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RIASSUNTI SAGGI STORIA ROMANA ARCAICA E REPUBBLICANA, DAL LIBRO STORIA DI ROMA, Sintesi del corso di Storia Romana

Riassunti dei saggi per Storia romana arcaica e repubblicana: - C. Ampolo, La città riformata e l'organizzazione centuriata. -M. Torelli, Dalle aristocrazie gentilizie alla nascita della plebe. -F. De Martino, Il modello della città-stato. -F. Cassola, Lo scontro fra patrizi e plebei e la formazione della nobilitas. -E. Gabba, L'imperialismo romano. -E. Gabba, Il processo d'integrazione dell'Italia. -U. Laffi, Il sistema di alleanze italico. -E. Lepore, La decisione politica e l'auctoritas ...

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

In vendita dal 07/06/2022

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RIASSUNTI SAGGI STORIA
SAGGIO 1: CARMINE AMPOLO – La città riformata e l’organizzazione
centuriata. Lo spazio, il tempo e il sacro nella nuova realtà urbana.
Per il periodo che va dalla seconda metà del VII secolo alla nascita della repubblica (periodo
arcaico) dobbiamo affrontare il problema delle fonti: non sono del tutto scarse, ma bisogna stare
attenti alla loro attendibilità in quanto sono perlopiù racconti storici e indagini antiquarie, opere di
ricostruzione di storici antichi che hanno cercato di effettuare una narrazione coerente, a partire da
indizi reali, ma senza dubbio amplificando alcuni aspetti.
Tuttavia, questo periodo, può essere verificato attraverso il confronto con documenti, epigrafi e
contesti archeologici: quando c’è convergenza di dati epigrafici, storici in senso stretto e
archeologici, le fonti hanno uno statuto privilegiato (altrimenti possono rispondere solo ad alcune
domande, soggette però ad interpretazione). es. tomba François di Vulci = consente una
ricostruzione di alcuni aspetti del VI secolo a Roma e in Etruria e di vedere come le vicende e i
personaggi storici sono stati modificati.
Tomba della seconda metà del IV secolo, decorata da un ciclo pittorico che comprende un episodio
di lotte tra capi di città etrusche e laziali contrapposto ad un episodio della guerra di Troia. Riporta
una testimonianza di storia etrusca in quanto i personaggi hanno anche i nomi. All’interno di uno
scontro più generale, è un attacco a sorpresa per liberare Mastarna nulla ci garantisce la storicità
dell’episodio, ma ci sono elementi di storicità (presenza di Aulo Vibenna e Tarquinio di Roma) che
consentono questa interpretazione: rappresenterebbe un’impresa di Celio Vibenna e del suo
esercito, imprese narrate da tradizioni etrusche note ad antiquari romani e all’imperatore Claudio e
sono state usate per spiegare l’origine di alcuni nomi di località di Roma e per identificare Mastarna
con Servio Tullio.
Ma la prova della storicità dei Vibenna in un territorio vicino a Roma è data da un’iscrizione di
Veio = un Aulo Vibenna pose verso il 580 un’offerta votiva con iscrizione nel santuario della
Minerva etrusca a Veio possiamo avere una datazione indipendente dalle ricostruzioni posteriori.
Le fonti romane erano incerte su quando datare la presenza dei Vibenna a Roma, ma grazie
all’iscrizione di Veio che ci permette di datare questa presenza all’epoca dei Tarquini,
l’identificazione tra Mastarna e Servio Tullio è probabile. Comunque sia, l’insieme delle fonti dei
Vibenna testimonia:
che nel VI secolo Roma fu coinvolta in molte guerre contro i centri etruschi
importanza di condottieri che si muovevano con il loro seguito, i sodales
processo di mitizzazione della figura di Aulo Vibenna già dal V secolo.
Nel comprendere questi dati, questo è il lavoro effettuato:
1. sottoposto a verifica storica il racconto della vulgata e delle ricostruzioni erudite
2. tenuto conto del processo di mitizzazione in ambiente etrusco
3. nelle fonti romane presenza di due cronologie: una ancorata ai Tarquinii e a Servio Tullio
(corretta) e una mitico-storica che connette uno dei Vibenna a Romolo.
Quindi è possibile individuare gli elementi storici all’interno delle fonti, metterle a confronto con le
fonti epigrafiche e archeologiche, non dimenticando il processo di mitizzazione, oltre alla tendenza
di retrodatazione le alterazioni partono però sempre da dati reali.
Es. tradizioni su Servio Tullio = leggenda + mito incontro di aspetti mitici e religiosi che
provengono da altri ambiti culturali (es. greco, indoeuropeo, indiano, semitico) e sono trasferiti su
personaggi storici.
Le fonti possono anche alterare la fisionomia politica dell’epoca: Servio Tullio, come ci dicono gli
antichi, sarebbe stato colui che istituì la democrazia e diede la libertà ai Romani, idea però che
andava solo a favorire quella di un precursore della repubblica e rispondeva ad una concezione
democratica o oligarchica a seconda dei casi. ≠ Tarquinio il Superbo = è difficile riconoscere gli
elementi storici delle fonti in quanto ogni aspetto della sua vita è descritto nell’ottica del tiranno.
Ma, sia per Tarquinio il tiranno, sia per Servio il riformatore, le fonti devono essere guardate con
attenta analisi in quanto la descrizione di questi personaggi accentua le caratteristiche positive o
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RIASSUNTI SAGGI STORIA

SAGGIO 1: CARMINE AMPOLO – La città riformata e l’organizzazione

centuriata. Lo spazio, il tempo e il sacro nella nuova realtà urbana.

Per il periodo che va dalla seconda metà del VII secolo alla nascita della repubblica (periodo arcaico) dobbiamo affrontare il problema delle fonti: non sono del tutto scarse, ma bisogna stare attenti alla loro attendibilità in quanto sono perlopiù racconti storici e indagini antiquarie, opere di ricostruzione di storici antichi che hanno cercato di effettuare una narrazione coerente, a partire da indizi reali, ma senza dubbio amplificando alcuni aspetti. Tuttavia, questo periodo, può essere verificato attraverso il confronto con documenti, epigrafi e contesti archeologici: quando c’è convergenza di dati epigrafici, storici in senso stretto e archeologici, le fonti hanno uno statuto privilegiato (altrimenti possono rispondere solo ad alcune domande, soggette però ad interpretazione).  es. tomba François di Vulci = consente una ricostruzione di alcuni aspetti del VI secolo a Roma e in Etruria e di vedere come le vicende e i personaggi storici sono stati modificati. Tomba della seconda metà del IV secolo, decorata da un ciclo pittorico che comprende un episodio di lotte tra capi di città etrusche e laziali contrapposto ad un episodio della guerra di Troia. Riporta una testimonianza di storia etrusca in quanto i personaggi hanno anche i nomi. All’interno di uno scontro più generale, è un attacco a sorpresa per liberare Mastarna  nulla ci garantisce la storicità dell’episodio, ma ci sono elementi di storicità (presenza di Aulo Vibenna e Tarquinio di Roma) che consentono questa interpretazione: rappresenterebbe un’impresa di Celio Vibenna e del suo esercito, imprese narrate da tradizioni etrusche note ad antiquari romani e all’imperatore Claudio e sono state usate per spiegare l’origine di alcuni nomi di località di Roma e per identificare Mastarna con Servio Tullio. Ma la prova della storicità dei Vibenna in un territorio vicino a Roma è data da un’iscrizione di Veio = un Aulo Vibenna pose verso il 580 un’offerta votiva con iscrizione nel santuario della Minerva etrusca a Veio  possiamo avere una datazione indipendente dalle ricostruzioni posteriori. Le fonti romane erano incerte su quando datare la presenza dei Vibenna a Roma, ma grazie all’iscrizione di Veio che ci permette di datare questa presenza all’epoca dei Tarquini, l’identificazione tra Mastarna e Servio Tullio è probabile. Comunque sia, l’insieme delle fonti dei Vibenna testimonia:  che nel VI secolo Roma fu coinvolta in molte guerre contro i centri etruschi  importanza di condottieri che si muovevano con il loro seguito, i sodales  processo di mitizzazione della figura di Aulo Vibenna già dal V secolo. Nel comprendere questi dati, questo è il lavoro effettuato:

  1. sottoposto a verifica storica il racconto della vulgata e delle ricostruzioni erudite
  2. tenuto conto del processo di mitizzazione in ambiente etrusco
  3. nelle fonti romane presenza di due cronologie: una ancorata ai Tarquinii e a Servio Tullio (corretta) e una mitico-storica che connette uno dei Vibenna a Romolo. Quindi è possibile individuare gli elementi storici all’interno delle fonti, metterle a confronto con le fonti epigrafiche e archeologiche, non dimenticando il processo di mitizzazione, oltre alla tendenza di retrodatazione  le alterazioni partono però sempre da dati reali. Es. tradizioni su Servio Tullio = leggenda + mito  incontro di aspetti mitici e religiosi che provengono da altri ambiti culturali (es. greco, indoeuropeo, indiano, semitico) e sono trasferiti su personaggi storici. Le fonti possono anche alterare la fisionomia politica dell’epoca: Servio Tullio, come ci dicono gli antichi, sarebbe stato colui che istituì la democrazia e diede la libertà ai Romani, idea però che andava solo a favorire quella di un precursore della repubblica e rispondeva ad una concezione democratica o oligarchica a seconda dei casi. ≠ Tarquinio il Superbo = è difficile riconoscere gli elementi storici delle fonti in quanto ogni aspetto della sua vita è descritto nell’ottica del tiranno. Ma, sia per Tarquinio il tiranno, sia per Servio il riformatore, le fonti devono essere guardate con attenta analisi in quanto la descrizione di questi personaggi accentua le caratteristiche positive o

negative a seconda delle tendenze politiche nel momento della stesura delle fonti (es. in epoca dei Gracchi la descrizione di Tarquinio avrà caratteristiche sempre più fosche per compensare le esigenze dei populares ). Problema della cronologia: secondo la vulgata tradizionale l’età regia, al suo termine, è stata retta da Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo che regnarono per un totale di circa 100 anni  abbastanza assurdo se si considera che tutta l’età regia dura circa 240 anni. Due difficoltà:

  1. la datazione di Servio Tullio è forse più alta;
  2. confusione tra Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo  stessa persona? Si è ipotizzata l’esistenza di una dinastia di più Tarquinii che avrebbe regnato a Roma nello stesso periodo attribuito ai due soli Tarquinii = una sola dinastia di Tarquinii che ha regnato a Roma dal fine del VII secolo fino al 509 a.C. con l’interruzione di Servio Tullio  eventi comunque incerti e mal documentati. Grandi trasformazioni ai tempi dei Tarquinii e di Servio Tullio: immagine di Roma come una grande città, potenza in espansione nel Lazio e nell’Etruria, riorganizzazione politico-militare, città riformata. Il fulcro è la riforma censitaria  tutte innovazioni attribuite a Servio Tullio da analizzare.
  3. Riforma politico-militare = nasce da una correlazione tra società, esercito e politica  i romani sono cittadini-soldati, quindi il problema dell’ordinamento censitario coincide con quello dell’identità tra soldati e proprietari di terra = la partecipazione politica si basa sul possesso fondiario che determina anche la partecipazione all’esercito. Si basa inoltre sulla corrispondenza tra ordinamento censitario serviano e tattica militare che disponeva lo schieramento della fanteria in ranghi serrati (falange oplitica). NOTA BENE: la società arcaica non era chiusa, c’era una grande mobilità di stranieri che giungevano a Roma e nelle città etrusche (es. caso di Attus Clausus), oltre al fatto che guardare con attenzione al problema di matrimoni e trasferimenti di domicilio tra Roma e le città latine in rapporto al diritto di cittadinanza ( foedus Cassianum ) + esistenza di condottieri che si circondavano di sodales. MA il sistema centuriato non può risalire al VI sec. (per la scala dei censi e per il numero di centurie che corrisponderebbe ad una popolazione troppo elevata per quel tempo a Roma)  struttura semplice formata da:  Classis oplitica (vd. ricostruzioni di Fraccaro e di Richard)  Cavalleria  Infra classem = contingenti che non potevano permettersi l’armeria completa da oplita. Riforma che ha un valore tattico, militare = armamento oplitico + tattica dello schieramento oplitico (adottati forse già prima di Servio Tullio). Il principio censitario che regolava la riforma implica che ogni cittadino fosse valutato, stimato e che di conseguenza gli fosse assegnato il suo posto nella comunità e nell’esercito cittadino.  duplice funzione di popolo in armi e di esercito che prende decisioni politiche, l’ordinamento centuriato militare è un apparato elettorale. Principio alla base: l’unità di cittadino, proprietario di terra e soldato. Convivenza di due fenomeni contrapposti:  Organizzazione censitaria serviana + potere centrale della monarchia VS  Tendenze centrifughe insite nella società aperta romana, con l’inserimento di gruppi gentilizi, famiglie e condottieri ( gentes ) Con la riforma, Servio rafforzò le strutture della città-stato romana anche sul piano politico militare, coinvolgendo i membri della comunità romana, estendendo la tattica oplitica greca ed etrusca, fino ad allora impiegata da aristocratici e gruppi gentilizi e condottieri  tentativo di eliminare le tendenze anarchiche dell’aristocrazia (Momigliano).
  4. Riforma basata sul bronzo = uso del bronzo o basata su equivalenze tra misura del valore in bronzo e bestiame  a Servio sono attribuite la riforma dei pesi e delle misure e della

Elementi della clientela:  dal punto di vista religioso, il culto degli antenati (Lares) del patronus, oltre al riconoscimento di un capostipite comune (è alla base della gens)  dal punto di vista economico e sociale, coltivazione delle terre del patrono e obbligo militare  dal punto di vista giuridico, i clientes romani, in origine, erano cittadini e quindi dotati di diritti civili (possedere beni e votare in assemblea).  Questi elementi di natura strutturale, economica e sociale costituiscono la base dell’istituzione clientelare in età arcaica. In sostanza: l’aristocrazia inizia a formarsi in età remota grazie ai cambiamenti nella produzione agricola e nella struttura dell’insediamento  iniziano a formarsi le gentes che, accrescendo il loro potere, instaurano forme di dipendenza note con il nome di clientele. L’affermarsi delle aristocrazie cambia anche le forme politiche primitive: alle curiae (luoghi di riunione dei viri, a fini militari e religiosi) veteres, si affiancano le curiae novae con nomi gentilizi. Siamo nella prima metà del VII secolo, in un momento in cui le aristocrazie gentilizie sono talmente forti da imporre il proprio nome alle strutture curiate  questi cambiamenti nella società sono evidenti in due aspetti:  nelle tombe = monumentali, i principes si comportano da reges  nelle residenze gentilizie = “palazzi” che rimandano al lusso e alle tecniche orientali  due palazzi meglio conservati: Palazzo del Murlo e Palazzo di Acquarossa. Ma già a partire dalla riforma serviana, sono evidenti i cambiamenti che la monarchia arcaica e le strutture gentilizie subiscono a causa del continuo rafforzamento delle strutture urbane: le aristocrazie iniziano a vedere limitato il loro dominio  cause:

  1. emergere di nuovi strati sociali
  2. riforma oplitica  difficoltà di armare un proprio clan gentilizio, per questo si costituiscono schiere di sodales legate al princeps solo per mezzo di un vincolo di blanda fides, che comporta ad un maggiore disgregamento
  3. mobilità e inurbamento di gruppi minori  aumento del ceto urbano intermedio  questa mobilità comporta un progressivo indebolimento del potere gentilizio nel corso del VI secolo, cosa evidente nelle sepolture che riportano tendenze isonomiche. Questo fenomeno investe anche le strutture politiche della città:  mutazione della monarchia tradizionale in tirannide  costituzione serviana: sancisce l’esistenza di una classis oplitica sulla base del censo, contrapposta alle truppe armate alla leggera definite infra classem  raddoppiamento dei corpi civici, militari e sociali. La mobilità di individui, verticale e orizzontale, porta la città a cercare tutti i mezzi per integrare quanti non ne fanno originariamente parte, attraverso i santuari extraurbani muniti di asilìa per lo scambio commerciale che non era più mediato dal rex o dal princeps  dal VII secolo lo scambio si svolgeva in contesti sacri e questo determinava una maggiore libertà ai mercanti e artigiani stranieri (fine del controllo gentilizio su queste attività) che nel frattempo avevano arricchito la compagine della società, tant’è che l’aumento della produzione artigianale dal VII secolo fa supporre che mercanti e artigiani siano aumentati progressivamente fino al momento della crisi aperta con la “serrata del patriziato” del 486 a.C.: proprio dalla chiusura dell’aristocrazia, di fronte al progressivo affermarsi di questi ceti più deboli, si deve la nascita della plebe, gruppo caratterizzato dalla ricerca del mezzo elementare di sussistenza, la terra.

3° SAGGIO: FRANCESCO DE MARTINO – La costituzione della città-stato

Città-stato = cittadinanza partecipe del potere, comunità unitaria ed esclusiva nel diritto e nelle istituzioni, con l’integrazione della religione. Come presupposto deve esserci una città in senso urbanistico. Problema sulle origini della città-stato: l’ipotesi più accreditata è che la gens preesistesse alla città  gruppo di varie famiglie che si riconoscono discendenti da un unico capostipite, di natura

politica. È il primo fenomeno che segna le prime diversità sociali e avrebbe avuto valore politico con l’ingresso della clientela a favore dei gruppi di gentes. Si parte quindi da una comunità di villaggio, fino ad arrivare ad un ordinamento di carattere federativo gentilizio, con la nascita di una comunità unitaria che si riconosce in un capo militare, politico, religioso. Tra VII-VI secolo, poi, vi sono tutti gli elementi per asserire la nascita della città-stato: ai cambiamenti economici corrispondono quelli sociali. La clientela rimane, però, per lungo tempo un gruppo interno alla gens senza costituire una classe sociale vera e propria, cosa che costituisce la plebe  problema delle origini: dalle fonti risulta che la plebe non ha genti e quindi è estranea al sistema gentilizio, quindi il suo insediamento è avvenuto probabilmente in modo graduale, a causa di determinanti fattori economici:

  • migrazioni in cerca di terre
  • richiamo delle attività edilizie
  • commerci
  • attività artigiane. La formazione della plebe avviene in buona parte durante la monarchia etrusca e, grazie alla presenza di una classe subordinata ma libera e all’influsso di altri fattori, vi erano i presupposti sociali che portarono alla nascita della città-stato. Istituzioni della monarchia:
  • caratteristica originale di Roma è che le istituzioni primitive coesistono con quelle più recenti;
  • in origine 3 tribù divise in dieci curie, tribù a carattere gentilizio. Le curie fornivano contingenti militari e il potere di comando attraverso la lex curiata de imperio; i plebei erano esclusi dalle curie originariamente, poi furono ammessi;
  • senato = origine gentilizia e quindi poteri massimi, organo del patriziato;
  • re arcaico = fonti di storici di tarda repubblica che riprendono elementi della tradizione mescolandoli al mito, ne emerge la figura di un re, capo militare e massimo sacerdote. Considerato un ductor, la legittimazione del potere deriva dal consenso dei gruppi gentilizi e dalla forza della sua gens.  Nelle prime fasi è una monarchia gentilizia con alcuni elementi basilari della città-stato, ma la nascita della vera monarchia è con l’avvento dei re etruschi. Avvento di Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo  mutamenti:
  • progresso economico e trasformazione urbanistica
  • Servio Tullio = riforme costituzionali:  creazione delle tribù territoriali;  ordinamento centuriato sulla base delle tribù: costituito da classi e da centurie, con funzioni militari e politiche. Aveva carattere timocratico, le classi erano cinque e le centurie funzionavano come unità militari dell’esercito oplitico e come unità di voto nell’assemblea (bisogna ricalcolare il numero delle centurie perché i dati delle fonti non possono essere compatibili con quello che poteva essere il numero della popolazione di Roma nel VI secolo).  assemblea centuriata: organo decisivo della città-stato, raccoglieva tutto il popolo, retto dal principio che la maggiore ricchezza presuppone maggiori oneri militari, ma maggiore influenza politica.  Esercito e assemblea centuriata esprimono l’unità popolare della cittadinanza: nella “seconda fase” della monarchia il re, non essendo più così vincolato al gruppo gentilizio, è organo del governo ed espressione dell’unità popolare. Nascita della repubblica: prima un magistrato unico con un dipendente o un minore, ne segue un periodo di instabilità, durante il quale si ricorse alla nomina di tribuni militari con potere di imperium, fino alle leggi Licinie Sestie del 367 con l’ammissione dei plebei alla magistratura suprema e quindi nomina di due consoli con uguali poteri.

interno vi erano differenze sociali, con genti plebee più ricche che miravano solamente all’uguaglianza in ambito politico. I plebei nella repubblica:

  • Dal 494 avevano proprie assemblee (concilia) diverse dai comitia a cui partecipava la maggior parte del popolo;
  • Adottavano delibere (plebiscita);
  • Eleggevano i propri capi  tribuni della plebe;
  • Dal V secolo la situazione inizia a modificarsi:  Alcuni plebisciti avevano forza di legge;  Leggi delle XII Tavole  445  ammessi matrimoni tra patrizi e plebei  409  elezione di alcuni plebei alla questura  Istituzione dei tribuni militum consulari potestate (tribuni consolari) = collegio di tribuni consolari plebeo, patrizio, o misto, senza il compito di prendere gli auspici (non erano veri consoli)  carica che nasce in seguito al fatto che i consoli iniziano a delegare alcune delle loro funzioni ai tribuni militari che per esercitarle hanno bisogno della potestà consolare, prima venne affidata solo ai patrizi, poi, dal 400 fino al 377 la ebbero anche tribuni militari plebei  avevano esercitato funzioni proprie dei consoli, mancava solo il diritto di prendere gli auspici per poter celebrare il trionfo.  409  ammissione in senato dei plebei, definiti patres conscripti, “aggiunti”. Dopo il sacco di Roma ad opera dei Galli (390 a.C.), inizia una crisi economica che comporta agitazioni nella plebe. Solo nel 376, due tribuni della plebe, Gaio Licinio Stolone e Lucio Sestio Laterano presentarono 3 plebisciti (Leggi Licinie-Sestie, approvate nel 367):
  1. Riduzione dei debiti e rateazione dei rimborsi;
  2. Limite massimo alle occupazioni di agro pubblico;
  3. Plebei al consolato. Parlando del 367 Livio è piuttosto sbrigativo: il quadro cronologico è alterato perché la tradizione tende ad anticipare la date delle riforme costituzionali  problema delle fonti: vedere tutta la storia della politica interna romana fino al 287 come la storia del conflitto tra patrizi e plebei e quindi le riforme sono esito dei compromessi raggiunti dai due ordini. È più verosimile che:
  • 367 a.C.  si ammette che uno dei due consoli può essere plebeo;
  • 342 a.C.  garantita la presenza di un plebeo al consolato;
  • 173 a.C.  eletti per la prima volta due consoli plebei. Probabilmente dal 367 si cambiò l’ordinamento della res publica  introduzione della carica di pretore, di edile curule e di censore, dapprima riservate solo ai patrizi, vengono poi conquistate anche dai plebei. Tuttavia si posero inizialmente le basi per un’oligarchia patrizio-plebea, in quanto alcuni plebei, una volta raggiunto il consolato, si sarebbero “alleati” con alcuni patrizi affinché nella carica non subentrassero nuovi plebei MA dal 340 a.C. si stabilì che, per una stessa persona, prima di ricoprire la stessa magistratura dovevano passare dieci anni. Nel 339, secondo quanto ci dice Livio, il dittatore Quinto Publilio Filone propose tre leggi a favore della plebe:
  1. Uno dei censori doveva essere plebeo;
  2. Riduzione dell’auctoritas del senato di fronte alle delibere dei comizi centuriati;
  3. Equiparazione dei plebisciti alle leggi  identificata in realtà con la legge Ortensia del 287. Le riforme proseguirono quando Roma cominciò ad espandersi nel Mezzogiorno  es. Appio Claudio Cieco: introdusse personaggi estranei all’aristocrazia nella lista dei senatori e concesse ai cittadini di iscriversi in una tribù a loro scelta, indipendentemente dal loro territorio di appartenenza. Un’altra riforma, ma non è sicuro che sia opera di Appio, riguardava il calcolo del censo dei cittadini che si basò anche sul capitale mobiliare, quindi un cittadino ricco, ma non

possidente, poteva essere iscritto alla prima classe, con maggiore peso nelle votazioni  tutte operazioni che favorivano il ceto mercantile. 300 a.C. lex Ogulnia = ingresso dei plebei nei collegi dei pontefici e degli auguri.  restava un ultimo problema sul contrasto tra patrizi e plebei, quello dei plebisciti = 287 a.C. lex Ortensia  da una “rivolta” economica si arriva ad una riforma costituzionale, attraverso la secessione della plebe e la legge del plebeo Quinto Ortensio secondo cui i plebisciti avrebbero avuto valore di leggi e sarebbero quindi stati vincolanti per tutto il popolo.  fine conflitto patrizi-plebei, ma la parità assoluta non fu mai raggiunta. Nel IV secolo si era formata un’élite dominante, la nobilitas: per accedervi bastava percorrere con successo la carriera politica fino al vertice, ma in realtà era un’élite chiusa perché le magistrature restavano sempre nelle mani delle stesse gentes. Nobilis = avevano questo titolo i consoli, i pretori, e coloro che scendevano in linea retta da un console e da un pretore ≠ dopo Silla, erano riconosciuti nobiles i consoli e i loro discendenti. Inizialmente, per acquisire la nobilitas, era sufficiente il rango pretorio e ce lo dimostra un solo testo, attendibile in quanto in una fase arcaica non c’era differenza tra consolato e pretura. Successivamente il concetto di nobilis cambiò, ma, a causa della scarsità delle fonti non possiamo stabilire quando, probabilmente il mutamento è avvenuto gradualmente. Nobilis ≠ homo novus = è il cittadino romano che intraprende la carriera politica senza avere senatori fra i suoi antenati. Ma doveva scontrarsi con delle difficoltà:

  1. Problema censitario  per accedere alle magistrature era necessario aver servito nella cavalleria per almeno 10 anni e i cavalieri erano scelti tra i cittadini più ricchi. Tant’è che i novi homines erano tutti nati nell’ordine equestre, quindi erano novi homines dal punot di vista politico, ma non economico.
  2. Clientele  attorno agli uomini politici si riunivano clientele che passavano in eredità da una generazione all’altra; da questo punto di vista gli homines novi erano svantaggiati perché dovevano procurarsi da soli la clientela. Ideali dell’aristocrazia (ricavati dall’elogio di Quinto Cecilio Metello per il padre Lucio Cecilio Metello):  Capacità militari;  Eloquenza;  Profitto, volontà di arricchirsi  ma in modo onesto attraverso la spartizione del bottino dopo le vittorie, l’agricoltura e l’allevamento (era condannata l’attività del mercante);  Lasciare molti figli;  Padronanza del diritto;  Prestanza fisica pari al valore. Il carattere composito della nobilits patrizio-plebea non era così importante quanto il divario che si era allora creato tra i nobili (di cui facevano parte anche alcuni plebei) e la gente comune  all’antitesi fra patriziato e plebe, si sostituì quella fra nobilitas e plebe, termine con cui si designavano i poveri, tant’è che il tribunato della plebe prese pochissime iniziative nei confronti di questo gruppo, ma si limitava a collaborare col senato oppure ad appoggiare l’una o l’altra fazione aristocratica. Furono gli stessi consoli a prendere provvedimenti per migliorare la condizione delle classi inferiori:
  • 326 a.C. lex Petelia Papiria = elimina alcuni aspetti della schiavitù per debiti;
  • 300 a.C. lex Valeria = diritto di appello al popolo contro una condanna a morte.

5° SAGGIO: EMILIO GABBA – L’imperialismo romano

Problema storico dell’imperialismo romano = emergere e consolidarsi del dominio romano in tutta l’area mediterranea. Problema per la visione data da Polibio  cerca di capire i modi e le ragioni del successo di Roma, visto nella formulazione, da parte dei Romani stessi, del progetto unitario della conquista dell’egemonia mondiale. Nel suo disegno storiografico, quindi, i fatti storici sono inquadrati in una prospettiva unitaria: l’elemento alla base è la graduale consapevolezza del

economiche nell’imperialismo romano riguardano inizialmente i singoli individui più che un piano della dirigenza romana, che subentrerà solo in seguito. Diversa era la situazione in Oriente e in Grecia: fino ad oltre la metà del II secolo il governo romano ha evitato di porre un dominio diretto in Grecia per ragioni politiche e culturali che imponevano l’uso di altri strumenti per imporre l’egemonia.  si ritiene quindi che la diplomazia romana avesse usato nel mondo greco strumenti caratteristici della tradizionale prassi politica greca, differenti da quelli usati con gli alleati italici. In realtà era proprio questo che garantiva a Roma una presenza costante in quei territori. In altre parole, l’aspirazione ad un’egemonia mondiale, concepita nel quadro della politica degli stati ellenisti, non doveva prevedere alcuna annessione territoriale in Oriente poiché Roma aveva interesse al mantenimento di un equilibrio politico generale, entro il quale le potenze ellenistiche fossero rispetto a lei in posizione subordinata. Roma, nei confronti degli stati greci tradizionali, adottava una concezione panellenica di libertà (vd. libertà greca del 196 a.C.)  viene applicato in questi territori il metodo della clientela: metodo politico dettato dalla consapevolezza della superiorità politica raggiunta e rafforzato da motivazioni ideali e storiche. Ma in Grecia comincia ad emergere un’ostilità nei confronti di Roma (II secolo)  la polemica antiromana toccava alcuni aspetti fondamentali della storia di Roma: la non grecità, la barbarie romana, l’oscurità delle origini e non veniva nemmeno riconosciuto il valore di Roma che l’aveva portata ad imporsi sul mondo greco  contro tutto ciò si pongono Dionigi di Alicarnasso e Polibio, riconoscendo la legittimità dell’egemonia romana. Polibio, nella sua descrizione dell’egemonia romana, non si preoccupa di proporre una legittimazione morale o ideale, ma nota la corruzione della classe dirigente romana e di come le decisioni politiche in materia di egemonia stessero diventando puramente utilitaristiche  cambiamento nelle concezioni morali che fino ad allora avevano regolato l’azione politica della classe dirigente (es. dibattito in Senato riguardo all’ambasceria di Quinto Marcio Filippo al re Perseo nell’autunno 172-171 a.C., quando la maggior parte dei senatori approvò le varie astuzie per far guadagnare tempo ai Romani in modo da riuscire a prepararsi alla guerra). Questa concezione utilitaristica e non più basata su giustificazioni morali, si spiega con un profondo cambiamento nella società romana e nella dirigenza politica dopo i primi decenni di espansione. Cause della nuova mentalità:  espansione commerciale;  interessi commerciali di tutti gli strati della popolazione romano-italica;  collusioni tra classe senatoria e gruppi economici romani e alleati;  facilità di arricchimento;  corruzione della classe politica. Il criterio utilitaristico, presente anche inizialmente, veniva, dopo i primi decenni del II secolo, a dominare la valutazione e la decisione politica. In ambito greco, però, questa nuova mentalità destò parecchie preoccupazioni alla vigilia dello scontro fra Roma ed il re Perseo di Macedonia, preoccupazioni a cui tentò di porre soluzione il discorso di Catone nel 167 a.C., con il quale riuscì a dissuadere il Senato romano dal portare guerra a Rodi che aveva parteggiato per Perseo. Dall’orazione emerge una linea politica moderata, riconoscendo il desiderio di libertà dei territori greci. La politica espansionistica di Roma, dopo il 167 a.C., aveva subito una svolta nella direzione della violenza e della repressione che doveva essere legittimata  ricerca di una legittimazione morale. Pur ammettendo la necessità storica (prima o poi tutte le grandi potenze sono costrette ad attuare una politica del terrore per mantenere i loro possedimenti) di una politica di repressione e quindi implicitamente riconoscendone la giustificazione, Polibio non può tacere i dubbi e le perplessità e finiva per rinviarne nel futuro la legittimazione ultima. Tuttavia, la necessità che alla base dell’esercizio di una politica imperiale vi fossero saldi principi di moralità generale, e non soltanto la ricerca dell’utile, spiega lo sforzo degli intellettuali greci nella seconda metà del II secolo volto a suggerire alla dirigenza romana motivi di giustificazione politico-morale per il loro impiego. Una difesa del dominio poteva legittimamente

fondarsi sulla concezione che era nell’interesse dei più deboli essere sottoposti al giusto e benevolo comando dei “migliori”. Intanto a Roma, i cambiamenti nella realtà sociale mettevano in crisi le ragioni di consenso che avevano sempre spinto le decisioni della classe dirigente = motivazioni e idealità tradizionali non erano più corrispondenti alle esigenze pratiche che avevano spinto la massa al consenso.  Tiberio Sempronio Gracco, tribuno della plebe nel 133 a.C., riconosceva l’espansione, ma poneva la sua preoccupazione al declino del potenziale umano e militare = necessità di ricostituire un ceto di piccoli proprietari agricoli, fondamento della milizia cittadina, attraverso una migliore utilizzazione dell’agro pubblico.  riconosce che il declino sociale ed economico della base dello stato romano metteva in crisi la consapevolezza del cittadino medio che si arruolava consapevole dei vantaggi economici che avrebbe poi ricavato, in quanto gli ideali prospettati non coincidevano più con la realtà e non servivano più a motivare la partecipazione dei cittadini alla politica espansionistica. La realtà imperiale romana era accettata, ma si trattava di allargare sempre di più la partecipazione ai vantaggi economici che derivavano dallo sfruttamento dell’impero. La prospettiva sul futuro lasciata da Polibio riguardava la modalità con cui sarebbero state amministrate le province: proprio questa problematica fu al centro della storiografia di Posidonio che, in ottica antiromana, si concentra sulla decadenza del ceto dirigente a causa della cupidigia e dell’avidità, oltre che dell’arroganza di potere. Di qui provengono il malgoverno dei sudditi e le lotte civili. Nella sua storiografia era centrale la nuova dimensione imperiale assunta dall’economia romana e se ne erano colte le conseguenze politiche e sociali già alla metà del II secolo. Da qui emersero altre opere di dissenso, soprattutto in ambito greco, che, nonostante la riconosciuta legittimità del dominio romano, non rimaneva nascosto, in particolare in occasione della guerra contro Mitridate che portò alla rinascita di quella storiografia greca che nei secoli precedenti si era opposta a Roma. Queste concezioni opposte vengono mitigate e mescolate nella riflessione di Dionisio di Alicarnasso, il quale sosteneva l’originaria grecità dei Romani grazie anche alla rinascita classicistica che riprendeva gli ideali civici della grecità classica del IV secolo  la sua opera può essere considerata come la conclusione delle polemiche storiografiche greche sull’imperialismo romano e come la base per la coesistenza dei mondi romano e greco entro l’impero ecumenico. La conquista definitiva:

  1. Siria e Macedonia vs Egitto, l’una nella Celesiria (Seleucidi vs Tolomei), l’altra espandendosi nel bacino dell’Egeo e in Asia Minore eliminando i possedimenti e gli alleati Tolemaici.  rovina degli equilibri (forse patto segreto tra il re di Macedonia e Antioco III di Siria per spartirsi l’Egitto) che ebbe ripercussioni in Grecia (Filippo vs Atene che chiede aiuto a Roma) e di conseguenza a Roma, presso la quale arrivavano ambascerie con richieste di intervento, dal momento che Roma aveva assunto il ruolo di garante nella pace di Fenice del 205 a.C.
  2. Roma dichiara guerra alla Macedonia  200-198 a.C. la Macedonia fu assalita in Occidente, dal lato dell’Epiro, poi in Tessaglia e per mare. 197 a.C. = battaglia di Cinoscefale, con la sconfitta della Macedonia da parte del comandante romano Tizio Quinzio Flaminino e proclamazione della libertà delle città greche ai giochi istmici del 196 a.C.  Roma protettrice della libertà greca.
  3. Antioco III di Siria si era espanso a danno dell’Egitto; dapprima conflitto diplomatico con Roma, mentre si schieravano i singoli stati greci: gli Etoli con la Siria e Filippo di Macedonia con Roma. Nel 191 a.C. i Romani avanzarono dall’Epiro verso la Tessaglia  i Siriaci furono disfatti, Antioco lasciò la Grecia e gli Etoli dovettero subire l’assedio di Naupatto, fino al raggiungimento di una trattativa di pace. La guerra si spostò in Asia Minore dove i Romani sconfissero la flotta di Antioco; Lucio Cornelio Scipione, console nel 190 a.C., condusse dalla Grecia attraverso la Macedonia e la Tracia l’esercito verso l’Ellesponto. Nel 189 lo scontro decisivo avvenne a Magnesia al Sipilo, in Lidia, con la

tendenze: l’una, guidata da Catone, che sosteneva la necessità della guerra in nome della pericolosità della città, l’altra, moderata, faceva invece riferimento al peso della opinione pubblica greca. La guerra partita nel 149, in seguito all’avanzata con le armi dei Cartaginesi contro il re di Numidia, non portò esiti positivi per i primi anni, fino all’elezione a console del 147 di Publio Cornelio Scipione Emiliano che sferrò nel 146 l’attacco finale: la città fu rasa al suolo e il territorio già appartenuto a Cartagine venne organizzato con la costituzione della provincia d’Africa.

6° SAGGIO: EMILIO GABBA – Il processo di integrazione dell’Italia nel II

secolo

Nel II sec. a.C., nel rapporto tra Roma e gli alleati, c’è molta diffidenza, in quanto, durante la Seconda guerra punica, molti socii avevano abbandonato Roma. Ciò che cambiò il rapporto di Roma con gli alleati fu il fatto che la città egemone, già dalla seconda metà del III secolo a.C., era diventata una potenza mondiale e, di conseguenza, questa nuova realtà comprendeva anche gli alleati italici nelle trasformazioni strutturali all’interno di Roma dal punto di vista politico ed economico. Due momenti fondamentali:

  1. Organizzazione delle province + centralizzazione del potere = maggiore volontà di intervento del governo centrale nelle realtà italiche, non solo sul piano della legalità.
  2. Progressiva integrazione delle comunità alleate a Roma e alla realtà romana nella sua dimensione imperiale = gli alleati hanno quindi identificato funzioni e titolature di proprie magistrature con quelle romane, sia in ambito militare che civile.  Romanizzazione = coinvolgimento degli stati alleati nella nuova mentalità imperiale. Roma aveva sempre avuto ogni interesse a garantire la consistenza sociale ed economica e quindi il ruolo politico delle élite alleate, sulle quali contava come sugli interlocutori validi nelle comunità alleate. Inoltre Roma, con il suo sistema di alleanze fondato non sul pagamento di tributi ma sulla fornitura di contingenti militari, cercava e favoriva l’interesse comune degli alleati nelle guerre. Essendo ormai Roma il centro dell’economia mediterranea, cambiarono le strutture dell’economia italica, con una riorganizzazione dei sistemi tradizionali di sfruttamento del suolo. Roma divenne polo attrattivo per tutti gli alleati e questo spostamento avrebbe comportato profondi mutamenti nei corpi civici senza distinzione, per quanto riguarda le strutture tradizionali dell’economia agricola, fra stato romano e stati alleati. La struttura agrario-sociale delle comunità italiche era quella della piccola proprietà contadina, con una produzione destinata all’autoconsumo; questa piccola proprietà era complementata dall’uso delle terre comuni appartenenti alla comunità. Con le conquiste romane, le maggiori disponibilità di terre consentirono un più rapido avviamento della colonizzazione e delle assegnazioni viritane con la creazione di nuove aziende, e anche la possibilità di un diverso sfruttamento del suolo agricolo sull’ager publicus con l’impianto di aziende di maggior estensione, nelle mani del ceto dirigente  siamo nel III secolo e l’aumento di ager publicus si verificò continuamente anche in seguito alla guerra annibalica, con la sottrazione di terre agli alleati che avevano defezionato. Tra III e II sec. a.C. nascita della villa rustica, nuova struttura agraria con produzione mista, avviata anche alla commercializzazione. La conduzione è affidata ad un vilicus schiavo; il personale impiegato è schiavile, lavoratori liberi sono chiamati per impiego stagionale.  nuovo modo di sfruttare l’ager publicus. Altro fattore: le province pagavano annui tributi in natura, dei quali almeno una parte affluiva sul mercato romano = trasformazione delle colture in Italia, con una minor richiesta sul mercato romano di cereali a favore di produzioni specializzate.  al tipico e tradizionale modello della piccola proprietà contadina si veniva affiancando un secondo tipo economico, che differenziava i modi di conduzione agraria, di sfruttamento del suolo e che accresceva il distacco sociale fra le classi. Questa coesistenza però non fu mantenuta perché il nuovo modo di sfruttamento dell’ager publicus, più redditizio anche per lo stato, metteva in discussione l’antica funzione di complemento

della piccola proprietà, la quale entrò in crisi. Si cerca una soluzione: lex de modo agrorum ( a.C. circa) = cercava di favorire una diversa utilizzazione del terreno pubblico, ma soprattutto metteva in luce il contrasto tra ceto contadino libero ma impoverito e impiego di schiavi, almeno dal punto di vista politico-militare come diminuzione della capacità di fornire militi, difficoltà aggravata dall’emigrazione nelle aree latine e alleate. Questi problemi emersero durante l’età dei Gracchi, quando si riconobbe che il cittadino milite era staccato dalle antiche idealità civiche e politiche perché erano venute meno le basi concrete, sociali ed economiche che erano servite a sostanziare quelle idealità  proposta: ricostituire il ceto dei contadini piccoli proprietari con l’assegnazione di porzioni di agro pubblico, requisito dallo stato laddove l’occupazione privata si era estesa maggiormente. In sostanza la dirigenza romana, all’apice di una politica espansionistica, constatava segni di degrado nell’apparato militare dello stato, del quale identificava le cause in motivazioni sociali e ideali, connesse a loro volta ad un declinare del ceto dei contadini piccoli proprietari, opposto ad una crescita degli schiavi.

7° SAGGIO: UMBERTO LAFFI – Il sistema di alleanze italico

In seguito al cambio di ruolo di Roma, dovuto alle conquiste ottenute a discapito di Cartagine, della Macedonia e della Siria, cambiarono anche i rapporti che Roma aveva instaurato con gli alleati: questi rapporti si basavano su una formale sovranità degli alleati per quanto riguarda i loro rapporti interni, ma non erano indipendenti dal punto di vista internazionale poiché il tratto con Roma prevedeva degli impegni reciproci, ovvero l’obbligo, per gli alleati, di fornire contingenti militari allo stato romano. Questa alleanza attraversò un primo momento di crisi durante la guerra annibalica, quando molti degli alleati si schierarono a favore di Cartagine  provvedimenti punitivi:

  • Imposizione per l’anno in corso di una leva doppia rispetto a quella normalmente chiesta;
  • Imposizione di un tributo di un asse per mille, che doveva servire a pagare lo stipendium alle truppe;
  • Imposizione dell’obbligo di adottare la formula del censimento romano e di trasmetter ei dati relativi a Roma.  Gli ultimi due provvedimenti avevano carattere permanente e rappresentavano delle interferenze nella sovranità interna degli alleati. Verso la fine della guerra Roma effettuò anche delle indagini capillari nei territori per capire le cause che avevano portato alcuni alleati a defezionare, prevedendo di confiscare una porzione del loro territorio per farla divenire ager publicus + i cittadini di alcuni stati alleati non furono riammessi alla comunità d’armi con i Romani, ma dovettero svolgere alcune mansioni al servizio dei magistrati romani. Di qui, Roma rivendicò il diritto di intervenire direttamente negli affari interni degli stati alleati se vedeva minacciato l’ordine, e poteva farlo con la mediazione delle autorità locali, oppure direttamente, senza questo tramite  es. repressione dei Baccanali nel 186 a.C. ( senatusconsultum de Bacchanalibus ). Questi interventi non avevano però una legittimazione in termini di diritto internazionale:  Polibio afferma che il Senato romano poteva intervenire in Italia per reprimere figure che minacciavano la sicurezza o che offendevano l’autorità dello stato romano  Cicerone sottolinea che i Romani si riservavano la prerogativa, sulla base del mos maiorum , di decidere con proprie leggi da soli, senza gli alleati, tutto ciò che riguardava lo stato, l’ imperium , la sicurezza, la guerra.  Si tratta però di una “dottrina” metagiuridica, che forniva il supporto ideologico e teorico ad una supremazia di fatto = dava la giustificazione di interventi, quando si trattava solamente di difendere superiori interessi. Ma come impone Roma la propria legislazione agli alleati in situazioni in cui non fosse interessata a difendere i suoi interessi superiori? Normalmente, la legge rogata nei comizi veniva “proposta”, mediante un’espressa concessione, agli alleati, che potevano farla propria mediante una

8° SAGGIO: ETTORE LEPORE – La decisione politica e l’ “auctoritas”

senatoria: Pompeo, Cicerone, Cesare

Negli anni dell’ascesa di Pompeo, i populares tentavano di consolidare la continuità di una tradizione “democratica”, invece la nobilitas è in forte crisi. Lex Manilia 66 a.C. = pieni poteri a Pompeo per condurre la guerra contro Mitridate VI del Ponto, portata avanti da Lucullo  sulla scena politica: emergere di singole personalità = Pompeo, Cicerone e Cesare, tornato dalla questura in Spagna (68 a.C.) + Catilina nel 66 si candida al primo consolato, perdendo; Crasso diveniva censore e Catone, nuovo esponente degli ottimati, cominciava a gestire la politica senatoria. Cicerone è sostenitore di Pompeo e cerca di giustificare i suoi pieni poteri (ottenuti con la lex Manilia e lex Gabinia = pieni poteri per la guerra contro Mitridate e pieni poteri per sconfiggere i pirati nel Mediterraneo), dicendo che la causa di questi poteri straordinari è la salvezza dell’impero. Soprattutto egli appoggiava Pompeo perché difendeva l’ordine equestre del quale Cicerone si faceva portavoce ≠ il resto della tradizione polemizzava contro Pompeo perché sembra risentire delle polemiche contemporanee sollevate dai comandi straordinari e dagli atti conseguenti di Pompeo, ma anche dalla nuova razionalità politica che emergeva nelle decisioni e nei problemi dell’amministrazione  timore di una politica personale e di una sistemazione che permettesse a Pompeo di fruire di ulteriori clientele straniere. Tutta l’azione di Pompeo sconfessava quella di Lucullo e seguiva una logica di conquista, di cui le fonti individuano i fini personali e la “montatura” per giustificarla e legittimarla. Ad esempio, la provincia romana della Cilicia poteva garantire una base logistica per le comunicazioni terrestri e marittime, oltre ad un punto di partenza per occupazioni rivolte verso l’interno e in particolare verso la Siria. Le sue vittorie e conquiste avevano dato a Roma ampio spazio in Asia, dal Caucaso all’Eufrate e ai confini dell’Egitto  ma sorge il timore che sulla base di questa occupazione egli potesse giustificare e così assicurarsi un’analoga occupazione dell’Italia e tutto il potere sui Romani. La tradizione antica, in particolare liviana, lega strettamente il ritorno di Pompeo e la scoperta della congiura di Catilina. Catilina = nobile della famiglia dei Sergi, caduta in rovina. Inizia la carriera con la questura e l’edilità; dopo pretura e propetura in Africa (67-66 a.C.), rompe il suo legame con il gruppo degli ottimati, si candida al consolato nel 65, ma vede rifiutata la sua candidatura: la figura che viene alla ribalta è quella di Crasso, che una volta venuto a sapere della congiura si eclissa da Roma. Catilina fu costretto a rimandare la candidatura al consolato di un anno, al 64 a.C. per il 63, stesso anno in cui si candidò Cicerone. Il programma di Catilina non è subito riconducibile alla fazione dei populares  ammessa una causa popularis, è difficile interpretare la linea politica e il programma di Catilina. È a partire dal 64-63 a.C. che si delineano le sue istanze e la sua azione che non coincisero però con quelle dei populares. Rimasto nuovamente escluso dal consolato del 63 a.C. e staccatosi dalla linea politica di Crasso e Cesare, dovette ulteriormente ripromettersi una riuscita per l’anno successivo, ma intanto iniziò nell’ombra una personale attività: ponendosi a capo dei miseri, era escluso dalla aspirazioni degli ottimati e della plebe urbana = trovò l’appoggio di quel proletariato rurale rappresentato dai coloni sillani rovinati e dai contadini diseredati dalle espropriazioni stesse, oltre agli oppressi dai debiti e a nobili ambiziosi e indebitati. Catilina venne attaccato da Catone e il suo ulteriore fallimento per il consolato del 62 a.C. fece precipitare la situazione  il Senato proclamò lo stato di emergenza e diede pieni poteri ai consoli, Catilina fu proclamato hostis (in seguito alla sua fuga e alla resistenza organizzata da Manlio a Fiesole), i complici furono catturati e condannati a morte senza appello al popolo, oltre alla repressione dei ribelli con la guerra.  Si apriva un nuovo periodo, proprio quando si profilava il ritorno di Pompeo. Emergere di nuove figure politiche (es. Catone) anche presso gli ottimati contro la concordia ordinum tra senatori e cavalieri, sulla quale Cicerone aveva riposto le maggiori speranze per la sua affermazione politica e la riforma della prassi repubblicana e dell’assetto tradizionale.

Quando si svolse il dibattito in Senato per i provvedimenti contro i catilinari, nel quale emersero le opinioni discordi dei capi ottimati, Catone e Cesare, quest’ultimo aveva una posizione già consolidata. Inoltre i tribuni della plebe del 63 a.C. avevano portato avanti una serie di proposte legislative che mostravano la vitalità dei populares , ai quali Cesare era vicino = es. rogatio agraria di Publio Servilio Rullo (prevedeva che venissero assegnati lotti di agro pubblico, presi dal suolo italico e dalle province) che non passò per il veto di un tribuno e fu criticata da Cicerone nella Legge agraria. La proposta della rogatio mostra il legame con la revisione di Labieno dei meccanismi elettorali tributi, per evitare corruzioni e pressioni oligarchiche nei comizi relativi.  già in precedenza, Labieno aveva sferrato un attacco alla procedura eccezionale senatoria che, ergendosi a corte di giustizia, condannava senza appello al popolo (durante il processo a Rabirio, il quale fu difeso dafli ottimati, tra cui Cicerone, che si appellarono ai comizi, i quali non votarono e quindi egli fu lasciato salvo)  Cicerone partecipa attivamente a tutti i processi, portando in tribunale le sue tesi, ma anche le sue simpatie politiche contingenti, rischiando di compromettere la sua posizione mediatrice e di rimanere isolato, anche perché difendeva Murena (avversario del candidato al consolato eletto nell’interesse degli ottimati), accusato di broglio, difendendo l’indipendenza e il diritto al dissenso anche nei confronti degli ottimati. La crisi catilinaria aveva coalizzato Senato e popolo, invece i cavalieri si erano schierati con Cicerone, ma ponendosi contro Cesare = la concordia ordinum tra senatori e cavalieri cominciò ad incrinarsi già nella fattura creatasi con il processo a Murena, con l’apparire di dissidi dottrinali e divergenze di interessi e di indirizzo tra Cicerone e Catone e si rimise in discussione la posizione e la responsabilità di Cicerone, all’indomani del pericolo catilinario. Le accuse dei tribuni mettono in forse la correttezza delle indagini e la legalità delle condanne, ma anche il comportamento politico di Cicerone, il quale cerca nuove alleanze politiche nella fazione dei omnes boni  i populares si riorganizzano e gli optimates vacillano; dilaga la sfiducia di Cicerone per gli ordini tradizionali. Si preparavano nuovi equilibri e nuovi strumenti di potenza e di potere. Pompeo sbarcò a Brindisi a gennaio del 61 a.C., congedando l’esercito e constatando di aver perso molto consenso, oltre al fallimento del suo tentativo di guadagnarsi l’appoggio degli optimates. Cesare, forte del consenso che aveva ottenuto nel frattempo, cerca di riconciliare Pompeo e Crasso per far convergere su di sé la potenza che veniva da entrambi  una parte delle fonti vede in questo provvedimento di Cesare un primo passo verso il sovvertimento dello stato; nel 60 a.C. la situazione dei due ordini era peggiorata. È probabile che già nel luglio del 60 a.C. l’alleanza privata (primo triumvirato) fosse stipulata e diretta soprattutto contro gli ottimati, accelerata dal fatto che Cesare voleva candidarsi al consolato per il 59 a.C., cosa che non gli veniva concessa da Catone se lui non fosse stato presente a Roma, ma fosse rimasto in Spagna. Il primo triumvirato suppliva alle carenze decisionali di un esecutivo fino ad allora subalterno e suppliva alla volontà legislativa e alla prassi amministrativa che all’ auctoritas del Senato facevano capo. Le azioni dei triumviri non sfuggirono a Cicerone, da sempre attento osservatore della res publica (anche tutta la tradizione si rifà solo alle figure dei tre triumviri)  la sua sfiducia per gli ottimati e il suo sentirsi da loro abbandonato, con la consapevolezza che questo sarebbe aumentato con il successo dei triumviri, acuiva la sua sensibilità politica per i fatti di gestione del potere e di loro razionalizzazione e realizzazione progettuale, egli non poteva fare a meno di riferirsi ai tre, anche perché Catone veniva a rappresentare la giovane generazione ottimate non in grado di fornire un’opposizione ferrea. Il triumvirato permise:

  • a Cesare di avere l’appoggio di Pompeo e Crasso per il consolato;
  • a Pompeo l’approvazione degli ordinamenti in Oriente;
  • a Crasso la creazione di un prestigio diplomatico e militare. Gli ottimati speravno solo che si creassero dei dissensi tra di loro. La tradizione antica sottolinea soprattutto gli atti del consolato di Cesare, e anche l’elezione di Clodio a tribuno della plebe viene connessa alla volontà e agli interessi di lui  reciproco scambio

sul trono contro le proteste degli Alessandrini; il Senato aveva lasciato irrisolta la questione, impendendo che il sovrano fosse riportato sul trono con le armi e l’azione sarà poi completata dal console del 58, Gabinio, divenuto proconsole della provincia di Siria. Durante questi processi riappare Crasso e alla fine del 56 a.C., inoltre, era tornato Catone dalla sistemazione dell’annessa Cipro e, in seguito agli attacchi ricevuti da Cicerone e Clodio, si riaprì lo scontro tra ottimati, populares e triumviri. Gli ottimati pensarono di potersi rifare contro Cesare attaccando la sua legge agraria, egli però pensò a riconsolidare l’unione, in modo tale da terminare la conquista gallica; quindi nel 56 a.C. i tre triumviri si trovarono a Lucca:

  • secondo consolato di Pompeo e Crasso per il 55 a.C.;
  • da designati si sarebbero fatti assegnare province e eserciti;
  • assicurare a Cesare l’ imperium per un quinquennio.  Paralisi della funzione politica da parte di Cicerone + elezione di Pompeo e Crasso al secondo consolato nel 55 a.C. comportò:
  • lex Trebonia = assegnò, con comando straordinario quinquennale, a Pompeo la Spagna con quattro legioni e a Crasso la Siria, per le ambizioni del proconsolato di Gabinio, il quale rimise sul trono egiziano Tolomeo XIII Aulete;
  • lex Pompeia Licinia = prolungamento dell’ imperium a Cesare.  Prodromi della guerra civile perché questo quinquennio non venne aggiunto a quello della legge Vatinia della fine del 54: il comando quinquennale in provincia di Pompeo sarebbe scaduto nel 50 e così doveva essere quello di Cesare, ma se si fosse tenuto conto della legge Vatinia egli avrebbe prorogato la scadenza al 49, cosa che poi in realtà fece. Il triumvirato stabilito a Lucca non era destinato a durare  morte di Giulia, figlia di Cesare e sposa di Pompeo, morte di Crasso, Pompeo rimasto in Italia, assunzione da parte di Pompeo del suo terzo consolato fecero sì che cominciasse la sua politica di indipendenza da Cesare e di alleanza con gli ottimati e cominciò la controversia contro l’ imperium di Cesare, che chiedeva che ne fosse riconosciuta la scadenza nel 49 oppure di esser candidato da assente a console per il 49 con scadenza dell’ imperium da marzo a dicembre del 50 (due leges Pompeiae indicavano il divieto della candidatura al consolato in assenza e un intervallo tra magistratura e promagistratura). Cesare trovò l’opposizione di M. Claudio Marcello, console pompeiano del 51 a.C., che mostra la presenza di un’antitesi tra due concezioni imperiali, quella del Senato e quella di Cesare, nelle quali Pompeo non si identificava totalmente, perché spinto solo dal ristabilimento dell’ordine e dell’ auctoritas del Senato  Cesare veniva visto come il nuovo patrono. 49 a.C. inizio guerra civile, questi i passaggi:
  1. Intimazione a Cesare, nel marzo del 50, di deporre il comando in novembre, ma Cesare si oppone;
  2. Rifiuto, agli inizi del 49 a.C., dell’ultimatum di Cesare che lui e Pompeo lasciassero gli imperia in un momento che gli permettesse di ricandidarsi al consolato;
  3. Senatus consultum ultimum dichiarò Cesare hostis. In seguito al passaggio del Rubicone e all’impadronirsi di Cesare dell’Italia delle campagne, colonie e municipi, portò la guerra fuori dall’Italia, con la conquista di Spagna, Sardegna e Sicilia da parte di Cesare, resa facile dalle spaccature provocate nel fronte ottimate. Una volta terminata, con l’uccisione di Pompeo, la contesa, resta da analizzare come il dominio di Cesare possa essere considerato un “falso principato” = una dittatura decennale divenuta poi a vita dal 44 a.C., con una riforma della res publica attuata solo parzialmente. Egli aveva ormai un potere superiore alla res publica universa , e cioè alla comunità imperiale stessa, avendo ridotto i poteri del Senato, aprendolo perfino a qualche provinciale, e avendo ridotto le prerogative giurisdizionali dei magistrati, accrescendone il numero.  creatore di un ordine nuovo, ma l’estensione della concordia ordinum e la sua stessa clementia estinguevano la lotta politica in cui si realizzava la vita stessa della civitas  indebolimento del ceto equestre con le legislazioni del 49 e del 47 a.C. comportò il risollevamento dei ceti medi, con maggiore autonomia

dal ceto equestre allineato con i senatori. Di qui si spiega il dissenso del Senato nei suoi confronti che portò alla coalizione e alla sua uccisione; l’ordinamento da lui creato ebbe però lunga fama perché ciascuno dei contemporanei dovette prendere le sue decisioni in maniera sempre più individuale, spoliticizzando i vari gruppi e fazioni.