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Strategie Educative per Ragazzi Difficili: Guida all'Intervento, Dispense di Sociologia della Devianza e della Criminalità

Le sfide educative poste dai ragazzi difficili, analizzando le diverse categorie di rischio e le strategie di intervento. Si concentra sull'importanza di comprendere la visione del mondo del ragazzo, promuovere esperienze positive e costruire relazioni significative. Vengono discusse tecniche pedagogiche come l'empatia e la vita di gruppo, evidenziando la necessità di un approccio personalizzato e autentico per favorire un cambiamento positivo e una rieducazione efficace. L'educatore deve mettersi nei panni del ragazzo per capire la sua visione del mondo e la sua capacità di intenzionalità. Ri-educare significa trasformare la visione del mondo del ragazzo.

Tipologia: Dispense

2024/2025

Caricato il 03/06/2025

Nuccia2122
Nuccia2122 🇮🇹

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RAGAZZI DIFFICILI - Bertolini e Caronia
Cap. 1 - i ragazzi dicili
1.Tracce di vita !
2. I ragazzi dicili: dare un nome e tracciare confini. !
Abbiamo ragazzi che abbandonano la scuola, che scappano di casa, che commettono reati, che
tentano il suicidio, che subiscono violenze, che assumono sostanze stupefacenti… Si tratta
evidentemente di storie diverse, di comportamenti non omogenei, di percorsi di vita non
sovrapponibili eppure tutti condividono un’implicazione comune: in ogni caso si tratta di ragazzi e
ragazze di cui comportamenti sono percepiti come dissonanti rispetto ad un certo modello
condiviso di competenza sociale e per questo marcano la diversità di chi li compie rispetto agli
altri. Si dice che è un ragazzo è suscettibile ad attenzione quando la soglia di accettabilità sociale
di tale diversità dall’immagine-norma del bambino o dell’adolescente. Ci sono modelli che
guidano di fatto le decisioni e le pratiche nei confronti dei minori e stabiliscono le soglie di
accettabilità sociale delle loro condizioni di vita e del loro comportamento.attraverso un
riferimento più o meno implicito a questo insieme di assunti condivisi un minore può venire
considerato “a rischio“, “Irregolare”, disadattato o delinquente. Quella del ragazzo dicile e
quindi una categoria che non luogo a delimitazione di campo tanto specifiche nette da
permettere un ritratto definito dei soggetti che in essa possono venire annoverati: i ragazzi dicili
sono, in primo luogo, quelli che vengono percepiti come tali, aldilà di ogni altra attribuzione
distintiva relativa alla specificità del loro comportamento. Tutti quei soggetti definiti a rischio,
disadattati, delinquenti sulla base del loro comportamento sono infatti accomunabili in nome di un
unico tratto: la strutturazione debole o disadattiva di una visione del mondo e di nel
mondo con gli altri occhi. Il sistema di rilevanza implicata in un approccio pedagogico individua
come pertinente non tanto il tipo di comportamento manifestato da un individuo, Quanto le
motivazioni, di fatti tutte le volte in cui comportamenti devianti diversi vengono letti alla luce della
storia in cui si collocano emergono essenzialmente profili biografici costellati di dicoltà,
interruzioni o cortocircuiti nel processo di costruzione di come soggetto schemi di relazione
con il mondo e con gli altri profondamente disfunzionali. !
3. La dicoltà come categoria pedagogica !
A prima vista sembrerebbe che quella dei “ragazzi dicili” sia una categoria talmente vasta da
poter comprendere praticamente chiunque, le cose non stanno così. Bisogna comprendere la
soglia della problematicità, si rende necessario il costituirsi di uno specifico ambito di riflessione
pedagogica e la ricerca di appropriate strategie di intervento. Vi è una classificazione di varie
categorie di ragazzi dicili, che rivela quanto da un punto di vista pedagogico sia poco rilevante è
una loro distinzione sulla base dei comportamenti messi in atto:!
Ragazzi a rischio: Si tratta di ragazzi che vivono in situazioni caratterizzate da carenze di
ordine materiale o relazionale.povertà, insicurezza economica, disagio abitativo e più in
generale ad un’esistenza vissuta in un contesto sociale profondamente degradato. L’ordine
relazionale rimanda a particolari situazioni o storie familiari - forme di rifiuto e di abbandono più
o meno consapevolmente messo in atto dai genitori o da altri componenti del nucleo familiare,
figura di riferimento poco adeguate. Le aree urbane caratterizzate da un alto tasso di
disoccupazione, degrado abitativo, insucienza dei servizi, installazione precaria di immigrati
costituirebbero aree naturali della delinquenza. I ragazzi che le abitano sarebbero con molta
probabilità destinati ad una carriera delinquente, in eetti la maggior parte dei ragazzi che
vengono denunciati o arrestati provengono da aree urbane marginali, ma questo non significa
aatto che tali aree siano più a rischio di altri, significa solo che chi proviene da essi a maggiori
probabilità di venire arrestato. Quella del ragazzo e alla fine un’immagine che non corrisponde
tanto ad una realtà quarto della percezione sociale di essa, tale immagine attivando pratiche di
prevenzione e di controllo nelle cosiddette aree a rischio, tende di fatto all’autoconvalida.
Questa infernale circolarità continua nelle pratiche di prevenzione e di controllo in quanto
rischiano di funzionare come profezie auto adempienti poiché veicolano al destinatario una
identità negativa. L’intervento educativo deve porsi come intervento globale, aspecifico e
generale, si fonda dunque in prima istanza sulla necessità di costituire intorno al minore un
contesto adeguato dal punto di vista educativo e di risolvere un disagio attuale e che non si
trasformi in pratiche controproducenti. !
I ragazzi disadattati: Si tratta di quei ragazzi in cui il luogo della dicoltà non è più individuato
solo nel contesto di vita ma nella sua assunzione di atteggiamenti o moduli comportamentali
più o meno sistematicamente disadattivi. Sono adolescenti o preadolescenti che in risposta a
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RAGAZZI DIFFICILI - Bertolini e Caronia

Cap. 1 - i ragazzi difficili

1.Tracce di vita

  1. I ragazzi difficili: dare un nome e tracciare confini. Abbiamo ragazzi che abbandonano la scuola, che scappano di casa, che commettono reati, che tentano il suicidio, che subiscono violenze, che assumono sostanze stupefacenti… Si tratta evidentemente di storie diverse, di comportamenti non omogenei, di percorsi di vita non sovrapponibili eppure tutti condividono un’implicazione comune: in ogni caso si tratta di ragazzi e ragazze di cui comportamenti sono percepiti come dissonanti rispetto ad un certo modello condiviso di competenza sociale e per questo marcano la diversità di chi li compie rispetto agli altri. Si dice che è un ragazzo è suscettibile ad attenzione quando la soglia di accettabilità sociale di tale diversità dall’immagine-norma del bambino o dell’adolescente. Ci sono modelli che guidano di fatto le decisioni e le pratiche nei confronti dei minori e stabiliscono le soglie di accettabilità sociale delle loro condizioni di vita e del loro comportamento.attraverso un riferimento più o meno implicito a questo insieme di assunti condivisi un minore può venire considerato “a rischio“, “Irregolare”, disadattato o delinquente. Quella del ragazzo difficile e quindi una categoria che non dà luogo a delimitazione di campo tanto specifiche nette da permettere un ritratto definito dei soggetti che in essa possono venire annoverati: i ragazzi difficili sono, in primo luogo, quelli che vengono percepiti come tali, aldilà di ogni altra attribuzione distintiva relativa alla specificità del loro comportamento. Tutti quei soggetti definiti a rischio, disadattati, delinquenti sulla base del loro comportamento sono infatti accomunabili in nome di un unico tratto: la strutturazione debole o disadattiva di una visione del mondo e di sé nel mondo con gli altri occhi. Il sistema di rilevanza implicata in un approccio pedagogico individua come pertinente non tanto il tipo di comportamento manifestato da un individuo, Quanto le motivazioni, di fatti tutte le volte in cui comportamenti devianti diversi vengono letti alla luce della storia in cui si collocano emergono essenzialmente profili biografici costellati di difficoltà, interruzioni o cortocircuiti nel processo di costruzione di sé come soggetto schemi di relazione con il mondo e con gli altri profondamente disfunzionali.
  2. La difficoltà come categoria pedagogica A prima vista sembrerebbe che quella dei “ragazzi difficili” sia una categoria talmente vasta da poter comprendere praticamente chiunque, le cose non stanno così. Bisogna comprendere la soglia della problematicità, si rende necessario il costituirsi di uno specifico ambito di riflessione pedagogica e la ricerca di appropriate strategie di intervento. Vi è una classificazione di varie categorie di ragazzi difficili, che rivela quanto da un punto di vista pedagogico sia poco rilevante è una loro distinzione sulla base dei comportamenti messi in atto:

• Ragazzi^ a^ rischio : Si tratta di ragazzi che vivono in situazioni caratterizzate da carenze di

ordine materiale o relazionale.povertà, insicurezza economica, disagio abitativo e più in generale ad un’esistenza vissuta in un contesto sociale profondamente degradato. L’ordine relazionale rimanda a particolari situazioni o storie familiari - forme di rifiuto e di abbandono più o meno consapevolmente messo in atto dai genitori o da altri componenti del nucleo familiare, figura di riferimento poco adeguate. Le aree urbane caratterizzate da un alto tasso di disoccupazione, degrado abitativo, insufficienza dei servizi, installazione precaria di immigrati costituirebbero aree naturali della delinquenza. I ragazzi che le abitano sarebbero con molta probabilità destinati ad una carriera delinquente, in effetti la maggior parte dei ragazzi che vengono denunciati o arrestati provengono da aree urbane marginali, ma questo non significa affatto che tali aree siano più a rischio di altri, significa solo che chi proviene da essi a maggiori probabilità di venire arrestato. Quella del ragazzo e alla fine un’immagine che non corrisponde tanto ad una realtà quarto della percezione sociale di essa, tale immagine attivando pratiche di prevenzione e di controllo nelle cosiddette aree a rischio, tende di fatto all’autoconvalida. Questa infernale circolarità continua nelle pratiche di prevenzione e di controllo in quanto rischiano di funzionare come profezie auto adempienti poiché veicolano al destinatario una identità negativa. L’intervento educativo deve porsi come intervento globale, aspecifico e generale, si fonda dunque in prima istanza sulla necessità di costituire intorno al minore un contesto adeguato dal punto di vista educativo e di risolvere un disagio attuale e che non si trasformi in pratiche controproducenti.

• I^ ragazzi^ disadattati : Si tratta di quei ragazzi in cui il luogo della difficoltà non è più individuato

solo nel contesto di vita ma nella sua assunzione di atteggiamenti o moduli comportamentali più o meno sistematicamente disadattivi. Sono adolescenti o preadolescenti che in risposta a

situazioni percepite come dolorose hanno consolidato atteggiamenti tendenzialmente lesivi di sé o del contesto in cui vivono, si attuano atteggiamenti svalutativi o oppositivi (senso di fallimento) oppure mettono in atto comportamenti definibili come irregolari (fughe, abbandono scolastico).

- I^ ragazzi^ delinquenti : Tutti quei minori che hanno infranto le norme del codice penale che vengono per questo definiti delinquenti. L’incontro con l’apparato giudiziario può essere uno dei luoghi dell’interazione sociale in cui la devianza di un individuo è costruita anche in funzione di un processo di definizione. Dal punto di vista del processo rieducativo nella maggior parte dei casi il reato rappresenta un puro mezzo per soddisfare quei bisogni che questi ragazzini hanno in comune con la maggior parte degli adolescenti. A questo proposito è necessario accennare un altro genere di esperienza antisociale inquadrabili attraverso la categoria pedagogica di difficoltà, i ragazzi della criminalità organizzat a. Gli adolescenti che entrano a far parte di questi circuiti non scelgono l’attività con il criminale in relazione di una visione soggettiva, ma come lo stile di vita inscritto in un modello condiviso della realtà. Si presenta infatti un forte senso di appartenenza ad un nucleo familiare, una rete di rapporti sociali stabili e forti, essere parte di un gruppo e poter contare su una rete fatta di protezione. Più che da vere e proprie carenze o limiti educativi la condizione di questi ragazzi deriva da un’esperienza di vita caratterizzata da processi formativi efficaci ma sistematicamente orientati alla costruzione di un’esistenza che si oppone ai modelli che circolano in seno alla società civile, sono portatori di una visione del mondo solida, integrata, in cui la validità è continuamente confermata con il gruppo di riferimento, la loro difficoltà si colloca solo nel contrasto tra loro e una visione del mondo che delegittima il loro stile di vita.

  1. Da una categoria generale a un approccio locale. La segmentazione del fenomeno del disadattamento minorile in tante occorrenze specifiche definite rischia spesso la genericità dell’intervento: di fronte a certi comportamenti riconoscibili può scattare quel dispositivo automatico che rischia di applicare la specificità del soggetto che ha prodotto quel comportamento. Dietro un agire, anche se antisociale c’è sempre un soggetto le sue motivazioni: i comportamenti antisociali possono rientrare in una classificazione definitiva ed esaustiva, i soggetti che li compiono no. Bisogna costruire una prospettiva che assume le potenzialità evolutive del soggetto come centrali.

CAP. 2 - Devianza minorile e paradigmi positivisti

  1. Individuare le cause: valori e limiti di una ricerca. Di fronte a comportamenti antisociali non è infrequente imbattersi ancora in commenti che fanno appello alla povertà o all abbandono, allo sfascio delle famiglie o alla crisi dei valori dei valori tra i giovani, all’egoismo o più in generale al carattere degli individui. Ciò che queste pratiche discorsive rivelano è per l’appunto la ricerca di un nesso causale, qualunque esso sia, tra fatti sociali definiti un nesso che renda spiegabile quel particolare fenomeno sociale che è la devianza. A seconda dei punti di vista disciplinari, la ricerca si è indirizzata all’individuazione di quei tratti dell’individuo della società passabili, il nome di regolarità statisticamente rilevabili, di essere considerati cause del fenomeno della devianza.
  2. Dalle cause organiche alle cause psichiche. Dei tempi di Lombroso le direbbe logica della devianza ricompaiono di tanto in tanto nel panorama della riflessione scientifica: dall’individuazione di tipo somatico predominante tra la popolazione delinquente alla scoperta di una particolare configurazione cromosomica tra alcuni criminali violenti il tentativo di individuare fattori eziologici della devianza di ordine biologico attraversa tuttora la ricerca. La componente biologica non appare a priori individuabile come causa generalizzabile dei comportamenti devianti e come ancoraggio per una diagnosi con valore predittivo. Anche la diagnosi psichiatrica, il tradizionale approccio psicologico o psicoanalitico, cercano di individuare quei tratti specifici e costanti della personalità sistematicamente associati al comportamento deviante: l’immaturità, affettività, la positività la debole strutturazione dell’Io. Però non tutte le personalità immature mettono in atto comportamenti antisociali. Tutti questi comportamenti, questi tratti del carattere si situano sempre nel tessuto più ampio e complesso di relazioni entro cui acquistano un significato.
  3. Il contesto familiare. La disgregazione della famiglia, la carenza di cure parentali, l’appartenenza della famiglia ad una subcultura criminale, la presenza in essa di soggetti che hanno già intrapreso una carriera

che lo circonda, alle azioni che compio alla sua affiliazione a un determinato gruppo o modello di vita deviante.

  1. Il soggetto: la variabile imprescindibile del paradigma pedagogico. Da un punto di vista pedagogico infatti il paradigma positivista, appare incapace di sostenere un intervento formativo mirato alla risoluzione di questa particolare forma di passaggio all’atto. Il paradigma causale, escludendo teoricamente ogni partecipazione attiva alla soggettività e alla costruzione della sua realtà, impedisce di cogliere le condizioni di possibilità di un cambiamento nella vita del ragazzo difficile. Il paradigma teoretico di una pedagogia dei ragazzi difficili assume fin dall’inizio la centralità del soggetto e dei processi attraverso cui egli percepisce, fa proprie, investe o svuota di senso le sue condizioni di esistenza. Esso individua dunque un oggetto specifico di riflessione e intervento pedagogico: il contributo del soggetto alla costruzione del proprio modello di interpretazione del mondo e di azione del mondo. Assumere come centrale “il contributo del soggetto” non significa però svuotare di ogni pertinenza l’incidenza dei fattori psicologici, familiari o sociali, meno che mai produrre surrettiziamente l’idea di una responsabilità legale del soggetto rispetto al suo comportamento. Anche all’interno di un paradigma centrato sul contributo attivo del soggetto resta quindi partirà dall’attenzione alle condizioni reali della vita dell’individuo.

CAP. 3 - Il paradigma fenomenologico

  1. Senso oggettivo e senso soggettivo. Se vogliamo comprendere il perché del comportamento antisociale del ragazzo non basta prestarsi ad una diagnosi, né limitarsi ad una definizione attribuendo così un significato oggettivo a quel comportamento: ciò che più conta è comprendere il senso senso soggettivo che egli attribuisce al suo comportamento. Il senso oggettivo è costruito dall’osservatore rischia di non corrispondere, di non essere adeguato al senso soggettivo ossia quel nesso che il soggetto sente come significativo per lui.
  2. Verso una propria visione del mondo: il soggetto nel mondo e con gli altri. Partire dal soggetto è una scelta che colloca la riflessione pedagogica sul fenomeno della devianza minorile all’interno di un paradigma fenomenologico. Da un punto di vista fenomenologico, ogni individuo in quanto soggetto vivente ha nell’intenzionalità della coscienza, nella sua capacità di investire di senso il mondo naturale e sociale, la sua caratteristica essenziale. La realtà assume il significato che ciascun soggetto le presta. Da questo punto di vista, la genesi della coscienza dell’oggetto si colloca nel loro reciproco relazionarsi e se la coscienza è sempre “coscienza di”, l’oggetto è sempre “oggetto per” la coscienza. Questa origine relazionale del soggetto e del mondo implica una presa di distanza da qualsiasi interpretazione oggettivistica o idealistica. Tutto questo non significa, evidentemente, negare l’esistenza del reale, significa solo sottolineare che ciò che conta è la “portata” dell’esistente per l’uomo, e che la “realtà”, quella che in fin dei conti ha un’immediata ripercussione sul suo orientamento esistenziale, è un’unità funzionale, un esserci in cui soggetto oggetto si costruiscono reciprocamente. - Attribuire significato al mondo : Il modo attraverso cui l’attività intenzionale della coscienza si traduce in un significare il mondo, consiste nella proiezione sul reale di un sistema di rilevanza. La coscienza, nel suo rapportarsi al mondo, non si limita a registrarne uno dei suoi possibili aspetti ma si dirige ad esso attribuendovi un senso che in sé non vi è ancora contenuto; attualizzando una delle figure possibili del reale, la coscienza va oltre il dato. Da questo punto di vista, il processo di apprensione del dato, la sua interpretazione e la definizione del suo significato sono centrati nell’indirizzare le forme di pensiero di azione sul mondo : la realtà non preme sul soggetto, non viene imposta; piuttosto essa attende una definizione che dipende dal soggetto. La soggettività umana, dunque in quanto coscienza intenzionale si rapporta alla realtà dando ad essa il significato e un valore che non è “già dato”, ciò che è “reale” per il soggetto e dunque il mondo-per-sè. Mondo percepibile e mondo rappresentato - questo processo e ciò che fa sì che ciascun individuo si costruisca una personale visione del mondo. - Il mondo-per-l’altro come legittimazione del mondo-per-sè : Il riconoscimento dell’altro come alter-ego, ossia come soggetto dotato come me di capacità intenzionale, fonda e garantisce la possibilità che la mia esperienza del mondo sia in qualche modo oggettiva. La visione del mondo del soggetto procede dunque dalla sua relazione con il reale e del suo essere relazioni

con altri soggetti rispetto al mondo, sulla base di un sapere condiviso circa ciò che del mondo ha senso e valore, il soggetto ricomincia il suo personale processo di interpretazione, processo che potrà portarlo a confermare le interpretazioni condivise ma anche discostarsene, rifiutarle, a proporne delle nuove.

  1. Il soggetto tra autonomia e dipendenza. Costruire la propria visione del mondo, è un processo di continua mediazione tra i vincoli del reale e le possibilità del soggetto. - Corpo e immagini del corpo : La prima e forse più immediata forma di dipendenza è quella che lega il soggetto al suo corpo, luogo e strumento del suo incontro con il mondo. Con la sua forma e la sua storia esso traccia i primi confini della nostra visione del mondo. Ma il corpo non è vincolo solo in relazione alla sua fisicità, ma anche ciò che l’individuo pensa che il proprio corpo sia e dalla rappresentazione culturale di esso; ogni cultura elabora una visione del corpo e della sua attività. - Il sapere condiviso - uno sfondo vincolante : la dimensione intersoggettiva, le particolari visioni del mondo proprie dell’Altro, dell’Altro significativo per il soggetto, costituiscono come già accennato, altrettanti limiti a quel progetto. La famiglia ì, l’ambiente sociale e culturale, il momento storico in cui la vita di un individuo ha inizio e si svolge, propongono regole implicite di interpretazione della realtà, un insieme di significati e di valori condivisi, un punto di vista circa ciò che del mondo è o non è rilevante. L’individuo incomincia la sua storia su un tessuto di memorie, su un sapere sedimentato e all’interno di orizzonti esistenziali in qualche modo già tratteggiati. - L’intenzionalità dell’Altro - un altro vincolo : se l’unità biopischica dell’individuo e il patrimonio culturale che egli riceve disegnano i confini di quel campo di possibilità anche la sua stessa capacità di intenzionare è vincolata. L’individuo non è mai esposto all’attività fondamentale della coscienza in quanto tale. Muoversi in quel mondo già classificato, riformulare i confini di quel campo di possibilità sono capacità individuali la cui incisività e i cui modi dipendono almeno in parte della forza e dei modi della capacità di intenzionale dell’altro.
  2. Dal concetto di causa all’idea di motivazione
  3. Genesi passiva e genesi attiva in prospettiva. Il livello di esperienza che indichiamo con il termine di soggettività e che rappresenta il culmine del processo formativo di ogni individuo, è dunque costituito dalla capacità del soggetto di vivere quella duplice presa di coscienza e di riconoscere l’intima relazione che connettendo vincoli e possibilità, fa del soggetto un individuo implicato nel mondo ma capace di trasformarlo.
  4. I luoghi del educare. Nel ripercorrere i momenti del processo di formazione del soggetto, alcuni di essi appaiono come luoghi privilegiati dell’azione educativa. E dunque anche dell’attenzione rieducativa. Un intervento pedagogico, cioè, non può prescindere dalla consapevolezza che se un ragazzo pensa, percepisce, si esprime, vuole in un certo modo, ciò è in parte dovuto all’esperienza che gli è stata trasmessa e ai modelli cui è stato esposto frequentando un certo mondo naturale e sociale. - Il corpo : L’azione educativa non può ignorare il penso che il corpo naturale, le sue possibilità o i suoi deficit nell’incontro tra il ragazzo e il mondo che lo circonda; le può ignorare il fatto che insieme ad un corpo organico ogni individuo riceve una visione del corpo e delle sue funzioni. L’attenzione pedagogica il corpo significa soprattutto comprensione dell’interpretazione di questo vincolo (delle sue potenzialità naturali e dei suoi valori simbolici) da parte del ragazzo. Intervenire per rimodellare le dipendenze che legano il soggetto al suo corpo e all’immagine che egli ne ha. Riproporre le tappe dello sviluppo e dell’affinamento della sensorialità, ascoltare i fondamentali bisogni fisici e psichici del ragazzo, ecc… - I modelli di intenzionalità : Non è solo la visione del mondo del soggetto dipende dalle sue prime esperienze, anche la sua stessa capacità di intenzionale il mondo è in parte influenzata dalla capacità di intenzionare di chi gli è accanto. L’intervento pedagogico non può limitarsi ad esaminare gli incontri passati del soggetto con gli altri, i limiti, ma deve recuperare le potenzialità paradossalmente racchiuse proprio in quelle dipendenze che legano il soggetto all’incontro con l’altro. - Il mondo dato per scontato : C’è ancora un altro luogo privilegiato dell’intervento educativo, si tratta di acquisire o di costruire la consapevolezza del contributo soggettivo nella costruzione di una visione del mondo oggettiva, di portare il soggetto a cogliere la parzialità di ogni punto di vista sul mondo: del proprio e di quello altrui. Non si tratta ovviamente di proporre un’avventata

questa reazione, il rischio maggiore è che egli mette in atto gesti di auto annullamento fino al vero e proprio suicidio. Tra tutti questi ragazzi la cui difficoltà nasce da un’assenza di intenzionalità sembra esserci alla fine un comun denominatore: un arresto nella loro evoluzione verso quel livello di esistenza che abbiamo chiamato soggettività.

  1. La distorsione dell’intenzionalità: la disperazione di voler essere se stessi La distorsione dell’intenzionalità In questi casi la capacità di incorporare l’oggetto secondo una attribuzione personale di senso non è assente ma esclusiva ed eccessiva. Una soggettività che si ritiene onnipotente. L’altro in quanto soggetto dotato di un analogo diritto verso il mondo, semplicemente non esiste, viene ridotto allo stato di oggetto anche lui, perché la realtà viene ridotto al rango di oggetto-preda. Questo ragazzo difficile vive una sorta di autonomia immaginaria sorda a qualunque occorrenza del principio di realtà. CAP. 5 - Verso una pedagogia dei ragazzi difficili
  2. Cosa significa ri-educare? Non si tratta di puntare sulla scomparsa del comportamento irregolare ma di eliminare i motivi che avevano condotto il ragazzo ad assumere quel comportamento e di considerare essenzialmente la funzione espressiva di quest’ultimo: far scomparire il sintomo, senza eliminare la causa si sa significa inaugurare un’attesa una tregua gravida di ogni possibile conversione di quel malessere in altri sintomi. Il misconoscimento di sé come origine del senso del reale o della realtà intersoggettiva come spazio vincolante dell’attività dell’io, sono i due principali schemi cognitivi che guidano la capacità intenzionale dei “ragazzi difficili”. Intervenire per aiutare il ragazzo difficile a modificare il suo comportamento irregolare, tralasciare il comportamento in questione o, quantomeno, utilizzarlo solo come punto di partenza. Una volta individuato il disturbo in questa sfera della soggettività, il compito dell’educatore professionale sarà quello di provocare una progressiva trasformazione di quella visione del mondo è una ristrutturazione dell’attività intenzionale del ragazzo. Ri-educare significa dunque, procedere ad una profonda trasformazione della visione del mondo del ragazzo. - Educare o ri-educare? Cosa differisce? In realtà, non esistono sostanziali differenze tra le due. Nessuna esperienza educativa si risolve nel soddisfare i bisogni e nell’imporre modelli e regole di comportamento; piuttosto essa deve preoccuparsi di affinare la capacità soggettiva di conferire senso e valore al mondo. Di fronte a un ragazzo difficile si aprono analoghe prospettive di intervento. C’è un’altra caratteristica che fonda la sostanziale somiglianza tra intervento educativo e rieducativo, si tratta dell’orientamento al futuro. In quanto esso è volto a favorire nel ragazzo una progressiva e consapevole appropriazione del materiale di esperienza e a sollecitare la sua capacità di trascenderlo. Non si può negare la difficoltà nella concreta realizzazione di un intervento rieducativo. Un ragazzo difficile ha, in genere, avuto modo di elaborare un proprio vissuto, di sedimentarlo e di arricchirlo di successive stratificazioni. 1) Una prima differenza tra educazione e rieducazione consiste quindi nella qualità delle difficoltà che esse in esse si incontrano. Se durante l’esperienza educativa la scoperta e la formazione di sé come soggetto possono avvenire in modo graduale e progressivo, nel caso della rieducazione questa scoperta acquista un carattere di immediatezza e di drasticità. L’intervento rieducativo si trasforma in genere in un profondo disorientamento, sta all’educatore calibrare controllare questo disorientamento trasformandolo in uno strumento per farsi che il ragazzo possa riprendere in mano i fili della propria esistenza. 2) seconda differenza, la sua direzione. L’intervento rieducativo non procede dal passato al futuro ma dal futuro al passato. Nessun individuo, potrà mai comprendere la distorsione e le lacune del suo stile di vita se prima non avrà modificato la sua visione del mondo. Ogni intervento rieducativo che pretende, quasi magicamente, di consegnare dall’esterno nuovo punto di vista del ragazzo su se stesso, rischia di fallire. È sufficiente che gli acquisti un minimo di autonomia e di libertà di azione perché questo intonaco fittizio si sgretoli: il fenomeno della recidiva è una triste conferma.
  3. I momenti del percorso rieducativo La pedagogia del ragazzo difficile si propone come un insieme coerente di orientamenti che dichiara fin dal inizio la sua flessibilità. - La conoscenza del ragazzo: un primo momento fondamentale nella pratica rieducativa. L’educatore deve riuscire a mettersi in qualche modo dal punto di vista del ragazzo, a guardare lui è il mondo con i suoi occhi per cogliere la sua particolare visione del mondo, la sua capacità

di intenzionale, il suo modo più o meno alterato di rapportarsi alla realtà attuale di proiettarsi nel futuro. Percepire come questo insieme di condizioni siano state vissute dal ragazzo, quali convinzioni e quali pensieri su di sé e sugli altri egli abbia elaborato a partire da quelle premesse. Il momento dell’osservazione è declinato con quello della comprensione: tra osservazione e comprensione si stabiliscono sorta di circolo; Più osservo, più i dati personali in genere disaggregati si trasformano in un disegno coerente, Più aumenta il livello di comprensione e più l’osservazione del ragazzo si fa attento, vigile alle sfumature e a quei dettagli che spesso si rivelano degli indicatori assai preziosi dei dati microscopici.

- La destrutturazione e la ristrutturazione: distinguiamo due momenti che si possono chiamare destrutturazione e ristrutturazione che raggruppano gli interventi rivolti principalmente alla dimensione psico-fisica del ragazzo. Spesso si tratta di soddisfare alcuni bisogni di base o di sollecitare alcune capacità, di colmare le lacune sorte durante una storia di vita. - La dilatazione del campo di esperienza : Si tratta di azioni o di forme di comunicazione volta essenzialmente a rendere dinamica la vita del ragazzo per indurlo a superare quella certa fissazione dei suoi interessi e dei suoi atteggiamenti che tende a costringerlo entro schemi di comportamento tendenzialmente asociali. L’idea di fondo è quella di far vivere il ragazzo tutta una serie di situazioni nuove e sollecitanti. - La costruzione di una nuova visione del mondo: il momento In qualche modo conclusivo del percorso educativo è dunque quello in cui il ragazzo, avendo avuto occasioni per scoprirsi responsabile delle proprie scelte e per cogliere la necessità di dimensionare queste quelle del gruppo sociale in cui vive, per proprio questo modo di pensare se stesso nel-mondo-e-con-gli- altri. “Appropriazione soggettiva” di un nuovo punto di vista sul se e sul mondo. La “ Ristrutturazione dell’intenzionalità”, un cambiamento profondo degli schemi di significato con cui il ragazzo si dirige verso il mondo attuale è possibile. È proprio l’immersione in un nuovo e più vasto campo di esperienza che permette al ragazzo di superare quei limiti dell’intenzionalità che in qualche modo provocano e sostenevano una visione disadattiva del sé, del mondo e del loro essere relazione.

  1. Ragazzi difficili e educatori tra autonomia e dipendenza L’autentica autonomia dell’individuo consiste in primo luogo nella sua capacità di riconoscere le sue dipendenze, di capire che esse sono necessarie alla sua esistenza: non si tratta di essere autonomi ma di pensare in modo autonomo. L’autonomia non fiorisce nello spazio vuoto ma si configura come capacità di superare, modificare quelle dipendenze proprie di una soggettività che si costruisce comunque attraverso la relazione e il vincolo. Nell’incontro con il vincolo l’autonomia puramente virtuale si trasforma in autonomia realizzata, diventando momento di attribuzione di significato al mondo. Ricolorati i limiti che sono propri di qualsiasi forma di esistenza, invitato il ragazzo ad accettare le proprie dipendenze e a riconoscerle come generatrici di senso, l’educatore dovrà recuperare la sua autonomia personale. Il problema non è quello di svuotare il ragazzo di una visione del mondo per sostituirla con un pacchetto confezionato di modelli di verità, si tratta piuttosto di far leva proprio su quella autonomia soggettiva in modo che il ragazzo possa costruire una nuova visione del mondo, seppur negoziando questa sua attività poietica con le costrizioni del reale. Anche l’educatore si muove e deve riconoscere di muoversi entro un reticolo di vincoli. L’educatore non incatena, ne soggioga, Non circuisce ne strappa l’assenso con un gioco di astuzia di seduzione, ma operando la necessaria forma di influenza conduce il ragazzo verso una nuova consapevolezza tramite un’azione educativa. Questo tipo di approccio presuppone l’esercizio dell’ascolto , riconoscimento dell’altro come soggettività. L’educatore e il ragazzo sono sotto questo aspetto definiscono i loro percorsi in modo reciproco: ciascuno deve riconoscere nell’altro il vincolo manca la garanzia della realizzazione del proprio progetto. L’interna circolarità che lei i cambiamenti dei soggetti in relazione - Soggetti in dislivello ma non per questo immuni da una dipendenza reciproca - Non è un fatto che può restare in ombra. Il misconoscimento da parte dell’educatore della propria implicazione può infatti trasformarsi in un doppio rischio: il rischio di seguire in modo inconsapevole la propria modulazione all’interno del rapporto lasciando il gioco in mano al ragazzo e il rischio di legarsi totalmente a qualsiasi trasformazione, non far più alcuna presa su un ragazzo che nel frattempo diventato un altro. Non si tratta solo di ascoltare riconoscere la specificità del ragazzo per poi distribuire interventi volti alla sua trasformazione ma anche di accettare e riconoscere se stessi in ogni momento e inevitabilmente come soggetti oggetti di trasformazione.

CAP. 6 - Conoscere e comprendere

  1. La sfida dell’incontro

prima serie di informazioni permettono di ricostruire il contesto oggettivo e permettono di fare delle ipotesi circa la genesi passiva della sia soggettività. In ogni caso sarà l’educatore e starà a lui organizzare l’ambiente educativo in modo da offrire spazi e possibilità di trasformazione in un caso, limiti sormontabili solo grazie a un processo altamente personale nell’altro.

  1. Il lavoro di equipe L’educatore Non è e non può presumere di essere portatore di uno sguardo a tutto tondo capace di conoscere a fondo ogni aspetto latente e manifesto del ragazzo. La conoscenza del ragazzo difficile, il momento diagnostico, proprio a causa della sua delicatezza e complessità richiede una convergenza di competenza distinte e dunque è un dialogo è una messa in prospettiva dei vari sguardi portati su ragazzo a partire da ottiche diverse. Il lavoro di équipe Risulta dunque fondamentale e lo è a maggior ragione quando la comprensione della visione del mondo del ragazzo viene considerata la premessa necessaria di un intervento educativo efficace.
  2. Il ruolo del educatore all’interno dell’ equipe - La^ traduzione^ pedagogica^ degli^ approcci^ specializzati :^ Il^ lavoro^ di^ équipe,^ implica^ la consapevolezza della parzialità di ogni punto di vista e di conseguenza la capacità di negoziare con gli altri le proprie interpretazioni. Ma c’è di più, ancora più dirimente è la capacità di mettere in atto un approccio conoscitivo di tipo pedagogico, che non è per nulla scontato. Ogni figura professionale tende a far riferimento al proprio paradigma scientifico. Il ruolo dell’educatore all’interno dell’équipe consiste, in primo luogo nel condurre il lavoro di osservazione, in questa fase deve farsi mediatore di discorsi facendo in modo che i vari dispositivi conoscitivi messe in campo dagli specialisti siano riconducibili al modello generale. Lavorare per una traduzione in termini pedagogici significa intervenire già nella fase di costruzione della conoscenza. - La^ valutazione^ dell’educabilità : Conoscenza autentica dell’altro, la partecipazione personale dell’educatore all’esperienza esistenziale del ragazzo È la condizione più favorevole per cogliere il suo modo dal suo punto di vista, essa lo è a patto che queste esperienze non siano vissute dal ragazzo come il qualcosa di estraneo, , Di artificiale, come un gioco sulle cui regole egli non è stato invitato a decidere. L’educatore dovrebbe fare in modo di partecipare all’esperienza spaccati di vita del ragazzo il più possibile autentici ossia ritagliati all’interno del suo mondo della vita.

CAP. 7 - Verso il cambiamento le prime strategie educative

1. Dalla destrutturazione alla ristrutturazione educativa

Comprendere Se e in che misura alcune oggettive condizioni esistenziali abbiano influito nel soffocare o nel distorcere l’attività intenzionale del ragazzo e dunque è un primo passo necessario per indirizzare l’intervento educativo. In alcuni casi bisognerà rilevare e contenere l’incidenza dei fattori di ordine socio familiare, in altri può essere indispensabile cogliere la presenza insistente e pervasiva di alcuni disturbi psicologici. Insieme ai casi in cui è necessario pensare ad uno specifico sostegno psicoterapeutico, se ne presenteranno altri in cui, per ottenere tale destrutturazione, bisognerà allontanare il ragazzo da un certo contesto esistenziale, prevedere la presenza di un educatore nella vita quotiana del ragazzo, non si tratta di scelte mutualmente esclusive, quanto di combinazioni delle varie possibilità di intervento volta a volta calibrate sulla particolare biografia del ragazzo. Aldilà di alcuni casi particolari in cui è necessario prevedere l’intervento di uno specialista, spesso il semplice mutamento del contesto di vita alla ridefinizione di quello abituale dovuta alla presenza dei strutturante dell’educatore, si rivela già un mezzo efficace allo scopo.

- Il^ valore^ iniziatico^ del^ cambiamento : Il passaggio a nuove forme di vita quotidiana costituisce un evidente momento di discontinuità con il passato. Le trasformazioni dovrebbero essere presentata ragazzo non come costruzione gratuita ma, fin dall’inizio come situazione dotata di un preciso significato, spetta all’educatore istituire il valore iniziatico di queste discontinuità materiali. Questa sorta di discontinuità iniziatica può funzionare solo se le nuove condizioni materiali e relazionali sono motivanti per il ragazzo. In genere il ragazzo non ha a priori alcun buon motivo per discostarsi dal contesto, a parte un generico stato di sofferenza di cui spesso, molto spesso non è affatto consapevole. Così, egli subisce le trasformazioni che la segnalazione di un assistente sociale o la decisione di un giudice hanno provocato nella sua vita e di conseguenza vissuto con una certa dose di resistenza. L’educatore deve fin dall’inizio

a partire da una seduzione anche solo superficiale del ragazzo, bisogna che questo “essere altro” appaia piacevole anche conveniente.

- Il^ caso^ della^ custodia^ in^ carcere:^ c’è un caso Particolare in cui la gestione dell’innovazione rieducativa In funzione dei strutturante si fa estremamente complessa, quello della carcerazione. Con il nuovo processo minorile la misura della detenzione riservata ai soli reati gravi ed inoltre l’ingresso in carcere prima della condanna tende ad essere sistematicamente evitato tranne in caso di reato gravissimo e solo se è così decide il giudice. In questi casi l’educatore deve far fronte non solo ad una sedimentazione di vissuti e abitudini dipendente da pregresse condizioni sociali, psicologiche e formative ma anche alla ricaduta sul ragazzo della drammatica esperienza dell’arresto e della carcerazione. Egli potrà trovarsi di fronte ad un ragazzo che vede in queste misure sole un’azione punitiva, un incidente di percorso, messo in conto dallo stesso. Chiedono di parlare con l’educatore solo per contrattare i termini con cui dovrà essere stirata la relazione, e rosicchiare qualche beneficio sulla pena. Questo genere di interpretazioni della situazione attiva diventa uno degli ostacoli, in questi casi l’educatore deve scardinare quel punto di vista sulla situazione detentiva Impegnandosi in una sorta di conflitto di interpretazioni. Prima di tutto e di rifiutare l’atteggiamento di sfida, Dimostrare al ragazzo attraverso azioni concrete atteggiamenti relazionali che non c’è nessun complotto punitivo, ma solo aspetti necessari per un nuovo contesto.

  1. Partire dalla superficie per accedere al profondo Il fatto Che è un ragazzo modifichi il suo primo approccio con l’educatore passando da un palese rifiuto del suo intervento ad un atteggiamento di ascolto non significa affatto che egli abbia messo in crisi e riformulato la sua percezione dell’adulto. Su questo cambiamento di superficie, la cui funzione è squisitamente di tipo liberatorio della radicarsi l’intervento volto a provocare un cambiamento più profondo e radicale. Possiamo distinguere due diverse situazioni: - (^) Uno stato di carenza di abilità percettive, cognitive e relazionali : l’educatore dovrà promuovere, affinare o addirittura sviluppare quella capacità di base necessarie alla costruzione di un nuovo approccio e di una nuova intelligenza del reale, molti comportamenti devianti derivano almeno in parte da una incapacità cognitiva e affettiva di comprendere e di valutare la portata del reale. - (^) Un uso estremamente raffinato di questi strumenti di approccio al mondo : L’educatore deve infatti fare i conti con i ragazzi particolarmente addestrati ad un uso attento e sofisticato delle proprie capacità percettive, intellettive e relazionali. Abituati a destreggiarsi nelle situazioni più dure e più complesse essi hanno elaborato un senso molto acuto della presupposi azione e della implicazione. In questi casi il compito dell’educatore è quello di cogliere e valorizzare queste competenze, costruendo però dei contesti di scenari in cui il loro valore e la loro funzione possono essere ridefiniti. Far leva sulla funzione mediatrice dell’ambiente educativo, conviene puntare su attività la cui funzione formativa sia poco strutturata intorno al rapporto personale. A volte si tratterà di sfruttare la realizzazione del gioco, altre volte attività fisica. A. Il valore di una profezia - trasformare l’immagine: se Trascurare il proprio abbigliamento può essere il segno di una mancato riconoscimento del proprio valore, l’andare in giro sporche ma il vestiti può trasformarsi in un modello a cui conformarsi, in una sorta di griglia interpretativa attraverso cui attribuire un significato al sé. Non si può in ogni caso lasciare che il ragazzo continua a pensare a se stesso nel modo con questo stesso modo di mettersi in scena gli impone di fare. Lo scopo di questi interventi è quello di proporre un diverso stile di vita, proporre o imporre un certo apparire significa offrire una nuova forma con cui interpretarsi, un nuovo modello a cui adeguarsi, significa scommettere sull’efficacia simbolica della designazione è sulla sua forza nel modellare l’auto designazione B. Stare con gli altri - i primi momenti di un cambiamento possibile: un altro aspetto della vita del ragazzo su cui è necessario intervenire è scalfire Certe modalità di relazione che sono ormai talmente sedimentate e pervasiva da ostacolare sensibilmente la possibilità di instaurare nuovi e più autentici rapporti con gli altri. Possiamo individuare due situazioni simmetriche e inverse: L’educatore può trovarsi di fronte ad un ragazzo che non sa riconoscere l’altro come soggetto paragonabile a quell’altro soggetto che è lui stesso, oppure, trovarsi di fronte ad un ragazzo in capace di riconoscersi come soggettività come individuo dotato della possibilità di intervenire in modo attivo nel processo di costruzione della sua relazione con gli altri. In ambedue le situazioni La relazione interpersonale non potrà essere autentica in quanto l’asimmetria tra sé e l’altro da sé rischia di trasformarsi in una relazione di

con cui il ragazzo abitualmente inquadra il mondo: la sfida nei confronti della difficoltà, il senso dell’avventura, il fascino dell’imprevisto, dello straordinario, ecc. Non è un caso, però, se abbiamo insistito proprio sull’educazione al bello.

  1. In primo luogo, come abbiamo visto, i ragazzi difficili in genere non contemplano il giudizio estetico, e dunque ipotizzare che le proposte dell’educatore non devono scontrarsi su abitudini cristallizzate a vedere il mondo in un certo modo.
  2. In secondo luogo, il giudizio estetico è un caso estremo rispetto al contributo soggettivo nella definizione della realtà
  3. In terzo luogo, l’educazione al bello offre un modo di intendere ogni altra esperienza e in questo senso si pone come quadro generale di interpretazione del mondo. Educare al bello significa proporre al ragazzo l’idea che ci sia del bello possibile in ogni incontro col mondo e con le persone, questo non significa che l’esperienza del bello sia l’unica capace di assolvere, piuttosto pensiamo che l’educatore debba valutare in funzione della peculiarità dei ragazzi con cui lavora.
  4. L’educazione al “difficile”: verso l’impegno e il senso di responsabilità Il bello Non è ovviamente l’unico contesto significativo per una educazione all’impegno e alla responsabilità. Anzi, data la centralità di questi due obiettivi è opportuno moltiplicare i contesti che ne favoriscono il raggiungimento. Il ragazzo difficile di fatto non percepisce il suo contributo nella costruzione della realtà né i vincoli che lo legano ad essa. I progetti rieducativi tendono in genere ad essere impostati fin dall’inizio sulla base dell’impegno del ragazzo nei settori considerati le migliori palestre per educare all’impegno e alla responsabilità: la scuola, la formazione professionale o il lavoro. Esso è visto come una scorciatoia del percorso rieducativo. Dal nostro punto di vista, i percorsi più efficaci per giungere ad una introduzione stabile del senso di impegno personale e di responsabilità sociale, devono essere pensati e proposti sotto il segno della scoperta e della conquista. Quanto di costruire delle esperienze in cui l’impegno e la responsabilità si rivelino, prima di tutto, delle strategie di azione efficaci e produttive per il raggiungimento di uno scopo motivante per il ragazzo. Da un punto di vista metodologico, il percorso più efficace è quello centrato sulla difficoltà. L’educatore dovrà progettare esperienze in cui il percorso per il raggiungere lo scopo significativo per il ragazzo sia costellato di ostacoli e di prove da superare. Le difficoltà dovranno prevedere un uso attentamente calibrato dell’aiuto (Dell’educatore o di qualche altro ragazzo) lungo l’asse che va dalla totale autonomia alla cooperazione. Spesso infatti è indispensabile che il ragazzo sperimenti sia quanto le sue capacità si amplificano se ce la metti tutta, sia quanto a volte sia indispensabile mettere in atto forme di aiuto reciproco. Ovviamente è necessario calibrare le esperienze del difficile alla peculiarità dei ragazzi. Di Fronte a ragazzi caratterizzati dall’assenza di intenzionalità è necessario che all’inizio il percorso prevede difficoltà facilmente superabili in cui il rischio di fallimento sia praticamente nullo, ma mano le difficoltà potranno essere via via più consistenti. Di fronte al ragazzi la cui rappresentazione del mondo e centrata su un senso di ogni potenza del se sarà opportuno orchestrare situazioni in cui essi siano necessariamente obbligati a fare i conti con le costrizioni della realtà. A questo proposito sottolineammo quanto sia comunque indispensabile prevedere versioni collettive nella gestione dell’esperienza del difficile. Esse infatti costituiscono lo scenario più appropriato per mettere in prospettiva i valori dell’impegno personale della responsabilità sociale. Costruire una passerella sul torrente, un posto di osservazione mimetizzata in un bosco, riparare una barca, sono tutti esempi di attività in cui processi di comunicazione e di accordo intersoggettivo sul da farsi, la distribuzione di ruoli complementari a persone diverse, l’interdipendenza delle azioni, la necessità che ciascuno svolga il proprio compito nei tempi previsti e che mantenga l’impegno che si è assunto, si rivelano pratiche indispensabili al conseguimento dello scopo.
  5. Le esperienze dell’altro Il senso di Identità, è un frutto di un progressivo accumularsi di rappresentazioni del sé costruita in contesti di confronto e di relazioni con gli altri. Se ampliare e diversificare i modi e i luoghi di incontro col mondo è funzionale a condurre il ragazzo verso la nuova visione di esso, accendere e moltiplicare nuove relazioni con gli altri è necessario perché egli possa modificare il proprio punto di vista su di sé e sull’altro. Si possono distinguere due tipi di esperienza dell’altro:

l’incontro di ciascun ragazzo con l’educatore e l’incontro di ciascun ragazzo con un gruppo di pari.

- La^ vita^ di^ gruppo:^ costruire L’esperienza dell’altro nella forma della vita di gruppo e strategia più adeguata per far maturare nel ragazzo un senso “di appartenenza”. Da questo punto di vista i gruppi che si formano spontaneamente tra ragazzi non sempre assumono la configurazione di un contesto formativo rispondente allo scopo. Spesso infatti i ragazzi tendono a riattivare i loro schemi , riproducendo così le dinamiche gruppale abituali (leaderismo, gregarismo, eccesso di campo-dipendenza). L’intervento dell’educatore consiste quindi nel guidare la formazione del gruppo senza che ciò venga percepito dai ragazzi, l’educatore dovrà farsi che le dinamiche interpersonali siano mediate da una precisa attività. Il suo intervento consiste anche nel fare in modo che i ragazzi propongano e concordino tra loro progetti o attività che si ritengono significative per tutti. L’importante è che si trasformi in un mondo in comune, fare con gli altri non deve rivelarsi per il ragazzo un conformarsi al già dato, ma un costruire progressivamente questo mondo in comune attraverso pratiche di continua calibrazione tra azione individuale e scenario sociale. - Dimensione^ dei^ gruppi^ e^ obiettivi^ formativi:^ la Dimensione del gruppo non ha fatto è rilevante in quanto da essa dipendono le dinamiche interpersonali che tenderanno ad innescarsi dei ragazzi. Nei piccoli gruppi (5-6 ragazzi) tendono infatti a stabilirsi rapporti faccia a faccia, scambi centrati su forme di confidenza e di intimità che possono scivolare i rapporti diatici. Rapporti privilegiati tra due ragazzi, queste relazioni tendono all’esclusività se non a forme di simbiosi, difficilmente producono la costruzione di un noi. Lo scopo della vita di gruppo non è tanto quello di favorire amicizie, quanto quello di provocare attraverso l’esperienza del fare insieme. I grandi gruppi (costituiti da più di 10 ragazzi) tendono a sviluppare, in modo quasi automatico, delle gerarchie interne che spesso annullano qualunque forma di comunicazione e conoscenza reciproca tra i ragazzi. E l’educatore che deve suscitare nei ragazzi proposte e progetti passabili di diventare “mondi in comune”; e l’educatore che deve regolare la costruzione del gruppo per evitare che esso si profili come una riedizione dei consueti schemi di azione sociale o antisociale.

  1. Educare con l’avventura Inserire nella vicenda rieducativa dei ragazzi difficili un trekking in montagna, un corso di sopravvivenza, un campeggio è un modo efficace per inclinare, attraverso la rottura col quotidiano certe immagini cristallizzate di sé. Un’identità personale particolarmente valorizzata può essere ricostruita se ci si scopre inaspettatamente capaci di fare qualcosa e all’interno di un contesto in cui tutto è novità. Allo stesso modo l’identità personale centrata su un’eccessiva sicurezza, su un’autostima infondata può incrinarsi di fronte a un’esperienza che inaspettatamente si rivela impossibile. Rompere con la consuetudine per costruire nuovi schemi per fare i conti con esso.

CAP 9 - La figura dell’educatore professionale

  1. Essere “esperienza dell’altro” L’educatore Non è mai puro esecutore di un processo educativo, tecnico che dispone situazioni e controlla le variabili in gioco restandone al di fuori. Egli è parte costitutiva di quel processo in quanto il suo rapporto con il ragazzo costituisce comunque una particolare forma di relazione interpersonale. Per questo è necessario che l’educatore, riconoscendo nella sua relazione con il ragazzo in luogo di formazione, controlli la sua implicazione personale perché essa diventa una forma di esperienza dell’altro orientata agli scopi della rieducazione.
  2. Le strategie pedagogiche di tipo relazionale - La^ disponibilità:^ l’incontro e la relazione con l’educatore devono trasformarsi per il ragazzo in un’occasione per sperimentare che l’adulto può anche essere diverso. Il primo obiettivo dell’educatore sarà quello di farsi accettare come una persona di cui è possibile fidarsi, cui guardare con rispetto, interesse e stima. E l’educatore a dare inizio alla costruzione di questa trama. È importante che l’educatore mette in parentesi ogni giudizio che richiede però l’esclusione del comportamento antisociale come oggetto di discorso di conversazione con il ragazzo. Il parlarne prima che rapporto con l’educatore si sia consolidato può trasformarsi in un ostacolo. Alla fine sia l’educatore sia il ragazzo conoscono perfettamente qual è il motivo per cui si trovano l’uno di fronte all’altro. Sempre nell’ottica di costruzione di un rapporto significativo l’educatore dovrà fare in modo di proporsi come punto di riferimento costante nella vita quotidiana del ragazzo. Dovrà intervenire di persona per soddisfare le richieste del ragazzo

scivola spesso in una forma di vera e propria attrazione. Può essere utilizzata come strategia pedagogica, facendo anche leva, però la connotazione erotica del transfert educativo lo trasforma infatti in un luogo estremamente delicato. Se da un lato racchiude delle possibilità educative che lo rendono imprescindibile, dall’altro apre la strada a delle risoluzioni altamente decisamente non formative. La chiave di volta per gestire l’intrinseca ambivalenza di questo particolare tipo di relazione tra educatore il ragazzo è la consapevolezza che “ non basta erotizzarlo per rendere valido e produttivo un rapporto educativo, occorre infatti che l’erotizzazione dell’evento educativo sia inserita in un’autentica e consapevole progettualità pedagogi ca”. Basta commisurarlo a degli obiettivi del progetto rieducativo.

- Transfert^ pedagogico^ e^ identità^ sessuali:^ i modi Per costruire un transfert pedagogico Dipendono anche e ovviamente dall’identità sessuale dei soggetti coinvolti nella relazione. Con l’introduzione del sistema misto nei servizi per minori, si è visto per esempio quanto la presenza di operatori di sesso femminile negli istituti di osservazione e custodia maschili attivi dinamiche diverse da quelle che si stavano tra ragazzi e operatori di sesso maschile. Quando una donna entra nell’istituto si verifica progressivamente un cambiamento nell’atteggiamento dei ragazzi nei suoi confronti: mentre all’inizio l’operatrice viene individuata come destinatario privilegiato di attenzioni, poco a poco la sua presenza si trasforma in un obbligo conversazionale che consiste all’uso regolato dell’eufemismo, all’evitamento deliberato di certi contenuti e di certi stili di enunciazione. Però la presenza di operatori di ambo i sessi può far sperimentare al ragazzo difficile in modi differenti che pertengono alla costruzione di una relazione significativa con l’alterità “di genere”. - Ambiguità^ e^ rischi^ del^ transfert^ pedagogico:^ i^ rischi^ Implicati^ da^ una^ gestione^ non professionale del transfert sono notevoli. Aldilà del rischio che si instauri un avere propria relazione sentimentale tra educatore e il ragazzo, il pericolo forse più grande consiste nel fatto che il ragazzo potrebbe fare proprio lo stile di relazione di cui l’educatore si fa portatore per un meccanismo di pura compiacenza. Le situazioni caratterizzate dal desiderio di compiacere l’educatore sono le più delicate, l’educatore può essere portato in consapevolmente ad utilizzare questa disponibilità come una base per agire sul ragazzo in forma suggestiva: sfruttando il forte legame affettivo la tendenza del ragazzo ad andare verso l’educatore, egli può modellare il suo comportamento e la sua visione del mondo senza che il ragazzo vi opponga alcuna resistenza. In realtà dietro a queste capitolazioni che si trasformano in delega e totali, si nasconde un’ennesima incapacità a riconoscersi come soggetto responsabile della costruzione del proprio modo di essere-nel-mondo-con-di- altri. L’ovvia conseguenza è la costruzione di un legame di stretta dipendenza tra il ragazzo e l’educatore. Un altro rischio insito nell’uso del transfert è racchiuso nella risposta affettiva dell’educatore. Il pericolo più grave è rappresentato dalla possibilità che l’educatore ceda alle manovre di seduzione che a volte caratterizzano il comportamento del ragazzo. Il ragazzo dosa in funzione dei suoi progetti, l’educatore sedotto rischia di perdere con la distanza pedagogica necessaria a mantenere comunque lo sguardo dall’esterno su una situazione che prevede un indispensabile implicazione personale. - La^ gestione^ pedagogica^ del^ transfert^ educativo:^ l’aver Individuato le ambiguità e i pericoli insiti nella provocazione di un investimento affettivo sulla figura dell’educatore, non deve offuscarne l’insostituibile funzione pedagogica. Un modo per gestire la relazione transferale è quella di pensarla nei termini di una collettività a due. L’educatore dovrà mettersi in gioco con quegli atteggiamenti che adotta o adotterebbe nel gruppo. Recuperare il più possibile le forme di manifestazione dell’affettività tra quelle riconosciute come appartenenti a regime del pubblico e non del privato. Un’altra tecnica è quella del spendere questo affetto in un fare insieme. Attraverso la mediazione di un progetto o dell’esecuzione di qualcosa, la carica emotiva della relazione perde le connotazioni di un erotismo fondamento sulla pura comunicazione dell’affettività, traducendosi in una spinta alla costruzione o la trasformazione della realtà. Oppure costruire una forma di vita di gruppo , L’inserimento del ragazzo in un gruppo il suo personale diretto coinvolgimento in attività collettive rappresentano infatti per il ragazzo è un modo per instaurare delle relazioni interpersonali che si affiancano a quella con l’educatore. Un’altra tecnica è la discussione con i membri dell’équipe , quest’ultima crea una zona di distanza prospettica, facilita infatti il monitoraggio da parte dell’educatore del suo coinvolgimento personale.

CAP 10 - La costruzione di una nuova visione del mondo

  1. Gli obiettivi del processo rieducativo L’ Obiettivo del lavoro rieducativo è dunque essenzialmente quello di provocare una modificazione di quel sistema profondo di significati, la costruzione di una nuova visione di sé e della realtà e quindi un nuovo modello per orientare il proprio comportamento nella realtà. L’obiettivo intermedio della rieducazione consiste quindi nel permettere al ragazzo di ricostruire il modo con cui egli ha abitualmente organizzato in una certa visione del mondo l’esperienza che egli ha di sé. Si tratta di modificare quegli schemi di significato trasformando la visione del mondo che da essi deriva in un testo suscettibile di riflessione critica.