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Riassunto completo ed esaustivo libro "Elementi di Linguistica Italiana" di Ilaria Bonomi.
Tipologia: Sintesi del corso
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L’italiano si presenta in forme diverse a seconda delle varie modalità con cui possiamo farne uso, come la natura di un messaggio e le sue finalità. Dunque, la nostra lingua non è solo quella ereditata da una secolare tradizione letteraria, insegnata nelle scuole, denominata anche italiano standard o comune. Quest’ultimo è la varietà di maggior prestigio e il nostro punto di riferimento. Le varietà dell’italiano contemporaneo dipendono da cinque fondamentali parametri :
comunicative di maggior impegno, e quelle più informali, più spontanee. Possiamo così individuare più registri di una lingua: a) linguaggio aulico → colto, sostenuto; b) linguaggio familiare → colloquiale, confidenziale; Rientrano nel contesto della diafasia anche i sottocodici , correlati non al contesto comunicativo, ma all’argomento del messaggio: riconosciamo quindi i sottocodici tecnico-scientifici (es. fisica, medicina), e quelli meno specializzati (es. sport, moda). Importante è ricordare che anche uno stesso sottocodice può fare uso di registri diversi. Tuttavia, i sottocodici possono anche appartenere in parte alla dimensione diastratica, in quanto ad esempio le discipline scientifiche sono appannaggio di strati della popolazione, livellati verso le classi più alte. La differenza sostanziale tra diafasia e diastratia consiste nel fatto che ognuno di noi può utilizzare una sola varietà diastratica, quella del ceto sociale di appartenenza, a meno che non ci siamo forzature, mentre possiamo usare tante varietà diafasiche, dato che sono legate all’uso. 4.) La diacronia è il parametro di variazione legato alla dimensione cronologica. Tutte le lingue si evolvono nel tempo, di generazione in generazione. I più anziani conservano abitudini linguistiche ormai in declino, come la prostesi di “i” ad “s” preconsonantica (es. per iscritto); i giovani, al contrario, sono portatori di innovazioni, come l’utilizzo di “x” come abbreviazione di “per”. Sempre i giovani sono creatori di neologismi (es. “cannare” per “sbagliare”). 5.) La diatopia è la variazione determinata dalla dimensione spaziale, a seconda della provenienza geografica. Dunque, bisogna considerare che in Italia esistono tanti dialetti, che si possono raggruppare in tre grandi aree: a) dialetti settentrionali ; b) dialetti centrali ; c) dialetti meridionali. Vengono a configurarsi così molte varietà regionali di italiano, e anche dialetti italianizzanti, ovvero parlate locali. Vi sono varie differenze tra lingua e dialetto, ma devono essere ricercate in fattori di carattere storico, sociale e culturale, piuttosto che strettamente linguistico. Il dialetto: a) viene utilizzato in un’area più circoscritta ; b) la sua codificazione descrittiva è meno raffinata ; c) la sua terminologia esclude il vocabolario della lingua nazionale; d) godono solitamente di un prestigio minore rispetto quello della lingua. Il dialetto è sempre stato considerato simbolo di arretratezza, un ostacolo all’emancipazione sociale e all’avanzamento economico. In realtà, dobbiamo ricordare che l’italiano si fonda sul fiorentino antico e scritto del Trecento, arricchito dalle variazioni successive. In breve, l’italiano è uno dei tanti dialetti che affollavano la Penisola nel XIII secolo. Una lingua, spesso, non è altro che un dialetto “che ha fatto carriera”. L’Italia dialettale si ripartisce in tre grandi aree, delimitate da due fasci di isoglosse, noti come le linee La Spezia-Rimini, lungo lo spartiacque dell’Appennino settentrionale, e Ancona-Roma, che segue il corso del Tevere. Nei dialetti settentrionali occorrono: a) la riduzione delle consonanti rafforzate (es. mama); b) la sonorizzazione delle occlusive sorde intervocaliche (es. fadiga per fatica); c) la caduta delle vocali finali diverse da “a” (es. sal per sale). In quelli meridionali troviamo: a) la sonorizzazione delle vocali sorde dopo nasale; b) la posposizione del possessivo; c) l’uso di “tenere” al posto di “avere”. In quelli centrali , che risultano più conservativi rispetto alle basi latine, primeggiano quelli toscani.
b) sono percepibili in tutti i registri della diafasia, anche se occorrono più spesso nelle situazioni comunicative più informali; c) sono riconoscibili ai livelli inferiori della scala diastratica, ma si manifestano anche presso gli strati più socialmente ed economicamente favoriti. Attualmente, la regionalità è più sfocata, le sfumature regionali si neutralizzano, fatta eccezione per alcune opere letterarie come i gialli di Andrea Camilleri. Tuttavia, i dialetti sono ormai patrimonio culturale dell’italiano comune, ed è per questo che determinati dialettismi vengono ancora mantenuti, come il termine veneto “giocattolo” che contrasta il toscano “balocco”. Per completare il quadro linguistico italiano, facciamo riferimento alle minoranze linguistiche , o alloglotte , come sardo e friulano. Gli alloglotti consistono nel 5% della popolazione, rendendo l’Italia uno degli Stati europei più ricchi di minoranze linguistiche. Si individuano: a) le parlate provenzali delle valli del Piemonte sud-occidentale confinante con la Francia; b) i dialetti franco-provenzali , concentrati soprattutto in Valle d’Aosta. Particolare è la situazione di questa zona: vige lo Statuto speciale della regione, secondo cui convive, oltre l’italiano, anche il francese; c) le parlate ladine nelle province di Trento, Bolzano e Belluno. Qui il ladino è tutelato ed inserito nei programmi scolastici alla pari con il tedesco e l’italiano. Il ladino è anche chiamato retoromanzo; d) le parlate bavaro-tirolesi della minoranza tedescofona dell’Alto Adige, concentrate nella provincia di Bolzano. L’Alto Adige è caratterizzato dal plurilinguismo, ovvero dalla convivenza di italiano e tedesco; e) i dialetti sloveni nella fascia di confine nord-orientale, come nella provincia di Trieste; f) il croato , parlato da poco più di 2000 persone in Molise; g) le parlate albanesi sparse in tutta l’Italia meridionale, in particolare in Calabria; h) i dialetti di origine greca sparsi in Puglia salentina, in Calabria. Essi rappresentano il residuo della più tarda occupazione bizantina dell’Italia meridionale; i) il catalano , parlato ad Alghero in provincia di Sassari. La sua origine risale al 1354, quando Pietro IV d’Aragona, conquistata la città, la ripopolò con la deportazione di coloni provenienti da diverse città della Catalogna; j) le parlate galloromanze della parte occidentale della provincia di Foggia; k) le parlate delle comunità zingare , ovvero i dialetti dei rom nell’Italia centro-meridionale, e dei sinti in quella settentrionale. Queste minoranze linguistiche si possono guardare secondo molteplici prospettive: a) dal punto di vista linguistico → si distinguono le parlate neolatine (provenzale, catalano, ladino) da quelle di altri ceppi (germanico, slavo, greco e albanese); b) dal punto di vista sociolinguistico → alcune varietà dialettali hanno, nei rispettivi Stati, dignità di lingue nazionali (il tedesco, lo sloveno, il croato); c) dal punto di vista storico → si distinguono le minoranze autoctone, costituite da popolazioni indigene (es. valdostani), da quelle che si sono insediate in seguito a movimenti migratori; d) dal punto di vista politico → la legge 15 dicembre 1999, n. 482, prevede la tutela delle comunità e delle lingue di minoranza, ad esempio anche nelle scuole. A questi alloglotti, si deve ormai aggiungere la presenza dei flussi d’immigrazione provenienti da paesi del Terzo Mondo (Asia, Africa, America Latina). Gli immigrati rappresentano una nuova entità sociale, la cui integrazione nel nostro paese non è priva di conflittualità, a partire dalle difficoltà dell’intercomprensione linguistica. Questa difficoltà è nota soprattutto a livello verbale: i primi tempi acquisiti sono l’infinito e la terza persona singolare, ai quali succedono la conquista del participio, dell’imperfetto, del futuro e del condizionale. L’impresa è molto più ardua per coloro che parlano una lingua con un alfabeto differente dal nostro, come il cinese.
3.) L’italiano parlato Importante per una lingua è senza dubbio l’ oralità ; nel parlato, locutore e ascoltatore sono compresenti, si scambiano i ruoli con un’alternanza non programmata, irregolare, e con la possibilità di intervenire secondo i meccanismi della cosiddetta retroazione, ovvero l’autocorrezione e la correzione degli errori altrui. I tratti principali del parlato sono: a) linearità e immediatezza nella produzione e ricezione del messaggio; b) evanescenza del messaggio e uso dei tratti prosodici e di quelli paralinguistici; c) compresenza di parlante e interlocutore; d) interazione tra parlante e ascoltatore. L’italiano parlato non ha una grammatica diversa e separata da quella della lingua standard, ma di un fascio di particolarità. Nell’oralità, spesso lo scopo di una frase è mettere a fuoco un elemento della frase attraverso la sua collocazione; la tematizzazione più ricorrente è la dislocazione a sinistra (es. “il giornale lo compra Mario”), in cui l’elemento principale è sempre ripreso da un elemento anaforico, che rinvia cioè a un elemento antecedente. In assenza di ripresa anaforica, invece, il costrutto prende il nome di topicalizzazione contrastiva. Un’altra caratteristica è il tema sospeso o nominativo assoluto, nel quale l’elemento dislocato a sinistra è del tutto esterno alla frase, è infatti separato da una pausa (es. la mamma, le ho regalato uno scialle). Simile è l’ anacoluto , usato per indicare una frattura, una deviazione sintattica nella strutturazione della frase, tale da lasciare incompiuto il costrutto di apertura (es. il più svelto a finire, gli regalo un premio”). In seguito alla dislocazione a sinistra, troviamo quella a destra , molto meno frequente (es. lo compra Mario, il giornale). L’elemento a destra è anticipato da un pronome cataforico, ovvero che rinvia a ciò che segue. Infine, la frase scissa, che spezza l’informazione in due blocchi distinti (es. è Mario che compra il giornale). Tipico del parlato è il c’è presentativo (es. c’è Luigi che…) che spezza la comunicazione in due frasi distinte, e si può rinviare al francese “il y a”. Inoltre, si usano andamenti coordinativi, ovvero frasi affiancate dalla congiunzione semplice “e”, e viene messa in secondo piano la subordinazione, che non è in ogni caso eliminata. Altrettando importante è il che polivalente (es. vai a letto che è tardi). Inoltre, abbiamo varie tipologie di imperfetto : a) fantastico , che evoca un accadimento immaginario del passato, una possibilità che non si è attuata; b) ipotetico , che sostituisce il congiuntivo imperfetto (es. se lo sapevo, non venivo); c) potenziale , che esprime una sorta di supposizione (es. non capisco, doveva arrivare alle 9); d) ludico , ovvero quello dei giochi infantili (es. giochiamo. Tu eri il capo degli indiani e io un altro); e) di modestia o cortesia (es. volevo un chilo di pane); f) epistemico , che richiama presupposti o credenze precedenti (es. partivano stasera, ma si è rotta la macchina); Se quindi l’impiego dell’imperfetto viene esteso, quello del futuro è vittima di una forte contrazione: a) sostituzione del futuro con il presente (es. parto domattina alle 8); b) presente pro futuro, che indica eventi di un futuro prossimo e non lontano (es. nel 2050 tutti fanno la spesa…); c) perifrasi con valore di futuro, come “andare/stare/venire” + a + infinito, oppure “stare per” + infinito, o ancora “stare” + gerundio; d) futuro epistemico, che va ad esprimere congetture rispetto al presente (es. Marco avrà sui 35 anni); Si può notare in seguito un uso maggiore dell’ indicativo a scapito del congiuntivo (es. mi pare che il raffreddore è diminuito), anche nelle frasi ipotetiche (es. se volevo, riuscivo a superarti). Inoltre, vi è anche l’uso di pronomi come “lui, lei, loro” a scapito di “egli, ella, essi”, che nell’oralità contemporanea sono ormai usciti dall’uso. Discorso analogo si può fare con l’uso di “gli” con valore di dativo per “a loro” o “a lei”. Inoltre, notiamo forme utilizzate ma grammaticalmente scorrette, come “a me mi piace”. La condivisione tra parlante e interlocutore dello stesso spazio situazionale consente di omettere i riferimenti
registra nelle occasioni di minore formalità. Nello scritto, ad esempio, sono continue le incertezze grafiche, come la punteggiatura incoerente, l’insicurezza nell’uso delle maiuscole, l’uso errato della “h” e della “q”, segmentazioni erronee (es. lo rigano). Fa parte di questi errori anche l’ipercorrettismo, ovvero la sostituzione di forme falsamente ritenute scorrette per analogia con altre che di fatto lo sono. A livello morfologico, possiamo notare le seguenti caratteristiche : a) nell’articolo, le estensioni di “un” e “il/i” davanti a “s” o “z” preconsonantica (es. dai zii non me l’aspettavo); b) nel pronome, l’uso di “ci” con valore di dativo maschile e femminile, singolare e plurale (es. ci ho dato un ceffone); c) il possessivo “suo” riferito alla terza persona plurale; d) paradigmi estranei alla norma (es. facete, dicete). Quanto alla sintassi, sono continue le incertezze nell’uso delle preposizioni, e l’abuso del che polivalente. Oppure, il periodo ipotetico espresso con doppio condizionale (es. se sarei ricco mi comprerei questo), e quello con doppio congiuntivo imperfetto (es. se fossi ricco mi comprassi questo). Tipiche sono le voci generiche (es. roba) e i malapropismi, ovvero storpiature erronee di voci che sono ricondotte ad altre più note (es. pendice per appendice). La nozione di italiano popolare fu introdotta, a partire dal 1970, da Tullio De Mauro e Manlio Cortelazzo. Il primo lo definiva “il mondo d’esprimersi di un incolto”, mentre il secondo “il tipo di italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto”. L’italiano popolare ha origine dopo l’Unità d’Italia (1861) e si sviluppa nel corso del Novecento. In realtà, le sue radici affondano nei secoli passati, anche se resta noto che il suo uso ha avuto un forte incremento dopo l’unità d’Italia. 5.) Il gergo Ancor più lontano dall’italiano, vi è il gergo , ovvero la lingua propria di alcuni gruppi di persone ai margini della società , con la finalità di promuovere il senso di appartenenza al gruppo stesso, e con l’intento di escludere dalla comprensione gli estranei. Dal punto di vista diastratico, il gergo è parlato da categorie di bassa estrazione sociale e collocate alla periferia del consorzio civile: un mondo parassitario dedito ad attività illecite o di piazza legate all’intrattenimento popolare. Il gergo, per escludere dalla comprensione chi non fa parte di un gruppo, ha una natura criptologica , e i tratti principali sono: a) il lessico , che si forma su basi dialettali, come l’uso del suffisso -oso (es. “le fangose” – le scarpe); b) il troncamento di parole comuni, con varie forme di storpiatura (es. “pula” – polizia); c) l’uso di parole che cominciano con “n” o “s” per esprimere negazione (es. “nisba”); d) il ricorso alla metafora (es. “bruna” – la notte). Accanto ai gerghi storici , vi sono quelli transitori , ovvero che hanno origine dalla convivenza temporanea in ambiente di segregazione, come il carcere. Il gergo penetra nella lingua dei giovani, si pensi ai termini suffissata in -oso (es. “palloso”). Infine, negli usi correnti, al termine gergo si attribuiscono anche due significati estensivi: a) terminologia specifica di una certa classe o professione; b) modo di parlare oscuro e allusivo. 6.) L’italiano burocratico Una particolare varietà dell’italiano è il linguaggio della burocrazia , quello che si confeziona negli uffici pubblici: un’espressione volta per istituzione a informare i cittadini in quanto utenti di servizi e a indirizzarne normativamente il comportamento. Caratteristica del linguaggio burocratico è quello di essere intimidatorio , tale da incutere nel destinatario un certo rispetto che lo induca a ubbidire alle regole. Questa tipologia di
linguaggio è formale e presenta uno sforzo di nobilitazione espressiva. Ad esempio, da un punto di vista lessicale abbondano i sinonimi pretenziosi (es. “obliterare”), le locuzioni sovrabbondanti (es. “dare comunicazione”), sostantivi deverbali di grado zero, ovvero nomi assunti da basi verbali senza alcun suffisso (es. “inoltro”). Vi sono poi forme antiquate , come “codesto” e “addì”, o le congiunzioni estranee agli usi comuni (es. “qualora”, “onde”). Altri tratti fondamentali sono: a) la sequenza cognome nome nell’ordine delle parole, dettata dalla necessità di classificazione alfabetica; b) l’esteso procedimento di nominalizzazione, che danno spesso luogo ad accumuli nominali (es. “ai fini dei rilascio dell’autorizzazione per l’espatrio”); c) il ricordo al futuro deontico , che esprimere un dovere, un obbligo; d) la presenza di participi presenti con valore sostantivale e verbale (es. “il dichiarante”); e) l’uso di subordinazioni di alta complessità che anticipano le motivazioni dei provvedimenti (es. “considerato che”), per relegare in posizione finale le decisioni prese di fatto; f) riferimenti anaforici e cataforici. Il linguaggio burocratico si può affiancare a quello della giurisprudenza : mentre il discorso giuridico è destinato a specialisti, la lingua degli uffici si rivolge ad un pubblico più eterogeneo. Tuttavia, anche i cittadini più istruiti incontrano severe difficoltà nell’interpretazione dei testi degli uffici, che si collocano nell’alto della scala diastratica e di quella diafasica e verso il polo della scrittura. Questa è una varietà di italiano che assolve funzioni ben precise della lingua, e che si pone come polo di richiamo alla conservazione e alla stabilità della lingua, per esempio nella sua riluttanza ai forestierismi. 7.) Le lingue speciali Con lingue speciali intendiamo i linguaggi settoriali , che includono a loro volta lingue tecniche, professionali, microlingue, tecnolingue, tecnoletti. La prima importante distinzione ci è data dalla nozione di sottocodice , le varietà della lingua correlate all’argomento, alla disciplina di cui si tratta. All’interno di ogni sottocodice possono esserci poi ulteriori specializzazioni, e si parlerà in questo caso di sottosottocodici. Altra è la natura di quelle espressioni veicolate dai mezzi di comunicazione, come il linguaggio dei giornali, quello cinematografico e televisivo. Importante è ricordare che la divulgazione dei sottocodici avviene spesso attraverso moderni mezzi di comunicazione che riescono a coinvolgere un grandissimo pubblico. Da un punto di vista lessicale, vi è la tendenza alla monosemia , ovvero il concetto secondo cui un vocabolo ha sempre e solo un unico significato. La tendenza alla monosemia, che accomuna i sottocodici della medicina ad esempio, non investe i linguaggi dei mass media. I sottocodici includono inoltre le scienze più formalizzate nei metodi, come matematica, fisica, che fanno largo uso di simboli, sia le discipline meno formalizzate, come medicina e giurisprudenza. Rientrano, infine, i linguaggi relativi ad attività umane non classificate come scientifici, come sport e moda. Le lingue speciali si differenziano secondo il parametro della diafasia: un biologo cambierà termini e registro a seconda della circostanza, se parla ad altri studiosi del suo ramo, o in una trasmissione televisiva. Inoltre, si differenziano secondo la diastratia, secondo categorie professionali: ad esempio, la lingua della fisica nucleare sarà appannaggio quasi esclusivo degli esperti del settore; ciò può verificarsi anche per quanto riguarda temi non inerenti le scienze, come il calcio. Dal punto di vista lessicale, le lingue speciali sono caratterizzate dalla monosemia: a) la corrispondenza tra parola e significato è di norma biunivoca , nel senso che non solo i significanti delle lingue speciali hanno un solo significato, ma anche i significati sono rappresentati da un solo significante. Ciò accade in obbedienza alla necessità della precisione denotativa, di una puntualizzazione semantica, per la quale i referenti devono essere precisi, non ambigui; b) l’esclusione di valori connotativi legati alle singole voci, in favore di una neutralità emotiva. Ad esempio, l’AIDS è una malattia virale che intacca il sistema immunitario, quando invece negli usi comuni viene associata ad immagini di paura, di morte; c) la riluttanza alla sinonimia, che costituisce un potenziale attentato alla precisione e all’univocità. I sinonimi sono molto frequenti quanto più ci si avvicina alla comunicazione divulgativa, e si possono
9.) Linee di tendenza Una lingua standard, seppur stabile, è comunque in continuo cambiamento , ed infatti possiamo ipotizzare la nascita di un nuovo standard, anche definito neostandard. Quest’ultimo ha dei tratti fondamentali : a) per i pronomi, l’uso di “lei, lui, loro” in funzione di soggetto, di “gli” come dativo plurale, di “cosa” e “che” come interrogativi più frequenti; b) per altri fatti della microsintassi, l’uso del “come mai” interrogativo e le giustapposizioni di sostantivi (es. “cane poliziotto”), nelle quali il secondo sostantivo ha funzione aggettivale; c) per la sintassi della frase, l’uso di imperfetti modali (ipotetico, ludico, ecc.), il presente pro futuro ed epistemico, i cosiddetti dativi etici (es. “stare mi vedo la partita”). Al contrario, alcune forme sono in forte declino : a) le varianti sintetiche per le preposizioni articolate “per” e “con” (es. “pel”); b) le forme eufoniche “ad”, “ed”, limitate ai casi di contiguità con la stessa vocale; c) la particella “vi” sostituita da “ci” con valore locativo. Infine, si possono elencare degli equilibri tra le due lingue: a) le forme piene (es. “ti ho visto”) a scapito di quelle con elisione (es. “t’ho visto”); b) l’uso del passato prossimo sempre più frequente a scapito del passato remoto; c) l’uso corrente dell’indicativo al posto del congiuntivo. Studiosi come Francesco Sabatini definiscono questo nuovo standard come ormai ammissibile nel parlato e negli scritti di media formalità e non interferito da varietà geografiche. Invece, altri studiosi come Maurizio Dardano non attribuiscono un’identità autonoma al neostandard, negandone la centralità nelle dinamiche dell’italiano contemporaneo. Parte integrante di questo discorso è senza dubbio la lingua dei messaggi di posta elettronica, dei siti web, degli SMS e delle chat-line, quattro tipologie comunicative non ancora popolari negli anni in cui si avviarono i dibattiti tra italiano dell’uso medio ed italiano neostandard.
1.) Fonologia e grafia Un fono è la minima entità fonico-acustica della lingua. Un fonema è la minima entità linguistica con valore distintivo, ovvero non dotata di significato in sé, ma capace di distinguere due parole dal punto semantico, del significato. La differenza di un fonema tra due parole costituisce coppie minime , ovvero coppie formate da due parole che si oppongono per la minima entità linguistica (es. pane – cane). La fonologia è lo studio che tratta dei fonemi, mentre la fonetica tratta di suoni o foni. Invece, un allofono è costituito da due foni diversi, ma non da due fonemi differenti: basti pensare alla pronuncia della lettera “r”, normalmente articolata facendo vibrare la lingua contro il palato anteriore, ma da alcune persone con difetto di pronuncia, pronunciata in gola. I segni grafici che riproducono i foni e i fonemi sono le lettere o grafemi, il cui insieme costituisce il sistema alfabetico. Il concetto di fonema è stato elaborato dalla l inguistica strutturalista nella prima metà del XX secolo, ed è elemento fondamentale nella teoria della doppia articolazione di André Martinet. Consideriamo, ad esempio, la parola “ andavamo ”: a) prima articolazione → elementi che determinano il significato della parola, come “and” che indica il verbo, “av” che esprime il tempo imperfetto, e “amo” che indica la prima persona plurale. Questi elementi sono detti morfemi; b) seconda articolazione → elementi linguistici minimi non dotati di significato in sé ma capaci di opporre foneticamente due parole identiche negli altri elementi che le compongono (fonemi). Ogni morfema, dunque, è composto da fonemi (es. a+n+d nel morfema “and”).
Secondo la teoria del padre dello strutturalismo, Ferdinand de Saussure, ogni segno linguistico è composto dal significante , l’immagine acustica, e dal significato , il contenuto concettuale, chiamato referente. L’unione del significante e del significato nella maggioranza delle parole è convenzionale, non motivata. Il sistema fonologico di una lingua è l’insieme dei fonemi che la compongono. Il sistema fonologico dell’italiano standard si basa sul fiorentino, ed è composto da 30 fonemi: 7 vocali, 21 consonanti e 2 semiconsonanti. Generalmente, facciamo riferimento all’ Associazione fonetica internazionale (AFI). Una vocale è un fono pronunciato senza che l’aria, uscendo dal canale orale, incontri ostacoli e con la vibrazione delle corde vocali. Le vocali dell’italiano sono sette in posizione tonica, cioè accentata: a) a b) ε (e aperta di “sette”) c) e (e chiusa di “cena”) d) i e) ɔ (o aperta di “voglia) f) o (o chiusa di “come”) g) u Il triangolo vocalico : a) [ a ] → vocale centrale di massima apertura (es. casa); b) [ ε ] → vocale anteriore o palatale aperta (es. sette); c) [ e ] → vocale anteriore o palatale chiusa (es. cena); d) [ i ] → vocale anteriore o palatale di massima chiusura (es. lite); e) [ ɔ ] → vocale posteriore o velare aperta (es. voglia); f) [ o ] → vocale posteriore o velare chiusa (es. come); g) [ u ] → vocale posteriore o velare di massima chiusura (es. lupo). In posizione atona, cioè non accentata, le vocali sono 5: [a], [e], [i], [o], [u]. Una consonante è un fono prodotto dal passaggio non libero dell’aria attraverso il canale orale: l’aria incontra un ostacolo o nella chiusura totale temporanea del canale orale, o nel suo forte restringimento. Per descrivere e classificare le consonanti è necessario considerare tre elementi: a) il modo di articolazione ; b) il luogo di articolazione ; c) l’ opposizione sordità/sonorità. Partendo dal modo di articolazione , distinguiamo:
a) il rafforzamento o raddoppiamento fonosintattico consiste nella pronuncia rafforzata della consonante iniziale di parola, quando questa sia preceduta da determinate parole terminanti in vocale (es. è vvero). Questo fenomeno è molto comune in Italia meridionale, non settentrionale. Nella scrittura, esso è riflesso quando le due parole sono scritte unite (es. accanto); b) l’ elisione è la caduta di vocale finale davanti a parola iniziante per vocale, ed è rappresentata graficamente con l’apostrofo (es. sull’uscio); c) il troncamento , o apocope, è la caduta della parte finale di una parola, più spesso di una vocale. Può essere vocalico, e quindi riguardare solo le vocali atone precedute da l, r, n, m (es. vuol correre). La sillaba è costituita da un fonema vocalico o da un insieme di fonemi, tra i quali deve necessariamente esservene uno vocalico, pronunciati con un’unica emissione di voce. Distinguiamo la sillaba aperta , che finisce con una vocale (es. ca-sa), dalla sillaba chiusa , che finisce per consonante (es. cas-sa). Le principali norme per la divisione sillabica sono: a) una vocale iniziale seguita da una sola consonante fa sillaba a sé (es. e-de-ra); b) una consonante semplice fa sillaba con la vocale che segue (es. ca-sa); c) le consonanti doppie si dividono tra due sillabe (es. sot-to); d) gruppi di consonanti diverse sono divisi tra due sillabe (es. cal-ma); e) i dittonghi e i trittonghi sono indivisibili (es. a-iuo-la); f) digrammi e trigrammi non si dividono (es. ca-gna). L’ accento in italiano è di tipo intensivo o dinamico , ovvero conferisce alla sillaba accentata una maggiore intensità o forza articolatoria. L’accento in italiano è libero o mobile , e questo determina la presenza di coppie minime. Le sillabe accentate sono dette toniche , mentre quelle non accentate atone. La maggior parte delle parole italiane sono accentate sulla penultima sillaba, e si definiscono piane o parossitone. Se invece l’accento cade sull’ultima sillaba, la parola è tronca o ossitona. Infine, se cade sulla terzultima, la parola è sdrucciola o proparossitona; molto rare sono le parole bisdrucciole e trisdrucciole. Le parole prive di accento sono dette clitiche : enclitiche se si appoggiano alla parola precedente (es. dirvi), proclitiche se si appoggiano alla parola che segue (es. mi vede). Per evitare ambiguità tra omografi, tra parole identiche che si differenziano solo per l’accento, è opportuno esplicitarlo in forma scritta (es. prìncipi – princìpi). Quanto all’uso dei diversi accenti grafici, l’accento acuto viene messo sulle vocali chiuse, quello grave sulle vocali aperte; quello circonflesso è ormai caduto in disuso. Infine, ricordiamo che alcune parole possono avere una doppia accentazione , ad esempio nelle parole di origine greco-latina che possono avere l’accento del greco, proparossitono, oppure quello del latino, parossitono. L’ intonazione riguarda le modalità di pronuncia di insiemi di parole, detti gruppi tonali, ovvero segmenti di discorso orale tra due pause, caratterizzato da un particolare andamento melodico. Un gruppo tonale è contraddistinto dal tono, cioè la frequenza delle vibrazioni delle corde vocali, la distribuzione e l’intensità degli accenti. L’andamento intonativo di un enunciato viene chiamato tonìa. Individuiamo tre diverse tonìe: a) la tonia conclusiva , ad andamento discendente; b) la tonia interrogativa , ad andamento ascendente; c) la tonia sospensiva. L’intonazione viene rappresentata graficamente solo in parte, ad esempio attraverso il punto interrogativo o i puntini di sospensione.
Con il termine morfologia si indica il settore relativo alla forma delle parole. Tra le diverse parti variabili del discorso, il verbo è quella che presenta una maggiore variazione morfologica. Nel verbo, l’italiano conserva la differenziazione latina di forme per le singole persone. All’interno della morfologia, vi è il campo della morfosintassi , che si occupa delle relazioni tra la forma e la funzione. Ad esempio, la forma
“lui” è utilizzata sia come funzione di complemento diretto o indiretto, ma anche come soggetto. Nell’ambito della morfologia dobbiamo poi distinguere la morfologia flessionale e quella derivativa. La prima si occupa di studiare la flessione delle parole, la loro modificazione formale in relazione alle diverse funzioni grammaticali (es. leone – leonessa). La morfologia derivativa , invece, studia i meccanismi che stanno alla base della derivazione di parole da termini-base (es. cas-etta); se la parola deriva dall’aggiunta di un elemento alla fine della stessa, si tratta si suffisso. Se invece l’elemento aggiuntivo è all’inizio della parola, si tratta di prefisso. Dunque possiamo distinguere i morfemi flessionali , come quelli appena citati, e i morfemi derivativi (es. -etta). La lingua italiana è definita parzialmente flessionale o flessiva, in quanto affida alla flessione l’espressione di alcune funzioni, come la persona e il tempo del verbo; in altri casi, per le funzioni logiche dei nomi, l’italiano non si affida ad elementi facenti parte della stessa parola, ma ad elementi esterni (es. Kindes – del bambino). I greci, a partire da Platone e Aristotele, individuarono otto parti del discorso: nome, verbo, participio, articolo, pronome, avverbio, preposizione, congiunzione. La grammaticografia italiana poi si è basata sullo schema dei latini , con alcuni cambiamenti: reintroduzione dell’articolo, separazione dell’aggettivo dal sostantivo, ed eliminazione del participio come classe autonoma. Alla base della distinzione delle diverse parti del discorso possiamo individuare tre criteri non omogenei :
La frase può essere definita l’unità di massima estensione della grammatica, composta di unità inferiori e dotata di senso compiuto. La frase semplice è costituita da una singola proposizione, mentre la frase complessa , o periodo, da due o più proposizioni. La proposizione è definibile come l’unità base della sintassi all’interno di un periodo. Invece, l’ enunciato è il segmento di testo distinto dal resto del testo da pause- silenzio e da segni di interpunzione forte. Secondo l’analisi logica tradizionale, la frase semplice è costituita da: a) il soggetto , che può essere espresso o sottinteso. Esso può essere costituito da un nome, da un pronome, da un verbo o da una proposizione. Inoltre, possiamo distinguere il soggetto grammaticale , che indica chi compie l’azione e concorda con il verbo, dal soggetto logico , che
indica chi compie l’azione ma non può coincidere col soggetto grammaticale (es. la torta è stata mangiata da Leo); b) il predicato , che indica lo stato o l’azione attribuiti ad esso. Distinguiamo il predicato verbale , costituito da verbi predicativi che hanno significato compiuto, e nominale , costituito dai verbi “essere”, “sembrare”, etc., e sono detti anche copulativi, in quanto legano il soggetto ad un nome; c) il complemento oggetto o diretto, che è ciò su cui ricade l’azione compiuta dal soggetto; d) i complementi indiretti , che sono introdotti da preposizione e completano il significato del predicato verbale (es. complemento di termine, specificazione, di luogo, etc.); e) l’ attributo , ovvero un aggettivo che qualifica o determina un sostantivo; f) l’ apposizione , ovvero un sostantivo che si aggiunge a un altro con la funzione di specificarlo meglio. Secondo la linguistica strutturalista , il nucleo della frase è costituito dal verbo e dagli elementi necessari al completamento della frase stessa, detti argomenti, con i quali il verbo di combina secondo il principio della valenza. Mentre un verbo impersonale è zerovalente , un verbo che si combina con un solo elemento nella frase è monovalente (es. Luca esce), mentre uno che si combina con due è bivalente, e così via. Oltre al nucleo della frase, possono esservi gli elementi extranucleari, ovvero aggiuntivi. Secondo la linguistica pragmatica , nelle frasi vi possono essere elementi sul piano informativo. Nella frase “ha telefonato qualcuno? Ha telefonato Luigi”, gli elementi che costituiscono la novità, in questo caso “Luigi”, rappresentano il nuovo, o il rema , mentre gli elementi ripetuti sono detti dato, tema , o topic. Infine, la linguistica novecentesca introduce il tema del sintagma , un gruppo di parole che costituiscono un’unità della frase. Possiamo notare la pronuncia delle parole in ogni sintagma con un’unica emissione di voce e la loro tendenza ad essere tenute unite in un eventuale spostamento all’interno della frase. In un sintagma distinguiamo la parola principale, detta testa , che può essere nominale (es. la tua casa è bella), verbale (es. sono arrivati in tempo), preposizionale (es. un cappotto per l’inverno), o aggettivale (es. è molto intelligente). Inoltre, vi sono varie tipologie di frase :
funzione enunciativa (es. Manzoni e Calvino). Nella scrittura giornalistica, sono presenti sia la finalità denotativa, comunicativa, sia quella connotativa, espressiva. Fondamentale per la punteggiatura è l’utilizzo della virgola , che può essere obbligatorio o facoltativo: a) all’interno di una proposizione ; i. obbligatoria → separare elementi di una lista priva di congiunzione; ii. facoltativa → separare dagli altri elementi un complemento esteso. b) all’interno di un periodo ; i. obbligatoria → tra due o più proposizioni coordinate per asindeto; ii. facoltativa → tra una subordinata che precede la principale e la principale stessa; iii. opportuna → tra due proposizioni coordinate introdotte da congiunzioni (es. ma, o). La virgola non deve essere invece utilizzata nei seguenti casi: a) tra soggetto e predicato; b) tra predicato e complemento oggetto; c) prima di proposizioni oggettive; d) subito dopo il “che” introduttore di proposizione. Il punto e virgola , invece, rappresenta uno stacco maggiore della virgola. Si usa prevalentemente per separare termini di un elenco se lunghi o complessi, o per separare proposizioni. Vi sono poi i due punti , che hanno varie funzioni, come introdurre il discorso diretto, o introdurre elementi informativi ed esplicativi in aggiunta o precisazione; essi sono da evitare per introdurre elenchi direttamente legati al verbo. Infine, il punto fermo rappresenta l’interruzione all’interno del periodo. Il punto esclamativo e quello interrogativo sono marche dell’intonazione. I puntini di sospensione devono essere sempre tre ed indicano appunto una sospensione, un cambio di progettazione del discorso, o l’omissione di una parte del testo che si cita. L’ordine basico delle parole nella proposizione in italiano è SVO (soggetto-verbo-oggetto diretto), e SVOOI (soggetto-verbo-oggetto diretto-oggetto indiretto). Per ragioni comunicative, tuttavia, si tende ad utilizzare l’ ordine marcato delle parole, per espressività ed esigenze comunicative. Innanzitutto, nell’ordine marcato dei costituenti, il soggetto è spesso posposto al verbo (es. è buona la pizza); poi, si ha l’ anticipazione del complemento oggetto , ripreso dopo anche attraverso una ripresa nominale anaforica (es. il giornale io lo leggo la sera). Se manca la ripresa, il costrutto diventa una semplice inversione o anteposizione, ovvero una topicalizzazione contrastiva. In terzo luogo, il tema libero è un costrutto formato da un costituente con apparente funzione di soggetto, collocato ad inizio frase, seguito da una costruzione non congruente (es. gli asparagi adesso non è stagione), spiegabile con la mancanza di pianificazione. Questo rientra nella categoria denominata anacoluto , delle costruzioni che presentano interruzioni. In seguito alla dislocazione a sinistra del complemento oggetto, vi è anche la sua dislocazione a destra , detta cataforica (es. l’ho già salutata, tua madre). Infine, abbiamo la frase scissa , costituita da verbo essere, elemento focalizzato (rema), e una seconda proposizione pseudorelativa, volta ad identificare più facilmente l’elemento nuovo (es. è Giovanni che…). Invece, la frase pseudoscissa è composta dal tema, e poi dal rema (es. quello che non capisco è perché…). Una tipologia di frase scissa è il “ c’è presentativo ”, o “ c’è + che ”, che ha la funzione di marcare il soggetto (es. c’è mio fratello che…). Per quanto riguarda il lessico , è importante definire alcuni termini: a) lessico → insieme delle parole di una lingua; b) vocabolario → insieme delle parole di una lingua o parte di esso; c) dizionario → opera che raccoglie il lessico; d) lessicologia → disciplina che studia il lessico; e) lessicografia → tecnica di composizione dei dizionari; f) semantica → settore del lessico relativo al significato e ai suoi meccanismi; g) parola → vocabolo, voce; h) termine → parola appartenente ad un linguaggio settoriale, con un significato univoco;
i) lessema → unità base del lessico; j) lemma → unità lessicale registrata dal dizionario; k) lemmario → insieme dei lemmi di un dizionario. Il lessico è un sistema aperto , ovvero capace di accogliere sempre nuovi elementi. Esso è organizzato in classi di parole secondo la grammatica, non può essere quindi studiato indipendentemente dalla sua struttura grammaticale. Sul piano diacronico, può esserci una variazione del rapporto tra i due settori nel tempo, chiamata grammaticalizzazione , e consiste nel passaggio di elementi lessicali al sistema grammaticale. La lessicalizzazione è il fenomeno inverso. Il lessico italiano è composto da voci provenienti dal latino, da neologismi e prestiti da altre lingue straniere. Parole provenienti dal latino volgare hanno subito trasformazioni fonetiche e morfologiche (es. speculum > specchio); altre parole, invece, non hanno subito variazioni (es. sapienza). Il settore che si occupa di studiare l’evoluzione delle parole dal latino all’italiano è detto grammatica storica dell’italiano. I neologismi o neoformazioni sono parole nuove, e si distinguono in neologismi combinatori , che si formano per derivazione e aggiunta di suffissi o prefissi, o per composizione , dunque componendo una parola attraverso l’unione di due. I prefissi possono essere intensivi (es. stra, iper), negativi (es. in, scon), da preposizioni o avverbi (es. dis). I suffissi possono essere invece denominali (es. ista), deaggettivali (es. izzare), o deverbali (es. mento). I prefissoidi e i suffissoidi sono quelli che entrano nella formazione di termini tecnico-scientifici, spesso con più di un significato. Tra i prefissoidi, vi è ad esempio “auto”, che significa sia “da sé” sia l’automobile. Tra i suffissoidi, troviamo “crazia”. Nella derivazione, si parla poi di parasintetici quando intervengono contemporaneamente due affissi (es. de-contesual-izzare). Differente dalla derivazione è la composizione , l’unione di due parole per formarne una nuova; abbiamo composti con base verbale (es. asciugamani), e con base nominale (es. terraferma). Vi sono poi anche le unità lessicali superiori, con l’accostamento di due o più parole a formare una unità semantica (es. ferro da stiro). Ai neologismi si oppongono gli arcaismi , usati raramente nella lingua comune, e più frequenti nella prosa e nella poesia. Si possono dividere in arcaismi grafici (es. gennajo), fonetici (es. dimanda), morfologici (es. io aveva), sintattici (es. vedevala). Gli arcaismi semantici sono voci che vengono usate in accezioni diverse da quelle che possiedono nella lingua comune (es. lumi – occhi). Infine, i prestiti si possono dividere in prestiti di necessità , parole importate insieme a oggetti di un popolo straniero prima sconosciuti (es. computer), e prestiti di lusso , voci motivate dal prestigio del modello straniero (es. leader). Si distinguono poi prestiti integrati , adattati al sistema fono-morfologico della lingua (es. bistecca – beef-steak), e prestiti non integrati (es. champagne). Con calco semantico si indica una parola della lingua accogliente che acquisisce il significato di una parola straniera (es. realizzare – to realize). Inizialmente l’italiano ha acquisito termini dal francese, detti gallicismi , dal tedesco, detti germanismi , dalla Spagna, detti ispanismi. In epoca moderna, sono stati adottati francesismi per vari campi, come la moda, e anglicismi , per esigenze tecnico-scientifiche. Un particolare tipo di prestito interno è rappresentano dai dialettalismi o regionalismi, parole originatesi nelle varietà linguistiche d’Italia e penetrate nella lingua standard. I geosinonimi , invece, sono voci con significati diversi a seconda delle zone (es. anguria al Nord – cocomero al Centro). Infine, citiamo le onomatopee , che si formano imitando suoni e rumori (es. toc-toc), e le antonomasie, ovvero la formazione di un nome comune da un nome proprio (es. biro – inventore Birò). Dunque, il vocabolario fondamentale della lingua italiana si aggira intorno alle 7000 parole, tra cui vi sono un nucleo di base, un livello intermedio di parole di alto uso, e un livello superiore di vocaboli di alta disponibilità. La sinonimia è il rapporto che lega due parole con significante diverso e significato uguale; la sinonimia assoluta è molto rara, poiché tra due parole vi sono differenti sfumature di significato (es. dolore – pena). La polisemia , invece, consiste nella pluralità di significati per un singolo significante. Si parla di polisemia sincronica per una parola con un’unica etimologia e più di un significato; si parla invece di omonimia quando una parola ha due etimologie differenti. Si distinguono poi gli omografi , parole scritte uguali ma con una pronuncia diversa (es. pésca – pèsca), e gli omofoni , che hanno anche identica pronuncia (es. lama). L’ antonimia è il rapporto di opposizione tra significati (es. amore / odio), e può essere bipolare (es. maschio - femmina), o graduale (es. caldo – freddo). L’ iperonimia definisce il rapporto tra un termine dal significato più ampio e uno con il significato più ristretto (es. albero – abete); al contrario, l’ iponimia è il rapporto tra un termine più ristretto e uno più ampio (es. abete – albero). L’ antonomasia consiste nell’usare