fa segno e disegno del contesto, ma quel segno non è solo espressivo ma anche musicale e percettivo. l’immaginazione occupa una posizione centrale nella concezione che l’autore ha della letteratura; immaginazione in cui hanno ruolo centrale le metafore, le immagini ricrrenti sono in grado di funzionare come il nucleo primario del racconto, intorno al quale la storia e le vicende umana e reale si sviluppa, il romanzo quindi si presenta a noi come luogo di sviluppo di certi pensieri o riflessioni e in senso più ampio sul mondo, una visione dialogica, polifonica e corale. Un profondo disagio dello scrittore di fronte alla letteratura contemporaneo e l’esempio più chiaro è probabilmente il momento in cui Massimo figge dalla prima delusione amorosa: era innamorato di Carla però quella delusione amorosa si unisce alla realtà vissuta con disagio e insofferenza; il desiderio di tornare all’innocenza di operare un regressus all’uterum, un viaggio a ritroso verso un passato a cui non può recuperare a pieno, anche se il protagonista consegni un atteggiamento di speranza. I diversi elementi che costituiscono una bella giornata che sarà metafora del suo passato, la luce,il cielo,quel trionfate azzurro sempre giovane mare, resistono senza alcuno sforzo allo scorrere del tempo, non perdono mai il loro splendido aspetto: opera in questa azione descrittiva un’azione lirica, poetica; si pone in questa relazione dialogica di confronto la suggestione del futuro che guarda con speranza nasce dall’osservazione del mare e che permette di trovare un varco dalla maglia rotta e di uscire dalla prigione del presente e affrancarsi dal disagio e dalla malinconia, di rivolgersi verso il futuro, verso una promessa di felicità. una Ricerca che affranca lo scrittore dalla frustrazione e dal senso di prigionia verso una promessa di felicità che non è reale, lontana e insostenibile non può essere colta in tempo ma che appartiene a un tempo perduto che è al di là della realtà, è una felicità dell’oltre; l’osservazione del paesaggio che

scuote da disagio reale in cui è immerso lo scrittore perché possa volgere il suo sguardo al futuro e ne ho pienamente consapevole. Però questo viaggio attraverso l’immaginazione si traduce in conforto, trovare una via di uscita, perché possa ritrovarsi e ritornare ad una felicità lontana. La misura della giornata a cui dà valore per raffigurare la bellezza naturale, ma anche la spensieratezza giovanile, che dà felicità allo scrittore, un momento di vita intenso, ma transitorio perché nella realtà concreta la felicità non esiste, nella realtà c’è solo dolore. Nella bella giornata cerca di rappresentare un momento di vita intenso da cogliere nella sua piena assolutezza ma transitoria, fuggevole, sia il quadro adatto per carpire la gioia di vivere che può avverarsi nella sua realtà problematica, con la contemplazione del paesaggio però questa bellezza lo attende questo momento che lo può riportare alla giovinezza. C’è la possibilità di vivere la bella giorata, il tempo ci consegna la misura di questa felicità anche s transitoria, la contemplazione di questo panorama condensata nella metafora della bella giornata costituisce il nucleo e il punto di partenza del romanzo e sempre si avverte attraverso l’autore. Il mito della sua condizione originaria che diventa archetipo a cui fa riferimento il grembo materno, e quindi quella familiarità elettiva dove La Capria si rivolge questa ricerca di se quantunque avvenga nella realtà l’altro da se, avvenga quella dissociazione e disarmonia, la riflessione di Pavese sulla vivacità eterna del ricordo che concorda con la concezione che ha della memoria, quindi la metafora della bella giornata, immagine della giovinezza, di felicità che risulta problematica, in quanto il risultato di un atto di recupero del passato, ma se c’è allora l’atto significa che c’è una ricerca e quindi lo scrittore e il protagonista non è fermo su se stesso, non è un uomo che si estranea ma è lì nella realtà è consapevole della fugacità della giovinezza nel senso più lato della vita, ha piena coscienza di quanto sta accadendo ma non si pne in conflitto cin la realtà il suo è solo un litigio. Quando massimo torna dalle vacanze e rincontra Salvatore si volta a guardarlo e il mondo sembra invecchiato, Salvatore che era quell’eroe

nell’infanzia nella primavera della vita, ma sono ancora recuperabili in un’età più avanzata, più matura. La bella giornata tempo di felicità e giovinezza che risulta in parte illusoria in quanto si presenta durante l’infanzia come un sentimento perpetuo e sono più accessibili durante l’infanzia ma recuperabili questi momenti in un’età più avanzata, della vecchiaia, non a caso l’immagine dell’estate in contrasto von la primavera. La perdita della giovinezza non è l’unica causa della decadenza sembra che la cultura napoletana abbai contribuito a questo decadimento da qui la sensazione di disagio e di impotenza