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Esiste un forte scontro tra ciò che la ricerca scientifica intende per orientamento e ciò che invece propone il senso comune, il quale spesso riduce questa disciplina a una pratica commerciale o a una profilazione standardizzata. Il senso comune è ancora fortemente ancorato al vecchio modello del tratto-fattore, introdotto nel 1909 da Frank Parsons. Questa visione superata si limita all'idea del "matching", ossia all'uso di test attitudinali rigidi per abbinare meccanicamente le caratteristiche della persona alle mansioni richieste dalle industrie.
Tra l'inizio del Novecento e la Seconda Guerra Mondiale, l'approccio iniziale di Frank Parsons basato sul matching attitudinale subì una profonda evoluzione scientifica. La ricerca psicologica capì che per orientare una persona non bastava più misurarne solo le capacità fisiche o le attitudini meccaniche, ma era fondamentale esplorare la componente affettivo-cognitiva, a partire dagli interessi personali. In questo periodo storico nacquero i primi strumenti standardizzati della storia della disciplina, come il Vocational Interest Blank di Strong e il Kuder Preference Record Vocational di Kuder. Grazie a questi strumenti, l'orientamento iniziò ad assumere una forte valenza sociale e scientifica. La disciplina smise di essere un semplice strumento di selezione aziendale e iniziò a posizionarsi strategicamente "in mezzo fra l'impresa e il soggetto": un ruolo di mediazione cruciale che, per la prima volta, dava spazio e ascolto alla persona reale, ai suoi desideri e alle sue inclinazioni, cercando di bilanciare le richieste del sistema produttivo con il benessere dell'individuo.
L'orientamento non è una disciplina neutra, ma è il prodotto di precise scelte umane e politiche che hanno accompagnato l'evoluzione della società capitalistica all'interno dell'Antropocene. Storicamente, possiamo dividere questa evoluzione in grandi fasi lineari, a partire dall'espansione del capitalismo e il laissez-faire (Settecento - Inizio Novecento). Le radici economiche di questa fase risalgono al Settecento con le teorie di Adam Smith sulla "mano invisibile", secondo cui l'assecondare la natura egoistica dell'essere umano e la ricerca del profitto individuale genererebbe, in modo automatico, benessere per l'intera società. Questo pensiero alimenta il modello del laissez-faire, caratterizzato dalla totale assenza di intervento dello Stato nell'economia, per lasciare massima libertà di investimento ai possessori di capitale. In questo clima di forte espansione industriale ed esplosione dei flussi migratori (soprattutto negli Stati Uniti a inizio Novecento, dove masse di immigrati poveri e analfabeti cercavano lavoro), nasce l'orientamento moderno. Nelle fabbriche dell'epoca non servivano specializzazioni, ma solo persone in grado di muovere attrezzi. Nel 1909, Frank Parsons pubblica il primo volume sull'orientamento, introducendo la necessità di studiare scientificamente la relazione tra le persone e il lavoro. Prima di allora questo non era necessario, poiché le strutture sociali aristocratiche assegnavano il futuro in base alle origini familiari (se nascevi contadino, facevi il contadino). Parsons introduce il concetto di matching attitudinale (il posto adatto): attraverso colloqui e domande, l'orientatore misurava i tempi di reazione, la memoria e le capacità percettive del candidato per inserirlo nella mansione industriale più idonea. Questo approccio si evolverà successivamente durante la Seconda guerra mondiale, quando la psicometria e la statistica verranno utilizzate in modo massiccio per selezionare e catalogare i soldati dell'esercito americano.
La storia dell'orientamento prosegue con la grande depressione e la svolta dell'istruzione. Il crollo della borsa del 1929 e la conseguente grande recessione generano disoccupazione di massa e povertà estrema, costringendo i sistemi industriali a evolversi. La successiva evoluzione tecnologica e industriale inizia a richiedere una forza lavoro più scolarizzata e flessibile, capace di svolgere compiti differenti rispetto al passato. Emerge la consapevolezza sociale che, per far funzionare l'economia, è necessario investire sulla salute e sulla formazione della popolazione: una cittadinanza sana e istruita è la precondizione per avere lavoratori competenti ed efficienti.
Si giunge poi all'embedded capitalism e i diritti di cittadinanza (dopoguerra-anni '70). Nel secondo dopoguerra, per contenere le tensioni sociali e la spinta dei movimenti operai, le nazioni occidentali sperimentano una forma controllata di economia definita Embedded Capitalism (capitalismo integrato o mitigato). Il mercato non è più lasciato libero di sfruttare senza limiti, ma viene inserito in una "gabbia" di regolamentazioni sociali e politiche concordate in modo democratico con la partecipazione dei lavoratori. In questo periodo, noto anche come l'era del welfare state, l'istruzione superiore e l'assistenza sanitaria smettono di essere una forma di carità o un
privilegio per pochi, e vengono riconosciute per la prima volta come veri e propri diritti di cittadinanza. Si afferma il diritto a lavorare meno ore e a godere di tutele stabili. La diffusione di massa della scuola e dell'università diversifica radicalmente il mercato del lavoro, ampliando le opzioni formative e permettendo alle persone di scavalcare le barriere di classe per costruire percorsi di carriera lineari e soddisfacenti.
Tra il 1945 e il 1975 (i "Trenta Gloriosi; Boom Economico"), i governi occidentali dovettero affrontare la minaccia ideologica del socialismo sovietico, che raccoglieva grande consenso tra i lavoratori bloccando il mercato privato e azzerando le disuguaglianze salariali. Per evitare rivoluzioni, il capitalismo occidentale accettò un compromesso storico: lo Stato doveva intervenire nell'economia per garantire il benessere, la salute e la piena occupazione. Nacque così il Welfare State moderno, finanziato da tasse alte sui ricchi. Grazie a stipendi alti per gli operai e a una scuola aperta a tutti, le disparità sociali si ridussero drasticamente. Come evidenzia Popkewitz, l'educazione, la salute e la casa divennero diritti di cittadinanza e non più carità. Questo clima di stabilità, unito all'aumento dell'istruzione e dei posti di lavoro stabili nella manifattura e nell'amministrazione, permise la nascita della "carriera" come percorso lineare, sicuro e progettabile nel tempo, trasformando radicalmente il ruolo dell'orientamento.
All'evolversi del mercato del lavoro, si evolvono anche i modelli di orientamento. Tra il 1950 e il 1970, l'orientamento diventa un processo di potenziamento della persona. Super introduce l'Arcobaleno della vita per dimostrare che la carriera integra diversi ruoli sociali (studio, lavoro, famiglia) lungo tutta l'esistenza, mentre Holland collega le scelte ai tratti di personalità (RIASEC).
La teoria di Holland e il modello RIASEC si basano sull'idea che la scelta professionale sia l'espressione della personalità dell'individuo in una relazione adattiva con il proprio ambiente di vita e di lavoro. Secondo questo approccio, le persone presentano caratteristiche e interessi relativamente stabili nel tempo, che cambiano solo quando l'adattamento sul luogo di lavoro smette di essere soddisfacente. La cultura occidentale permette di raggruppare sia le personalità umane sia gli ambienti lavorativi in sei tipologie specifiche, note con l'acronimo RIASEC. Le persone cercano attivamente gli ambienti che rispecchiano la propria tipologia per poter esprimere le proprie capacità e valori. Il comportamento e la soddisfazione sono determinati da questa interazione tra personalità e ambiente. Per valutare la qualità di questa relazione, Holland individua quattro indicatori chiave:
● congruenza: il grado di accordo e somiglianza tra la personalità del lavoratore e l'ambiente in cui opera; ● coerenza: la stabilità interna degli interessi, misurata dalla vicinanza delle lettere del proprio codice sull'esagono di Holland; ● differenziazione: il livello di chiarezza degli interessi (quanto una persona è orientata nettamente verso un solo tipo e non verso gli altri); ● identità: il grado di chiarezza e stabilità che il soggetto possiede riguardo ai propri scopi, doti e desideri futuri.
Sviluppata da Lent, Brown e Hackett, la teoria socio-cognitiva della carriera (SCCT) spiega lo sviluppo professionale come il prodotto di una costante interazione bidirezionale tra l'individuo e il suo ambiente. Le persone influenzano il contesto in cui vivono e, a loro volta, ne subiscono il condizionamento a livello di pensieri, affetti e comportamenti. Il modello individua quattro variabili fondamentali che regolano le decisioni: le credenze di autoefficacia, le aspettative di risultato, gli interessi e gli obiettivi perseguiti.
Un esempio concreto di questa interazione dinamica è l'intervento di orientamento nei contesti di detenzione. In questi ambienti vulnerabili, attività educative come il teatro vengono utilizzate come veri e propri strumenti di istruzione. Il percorso teatrale stimola nei detenuti la consapevolezza di sé, la rielaborazione della propria storia e la capacità di evolvere. L'obiettivo dell'orientatore è decostruire l'immagine statica del reato e promuovere quello che viene definito un ottimismo combattente: una spinta proattiva che permette alla persona di proiettarsi nel futuro con speranza e resilienza, pianificando il proprio reinserimento sociale e lavorativo.
Alla fine degli anni Sessanta, l'equilibrio dell'embedded liberalism cominciò a sfaldarsi sia a livello internazionale che nazionale (aumento dell'inflazione; diminuzione entrate fiscali dello stato per le spese sociali e associate ai diritti, ecc.). La convergenza tra movimenti dei lavoratori e movimenti sociali urbani indicava l'avvento di un'alternativa socialista al compromesso sociale tra capitale e lavoro che con tanto successo aveva costituito la base per l'accumulazione di capitale nel dopoguerra. I partiti comunisti e socialisti guadagnavano terreno, o erano addirittura prossimi ad affermarsi, in buona parte dell'Europa, e perfino negli Stati Uniti e le forze popolari si stavano mobilitando per un ampliamento delle riforme e degli interventi statali.
Si riprende il lavoro di un ristretto gruppo di appassionati: la società di Mont Pèlerin del 1947 (dal nome della località termale svizzera in cui si incontrarono per la prima volta), composta da economisti, storici e filosofi, universitari, raccolti intorno al famoso filosofo ed economista austriaco Friedrich von Hayek; tra questi c'erano Ludwig von Mises, l'economista Milton Friedman e, almeno in un'occasione, il famoso filosofo Karl Popper. Si definivano «liberali» (in riferimento al liberalismo della tradizione europea) per il loro impegno fondamentale a favore degli ideali di libertà personale.
Il gruppo di Mont Pèlerin comincia ad ottenere appoggi finanziari e politici, in particolare negli Stati Uniti, da parte di miliardari e grandi dirigenti d'azienda, contrari a qualsiasi forma d'intervento e regolamentazione da parte dello stato. Il movimento comincia a guadagnare il centro della scena, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, sostenuto da vari think-tanks ben finanziati (l'Institute of Economic Affairs di Londra e la Heritage Foundation di Washington), e a influenzare il mondo accademico, in particolare all'Università di Chicago, dove dominava Milton Friedman. La teoria neoliberista rafforzò la propria credibilità accademica con il conferimento del premio Nobel per l'economia a Hayek, nel 1974, e a Friedman, nel 1976 (da ricordare che il premio per l'economia, anche se gode del prestigio del Nobel, non ha nulla a che vedere con gli altri riconoscimenti che portano questo nome ed è sotto lo stretto controllo dell'élite bancaria svedese).
La traduzione politica del neoliberismo si articola in tre tappe fondamentali dettate dalla scuola economica di Chicago e note come la ricetta di Friedman: deregulation (annullamento delle regole che limitano i profitti), privatizzazione (trasformare scuola, sanità e pensioni in servizi privati a pagamento) e tagli alle spese sociali. Friedman si basava su presupposti rigidi: il mercato è un ecosistema in grado di autoregolarsi, capace di dare vita ad un esatto numero di prodotti al prezzo esattamente adeguato, realizzati da lavoratori che percepiscono salari perfettamente sufficienti a comprare quei prodotti: un mondo perfetto di piena occupazione, creatività e, soprattutto, crescita perpetua. La teoria economica viene presentata con l'aura della "imparzialità scientifica" come una “scienza esatta” – secondo alcuni critici si tratta di modelli matematici del tutto privi di coerenza con la realtà, ma di straordinario beneficio per i settori più dinamici della finanza e della imprenditorialità mondiale. Questa “visione” rende la dottrina economica più una ideologia che un modello scientifico con qualche evidenza storica. Non hanno mai voluto definirsi con una sigla o con un termine preciso in modo tale che le politiche economiche oggi largamente dominanti non hanno un nome preciso per gran parte delle opinioni pubbliche mondiali. A questo riguardo un giornalista ha scritto che è come se la quasi totalità dei cittadini che vivevano in Unione Sovietica non avesse mai sentito il termine “comunismo”.
Friedman insisteva molto sulla riduzione delle tasse; devono essere basse e con tassazione fissa indipendente dal reddito (la cosiddetta flat tax). Questa misura sarebbe servita, in seguito, da cavallo di troia per ottenere consenso politico anche nelle fasce sociali pesantemente danneggiate da tale provvedimento.
Le scelte operative dell'orientatore hanno un forte impatto politico. Il professionista deve rifiutare il ruolo di "soft cop" (poliziotto buono), ossia colui che ha il compito di far "digerire" passivamente all'individuo le esclusioni imposte dal sistema neoliberista, consolando ad esempio chi viene scartato da una prova di ammissione. Di fronte a questa deriva, il compito dell'orientamento critico è decostruire l'illusione di libertà del lavoro digitale,
svelando i meccanismi di potere e di sorveglianza per restituire agency e consapevolezza ai lavoratori. L'orientatore ha il dovere di promuovere il pensiero critico, umanizzare la tecnica offrendo agli utenti gli strumenti per comprendere i meccanismi di potere sottostanti alle tecnologie, e valorizzare l'interdisciplinarità e la collaborazione paritaria tra tutte le discipline.
Dagli anni Novanta questa ideologia è diventata globale (Planetarizzazione) e ha conquistato sia la destra che la sinistra. Il mercato è stato accettato da tutti attraverso il mito della libertà negativa. Isostenitori della svolta neoliberista occupano posizioni largamente predominanti nella ricerca, nell'istruzione, nei mass media, nei consigli di amministrazione delle grandi aziende e nelle strutture chiave dello stato e delle istituzioni internazionali (FMI, Banca Mondiale, OMC). I grandi gruppi economico-finanziari gestiscono la stampa e i media; la stampa economica, con il Wall Street Journal in testa, adotta queste idee e sostiene apertamente il neoliberismo come soluzione necessaria per tutti i mali dell'economia. Intorno al 1990 gran parte dei dipartimenti di economia delle maggiori università così come le scuole di gestione aziendale diventa dominata dal pensiero neoliberista. Si è puntato a far accettare l'idea di fondo sia a destra che a sinistra; lo slogan «meno stato, più mercato», soprattutto a partire dagli anni Novanta, vede una parziale convergenza politica tra i principali partiti conservatori e progressisti europei e statunitensi. Nell'ambito della comunicazione politica, la sinistra ha enfatizzato l'azione modernizzatrice ed egualitaria del mercato, mentre la destra ha posto l'accento sull'idea di libertà negativa ereditata dal pensiero liberale. La libertà negativa è intesa come non-interferenza del potere statale sulle azioni individuali: l'individuo è tanto più libero quanto più lo stato omette di regolarne la vita. Vi è una distinzione teorica, sulle orme di Kant, tra libertà "di" (positiva) e libertà "da" (negativa).
A livello di macrosistema economico, l'Alta Globalizzazione (1988-2008) ha immenso nel sistema oltre un miliardo e mezzo di nuovi lavoratori (Cina, India, ex Unione Sovietica), dividendo il mondo tra vincitori (classe media emergente dell'Est e ricchi occidentali) e perdenti (classe media inferiore occidentale colpita da stagnazione e delocalizzazioni). Questa ristrutturazione si manifesta attraverso quattro precisi effetti politico-sociali:
● effetti politico-civili: delocalizzazione e frammentazione generano una competizione distruttiva basata su stereotipi e invidie reciproche tra i lavoratori dei diversi blocchi geografici, spostando l'attenzione lontano dai reali decisori economici; ● effetti politico-economici: redditi stazionari o decrescenti per la classe media occidentale, costretta ad accettare ruoli dequalificati pur di evitare il trasferimento delle imprese all'estero; ● effetti politico-ambientali: elevatissimi costi ambientali dovuti al trasporto internazionale e alla deturpazione delle risorse in territori privi di tutele ecologiche, ignorando le regole sul depuramento e vivendo le normative sulla CO2 come un ostacolo al profitto; ● effetti politico-fiscali: totale libertà di movimento transnazionale per il grande capitale alla ricerca di imposte sempre più basse, privando gli Stati delle entrate necessarie a sostenere il welfare e sdoganando la flessibilità come mero sfruttamento.
L'orientamento moderno sposta il focus dal successo puramente individuale al benessere collettivo, considerando il lavoro come una funzione sociale che deve fare del bene anche agli altri. Per stimolare questa visione e attivare il pensiero critico, l'orientatore usa strumenti professionali specifici, come far leggere un brano e guidare la riflessione dell'utente per riorientare il suo pensiero in positivo. L'obiettivo finale dell'orientamento diventa quello di incrementare il coraggio civile e morale per rivendicare il diritto di non vivere in una realtà di conflitti, aiutando le persone a connettere il proprio futuro professionale al benessere collettivo e alla costruzione di una società equa, solidale e sostenibile.
(Questo paragrafo corrisponde alla macro-sezione della transizione digitale presente nel tuo testo) : Ci troviamo in un'era di transizione digitale e trasformazione governata dai meccanismi della disruptive innovation , un processo
obiettivo è supportare l'utente nel valutarla in termini positivi, ridefinendola come uno spazio aperto verso nuove possibilità e verso un cambiamento continuo. Questo approccio diventa fondamentale durante le transizioni critiche di carriera, riducendo l'ansia da prestazione legata a un'idea di "futuro assoluto" e rigido.
L'orientatore moderno ha il dovere di attivarsi come sentinella di futuri possibili e di speranza, stimolando lo sviluppo della critical consciousness sia nei professionisti che negli studenti, incrementando il coraggio civile e morale per rivendicare il diritto di non vivere in una realtà di conflitti.
Per comprendere le difficoltà di chi cerca lavoro oggi, è necessario analizzare il macrosistema in cui siamo immersi, definibile, secondo la sociologia di Ulrich Beck, come risk society. In questo modello, il rischio è una caratteristica strutturale della vita quotidiana, alimentata da tre fattori specifici: la dimensione globale (interconnessione e ricadute immediate, come la crisi del 2007 o il Covid-19), l'invisibilità del pericolo (minacce intangibili come flussi finanziari o crisi ambientali) e la concentrazione della conoscenza specialistica. La stragrande maggioranza delle persone si trova in una condizione di asimmetria informativa, aumentando la percezione del rischio e la vulnerabilizzazione della società, un contesto culturale che rende l'opinione pubblica indifferente ai disagi altrui e arroccata nella ricerca ansiosa di "basi sicure".
L'immersione nelle dinamiche del mercato del lavoro digitale e neoliberista genera inevitabilmente nei lavoratori e negli studenti un forte senso di sconforto, tristezza, pessimismo e persino angoscia o paura per il proprio futuro. Di fronte a una realtà de-umanizzante, la tentazione psicologica più comune è l'immobilità. Le scienze sociali si trovano di fronte all'accettazione passiva di queste disuguaglianze: l'ideologia utilitaristica distrugge le risorse psicosociali, portando i giovani a collaborare meno con gli altri, a manifestare una carenza nel pensiero critico e a subire passivamente la realtà sviluppando vissuti di impotenza appresa. La metafora del Censis descrive gli italiani come " Sonnambuli ": consenzienti e ciechi dinanzi ai presagi della crisi, incapaci di agire e inclini a scaricare la responsabilità sulla classe dirigente.
La società attuale crea una profonda contraddizione: da un lato impone l'obbligo di studiare, dall'altro limita l'accesso all'istruzione attraverso barriere economiche e numeri chiusi nelle università. Questa barriera viene giustificata politicamente con il mito della meritocrazia , cioè l'idea che vada avanti solo chi ha "merito" e competenze. La psicologia critica smaschera questo inganno, dimostrando che i test di selezione (come i TOLC di massa) non premiano l'impegno o il talento reale, ma fotografano semplicemente la ricchezza della famiglia di provenienza. Chi nasce in un contesto privilegiato ha più strumenti per superare i test; di conseguenza, le istituzioni usano la selezione per escludere a priori chi non rispetta gli standard dei potenti, usando la parola "merito" come scusa per giustificare e mantenere vive le disuguaglianze sociali.
Le crisi economiche e l'adesione psicologica al modello dell' homo economicus (l'essere umano come soggetto perfettamente razionale, egoista e orientato al profitto) hanno ricadute pesanti sulla salute mentale delle giovani generazioni. Gli studenti mostrano una netta minore propensione alla pace e un'inclinazione implicita verso la tolleranza della guerra. I giovani si trovano intrappolati in una cronaca bellica pervasiva (Ucraina, Palestina), sommersi da una guerra parallela fatta di fake news, uso distorto delle parole e disinformazione. L'esercitazione sul film 7 minuti mostra l'impatto distruttivo delle crisi aziendali: quando una multinazionale impone logiche di profitto per soli 7 minuti di pausa, il mesosistema si frammenta, la paura del licenziamento annulla lo spazio per la riflessione critica e genera egoismo, ostilità e una distruttiva "lotta tra poveri" nel microsistema delle lavoratrici.
La visione scientifica (fortemente sostenuta dalla scuola psicologica di Padova) dimostra che l'orientamento moderno è un intervento preventivo, permanente e profondamente sociopolitico, guidato dal valore della Giustizia Sociale. Per navigare la complessità, i laboratori e i percorsi di counseling utilizzano la scrittura come strumento clinico e critico. Chiedere all'utente di mettere per iscritto i propri pensieri e le proprie paure costringe la persona a fermarsi, a fare ordine, decostruire le ansie e porre dei "paletti" chiari, trasformando le preoccupazioni in un progetto di vita concreto e attuabile attraverso una nuova narrazione di sé.
A livello di orientamento critico, si rifiuta fermamente il concetto tradizionale di matching poiché nega la possibilitazione, manca di dignità umana e mantiene inalterato lo status quo neoliberista, dando per scontato che le persone con disabilità intellettive o vulnerabilità possano solo svolgere mansioni ripetitive. Al contrario, l'orientamento abbatte le barriere sociali e mira ad aprire possibilità future per tutti, ponendo un focus imprescindibile sull'inclusione delle fasce più vulnerabili. L'attività formativa deve incrementare l'inclusione e il rispetto dei diritti personali, utilizzando un linguaggio inclusivo che metta in luce i punti di forza e le unicità delle persone.
All’interno della cornice dello sviluppo inclusivo e sostenibile, il cosmopolitismo rappresenta una dimensione fondamentale per la progettazione professionale contemporanea, sia a livello filosofico che politico e psicologico. Esso si basa sulla capacità di ampliare la propria comprensione delle altre culture e di adottare una prospettiva aperta verso stili di vita diversi dal proprio, superando i confini non solo geografici ma anche cognitivi. In questa prospettiva, il soggetto cosmopolita è colui che costruisce relazioni tra contesti differenti con l’obiettivo di promuovere trasformazioni sociali più inclusive e sostenibili.
Secondo Ulrich Beck, la globalizzazione rende tutti inevitabilmente coinvolti nelle dinamiche cosmopolite, che possono essere vissute in modo passivo o attivo. Per descrivere questo fenomeno, Steven Vertovec distingue diverse forme di cosmopolitismo: una socioculturale, che integra prospettive locali e globali; una filosofica, che considera gli individui come cittadini del mondo basati su diritti e rispetto reciproco; una politica, orientata a obiettivi comuni oltre i confini nazionali; una legata agli atteggiamenti, che valorizza apertura e diversità; e una legata alle competenze, che riguarda le abilità relazionali necessarie a interagire in contesti multiculturali.
In questo quadro, l’orientamento assume una funzione educativa centrale, poiché ha il compito di sviluppare nei giovani apertura mentale e capacità di valorizzare la diversità contro le tendenze all’omologazione. Coerentemente con queste premesse, il gruppo di ricerca dell’Università di Padova ha sviluppato la scala di autovalutazione “Quanto mi sento cosmopolita?”, composta da 16 item che misurano la propensione a entrare in contatto con culture diverse, attribuire valore etico alle differenze, tutelare la biodiversità e integrare dimensione locale e globale nelle proprie scelte.
Infine, il modello propone anche una traduzione operativa del cosmopolitismo nei percorsi di orientamento, attraverso la riflessione su temi come il valore della diversità culturale, il ruolo del background eterogeneo nel problem solving, l’importanza della multidisciplinarità nei gruppi di lavoro e la necessità di analisi multilivello dei progetti professionali, capaci di integrare dimensioni locali e globali.
Per attivare il cambiamento si fa riferimento alla teoria della complessità e al celebre effetto farfalla : l'idea che un piccolissimo contributo individuale, partendo dal proprio piccolo per arrivare in grande, sia capace di generare nel tempo un grande cambiamento collettivo. L'attività formativa e la progettazione del futuro non devono essere
professionale a tutti i livelli della struttura sociale, portando l'orientamento a tradursi in interventi concreti a livello macro e meso, come la difesa e l'applicazione della dichiarazione dei diritti dei disabili, guardando oltre il mero profiling aziendale.
A livello scientifico, la visione moderna affonda le sue radici nel modello del life design di Savickas , finalizzato a potenziare la career adaptability , e nella teoria della casualità pianificata di Krumboltz, secondo la quale le persone vanno sostenute nello sviluppo di ottimismo e flessibilità per trasformare gli imprevisti in opportunità di scelta. Nel contesto attuale, Savickas propone il modello della costruzione professionale: in un mercato precario, l'orientamento serve ad attivare l'introspezione e a costruire la propria identità narrativa, sviluppando l'adattabilità necessaria per rispondere alle richieste dell'ambiente. Il modello si articola in più fasi: inizialmente si esplorano il disagio e le difficoltà attraverso micronarrazioni; successivamente si lavora sulla riduzione di credenze disfunzionali e idee distorte; poi si passa alla ricostruzione di nuove possibilità e significati personali; infine si arriva alla pianificazione dell’azione concreta, costruendo un progetto di cambiamento condiviso tra consulente e cliente.
Per facilitare questo processo, il counselor può utilizzare diverse strategie, come l’uso di metafore, il rispetto dei silenzi, la valorizzazione delle parole significative del cliente e la riformulazione di eventuali errori logici o generalizzazioni, oltre al rinforzo degli elementi di speranza e motivazione. Un esempio di strumento narrativo è la My Career Story Interview , che guida la persona attraverso tre momenti: raccontare la propria storia, rielaborarla e “metterla in scena”. Attraverso le risposte emergono informazioni sull’agency, sui modelli di riferimento, sugli interessi, sui modi di affrontare i problemi e sulle strategie di auto-motivazione. Questo strumento, sperimentato anche nel Laboratorio LaRIOS, può essere utilizzato sia con persone con disabilità sia senza.
L'orientamento moderno propone lo sviluppo di una precisione d'intenti, una vera e propria mission o obiettivo che permetta di non farsi travolgere dalla de-umanizzazione del sistema, basandosi sul ragionamento consapevole e stimolando risorse positive come l'ottimismo e la flessibilità per far fronte alla complessità della società.
I percorsi di orientamento critico non hanno età e dovrebbero essere inseriti nelle scuole il prima possibile. Le teorie dell'orientamento richiedono che la scuola si apra ad attività laboratoriali per far parlare attivamente i ragazzi, dedicando il tempo necessario, un passo alla volta, lavorando in una fase di preparazione iniziale interamente senza voti.
Il concetto di aspirazione indica il desiderio di raggiungere un obiettivo e, secondo Kurt Lewin, è influenzato dalle esperienze precedenti di successo o fallimento. Nell’orientamento, sviluppare le aspirazioni significa contrastare la tendenza alla passività e alla paura del futuro, aiutando le persone a progettarsi oltre l’incertezza. Tuttavia, spesso le aspirazioni dei giovani sono soprattutto individualistiche e legate al successo economico personale. Secondo Arjun Appadurai, è invece necessario promuovere aspirazioni collettive orientate al bene comune, costruite e condivise socialmente. In questo processo un ruolo centrale spetta a docenti e orientatori, che devono evitare forme di “impotenza appresa” e stimolare invece progettualità e partecipazione attiva. Le aspirazioni devono poi trasformarsi in intenzioni e azioni concrete, sostenute da impegno, continuità e capacità di mantenere gli obiettivi nel tempo
Dal punto di vista pratico, i laboratori si articolano partendo da un Pre-test volto a mappare le concezioni ingenue degli studenti attraverso la domanda iniziale: "Cos'è per voi il lavoro?". Da qui l'orientatore guida il gruppo ad ampliare questo concetto, mostrandone la costruzione sociale (dall'accezione negativa dei greci fino allo sfruttamento della globalizzazione). Si utilizzano tecniche per stimolare la riflessività come compiti per casa e brevi relazioni ("pensierini"), promuovendo una modalità di lavoro cooperativa e l'analisi critica della robotizzazione e del neoliberismo. La fase centrale prevede la divisione in piccoli gruppi, affidando a ogni gruppo la lettura di una legge fondamentale (la Costituzione Italiana, la Dichiarazione delle Nazioni Unite) per rispondere a domande critiche sui concetti di dignità e diritti.
Il laboratorio prevede momenti di verifica in cui si tiene conto del pensiero reale delle persone e di come le loro riflessioni si modificano prima e dopo l'intervento dell'operatore, aiutandoli a generalizzare le competenze critiche acquisite (capacità di categorizzare e filtrare le informazioni e le fake news) all'interno della propria vita quotidiana.
L'intervento laboratoriale si conclude guidando gli studenti a formulare una propria mission per il futuro: una spinta proattiva basata sulla connessione tra i propri pensieri/aspirazioni professionali e gli obiettivi globali di sostenibilità dell' Agenda 2030 , trasformando le attività lavorative in uno strumento per il benessere degli altri e per uno sviluppo equo e sostenibile.
I problemi di oggi (tecnologia, disinformazione, precarietà) sono un tutt'uno e colpiscono la vita della persona nella sua interezza. Poiché è impossibile per un solo professionista sapere tutto, l'orientamento richiede l'interdisciplinarità e la transdisciplinarità, ovvero la capacità dell'orientatore di muoversi agilmente tra le varie materie (psicologia, sociologia, economia). La comunicazione si configura come un fenomeno universale e pervasivo, governato da un codice comune (la lingua) e composto da emittente, ricevente, codice e rete.
Oggi, dietro ogni innovazione si cela una massiccia quota di lavoro umano, come dimostra lo sviluppo di ChatGPT. Di fronte a questi strumenti opachi, l'orientatore deve promuovere uno sguardo attento contro il potere latente di pilotare il comportamento umano, smascherando l'inganno del linguaggio antropomorfo ("comprendere", "pensare") utilizzato per nascondere che i modelli linguistici si basano solo su analisi di dati e calcolo algoritmico, consumando ingenti quote di energia. Il funzionamento pervasivo dei social media (Meta, Facebook, WhatsApp, Instagram) ha trasformato l'attenzione in un bene economico scarso, spingendo il cervello nel multitasking cognitivo che distrugge la capacità riflessiva. Questo sovraccarico informativo ( infoxication ) facilita la proliferazione delle fake news e della disinformazione da parte di società miliardarie della Silicon Valley (come dimostra lo scontro sul controllo di Sam Altman). Poiché controllare e manipolare le notizie danneggia la democrazia ("la democrazia muore nelle tenebre"), diventa un preciso dovere professionale ed educativo effettuare sempre verifiche rigorose attraverso i motori di ricerca e i siti di informazione istituzionali (come il Servizio Sanitario Nazionale), offrendo agli utenti gli strumenti per difendere la propria autonomia decisionale e di cittadinanza.
volte al benessere della collettività anziché a bisogni egocentrici, promuovendo comportamenti prosociali. ● Eccles (Modello Aspettativa-Valore): Introduce il concetto di fit (compatibilità) tra sviluppo individuale e ambientale. Lo sviluppo è positivo se i contesti sociali sono appropriati allo stadio evolutivo degli adolescenti; il disagio emerge quando manca una risposta compatibile ai loro bisogni. Le prestazioni nelle attività sono spiegate dalle aspettative di successo e dal valore soggettivo attribuito all'attività stessa. ● Larson: Introduce il concetto di iniziativa , intesa come la capacità di convogliare tutti gli sforzi per raggiungere un obiettivo. Il PYD è un processo in cui la motivazione stimola un impegno attivo, pur riconoscendo le differenze individuali e i diversi contesti culturali. ● Benson: Focus sui punti di forza e sui contesti di vita dei giovani, cercando la sincronia tra risorse interne/individuali (talenti, interessi, valori positivi, autoregolazione intenzionale, coinvolgimento scolastico, aspettative per il futuro) e risorse esterne/ambientali (caratteristiche del contesto, relazioni, istituzioni, accesso alle risorse).
Quando questa sincronia si realizza, si ottiene uno sviluppo positivo caratterizzato dalle 5 Core Characteristics (più una) del PYD:
La prospettiva del PYD si unisce al paradigma del Life Design per valorizzare i punti di forza degli adolescenti attraverso quattro capacità di autoregolazione: la preoccupazione per il futuro, il controllo dello sviluppo professionale, la curiosità verso le opportunità e la fiducia nel perseguire i propri obiettivi. L'obiettivo centrale è rispondere alla domanda esistenziale: "Qual è il significato del percorso professionale nella mia vita?". Per preparare efficacemente i giovani all'ingresso nel mondo del lavoro secondo la prospettiva PYD, l'intervento deve strutturarsi su sei assi operativi:
● Auto-esplorazione e sviluppo del sé: Mappare punti di forza e limiti, verificare gli interessi attuali, fare emergere aspirazioni e preoccupazioni, individuare barriere o stereotipi, analizzare i valori personali (in accordo o meno con la famiglia), riconoscere le credenze anche distorte sulla propria efficacia personale e porsi obiettivi realistici e stimolanti. ● Esplorazione dei giovani nel mondo del lavoro. ● Costruzione di reti di adulti e dei pari. ● Aiutare i giovani ad affrontare il mercato del lavoro in modo dinamico. ● Apprendimento di abilità trasferibili, distinguendo tra Soft skills (efficacia personale, relazioni interpersonali, area cognitiva e maturità) e Hard skills (competenze generiche o specifiche). ● Promozione della formazione continua. ● Preparare i giovani a fare il passo successivo.
La riflessione sul lavoro dignitoso trova le sue radici nell' Articolo 4 della Costituzione Italiana , il quale stabilisce che la Repubblica promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto e riconosce a tutti i cittadini il diritto
al lavoro. L'Articolo 4 configura il lavoro come il primo principio e il fondamento stesso della cittadinanza: senza il lavoro l'individuo rischia di perdere sé stesso, scivolando nell'infelicità e subendo il crollo della propria progettazione esistenziale. Il lavoro è lo strumento attraverso cui diamo forma alla nostra vita. Inoltre, la Costituzione evidenzia una precisa responsabilità sociale: "Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società". Già nel 1948, il testo costituzionale sanciva che il lavoro non è un mero strumento egoistico, ma un ponte e un dovere morale nei confronti della collettività. Come espresso efficacemente in ambito divulgativo, il lavoro è sacro e ogni legge che va contro il lavoro si configura come un sacrilegio. Introdotto ufficialmente dall'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) nel 1999, il concetto di lavoro dignitoso ( decent work ) è il fulcro dell' Obiettivo 8 dell'Agenda 2030. Esso viene interpretato come un'attività che deve essere produttiva, innovativa, creativa, sicura, protetta, dinamicamente flessibile e accessibile a tutti (inclusiva). Il lavoro dignitoso favorisce lo sviluppo dell'identità professionale e soddisfa tre bisogni umani fondamentali: la sopravvivenza, l'instaurazione di relazioni sociali e l'autodeterminazione. Esso possiede sia un valore strumentale sia un valore intrinseco, legato al significato individuale che ognuno attribuisce alla propria attività. Il costrutto scientifico del lavoro dignitoso si articola in sei dimensioni fondamentali :
● Opportunità di lavoro: Effettiva presenza di sbocchi occupazionali accessibili. ● Libertà di scegliere la propria occupazione: Possibilità di selezionare liberamente il proprio percorso, eliminando alla radice condizioni lavorative inaccettabili o coatte. ● Lavoro produttivo: Garanzia di un reddito consono e dignitoso rispetto al proprio contesto sociale di riferimento. ● Equità: Totale assenza di discriminazioni nell'accesso e nelle opportunità di carriera, unita a un solido equilibrio tra vita privata e lavorativa ( work-life balance ). ● Sicurezza: Tutela rigorosa della salute fisica e psicologica dei lavoratori nei contesti professionali. ● Dignità: Rispetto profondo della persona sul luogo di lavoro
L'analisi critica del lavoro del futuro impone di non accontentarsi dello status quo e richiede una trasformazione concettuale basata su tre punti chiave:
● Focus sulla Natura Umana: Dietro ogni compito o mansione aziendale vi è una Persona reale con i propri sentimenti, emozioni, disagi, paure e preoccupazioni. Un lavoro non può considerarsi dignitoso se riduce l'attività umana a una mera esecuzione meccanica, equiparando l'uomo a una macchina o a un robot. Il concetto di dignità esige uguaglianza, inclusione e diritti universali. ● La Co-costruzione del lavoro: Il lavoro deve essere il frutto di una progettazione congiunta (co-costruzione) non solo tra il lavoratore e il datore di lavoro, ma tra il lavoratore e la società nel suo complesso, permettendo la co-costruzione collettiva della società del futuro. ● Il benessere a 360 gradi: La dignità del lavoro si realizza solo quando viene assicurato un benessere totale, che integri la sfera economica, fisica, psicologica e sociale, determinando l'assoluta assenza di sfruttamento.
Il lavoro dignitoso del futuro può essere analizzato integrando le diverse sfere dell'ecosistema umano. Per quanto riguarda le sfere micro e meso , il lavoro deve nascere da una scelta libera e mossa da un reale interesse personale. Deve configurarsi come un ambiente sicuro, strutturalmente interessato alla persona, inclusivo e comprensivo verso le dinamiche e i carichi familiari. Il suo scopo primario deve essere la pro-socialità e l'autorealizzazione, non la mera sopravvivenza biologica, ricevendo un pieno riconoscimento sia sociale che economico. Sul piano psicologico, richiamando la teoria bifattoriale di Herzberg, il lavoro deve soddisfare i fattori motivanti (crescita, riconoscimento, autorealizzazione) e non limitarsi alla gratificazione dei meri fattori igienici (stipendio base, condizioni fisiche), i quali, se usati in modo riduttivo, alimentano la guerra tra poveri. Per la sfera macro , invece, il lavoro deve essere svolto in funzione dell'ambiente e della sostenibilità ecologica e culturale (in linea con il sotto-obiettivo 8.9 dell'Agenda 2030 per un turismo sostenibile che valorizzi le culture locali). Il lavoro
scelte di sfruttamento intensivo e politiche concentrate sul consenso immediato, che alimentano un consumismo sfrenato a danno del pianeta. Dinanzi a tale crisi, l’orientamento deve ridefinire il proprio mandato etico: non può limitarsi all'adattamento passivo, ma deve incoraggiare i giovani a chiedersi quale contributo personale e collettivo fornire per raggiungere gli Obiettivi dell’Agenda 2030.
I servizi di orientamento e di inserimento lavorativo in Italia tendono spesso a ignorare le reali sfide del domani, rimanendo ancorati a visioni individualiste e neoliberiste. Nelle scuole e nei centri per l’impiego si continua a operare applicando il superato motto dell’uomo giusto al posto giusto, focalizzandosi sulla competizione e sulla valorizzazione solitaria dei talenti, formule che ormai si rivelano efficaci solo per una ristretta minoranza di persone. Al contrario, il futuro richiede progettazioni meno egocentriche e maggiormente orientate al benessere collettivo, dove possa trovare spazio un'idea di sviluppo equo e sostenibile.
Da oltre un decennio la ricerca scientifica contesta l'approccio classico all’occupabilità ( employability ), intesa erroneamente come una semplice somma di caratteristiche e competenze possedute dal singolo. Questo errore metodologico ignora due questioni di fondo:
● L’inclusione implica innanzitutto la disponibilità di buone e dignitose condizioni di lavoro, adatte a promuovere una vita di qualità, la collaborazione e una comunità solidale. ● Le competenze non sono un patrimonio privato da inserire in un profilo standard, ma riguardano le relazioni che regolano gli eventi umani e i nessi esistenti tra i soggetti e i contesti.
L'agire umano e la capacità di problem solving non costituiscono il capitale isolato di un individuo, ma il patrimonio delle relazioni e degli ambienti che li hanno resi possibili. L’orientamento dovrebbe quindi configurarsi come un’occasione di possibilitazione , spingendo a riflettere su competenze apprese "con gli altri" e non utilizzate come strumenti per "gareggiare contro".
Le procedure basate su modelli di matching e profiling sono state messe in crisi dall'impossibilità di effettuare previsioni precise in mercati fluidi, instabili e imprevedibili. Se fino alla fine del Novecento era possibile analizzare e incrociare in modo lineare attitudini, interessi e profili (come le celebri tipologie professionali), oggi ogni ambiente lavorativo si presenta in costante mutamento. Le stesse competenze trasversali, come la capacità di ascolto, il problem solving e la gestione tecnologica, sono ormai richieste in modo identico in ogni professione, rendendo i vecchi profili rigidi del tutto obsoleti rispetto al paradigma del Life Design. Di fronte al rischio di derive distruttive per l'umanità, l'orientamento non può rimanere neutrale: deve decidere se assecondare gli interessi finanziari e la retorica della meritocrazia a vantaggio del profitto, o se posizionarsi a difesa dei diritti e dell’emancipazione delle persone più svantaggiate.
Per recuperare spessore scientifico e rilevanza sociale, la disciplina deve attuare una disruptive innovation , recuperando le proprie finalità preventive e l'obiettivo storico di emancipazione dei gruppi sociali vulnerabili introdotto dal fondatore Frank Parsons. Cogliendo l'appello delle Nazioni Unite e dell'ASviS, il nuovo orientamento deve incoraggiare i giovani a uscire da una visione prettamente individualistica, stimolandoli a connettere i propri progetti professionali al raggiungimento dei 17 Obiettivi dell’Agenda 2030 e a riflettere sulle minacce che minano la salute del pianeta. A livello pratico, un intervento di orientamento inclusivo e sostenibile deve poggiare su tre assi fondamentali: ● Parlare di futuro alla luce delle sfide ONU , agganciando le traiettorie formative ad attività che rispondano concretamente a tali emergenze. ● Esplorare la dimensione sociale del lavoro , valorizzando la partecipazione e le scelte in grado di favorire l’inclusione di tutti.
● Sostituire la misurazione delle vecchie determinanti del successo (leadership, autoimprenditorialità, interessi) con nuovi costrutti cardine: l' adaptability , l'investimento nell'apprendimento continuo, la capacità di cooperare nell'incertezza, il senso critico, il cosmopolitismo, la resilienza, l'ottimismo, la gentilezza e il coraggio di manifestare la propria indignazione etica. In sintesi, i percorsi di career intervention orientati all'Agenda 2030 devono rifiutare la tirannia del presente e l'assoggettamento alla competizione esasperata. Devono azzerare le pratiche standardizzate e uguali per tutti in favore di attenzioni massicciamente personalizzate che rispettino l'unicità della persona. L'obiettivo finale è stimolare la co-costruzione di nuove storie di futuro e traiettorie originali, spingendo il soggetto a superare il narcisismo individuale per abbracciare una chiara mission esistenziale volta alla salvaguardia del pianeta e al benessere comune.