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Le sfide educative poste dai ragazzi difficili, analizzando le diverse categorie di rischio e le strategie di intervento. Si concentra sull'importanza di comprendere la visione del mondo del ragazzo, promuovere esperienze positive e costruire relazioni significative. Vengono discusse tecniche pedagogiche come l'empatia e la vita di gruppo, evidenziando la necessità di un approccio personalizzato e autentico per favorire un cambiamento positivo e una rieducazione efficace. L'educatore deve mettersi nei panni del ragazzo per capire la sua visione del mondo e la sua capacità di intenzionalità. Ri-educare significa trasformare la visione del mondo del ragazzo.
Tipologia: Dispense
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1.Tracce di vita
ordine materiale o relazionale.povertà, insicurezza economica, disagio abitativo e più in generale ad un’esistenza vissuta in un contesto sociale profondamente degradato. L’ordine relazionale rimanda a particolari situazioni o storie familiari - forme di rifiuto e di abbandono più o meno consapevolmente messo in atto dai genitori o da altri componenti del nucleo familiare, figura di riferimento poco adeguate. Le aree urbane caratterizzate da un alto tasso di disoccupazione, degrado abitativo, insufficienza dei servizi, installazione precaria di immigrati costituirebbero aree naturali della delinquenza. I ragazzi che le abitano sarebbero con molta probabilità destinati ad una carriera delinquente, in effetti la maggior parte dei ragazzi che vengono denunciati o arrestati provengono da aree urbane marginali, ma questo non significa affatto che tali aree siano più a rischio di altri, significa solo che chi proviene da essi a maggiori probabilità di venire arrestato. Quella del ragazzo e alla fine un’immagine che non corrisponde tanto ad una realtà quarto della percezione sociale di essa, tale immagine attivando pratiche di prevenzione e di controllo nelle cosiddette aree a rischio, tende di fatto all’autoconvalida. Questa infernale circolarità continua nelle pratiche di prevenzione e di controllo in quanto rischiano di funzionare come profezie auto adempienti poiché veicolano al destinatario una identità negativa. L’intervento educativo deve porsi come intervento globale, aspecifico e generale, si fonda dunque in prima istanza sulla necessità di costituire intorno al minore un contesto adeguato dal punto di vista educativo e di risolvere un disagio attuale e che non si trasformi in pratiche controproducenti.
solo nel contesto di vita ma nella sua assunzione di atteggiamenti o moduli comportamentali più o meno sistematicamente disadattivi. Sono adolescenti o preadolescenti che in risposta a
situazioni percepite come dolorose hanno consolidato atteggiamenti tendenzialmente lesivi di sé o del contesto in cui vivono, si attuano atteggiamenti svalutativi o oppositivi (senso di fallimento) oppure mettono in atto comportamenti definibili come irregolari (fughe, abbandono scolastico).
- I^ ragazzi^ delinquenti : Tutti quei minori che hanno infranto le norme del codice penale che vengono per questo definiti delinquenti. L’incontro con l’apparato giudiziario può essere uno dei luoghi dell’interazione sociale in cui la devianza di un individuo è costruita anche in funzione di un processo di definizione. Dal punto di vista del processo rieducativo nella maggior parte dei casi il reato rappresenta un puro mezzo per soddisfare quei bisogni che questi ragazzini hanno in comune con la maggior parte degli adolescenti. A questo proposito è necessario accennare un altro genere di esperienza antisociale inquadrabili attraverso la categoria pedagogica di difficoltà, i ragazzi della criminalità organizzat a. Gli adolescenti che entrano a far parte di questi circuiti non scelgono l’attività con il criminale in relazione di una visione soggettiva, ma come lo stile di vita inscritto in un modello condiviso della realtà. Si presenta infatti un forte senso di appartenenza ad un nucleo familiare, una rete di rapporti sociali stabili e forti, essere parte di un gruppo e poter contare su una rete fatta di protezione. Più che da vere e proprie carenze o limiti educativi la condizione di questi ragazzi deriva da un’esperienza di vita caratterizzata da processi formativi efficaci ma sistematicamente orientati alla costruzione di un’esistenza che si oppone ai modelli che circolano in seno alla società civile, sono portatori di una visione del mondo solida, integrata, in cui la validità è continuamente confermata con il gruppo di riferimento, la loro difficoltà si colloca solo nel contrasto tra loro e una visione del mondo che delegittima il loro stile di vita.
che lo circonda, alle azioni che compio alla sua affiliazione a un determinato gruppo o modello di vita deviante.
con altri soggetti rispetto al mondo, sulla base di un sapere condiviso circa ciò che del mondo ha senso e valore, il soggetto ricomincia il suo personale processo di interpretazione, processo che potrà portarlo a confermare le interpretazioni condivise ma anche discostarsene, rifiutarle, a proporne delle nuove.
questa reazione, il rischio maggiore è che egli mette in atto gesti di auto annullamento fino al vero e proprio suicidio. Tra tutti questi ragazzi la cui difficoltà nasce da un’assenza di intenzionalità sembra esserci alla fine un comun denominatore: un arresto nella loro evoluzione verso quel livello di esistenza che abbiamo chiamato soggettività.
di intenzionale, il suo modo più o meno alterato di rapportarsi alla realtà attuale di proiettarsi nel futuro. Percepire come questo insieme di condizioni siano state vissute dal ragazzo, quali convinzioni e quali pensieri su di sé e sugli altri egli abbia elaborato a partire da quelle premesse. Il momento dell’osservazione è declinato con quello della comprensione: tra osservazione e comprensione si stabiliscono sorta di circolo; Più osservo, più i dati personali in genere disaggregati si trasformano in un disegno coerente, Più aumenta il livello di comprensione e più l’osservazione del ragazzo si fa attento, vigile alle sfumature e a quei dettagli che spesso si rivelano degli indicatori assai preziosi dei dati microscopici.
- La destrutturazione e la ristrutturazione: distinguiamo due momenti che si possono chiamare destrutturazione e ristrutturazione che raggruppano gli interventi rivolti principalmente alla dimensione psico-fisica del ragazzo. Spesso si tratta di soddisfare alcuni bisogni di base o di sollecitare alcune capacità, di colmare le lacune sorte durante una storia di vita. - La dilatazione del campo di esperienza : Si tratta di azioni o di forme di comunicazione volta essenzialmente a rendere dinamica la vita del ragazzo per indurlo a superare quella certa fissazione dei suoi interessi e dei suoi atteggiamenti che tende a costringerlo entro schemi di comportamento tendenzialmente asociali. L’idea di fondo è quella di far vivere il ragazzo tutta una serie di situazioni nuove e sollecitanti. - La costruzione di una nuova visione del mondo: il momento In qualche modo conclusivo del percorso educativo è dunque quello in cui il ragazzo, avendo avuto occasioni per scoprirsi responsabile delle proprie scelte e per cogliere la necessità di dimensionare queste quelle del gruppo sociale in cui vive, per proprio questo modo di pensare se stesso nel-mondo-e-con-gli- altri. “Appropriazione soggettiva” di un nuovo punto di vista sul se e sul mondo. La “ Ristrutturazione dell’intenzionalità”, un cambiamento profondo degli schemi di significato con cui il ragazzo si dirige verso il mondo attuale è possibile. È proprio l’immersione in un nuovo e più vasto campo di esperienza che permette al ragazzo di superare quei limiti dell’intenzionalità che in qualche modo provocano e sostenevano una visione disadattiva del sé, del mondo e del loro essere relazione.
prima serie di informazioni permettono di ricostruire il contesto oggettivo e permettono di fare delle ipotesi circa la genesi passiva della sia soggettività. In ogni caso sarà l’educatore e starà a lui organizzare l’ambiente educativo in modo da offrire spazi e possibilità di trasformazione in un caso, limiti sormontabili solo grazie a un processo altamente personale nell’altro.
Comprendere Se e in che misura alcune oggettive condizioni esistenziali abbiano influito nel soffocare o nel distorcere l’attività intenzionale del ragazzo e dunque è un primo passo necessario per indirizzare l’intervento educativo. In alcuni casi bisognerà rilevare e contenere l’incidenza dei fattori di ordine socio familiare, in altri può essere indispensabile cogliere la presenza insistente e pervasiva di alcuni disturbi psicologici. Insieme ai casi in cui è necessario pensare ad uno specifico sostegno psicoterapeutico, se ne presenteranno altri in cui, per ottenere tale destrutturazione, bisognerà allontanare il ragazzo da un certo contesto esistenziale, prevedere la presenza di un educatore nella vita quotiana del ragazzo, non si tratta di scelte mutualmente esclusive, quanto di combinazioni delle varie possibilità di intervento volta a volta calibrate sulla particolare biografia del ragazzo. Aldilà di alcuni casi particolari in cui è necessario prevedere l’intervento di uno specialista, spesso il semplice mutamento del contesto di vita alla ridefinizione di quello abituale dovuta alla presenza dei strutturante dell’educatore, si rivela già un mezzo efficace allo scopo.
- Il^ valore^ iniziatico^ del^ cambiamento : Il passaggio a nuove forme di vita quotidiana costituisce un evidente momento di discontinuità con il passato. Le trasformazioni dovrebbero essere presentata ragazzo non come costruzione gratuita ma, fin dall’inizio come situazione dotata di un preciso significato, spetta all’educatore istituire il valore iniziatico di queste discontinuità materiali. Questa sorta di discontinuità iniziatica può funzionare solo se le nuove condizioni materiali e relazionali sono motivanti per il ragazzo. In genere il ragazzo non ha a priori alcun buon motivo per discostarsi dal contesto, a parte un generico stato di sofferenza di cui spesso, molto spesso non è affatto consapevole. Così, egli subisce le trasformazioni che la segnalazione di un assistente sociale o la decisione di un giudice hanno provocato nella sua vita e di conseguenza vissuto con una certa dose di resistenza. L’educatore deve fin dall’inizio
a partire da una seduzione anche solo superficiale del ragazzo, bisogna che questo “essere altro” appaia piacevole anche conveniente.
- Il^ caso^ della^ custodia^ in^ carcere:^ c’è un caso Particolare in cui la gestione dell’innovazione rieducativa In funzione dei strutturante si fa estremamente complessa, quello della carcerazione. Con il nuovo processo minorile la misura della detenzione riservata ai soli reati gravi ed inoltre l’ingresso in carcere prima della condanna tende ad essere sistematicamente evitato tranne in caso di reato gravissimo e solo se è così decide il giudice. In questi casi l’educatore deve far fronte non solo ad una sedimentazione di vissuti e abitudini dipendente da pregresse condizioni sociali, psicologiche e formative ma anche alla ricaduta sul ragazzo della drammatica esperienza dell’arresto e della carcerazione. Egli potrà trovarsi di fronte ad un ragazzo che vede in queste misure sole un’azione punitiva, un incidente di percorso, messo in conto dallo stesso. Chiedono di parlare con l’educatore solo per contrattare i termini con cui dovrà essere stirata la relazione, e rosicchiare qualche beneficio sulla pena. Questo genere di interpretazioni della situazione attiva diventa uno degli ostacoli, in questi casi l’educatore deve scardinare quel punto di vista sulla situazione detentiva Impegnandosi in una sorta di conflitto di interpretazioni. Prima di tutto e di rifiutare l’atteggiamento di sfida, Dimostrare al ragazzo attraverso azioni concrete atteggiamenti relazionali che non c’è nessun complotto punitivo, ma solo aspetti necessari per un nuovo contesto.
con cui il ragazzo abitualmente inquadra il mondo: la sfida nei confronti della difficoltà, il senso dell’avventura, il fascino dell’imprevisto, dello straordinario, ecc. Non è un caso, però, se abbiamo insistito proprio sull’educazione al bello.
l’incontro di ciascun ragazzo con l’educatore e l’incontro di ciascun ragazzo con un gruppo di pari.
- La^ vita^ di^ gruppo:^ costruire L’esperienza dell’altro nella forma della vita di gruppo e strategia più adeguata per far maturare nel ragazzo un senso “di appartenenza”. Da questo punto di vista i gruppi che si formano spontaneamente tra ragazzi non sempre assumono la configurazione di un contesto formativo rispondente allo scopo. Spesso infatti i ragazzi tendono a riattivare i loro schemi , riproducendo così le dinamiche gruppale abituali (leaderismo, gregarismo, eccesso di campo-dipendenza). L’intervento dell’educatore consiste quindi nel guidare la formazione del gruppo senza che ciò venga percepito dai ragazzi, l’educatore dovrà farsi che le dinamiche interpersonali siano mediate da una precisa attività. Il suo intervento consiste anche nel fare in modo che i ragazzi propongano e concordino tra loro progetti o attività che si ritengono significative per tutti. L’importante è che si trasformi in un mondo in comune, fare con gli altri non deve rivelarsi per il ragazzo un conformarsi al già dato, ma un costruire progressivamente questo mondo in comune attraverso pratiche di continua calibrazione tra azione individuale e scenario sociale. - Dimensione^ dei^ gruppi^ e^ obiettivi^ formativi:^ la Dimensione del gruppo non ha fatto è rilevante in quanto da essa dipendono le dinamiche interpersonali che tenderanno ad innescarsi dei ragazzi. Nei piccoli gruppi (5-6 ragazzi) tendono infatti a stabilirsi rapporti faccia a faccia, scambi centrati su forme di confidenza e di intimità che possono scivolare i rapporti diatici. Rapporti privilegiati tra due ragazzi, queste relazioni tendono all’esclusività se non a forme di simbiosi, difficilmente producono la costruzione di un noi. Lo scopo della vita di gruppo non è tanto quello di favorire amicizie, quanto quello di provocare attraverso l’esperienza del fare insieme. I grandi gruppi (costituiti da più di 10 ragazzi) tendono a sviluppare, in modo quasi automatico, delle gerarchie interne che spesso annullano qualunque forma di comunicazione e conoscenza reciproca tra i ragazzi. E l’educatore che deve suscitare nei ragazzi proposte e progetti passabili di diventare “mondi in comune”; e l’educatore che deve regolare la costruzione del gruppo per evitare che esso si profili come una riedizione dei consueti schemi di azione sociale o antisociale.
scivola spesso in una forma di vera e propria attrazione. Può essere utilizzata come strategia pedagogica, facendo anche leva, però la connotazione erotica del transfert educativo lo trasforma infatti in un luogo estremamente delicato. Se da un lato racchiude delle possibilità educative che lo rendono imprescindibile, dall’altro apre la strada a delle risoluzioni altamente decisamente non formative. La chiave di volta per gestire l’intrinseca ambivalenza di questo particolare tipo di relazione tra educatore il ragazzo è la consapevolezza che “ non basta erotizzarlo per rendere valido e produttivo un rapporto educativo, occorre infatti che l’erotizzazione dell’evento educativo sia inserita in un’autentica e consapevole progettualità pedagogi ca”. Basta commisurarlo a degli obiettivi del progetto rieducativo.
- Transfert^ pedagogico^ e^ identità^ sessuali:^ i modi Per costruire un transfert pedagogico Dipendono anche e ovviamente dall’identità sessuale dei soggetti coinvolti nella relazione. Con l’introduzione del sistema misto nei servizi per minori, si è visto per esempio quanto la presenza di operatori di sesso femminile negli istituti di osservazione e custodia maschili attivi dinamiche diverse da quelle che si stavano tra ragazzi e operatori di sesso maschile. Quando una donna entra nell’istituto si verifica progressivamente un cambiamento nell’atteggiamento dei ragazzi nei suoi confronti: mentre all’inizio l’operatrice viene individuata come destinatario privilegiato di attenzioni, poco a poco la sua presenza si trasforma in un obbligo conversazionale che consiste all’uso regolato dell’eufemismo, all’evitamento deliberato di certi contenuti e di certi stili di enunciazione. Però la presenza di operatori di ambo i sessi può far sperimentare al ragazzo difficile in modi differenti che pertengono alla costruzione di una relazione significativa con l’alterità “di genere”. - Ambiguità^ e^ rischi^ del^ transfert^ pedagogico:^ i^ rischi^ Implicati^ da^ una^ gestione^ non professionale del transfert sono notevoli. Aldilà del rischio che si instauri un avere propria relazione sentimentale tra educatore e il ragazzo, il pericolo forse più grande consiste nel fatto che il ragazzo potrebbe fare proprio lo stile di relazione di cui l’educatore si fa portatore per un meccanismo di pura compiacenza. Le situazioni caratterizzate dal desiderio di compiacere l’educatore sono le più delicate, l’educatore può essere portato in consapevolmente ad utilizzare questa disponibilità come una base per agire sul ragazzo in forma suggestiva: sfruttando il forte legame affettivo la tendenza del ragazzo ad andare verso l’educatore, egli può modellare il suo comportamento e la sua visione del mondo senza che il ragazzo vi opponga alcuna resistenza. In realtà dietro a queste capitolazioni che si trasformano in delega e totali, si nasconde un’ennesima incapacità a riconoscersi come soggetto responsabile della costruzione del proprio modo di essere-nel-mondo-con-di- altri. L’ovvia conseguenza è la costruzione di un legame di stretta dipendenza tra il ragazzo e l’educatore. Un altro rischio insito nell’uso del transfert è racchiuso nella risposta affettiva dell’educatore. Il pericolo più grave è rappresentato dalla possibilità che l’educatore ceda alle manovre di seduzione che a volte caratterizzano il comportamento del ragazzo. Il ragazzo dosa in funzione dei suoi progetti, l’educatore sedotto rischia di perdere con la distanza pedagogica necessaria a mantenere comunque lo sguardo dall’esterno su una situazione che prevede un indispensabile implicazione personale. - La^ gestione^ pedagogica^ del^ transfert^ educativo:^ l’aver Individuato le ambiguità e i pericoli insiti nella provocazione di un investimento affettivo sulla figura dell’educatore, non deve offuscarne l’insostituibile funzione pedagogica. Un modo per gestire la relazione transferale è quella di pensarla nei termini di una collettività a due. L’educatore dovrà mettersi in gioco con quegli atteggiamenti che adotta o adotterebbe nel gruppo. Recuperare il più possibile le forme di manifestazione dell’affettività tra quelle riconosciute come appartenenti a regime del pubblico e non del privato. Un’altra tecnica è quella del spendere questo affetto in un fare insieme. Attraverso la mediazione di un progetto o dell’esecuzione di qualcosa, la carica emotiva della relazione perde le connotazioni di un erotismo fondamento sulla pura comunicazione dell’affettività, traducendosi in una spinta alla costruzione o la trasformazione della realtà. Oppure costruire una forma di vita di gruppo , L’inserimento del ragazzo in un gruppo il suo personale diretto coinvolgimento in attività collettive rappresentano infatti per il ragazzo è un modo per instaurare delle relazioni interpersonali che si affiancano a quella con l’educatore. Un’altra tecnica è la discussione con i membri dell’équipe , quest’ultima crea una zona di distanza prospettica, facilita infatti il monitoraggio da parte dell’educatore del suo coinvolgimento personale.