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Riassunti dei saggi per Storia romana arcaica e repubblicana: - C. Ampolo, La città riformata e l'organizzazione centuriata. -M. Torelli, Dalle aristocrazie gentilizie alla nascita della plebe. -F. De Martino, Il modello della città-stato. -F. Cassola, Lo scontro fra patrizi e plebei e la formazione della nobilitas. -E. Gabba, L'imperialismo romano. -E. Gabba, Il processo d'integrazione dell'Italia. -U. Laffi, Il sistema di alleanze italico. -E. Lepore, La decisione politica e l'auctoritas ...
Tipologia: Sintesi del corso
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Per il periodo che va dalla seconda metà del VII secolo alla nascita della repubblica (periodo arcaico) dobbiamo affrontare il problema delle fonti: non sono del tutto scarse, ma bisogna stare attenti alla loro attendibilità in quanto sono perlopiù racconti storici e indagini antiquarie, opere di ricostruzione di storici antichi che hanno cercato di effettuare una narrazione coerente, a partire da indizi reali, ma senza dubbio amplificando alcuni aspetti. Tuttavia, questo periodo, può essere verificato attraverso il confronto con documenti, epigrafi e contesti archeologici: quando c’è convergenza di dati epigrafici, storici in senso stretto e archeologici, le fonti hanno uno statuto privilegiato (altrimenti possono rispondere solo ad alcune domande, soggette però ad interpretazione). es. tomba François di Vulci = consente una ricostruzione di alcuni aspetti del VI secolo a Roma e in Etruria e di vedere come le vicende e i personaggi storici sono stati modificati. Tomba della seconda metà del IV secolo, decorata da un ciclo pittorico che comprende un episodio di lotte tra capi di città etrusche e laziali contrapposto ad un episodio della guerra di Troia. Riporta una testimonianza di storia etrusca in quanto i personaggi hanno anche i nomi. All’interno di uno scontro più generale, è un attacco a sorpresa per liberare Mastarna nulla ci garantisce la storicità dell’episodio, ma ci sono elementi di storicità (presenza di Aulo Vibenna e Tarquinio di Roma) che consentono questa interpretazione: rappresenterebbe un’impresa di Celio Vibenna e del suo esercito, imprese narrate da tradizioni etrusche note ad antiquari romani e all’imperatore Claudio e sono state usate per spiegare l’origine di alcuni nomi di località di Roma e per identificare Mastarna con Servio Tullio. Ma la prova della storicità dei Vibenna in un territorio vicino a Roma è data da un’iscrizione di Veio = un Aulo Vibenna pose verso il 580 un’offerta votiva con iscrizione nel santuario della Minerva etrusca a Veio possiamo avere una datazione indipendente dalle ricostruzioni posteriori. Le fonti romane erano incerte su quando datare la presenza dei Vibenna a Roma, ma grazie all’iscrizione di Veio che ci permette di datare questa presenza all’epoca dei Tarquini, l’identificazione tra Mastarna e Servio Tullio è probabile. Comunque sia, l’insieme delle fonti dei Vibenna testimonia: che nel VI secolo Roma fu coinvolta in molte guerre contro i centri etruschi importanza di condottieri che si muovevano con il loro seguito, i sodales processo di mitizzazione della figura di Aulo Vibenna già dal V secolo. Nel comprendere questi dati, questo è il lavoro effettuato:
negative a seconda delle tendenze politiche nel momento della stesura delle fonti (es. in epoca dei Gracchi la descrizione di Tarquinio avrà caratteristiche sempre più fosche per compensare le esigenze dei populares ). Problema della cronologia: secondo la vulgata tradizionale l’età regia, al suo termine, è stata retta da Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo che regnarono per un totale di circa 100 anni abbastanza assurdo se si considera che tutta l’età regia dura circa 240 anni. Due difficoltà:
Elementi della clientela: dal punto di vista religioso, il culto degli antenati (Lares) del patronus, oltre al riconoscimento di un capostipite comune (è alla base della gens) dal punto di vista economico e sociale, coltivazione delle terre del patrono e obbligo militare dal punto di vista giuridico, i clientes romani, in origine, erano cittadini e quindi dotati di diritti civili (possedere beni e votare in assemblea). Questi elementi di natura strutturale, economica e sociale costituiscono la base dell’istituzione clientelare in età arcaica. In sostanza: l’aristocrazia inizia a formarsi in età remota grazie ai cambiamenti nella produzione agricola e nella struttura dell’insediamento iniziano a formarsi le gentes che, accrescendo il loro potere, instaurano forme di dipendenza note con il nome di clientele. L’affermarsi delle aristocrazie cambia anche le forme politiche primitive: alle curiae (luoghi di riunione dei viri, a fini militari e religiosi) veteres, si affiancano le curiae novae con nomi gentilizi. Siamo nella prima metà del VII secolo, in un momento in cui le aristocrazie gentilizie sono talmente forti da imporre il proprio nome alle strutture curiate questi cambiamenti nella società sono evidenti in due aspetti: nelle tombe = monumentali, i principes si comportano da reges nelle residenze gentilizie = “palazzi” che rimandano al lusso e alle tecniche orientali due palazzi meglio conservati: Palazzo del Murlo e Palazzo di Acquarossa. Ma già a partire dalla riforma serviana, sono evidenti i cambiamenti che la monarchia arcaica e le strutture gentilizie subiscono a causa del continuo rafforzamento delle strutture urbane: le aristocrazie iniziano a vedere limitato il loro dominio cause:
Città-stato = cittadinanza partecipe del potere, comunità unitaria ed esclusiva nel diritto e nelle istituzioni, con l’integrazione della religione. Come presupposto deve esserci una città in senso urbanistico. Problema sulle origini della città-stato: l’ipotesi più accreditata è che la gens preesistesse alla città gruppo di varie famiglie che si riconoscono discendenti da un unico capostipite, di natura
politica. È il primo fenomeno che segna le prime diversità sociali e avrebbe avuto valore politico con l’ingresso della clientela a favore dei gruppi di gentes. Si parte quindi da una comunità di villaggio, fino ad arrivare ad un ordinamento di carattere federativo gentilizio, con la nascita di una comunità unitaria che si riconosce in un capo militare, politico, religioso. Tra VII-VI secolo, poi, vi sono tutti gli elementi per asserire la nascita della città-stato: ai cambiamenti economici corrispondono quelli sociali. La clientela rimane, però, per lungo tempo un gruppo interno alla gens senza costituire una classe sociale vera e propria, cosa che costituisce la plebe problema delle origini: dalle fonti risulta che la plebe non ha genti e quindi è estranea al sistema gentilizio, quindi il suo insediamento è avvenuto probabilmente in modo graduale, a causa di determinanti fattori economici:
interno vi erano differenze sociali, con genti plebee più ricche che miravano solamente all’uguaglianza in ambito politico. I plebei nella repubblica:
possidente, poteva essere iscritto alla prima classe, con maggiore peso nelle votazioni tutte operazioni che favorivano il ceto mercantile. 300 a.C. lex Ogulnia = ingresso dei plebei nei collegi dei pontefici e degli auguri. restava un ultimo problema sul contrasto tra patrizi e plebei, quello dei plebisciti = 287 a.C. lex Ortensia da una “rivolta” economica si arriva ad una riforma costituzionale, attraverso la secessione della plebe e la legge del plebeo Quinto Ortensio secondo cui i plebisciti avrebbero avuto valore di leggi e sarebbero quindi stati vincolanti per tutto il popolo. fine conflitto patrizi-plebei, ma la parità assoluta non fu mai raggiunta. Nel IV secolo si era formata un’élite dominante, la nobilitas: per accedervi bastava percorrere con successo la carriera politica fino al vertice, ma in realtà era un’élite chiusa perché le magistrature restavano sempre nelle mani delle stesse gentes. Nobilis = avevano questo titolo i consoli, i pretori, e coloro che scendevano in linea retta da un console e da un pretore ≠ dopo Silla, erano riconosciuti nobiles i consoli e i loro discendenti. Inizialmente, per acquisire la nobilitas, era sufficiente il rango pretorio e ce lo dimostra un solo testo, attendibile in quanto in una fase arcaica non c’era differenza tra consolato e pretura. Successivamente il concetto di nobilis cambiò, ma, a causa della scarsità delle fonti non possiamo stabilire quando, probabilmente il mutamento è avvenuto gradualmente. Nobilis ≠ homo novus = è il cittadino romano che intraprende la carriera politica senza avere senatori fra i suoi antenati. Ma doveva scontrarsi con delle difficoltà:
Problema storico dell’imperialismo romano = emergere e consolidarsi del dominio romano in tutta l’area mediterranea. Problema per la visione data da Polibio cerca di capire i modi e le ragioni del successo di Roma, visto nella formulazione, da parte dei Romani stessi, del progetto unitario della conquista dell’egemonia mondiale. Nel suo disegno storiografico, quindi, i fatti storici sono inquadrati in una prospettiva unitaria: l’elemento alla base è la graduale consapevolezza del
economiche nell’imperialismo romano riguardano inizialmente i singoli individui più che un piano della dirigenza romana, che subentrerà solo in seguito. Diversa era la situazione in Oriente e in Grecia: fino ad oltre la metà del II secolo il governo romano ha evitato di porre un dominio diretto in Grecia per ragioni politiche e culturali che imponevano l’uso di altri strumenti per imporre l’egemonia. si ritiene quindi che la diplomazia romana avesse usato nel mondo greco strumenti caratteristici della tradizionale prassi politica greca, differenti da quelli usati con gli alleati italici. In realtà era proprio questo che garantiva a Roma una presenza costante in quei territori. In altre parole, l’aspirazione ad un’egemonia mondiale, concepita nel quadro della politica degli stati ellenisti, non doveva prevedere alcuna annessione territoriale in Oriente poiché Roma aveva interesse al mantenimento di un equilibrio politico generale, entro il quale le potenze ellenistiche fossero rispetto a lei in posizione subordinata. Roma, nei confronti degli stati greci tradizionali, adottava una concezione panellenica di libertà (vd. libertà greca del 196 a.C.) viene applicato in questi territori il metodo della clientela: metodo politico dettato dalla consapevolezza della superiorità politica raggiunta e rafforzato da motivazioni ideali e storiche. Ma in Grecia comincia ad emergere un’ostilità nei confronti di Roma (II secolo) la polemica antiromana toccava alcuni aspetti fondamentali della storia di Roma: la non grecità, la barbarie romana, l’oscurità delle origini e non veniva nemmeno riconosciuto il valore di Roma che l’aveva portata ad imporsi sul mondo greco contro tutto ciò si pongono Dionigi di Alicarnasso e Polibio, riconoscendo la legittimità dell’egemonia romana. Polibio, nella sua descrizione dell’egemonia romana, non si preoccupa di proporre una legittimazione morale o ideale, ma nota la corruzione della classe dirigente romana e di come le decisioni politiche in materia di egemonia stessero diventando puramente utilitaristiche cambiamento nelle concezioni morali che fino ad allora avevano regolato l’azione politica della classe dirigente (es. dibattito in Senato riguardo all’ambasceria di Quinto Marcio Filippo al re Perseo nell’autunno 172-171 a.C., quando la maggior parte dei senatori approvò le varie astuzie per far guadagnare tempo ai Romani in modo da riuscire a prepararsi alla guerra). Questa concezione utilitaristica e non più basata su giustificazioni morali, si spiega con un profondo cambiamento nella società romana e nella dirigenza politica dopo i primi decenni di espansione. Cause della nuova mentalità: espansione commerciale; interessi commerciali di tutti gli strati della popolazione romano-italica; collusioni tra classe senatoria e gruppi economici romani e alleati; facilità di arricchimento; corruzione della classe politica. Il criterio utilitaristico, presente anche inizialmente, veniva, dopo i primi decenni del II secolo, a dominare la valutazione e la decisione politica. In ambito greco, però, questa nuova mentalità destò parecchie preoccupazioni alla vigilia dello scontro fra Roma ed il re Perseo di Macedonia, preoccupazioni a cui tentò di porre soluzione il discorso di Catone nel 167 a.C., con il quale riuscì a dissuadere il Senato romano dal portare guerra a Rodi che aveva parteggiato per Perseo. Dall’orazione emerge una linea politica moderata, riconoscendo il desiderio di libertà dei territori greci. La politica espansionistica di Roma, dopo il 167 a.C., aveva subito una svolta nella direzione della violenza e della repressione che doveva essere legittimata ricerca di una legittimazione morale. Pur ammettendo la necessità storica (prima o poi tutte le grandi potenze sono costrette ad attuare una politica del terrore per mantenere i loro possedimenti) di una politica di repressione e quindi implicitamente riconoscendone la giustificazione, Polibio non può tacere i dubbi e le perplessità e finiva per rinviarne nel futuro la legittimazione ultima. Tuttavia, la necessità che alla base dell’esercizio di una politica imperiale vi fossero saldi principi di moralità generale, e non soltanto la ricerca dell’utile, spiega lo sforzo degli intellettuali greci nella seconda metà del II secolo volto a suggerire alla dirigenza romana motivi di giustificazione politico-morale per il loro impiego. Una difesa del dominio poteva legittimamente
fondarsi sulla concezione che era nell’interesse dei più deboli essere sottoposti al giusto e benevolo comando dei “migliori”. Intanto a Roma, i cambiamenti nella realtà sociale mettevano in crisi le ragioni di consenso che avevano sempre spinto le decisioni della classe dirigente = motivazioni e idealità tradizionali non erano più corrispondenti alle esigenze pratiche che avevano spinto la massa al consenso. Tiberio Sempronio Gracco, tribuno della plebe nel 133 a.C., riconosceva l’espansione, ma poneva la sua preoccupazione al declino del potenziale umano e militare = necessità di ricostituire un ceto di piccoli proprietari agricoli, fondamento della milizia cittadina, attraverso una migliore utilizzazione dell’agro pubblico. riconosce che il declino sociale ed economico della base dello stato romano metteva in crisi la consapevolezza del cittadino medio che si arruolava consapevole dei vantaggi economici che avrebbe poi ricavato, in quanto gli ideali prospettati non coincidevano più con la realtà e non servivano più a motivare la partecipazione dei cittadini alla politica espansionistica. La realtà imperiale romana era accettata, ma si trattava di allargare sempre di più la partecipazione ai vantaggi economici che derivavano dallo sfruttamento dell’impero. La prospettiva sul futuro lasciata da Polibio riguardava la modalità con cui sarebbero state amministrate le province: proprio questa problematica fu al centro della storiografia di Posidonio che, in ottica antiromana, si concentra sulla decadenza del ceto dirigente a causa della cupidigia e dell’avidità, oltre che dell’arroganza di potere. Di qui provengono il malgoverno dei sudditi e le lotte civili. Nella sua storiografia era centrale la nuova dimensione imperiale assunta dall’economia romana e se ne erano colte le conseguenze politiche e sociali già alla metà del II secolo. Da qui emersero altre opere di dissenso, soprattutto in ambito greco, che, nonostante la riconosciuta legittimità del dominio romano, non rimaneva nascosto, in particolare in occasione della guerra contro Mitridate che portò alla rinascita di quella storiografia greca che nei secoli precedenti si era opposta a Roma. Queste concezioni opposte vengono mitigate e mescolate nella riflessione di Dionisio di Alicarnasso, il quale sosteneva l’originaria grecità dei Romani grazie anche alla rinascita classicistica che riprendeva gli ideali civici della grecità classica del IV secolo la sua opera può essere considerata come la conclusione delle polemiche storiografiche greche sull’imperialismo romano e come la base per la coesistenza dei mondi romano e greco entro l’impero ecumenico. La conquista definitiva:
tendenze: l’una, guidata da Catone, che sosteneva la necessità della guerra in nome della pericolosità della città, l’altra, moderata, faceva invece riferimento al peso della opinione pubblica greca. La guerra partita nel 149, in seguito all’avanzata con le armi dei Cartaginesi contro il re di Numidia, non portò esiti positivi per i primi anni, fino all’elezione a console del 147 di Publio Cornelio Scipione Emiliano che sferrò nel 146 l’attacco finale: la città fu rasa al suolo e il territorio già appartenuto a Cartagine venne organizzato con la costituzione della provincia d’Africa.
Nel II sec. a.C., nel rapporto tra Roma e gli alleati, c’è molta diffidenza, in quanto, durante la Seconda guerra punica, molti socii avevano abbandonato Roma. Ciò che cambiò il rapporto di Roma con gli alleati fu il fatto che la città egemone, già dalla seconda metà del III secolo a.C., era diventata una potenza mondiale e, di conseguenza, questa nuova realtà comprendeva anche gli alleati italici nelle trasformazioni strutturali all’interno di Roma dal punto di vista politico ed economico. Due momenti fondamentali:
della piccola proprietà, la quale entrò in crisi. Si cerca una soluzione: lex de modo agrorum ( a.C. circa) = cercava di favorire una diversa utilizzazione del terreno pubblico, ma soprattutto metteva in luce il contrasto tra ceto contadino libero ma impoverito e impiego di schiavi, almeno dal punto di vista politico-militare come diminuzione della capacità di fornire militi, difficoltà aggravata dall’emigrazione nelle aree latine e alleate. Questi problemi emersero durante l’età dei Gracchi, quando si riconobbe che il cittadino milite era staccato dalle antiche idealità civiche e politiche perché erano venute meno le basi concrete, sociali ed economiche che erano servite a sostanziare quelle idealità proposta: ricostituire il ceto dei contadini piccoli proprietari con l’assegnazione di porzioni di agro pubblico, requisito dallo stato laddove l’occupazione privata si era estesa maggiormente. In sostanza la dirigenza romana, all’apice di una politica espansionistica, constatava segni di degrado nell’apparato militare dello stato, del quale identificava le cause in motivazioni sociali e ideali, connesse a loro volta ad un declinare del ceto dei contadini piccoli proprietari, opposto ad una crescita degli schiavi.
In seguito al cambio di ruolo di Roma, dovuto alle conquiste ottenute a discapito di Cartagine, della Macedonia e della Siria, cambiarono anche i rapporti che Roma aveva instaurato con gli alleati: questi rapporti si basavano su una formale sovranità degli alleati per quanto riguarda i loro rapporti interni, ma non erano indipendenti dal punto di vista internazionale poiché il tratto con Roma prevedeva degli impegni reciproci, ovvero l’obbligo, per gli alleati, di fornire contingenti militari allo stato romano. Questa alleanza attraversò un primo momento di crisi durante la guerra annibalica, quando molti degli alleati si schierarono a favore di Cartagine provvedimenti punitivi:
Negli anni dell’ascesa di Pompeo, i populares tentavano di consolidare la continuità di una tradizione “democratica”, invece la nobilitas è in forte crisi. Lex Manilia 66 a.C. = pieni poteri a Pompeo per condurre la guerra contro Mitridate VI del Ponto, portata avanti da Lucullo sulla scena politica: emergere di singole personalità = Pompeo, Cicerone e Cesare, tornato dalla questura in Spagna (68 a.C.) + Catilina nel 66 si candida al primo consolato, perdendo; Crasso diveniva censore e Catone, nuovo esponente degli ottimati, cominciava a gestire la politica senatoria. Cicerone è sostenitore di Pompeo e cerca di giustificare i suoi pieni poteri (ottenuti con la lex Manilia e lex Gabinia = pieni poteri per la guerra contro Mitridate e pieni poteri per sconfiggere i pirati nel Mediterraneo), dicendo che la causa di questi poteri straordinari è la salvezza dell’impero. Soprattutto egli appoggiava Pompeo perché difendeva l’ordine equestre del quale Cicerone si faceva portavoce ≠ il resto della tradizione polemizzava contro Pompeo perché sembra risentire delle polemiche contemporanee sollevate dai comandi straordinari e dagli atti conseguenti di Pompeo, ma anche dalla nuova razionalità politica che emergeva nelle decisioni e nei problemi dell’amministrazione timore di una politica personale e di una sistemazione che permettesse a Pompeo di fruire di ulteriori clientele straniere. Tutta l’azione di Pompeo sconfessava quella di Lucullo e seguiva una logica di conquista, di cui le fonti individuano i fini personali e la “montatura” per giustificarla e legittimarla. Ad esempio, la provincia romana della Cilicia poteva garantire una base logistica per le comunicazioni terrestri e marittime, oltre ad un punto di partenza per occupazioni rivolte verso l’interno e in particolare verso la Siria. Le sue vittorie e conquiste avevano dato a Roma ampio spazio in Asia, dal Caucaso all’Eufrate e ai confini dell’Egitto ma sorge il timore che sulla base di questa occupazione egli potesse giustificare e così assicurarsi un’analoga occupazione dell’Italia e tutto il potere sui Romani. La tradizione antica, in particolare liviana, lega strettamente il ritorno di Pompeo e la scoperta della congiura di Catilina. Catilina = nobile della famiglia dei Sergi, caduta in rovina. Inizia la carriera con la questura e l’edilità; dopo pretura e propetura in Africa (67-66 a.C.), rompe il suo legame con il gruppo degli ottimati, si candida al consolato nel 65, ma vede rifiutata la sua candidatura: la figura che viene alla ribalta è quella di Crasso, che una volta venuto a sapere della congiura si eclissa da Roma. Catilina fu costretto a rimandare la candidatura al consolato di un anno, al 64 a.C. per il 63, stesso anno in cui si candidò Cicerone. Il programma di Catilina non è subito riconducibile alla fazione dei populares ammessa una causa popularis, è difficile interpretare la linea politica e il programma di Catilina. È a partire dal 64-63 a.C. che si delineano le sue istanze e la sua azione che non coincisero però con quelle dei populares. Rimasto nuovamente escluso dal consolato del 63 a.C. e staccatosi dalla linea politica di Crasso e Cesare, dovette ulteriormente ripromettersi una riuscita per l’anno successivo, ma intanto iniziò nell’ombra una personale attività: ponendosi a capo dei miseri, era escluso dalla aspirazioni degli ottimati e della plebe urbana = trovò l’appoggio di quel proletariato rurale rappresentato dai coloni sillani rovinati e dai contadini diseredati dalle espropriazioni stesse, oltre agli oppressi dai debiti e a nobili ambiziosi e indebitati. Catilina venne attaccato da Catone e il suo ulteriore fallimento per il consolato del 62 a.C. fece precipitare la situazione il Senato proclamò lo stato di emergenza e diede pieni poteri ai consoli, Catilina fu proclamato hostis (in seguito alla sua fuga e alla resistenza organizzata da Manlio a Fiesole), i complici furono catturati e condannati a morte senza appello al popolo, oltre alla repressione dei ribelli con la guerra. Si apriva un nuovo periodo, proprio quando si profilava il ritorno di Pompeo. Emergere di nuove figure politiche (es. Catone) anche presso gli ottimati contro la concordia ordinum tra senatori e cavalieri, sulla quale Cicerone aveva riposto le maggiori speranze per la sua affermazione politica e la riforma della prassi repubblicana e dell’assetto tradizionale.
Quando si svolse il dibattito in Senato per i provvedimenti contro i catilinari, nel quale emersero le opinioni discordi dei capi ottimati, Catone e Cesare, quest’ultimo aveva una posizione già consolidata. Inoltre i tribuni della plebe del 63 a.C. avevano portato avanti una serie di proposte legislative che mostravano la vitalità dei populares , ai quali Cesare era vicino = es. rogatio agraria di Publio Servilio Rullo (prevedeva che venissero assegnati lotti di agro pubblico, presi dal suolo italico e dalle province) che non passò per il veto di un tribuno e fu criticata da Cicerone nella Legge agraria. La proposta della rogatio mostra il legame con la revisione di Labieno dei meccanismi elettorali tributi, per evitare corruzioni e pressioni oligarchiche nei comizi relativi. già in precedenza, Labieno aveva sferrato un attacco alla procedura eccezionale senatoria che, ergendosi a corte di giustizia, condannava senza appello al popolo (durante il processo a Rabirio, il quale fu difeso dafli ottimati, tra cui Cicerone, che si appellarono ai comizi, i quali non votarono e quindi egli fu lasciato salvo) Cicerone partecipa attivamente a tutti i processi, portando in tribunale le sue tesi, ma anche le sue simpatie politiche contingenti, rischiando di compromettere la sua posizione mediatrice e di rimanere isolato, anche perché difendeva Murena (avversario del candidato al consolato eletto nell’interesse degli ottimati), accusato di broglio, difendendo l’indipendenza e il diritto al dissenso anche nei confronti degli ottimati. La crisi catilinaria aveva coalizzato Senato e popolo, invece i cavalieri si erano schierati con Cicerone, ma ponendosi contro Cesare = la concordia ordinum tra senatori e cavalieri cominciò ad incrinarsi già nella fattura creatasi con il processo a Murena, con l’apparire di dissidi dottrinali e divergenze di interessi e di indirizzo tra Cicerone e Catone e si rimise in discussione la posizione e la responsabilità di Cicerone, all’indomani del pericolo catilinario. Le accuse dei tribuni mettono in forse la correttezza delle indagini e la legalità delle condanne, ma anche il comportamento politico di Cicerone, il quale cerca nuove alleanze politiche nella fazione dei omnes boni i populares si riorganizzano e gli optimates vacillano; dilaga la sfiducia di Cicerone per gli ordini tradizionali. Si preparavano nuovi equilibri e nuovi strumenti di potenza e di potere. Pompeo sbarcò a Brindisi a gennaio del 61 a.C., congedando l’esercito e constatando di aver perso molto consenso, oltre al fallimento del suo tentativo di guadagnarsi l’appoggio degli optimates. Cesare, forte del consenso che aveva ottenuto nel frattempo, cerca di riconciliare Pompeo e Crasso per far convergere su di sé la potenza che veniva da entrambi una parte delle fonti vede in questo provvedimento di Cesare un primo passo verso il sovvertimento dello stato; nel 60 a.C. la situazione dei due ordini era peggiorata. È probabile che già nel luglio del 60 a.C. l’alleanza privata (primo triumvirato) fosse stipulata e diretta soprattutto contro gli ottimati, accelerata dal fatto che Cesare voleva candidarsi al consolato per il 59 a.C., cosa che non gli veniva concessa da Catone se lui non fosse stato presente a Roma, ma fosse rimasto in Spagna. Il primo triumvirato suppliva alle carenze decisionali di un esecutivo fino ad allora subalterno e suppliva alla volontà legislativa e alla prassi amministrativa che all’ auctoritas del Senato facevano capo. Le azioni dei triumviri non sfuggirono a Cicerone, da sempre attento osservatore della res publica (anche tutta la tradizione si rifà solo alle figure dei tre triumviri) la sua sfiducia per gli ottimati e il suo sentirsi da loro abbandonato, con la consapevolezza che questo sarebbe aumentato con il successo dei triumviri, acuiva la sua sensibilità politica per i fatti di gestione del potere e di loro razionalizzazione e realizzazione progettuale, egli non poteva fare a meno di riferirsi ai tre, anche perché Catone veniva a rappresentare la giovane generazione ottimate non in grado di fornire un’opposizione ferrea. Il triumvirato permise:
sul trono contro le proteste degli Alessandrini; il Senato aveva lasciato irrisolta la questione, impendendo che il sovrano fosse riportato sul trono con le armi e l’azione sarà poi completata dal console del 58, Gabinio, divenuto proconsole della provincia di Siria. Durante questi processi riappare Crasso e alla fine del 56 a.C., inoltre, era tornato Catone dalla sistemazione dell’annessa Cipro e, in seguito agli attacchi ricevuti da Cicerone e Clodio, si riaprì lo scontro tra ottimati, populares e triumviri. Gli ottimati pensarono di potersi rifare contro Cesare attaccando la sua legge agraria, egli però pensò a riconsolidare l’unione, in modo tale da terminare la conquista gallica; quindi nel 56 a.C. i tre triumviri si trovarono a Lucca:
dal ceto equestre allineato con i senatori. Di qui si spiega il dissenso del Senato nei suoi confronti che portò alla coalizione e alla sua uccisione; l’ordinamento da lui creato ebbe però lunga fama perché ciascuno dei contemporanei dovette prendere le sue decisioni in maniera sempre più individuale, spoliticizzando i vari gruppi e fazioni.