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riassunto completo ragazzi difficili. pedagogia interpretativa e linee d'intervento
Tipologia: Appunti
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Caricato il 24/09/2020
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anche di servizi palesemente esistenti per prevenire la delinquenza minorile rischiano di funzionare come profezie che si auto adempiono in quanto veicolano ai destinatari una precisa identità negativa attivando un’interazione perversa e l’esito deviante. Da un punto di vista pedagogico ciò che assume rilevanza è il fatto che questi ragazzi vivano in una situazione contraddistinta da disfunzioni materiali, affettive o relazionali. L’intervento educativo si fonda dunque in prima istanza sulla necessità di costruire intorno al minore un contesto adeguato dal punto di vista educativo e di risolvere un disagio attuale che tengano conto che la loro storia passata è stata una storia problematica dal punto di vista pedagogico RAGAZZI DISADATTATI : Un’altra categoria di minori, in genere individuata come destinataria di interventi rieducativi, è quella dei ragazzi disadattati. Si tratta di quei casi in cui il luogo della difficoltà non è più individuato solo nel contesto di vita (materiale e relazionale) del ragazzo ma nella sua assunzione di atteggiamenti più o meno disadattivi. → Sono adolescenti o preadolescenti che in risposta a condizioni di vita educativamente inadeguate hanno consolidato atteggiamenti tendenzialmente lesivi di sé o del contesto in cui vivono. → Le reazioni messe in atto oscillano dall’assunzione di atteggiamenti svalutativi ( senso permanente di fallimento) alla messa in atto di comportamenti definibili come irregolari (fughe di casa o da scuola). RAGAZZI DELINQUENTI : Minori che hanno infranto le norme del codice penale e che vengono per questo definiti delinquenti. potenziale inizio di una forma di devianza secondaria. Dal punto di vista del processo rieducativo, il giovane che commette un reato e che viene per questo arrestato non rivela nella maggior parte dei casi peculiarità tali da giustificare un approccio educativo diverso da quello messo in atto di fronte a ragazzi il cui comportamento resta ai limiti della sopportabilità legale. → L’educatore scopre quasi sempre che si tratta di minori che reagiscono in modo delinquenziale ma pur sempre soggettivo a esperienze di vita del tutto omologabili a quelle degli altri ragazzi difficili. La scelta dell’atto palesemente antisociale è solo l’indice di un maggior stato di tensione o di una difficoltà più profonda nel processo di costruzione di sé come soggetto. Nella maggior parte dei casi il reato rappresenta un puro mezzo per soddisfare quei bisogni che questi ragazzi hanno in comune con la maggior parte degli adolescenti. Per quanto riguarda i ragazzi in forme di criminalità organizzata nella maggior parte dei casi essa non deriva da una risposta individuale a condizioni di vita problematiche quanto da un progressivo adeguamento culturale costruito all’interno di un gruppo individuabile. l’attività illegale legittimata; attaccamento radicato alla famiglia che conta su una rete di protezione Più che da vere e proprie carenze o limiti educativi la condizione di questi ragazzi deriva da un’esperienza di vita caratterizzata da processi formativi efficaci ma sistematicamente orientati alla costruzione di un’esistenza che si oppone ai modelli che circolano in senso alla società civile. Questi ragazzi si rivelano portatori di una visione del mondo solida la cui validità è continuamente confermata dalla condivisione della sua efficacia con il gruppo di riferimento. La loro difficoltà si colloca nel contrasto tra essa e una visione del mondo che delegittima il loro stile di vita CAPITOLO 2: DEVIANZA MINORILE E PARADIGMI POSITIVISTI
Nonostante quello detto prima, vi è una responsabilità sociale nella genesi della devianza. Il contributo della società nel determinare la devianza, viene individuato nelle interazioni sociali, negli scambi comunicativi. A partire dalla riflessione di Mead e con l'assunzione di un approccio interazionista (La prospettiva interazionista ritiene che il comportamento e le esperienze personali derivino dalle reciproche influenze dei fattori individuali e situazionali) , il tradizionale paradigma eziologico sul fenomeno della devianza è stato progressivamente abbandonato in favore di una nuova attenzione agli scambi comunicativi e alle interazioni simboliche che si stabiliscono tra i diversi attori sociali che partecipano ai processi generativi della devianza → cercare il contributo soggettivo nella costruzione della devianza.
RINUNCIARE AD UNA NEGOZIAZIONE CONTINUA TRA SENSO OGGETTIVO E SOGGETTIVO SIGNIFICA RISCHIARE LA COSTRUZIONE DI MONDI FITTIZI. Quando una prassi ri-educativa si sviluppa a partire da un’interpretazione “esterna” e un senso “oggettivo” attribuito a comportamenti, difficilmente si attuerà un successo.
Lo sviluppo di ogni individuo non dipende solamente dalle situazioni a lui esterne, ma anche e soprattutto dalla attività intenzionale della coscienza individuale. → I dispositivi attraverso cui l’individuo conferisce senso alla realtà sono la variabile imprevedibile dal cui gioco dipendono esiti diversi nei processi di sviluppo. Lo sviluppo del soggetto è legato al tipo di rapporto che egli instaura con il mondo; il disadattamento è il prodotto di un mancato o alterato funzionamento della coscienza intenzionale. Infatti, tutti i casi di irregolarità della condotta (almeno quelli che riguardano i “ragazzi difficili”) possono essere ricondotti a limiti nello sviluppo della coscienza intenzionale. Possiamo individuare due diverse articolazioni di tali limiti: l’assenza dell’intenzionalità e la distorsione dell’intenzionalità. a. Con assenza di intenzionalità facciamo riferimento al soggetto che appare incapace di trasformare la realtà che lo circonda in un modo che sia significativo per lui e compatibile con i progetti e valori degli altri. → parliamo di ragazzi che non riescono a considerarsi attivamente implicati nella costruzione della propria esistenza. Il ragazzo tende a considerare sé stesso come sganciato dal mondo e di non potervi in nessun modo intervenire in maniera significativa ; non riesce a vedere nessuna apertura verso il futuro; il presente è vissuto come prodotto di un passato e come esito necessario di una storia alla quale il ragazzo sente di non aver partecipato ; rifiuta di essere veramente sé stesso e si lascia trascinare in maniera passiva da ciò che gli accade intorno. → Conseguenze intensa insoddisfazione, difficoltà, disadattamento prima di tutto interiore. Non è facile schematizzare i vari comportamenti antisociali che scaturiscono da una simile visione del mondo; viene qui offerta una griglia di riferimento contenente tre tipologie di comportamenti riconducibili all’assenza di intenzionalità:
questa carica vitale necessaria, il rischio maggiore è che metta in atto gesti di autoannullamento fino al suicidio. b. Con distorsione dell’intenzionalità si tratta sempre di una incapacità di cogliere la genesi relazionale dell’io, ma, a differenza del primo casa qui si nasce da una sorta di “eccesso dell’io”. In questo caso, la capacità di incorporare l’oggetto secondo un’attribuzione personale di senso non è assente, ma eccessiva. eccessiva incorporazione dell’oggetto, fagocitazione e imposizione di una soggettività assoluta e onnipotente, l’oggetto e l’altro sono prede. Non riconoscendo i limiti impostigli dalle cose, il soggetto crede di poter fare tutto , elabora un mondo-per-sé in cui è onnipotente, senza equilibrio tra dati e schemi propri. Può sfociare in ribellione, violenza, irresponsabilità e assenza di autocontrollo. I problemi più seri nascono in relazione con l’altro: a questo non viene attribuita la stessa dignità e lo stesso valore che vengono dati a sé stesso e si giunge ad un rifiuto e ad una vera e propria incapacità di comunicare con l’altro. Le difficoltà a cui questi ragazzi vanno incontro sono di due tipologie:
nuovi interessi, allora e solo allora avrà senso provocare un ripensamento del suo passato; infatti, sarà la trasformazione della sua visione del mondo a provocare una rivisitazione del suo passato e una nuova attribuzione di senso al proprio vissuto e un effettivo superamento.
psico-fisica del ragazzo. Azioni principalmente mirate al superamento di alcuni limiti oggettivi che impediscono al ragazzo di esercitare la sua capacità di intenzionare; sollecitare determinate attività, soddisfare determinati bisogni, colmare alcune lacune.
la vita del ragazzo per cercare di fargli superare la fissazione verso determinati interessi o atteggiamenti che lo costringe dentro a schemi di comportamento asociali. L’idea è di fargli vivere una serie di situazioni nuove e sollecitanti. La scelta del tipo di esperienza si svolge in base a ciò che siamo riusciti a capire di lui e della sua visione del mondo.
ragazzo, dopo aver avuto occasione di scoprirsi responsabile delle sue scelte, fa proprio questo modo di pensare sé stesso nel-mondo-e-con-gli-altri (momento dell’appropriazione soggettiva), conquista di un nuovo punto di vista su di sé e sul mondo. Per giungere a questo momento è necessario che avvenga una ristrutturazione dell’intenzionalità, cioè un cambiamento profondo degli schemi di significato che il ragazzo utilizza per approcciarsi al mondo; un’immersione in un nuovo campo di esperienze., un rovesciamento di prospettiva che porta ad un ripensamento del proprio passato e la produzione su di esso di un giudizio proprio. Anche quest’ultimo momento è un processo graduale; compito dell’educatore è guidare il ragazzo a prendere consapevolezza del proprio cambiamento.
Il senso comune tende a far coincidere lo scopo della rieducazione con una idea di adattamento o riadattamento del ragazzo difficile all’ambiente sociale. E’ necessario però confrontarsi con questa idea. Bisogna innanzitutto chiedersi che cosa si intende per “ambiente sociale”, ripensare l’idea di ambiente e anche quella di adattamento. L’adattamento suggerisce in qualche modo l’idea di acquisizione di certi automatismi comportamentali, ma non è al conformismo che una ri-educazione deve educare. L’intervento rieducativo deve educare ad una certa criticità responsabile, alla consapevolezza dei vincoli sociali, della propria autonomia e delle proprie possibilità di andare oltre o (se è il caso) contro quegli stessi vincoli. Si tratta di portare il ragazzo alla costruzione del proprio senso. Si può intendere qui l’adattamento come un inserimento attivo nel tessuto sociale ed esso diventa (se dotato di questo significato) una conseguenza necessaria dell’azione educativa. Tutta l’interazione tra educatore ed educando è incentrata sulla dialettica tra autonomia e dipendenza. L’autentica autonomia del ragazzo consiste in primo luogo nella capacità di riconoscere le sue dipendenze e di capire che esse sono necessarie alla sua esistenza: non si tratta di essere autonomi, ma di pensare, muoversi, scegliere in modo autonomo. Non si tratta di svuotare il ragazzo della sua visione del mondo per sostituirla con un pacchetto confezionato di modelli, ma di far leva sull’autonomia soggettiva in modo che il ragazzo possa costruire una sua visione del mondo. Educatore conduce il ragazzo verso una nuova consapevolezza, deve saper ascoltare, riconoscere l’altro come soggettività. L’educatore è pienamente in gioco, non è solo dispensatore di iniziative. Ogni azione educativa, modificando “l’oggetto” a cui si rivolge costringe l’educatore a modificarsi di conseguenza. Non è un “dare”, ma un “darsi”. Si tratta anche, da educatori, non solo di proporre interventi volti alla trasformazione del ragazzo, ma anche di accettare e riconoscere sé stessi come soggetti e oggetti di trasformazione. CAPITOLO 6: CONOSCERE E COMPRENDERE
osservatore, rischia di portare ad una ricostruzione della visione del mondo del ragazzo eccessivamente inficiata dal punto di vista dell’educatore, che non è mai un soggetto neutro. Il lavoro in équipe deve essere un percorso collettivo che mira alla comprensione della visione del mondo del ragazzo, attraverso un continuo movimento di andata e ritorno, il “circolo ermeneutico” di cui parla Dilthey, ossia un continuo passaggio dal dettaglio locale alla connessione globale di senso. Inoltre, è fondamentale che il lavoro di équipe sia finalizzato al recupero di un orientamento al futuro, un luogo di nuovi orizzonti e possibilità. Quale è il ruolo dell’educatore all’interno dell’équipe? -Indirizzare il lavoro dell’équipe: deve continuamente regolare l’attività dei membri, i quali sono tra loro molto diversi, in modo che lo sguardo conoscitivo sia sempre improntato al modello della conoscenza pedagogica fin dall’inizio. Lo specifico dell’educatore è vivere con il ragazzo e cercare di creare un rapporto di comunicazione tendente alla conoscenza autentica dell’altro. Condividere esperienze non devono essere vissute dal ragazzo come qualcosa a lui estranee, artificiali, ma l’educatore deve fare in modo che siano per lui autentiche e sensate. L’educatore ha un ulteriore compito: valutare l’educabilità: deve costruire una mappa dei luoghi di maggiore resistenza e di quelli su cui invece vi è maggiore possibilità di fare leva durante il percorso educativo. CAPITOLO 7: VERSO IL CAMBIAMENTO – LE PRIME STRATEGIE EDUCATIVE Il momento dell’osservazione del ragazzo difficile mira, come abbiamo detto, alla comprensione della sua visione del mondo e di quei processi interpretativi della realtà attraverso cui egli è giunto ad elaborarla.
momenti del percorso rieducativo possono richiedere a volte un intervento volto a limitare l ’incidenza immediata di alcuni fattori disturbanti: conflitti emozionali, dipendenze da certi modelli, abitudini comportamentali ormai sedimentate. Molto spesso, per poter giungere al nocciolo del problema, ossia alla messa in crisi dell’intera visione del mondo su cui si regge il comportamento deviante, è necessario, in prima istanza, puntare alla riduzione di quelli che non ne sono che i sintomi. → il valore di questi primi interventi consiste nel preparare il terreno all’intervento rieducativo vero e proprio. A questo proposito è forse opportuno segnalare il rischio di scambiare la scomparsa dei sintomi più immediati con il raggiungimento di una profonda ristrutturazione. Il fatto che un ragazzo modifichi il suo primo approccio con l’educatore passando da un palese rifiuto del suo intervento ad un atteggiamento di ascolto non significa affatto che abbia messo in crisi e riformulato la sua percezione dell’adulto. Su questo cambiamento di superficie deve radicarsi l’intervento volto a provocare un cambiamento più profondo e radicale. Quanto abbiamo detto circa la necessità di lavorare sui segni manifesti, vale anche rispetto a certi stili di presentazione di sé. Trascuratezza nel vestire, noncuranza del proprio corpo possono essere testimonianza del particolare modo con cui il ragazzo percepisce sé e il mondo. L’educatore propone interventi che hanno lo scopo di proporre un diverso stile di vita cominciando proprio a lavorare sull’immagine e sui segni più manifesti e visibili del sé. C’è ancora un altro aspetto della vita del ragazzo su cui è necessario intervenire per costruire le minime possibilità di un intervento rieducativo: il suo modo di stare con gli altri. L’educatore può trovarsi di fronte a ragazzi aggressivi verso gli altri, che disprezzano o rifiutano lo stare insieme, oppure di fronte ad apatia ed indifferenza. → in ogni caso mancano i presupposti necessari per costruire quel minimo indispensabile per mettere in moto strategie rieducative efficaci. Ovvviamente la prima preoccupazione dell’educatore di fronte a questi stili di interazione deve essere di tipo entropatico. Possiamo (schematizzando) individuare due situazioni in cui l’educatore può trovarsi: 1) la prima è quando il ragazzo non sa riconoscere l’altro come soggetto paragonabile all’altro soggetto che è lui stesso si colloca quindi in una posizione particolarmente egocentrica; la seconda è quando ci si trova di fronte un ragazzo incapace di riconoscersi come soggettività , cioè come individuo incapace di intervenire in modo attivo nel processo di costruzione della sua relazione con gli altri (si tratterà in questo caso di un ragazzo eterocentrico ).
distorsione dell’intenzionalità. Per quanto si tratti di modalità diverse di pensare la propria collocazione nel mondo e con gli altri, entrambe provocano nel ragazzo un’idea di nullità, di impotenza. → Chiunque abbia frequentato questi ragazzi ha percepito quel senso di rinuncia, fatalismo, avvilimento che accompagna la loro esistenza. Persino certi atteggiamenti spavaldi, provocatori, rivendicativi del proprio modo di stare al mondo sembrano celare un profondo senso di insoddisfazione. Di fronte a questo onnipresente senso di nullità del sé è necessario ripensare la nostra percezione del ragazzo difficile: non più un individuo soddisfatto e appagato del suo comportamento antisociale ma un individuo che cerca un modo per non sentirsi definitivamente schiacciato dal suo senso di impotenza. Se accettiamo questa visione, allora un obiettivo fondamentale della rieducazione è la costruzione di un ottimismo esistenziale → ossia: quel senso di appagamento nato dal pensarsi all’origine di un progetto di investimento di senso al mondo capace di realizzarsi a partire da vincoli imposti dalla realtà e tramite una pratica di negoziazione di senso con gli altri → Esso si realizza tramite pratiche di restituzione è indispensabile colmare ogni carenza del ragazzo, sia essa affettiva, o formativa. Sarebbe vano proporre esperienze e occasioni di scambio produttivo con gli altri ad un ragazzo la cui vita continua a svolgersi nel segno della mancanza. UNA DELLE STRATEGIE PIU’ EFFICACI PER GIUNGERE AD UN CONSOLIDAMENTO PROGRESSIVO DELL’OTTIMISMO ESISTENZIALE consiste nel far compiere al ragazzo un certo numero di esperienze centrate sul bello e capaci di favorire la costruzione di un vero e proprio senso estetico. → una caratteristica ricorrente dei ragazzi difficili è una sorta di sordità al bello ( dovuta ad una quasi totale assenza di esperienze di questo tipo nella loro vita) o comunque lo vedono come qualcosa di cui appropriarsi e poi consumare. Quando i presupposti sono questi, un’esposizione al bello (es. andare ad una mostra) può rivelarsi del tutto inutile , poiché il ragazzo non ha ancora elaborato nessuno schema interpretativo che gli permetta di cogliere quelle cose come cose belle o sottoponibili ad un giudizio estetico. Ciò che è possibile prevedere è un percorso che passi dal “bello naturale” (gita in montagna) ad un “bello artistico” e che venga proposto tramite ad esempio giochi o attività (ad esempio la fotografia o tramite uno sport). Questo può rivelarsi un esercizio per pensare il mondo da un diverso punto di vista e che il ragazzo si collochi in modo nuovo rispetto al mondo. Fargli attraversare queste esperienze per far sì che egli riesca a vedere del bello un po’ ovunque, anche nelle piccole realtà quotidiane.
Al di là dei contenuti specifici della discussione, questo esercizio dialettico può diventare un ottima possibilità per imparare. Se infatti ad un primo livello le esperienze del bello producono il senso dell’interpretabilità del reale, ad un secondo livello questo percorso educativo può produrre la capacità di riconoscere l’altro come soggetto. Non è un caso insistere sull’educazione al bello:
educazione all’ impegno e alla responsabilità. Anzi, data la centralità di questi due obiettivi, è opportuno moltiplicare i contesti che ne favoriscano il raggiungimento. D’altra parte, come abbiamo visto, la vita del ragazzo difficile scorre sotto il segno della non responsabilità : o perché sopraffatto da un mondo di cui non si sente artefice o perché indifferente ad un mondo cancellato da una fantasia di onnipotenza, il ragazzo difficile non percepisce di fatto il suo contributo nella costruzione della realtà. → spesso gli interventi rieducativo mirano al far emergere i sentimenti di impegno e responsabilità nei settori della scuola, formazione professionale o lavoro. Non sono pochi i casi in cui i ragazzi fin dalle prime battute mostrano di accettare di buon grado un impegno nei settori della formazione o del lavoro → ma di fronte a questi casi l’educatore deve interrogarsi riguardo la natura di quell’impegno (perché si impegna? Perché crede che sia una scorciatoia nel percorso educativo, per avere riconoscimento da parte dell’educatore o perché è effettivamente un impegno reale?); queste forme di impegno ottenuto troppo facilmente devono suscitare nell’educatore perplessità. L’educatore deve proporre delle esperienze in cui l’ impegno e la responsabilità si rivelino, prima di tutto, delle strategie di azioni efficaci per raggiungere uno scopo che sia motivante per il ragazzo. Quindi: proporre attività che abbiano scopi che siano nello stesso tempo sia motivanti per il ragazzo sia irraggiungibili se non attraverso l’impegno e la responsabilità. Il lavoro o le attività formative implicano un esercizio all’impegno, ma in genere hanno uno scopo che non pare essere significativo per il ragazzo. Tramite un’attività motivante, il ragazzo constata che tanto più aumenta il suo impegno, tanto più riesce a raggiungere dati scopi. E, può anche imparare, che spesso necessita dell’aiuto degli altri e che nelle situazioni collettive è fondamentale che ognuno faccia la sua parte secondo uno schema d’azione. Stiamo parlando di progettazione di esperienze in cui il percorso per raggiungere lo scopo significativo per il ragazzo sia costellato di ostacoli e di prove da superare posti dall’educatore (essi variano in base alla difficoltà: è bene iniziare con una difficoltà bassa e poi aumentare e comunque dipende molto dal ragazzo che si ha davanti) e qui si userà l’aiuto in base al bisogno che va dalla piena autonomia (posso farcela da solo) fino alla cooperazione (chiedere aiuto agli altri). Imparare a non arrendersi alla prima difficoltà e scoprire che, adattando il suo intervento ai vincoli che la realtà gli presenta, può contribuire alla modifica di quella stessa realtà. → Le situazioni proposte al ragazzo devono essere genuine e verosimili e devono tenere presente che egli ha una vita alle spalle e sarebbe del tutto fuori luogo agire come se ciò non fosse. L’educatore deve fare i conti con ragazzi che hanno vissuto nel mondo.
dato che si presenta tuttavia sotto il segno dello straordinario, ovvero di ciò che non può essere perseguito nella quotidianità”. Risulta necessario che le esperienze che vengono proposte al ragazzo siano dotate di eccezionalità, in modo che facciano sì che il ragazzo diventi consapevole di una nuova possibilità sul mondo. L’eccezionalità fa sì che improvvisamente il mondo appaia in modo diverso al ragazzo, una possibilità di pensare il mondo, sé stesso e gli altri in modo nuovo. Inoltre, creare delle esperienze basate sull’avventura è una strategia che può funzionare in quanto fa leva su quel bisogno esplorativo, sul desiderio di mettersi alla prova che caratterizza tanti adolescenti. Tuttavia, nessun educatore può pensare che vi sia in tutti i ragazzi un naturale bisogno di avventura, ma ciò che deve fare è individuare una possibile motivazione all’avventura se esiste, provocarla se assente e, in ogni caso, trasformarla in una spinta a partecipare a quelle esperienze che, sotto il segno dell’avventura, sono gestibili come contesti formativi. Proporre una esperienza di questo tipo, non significa eliminare il valore formativo della quotidianità, ma tra l’una e l’altra deve instaurarsi un rinvio reciproco che permetta al quotidiano di non trasformarsi in smorte abitudini e allo straordinario di non essere semplice evasione e fuga. Quindi ciò che si propone è creare un contesto in cui il ragazzo possa affrontare i momenti di avventura con determinate conoscenze e competenze. Il valore delle esperienze di avventura sta nella loro forza destrutturante di vissuti cristallizzati, sempre che esse mantengano il tratto dell’eccezionalità (che le distingue dalle esperienze quotidiane). Rompere con la consuetudine non significa infatti perdere il quotidiano, ma costruire nuovi schemi per fare i conti con esso. CAPITOLO 9: LA FIGURA E IL RUOLO DELL’EDUCATORE
preoccupazioni, le loro ansie e le loro difficoltà l’educatore deve quindi avere la capacità di ascoltare. Una qualunque forma di indifferenza può essere vissuta dal ragazzo come un tradimento. Spesso, i ragazzi mettono in atto determinate strategie per mettere alla prova la tenuta dell’educatore, per vedere fino a che punto sia solida la sua disponibilità nei loro confronti. Di conseguenza, l’educatore deve cogliere queste provocazioni e capire che esse sono un modo tramite cui il ragazzo lo sta considerando come una persona per lui significativa. → L’educatore non deve avere fretta nel costruire un rapporto con il ragazzo, per cercare di stargli subito simpatico ad esempio tramite lo scherzo o la facile confidenza, altrimenti rischierebbe di sembrare come un adulto facile da manipolare e disposto al compromesso. Deve dunque porre dei limiti, istituire delle soglie, un equilibrio tra distanza coinvolgimento personale e distanza pedagogica, creando le condizioni per una autentica accettazione reciproca.
Può scegliere la strada del discorso, della pura dichiarazione verbale, oppure impegnarsi in un linguaggio delle cose concrete, cioè una comunicazione del proprio modo di essere che passa dalle azioni e dalle esperienze che quotidianamente egli condivide con il ragazzo. Le parole (ad es. “puoi contare su di me”) non fanno molta presa sul ragazzo , il quale ha invece bisogno che la disponibilità dell’educatore venga mostrata tramite il comportamento, i gesti, le azioni. → Inoltre, quando l’educatore si mostra disponibile (e non solo si dichiara tale) a modificare la sua visione del mondo, a metterla in discussione di fronte a nuove esperienze, il suo stesso atteggiamento verso la realtà diventa un “enunciato vivente” della possibilità di cambiamento. È fondamentale che l’educatore non si presenti come il modello da seguire , ossia come portatore dei migliori punti di vista sul mondo, detentore di saperi e saper fare che il ragazzo sarebbe portato ad imitare e rendere propri. L’educatore, così facendo, porterebbe una unica interpretazione del mondo, univoca e definitiva , alla quale non resta che adeguarsi. L’obiettivo non è quello di sostituire ad una visione del mondo distorta (quella del ragazzo), la visione dell’educatore, ma di comunicare al ragazzo l’idea che il mondo, se stesso e le persone possano essere diversi da come lui li ha percepiti fino ad ora. L’educatore, non ha che un mezzo per testimoniare questa possibilità: mostrarsi egli stesso disponibile a modificare la sua visione del mondo.
ragazzi delle risposte emotive piuttosto forti. Difficilmente il ragazzo resta indifferente, dal momento in cui lo chiamano direttamente in causa. Le risposte del ragazzo, di qualunque genere siano, costituiscono il segno che le strategie comunicative e di animazione adottate dall’educatore hanno provocato una messa in discussione degli abituali schemi di comportamento del ragazzo , anche quando da parte sua vi è un rifiuto o un tentativo di sottrarsi. La costituzione di quello che può essere definito come transfert pedagogico , è un momento centrale nell’educazione dei ragazzi difficili. A questo è affidato il passaggio dalla rottura degli abituali schemi di relazione alla costruzione di un nuovo schema centrato sulla capacità intenzionale ; Nel vuoto nato dalla destrutturazione dei modelli consueti,si inserisce il modello di intenzionalità incarnato dall’educatore, cui il ragazzo tenderà ad aderire nella misura in cui avrà sviluppato nei confronti dell’educatore sentimenti di stima, ammirazione e affetto. Il ragazzo tenderà a far proprio il modello dell’educatore e ciò avviene tramite una erotizzazione della relazione tra ragazzo ed educatore, che non sempre è da costruire, ma spesso si costituisce in modo spontaneo. Non sono rari i casi in sui i ragazzi mostrino segni palesi di una ammirazione verso l’educatore che sconfina in