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Riassunto "Il voto del cambiamento", Sintesi del corso di Scienza Politica

Riassunto "Il voto del cambiamento"

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 16/01/2022

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Capitolo 1 del “Voto del cambiamento”
Il Rosatellum prevede pluricandidature:
1. orizzontali: candidato può candidarsi in 1-2-3-4-5 collegi plurinominali proporzionali;
2. verticali: candidato uninominale viene candidato contemporaneamente in uno o più collegi
plurinominali.
La legge Rosato prevede disposizioni volte a tutelare la rappresentanza di genere:
1. nelle liste o coalizioni di liste nei collegi uninominali il genere meno rappresentato deve
avere almeno il 40% dei candidati;
2. nella parte proporzionale il genere meno rappresentato deve avere almeno il 40% dei
capilista
Come rispondono i partiti per aggirare strategicamente gli effetti equilibratori di queste
disposizioni:
1. candidano soprattutto donne nei collegi meno sicuri (questa tendenza non è seguita da
+Europa e FdI);
2. fanno ampio uso delle pluricandidature orizzontali e soprattutto verticali estreme (con
candidatura in un collegio uninominale e in 5 plurinominali insieme) con capilista donne,
perché se il capolista donna viene candidata in 5 collegi plurinoniminali e scatta in ognuno
di essi, può essere eletta soltanto in uno, quindi negli altri quattro favorisce l’elezione di
candidati uomini.
M5S non usa pluricandidature orizzontali per una questione etica e ha il 100% di pluricandidature
verticali in cui il candidato uninominale è presente anche in una sola liste proporzionale.
Centro-sinistra e centro-destra hanno le più alte percentuali di pluricandidature verticali che sono
anche pluricandidature orizzontali.
Oltre il 40% dei candidati nei collegi unonominali presenta almeno un salvagente proporzionale. I
poli sono tre e il collegio uninominale è reintrodotto dopo molto tempo: l’elezione è a rischio se il
candidato non è inserito contemporaneamente anche in una lista proporzionale. Di questo 40% la
metà è composta da donne.
In generale la pluricandidatura verticale è più utilizzata di quella orizzontale. Il Movimento 5 Stelle
non la utilizza proprio.
Capitolo 2
La teoria dell’issue yield prevede che i partiti siano in grado di massimizzare strategicamente i loro
risultati elettorali ponendo la maggiore attenzione, in campagna elettorale, sui temi che possono
arrecargli i maggiori vantaggi.
Un tema arreca i maggiori vantaggi quanto più l’elettorato del partito condivide quel tema,
l’elettorato in generale condivide quel tema stesso e il partito è considerato credibile in
riferimento alle policy legate a quel determinato tema. Il tema, al contrario, sarà tanto più
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Capitolo 1 del “Voto del cambiamento” Il Rosatellum prevede pluricandidature:

  1. orizzontali: candidato può candidarsi in 1-2-3-4-5 collegi plurinominali proporzionali;
  2. verticali: candidato uninominale viene candidato contemporaneamente in uno o più collegi plurinominali. La legge Rosato prevede disposizioni volte a tutelare la rappresentanza di genere:
  3. nelle liste o coalizioni di liste nei collegi uninominali il genere meno rappresentato deve avere almeno il 40% dei candidati;
  4. nella parte proporzionale il genere meno rappresentato deve avere almeno il 40% dei capilista Come rispondono i partiti per aggirare strategicamente gli effetti equilibratori di queste disposizioni:
  5. candidano soprattutto donne nei collegi meno sicuri (questa tendenza non è seguita da +Europa e FdI);
  6. fanno ampio uso delle pluricandidature orizzontali e soprattutto verticali estreme (con candidatura in un collegio uninominale e in 5 plurinominali insieme) con capilista donne, perché se il capolista donna viene candidata in 5 collegi plurinoniminali e scatta in ognuno di essi, può essere eletta soltanto in uno, quindi negli altri quattro favorisce l’elezione di candidati uomini. M5S non usa pluricandidature orizzontali per una questione etica e ha il 100% di pluricandidature verticali in cui il candidato uninominale è presente anche in una sola liste proporzionale. Centro-sinistra e centro-destra hanno le più alte percentuali di pluricandidature verticali che sono anche pluricandidature orizzontali. Oltre il 40% dei candidati nei collegi unonominali presenta almeno un salvagente proporzionale. I poli sono tre e il collegio uninominale è reintrodotto dopo molto tempo: l’elezione è a rischio se il candidato non è inserito contemporaneamente anche in una lista proporzionale. Di questo 40% la metà è composta da donne. In generale la pluricandidatura verticale è più utilizzata di quella orizzontale. Il Movimento 5 Stelle non la utilizza proprio. Capitolo 2 La teoria dell’issue yield prevede che i partiti siano in grado di massimizzare strategicamente i loro risultati elettorali ponendo la maggiore attenzione, in campagna elettorale, sui temi che possono arrecargli i maggiori vantaggi. Un tema arreca i maggiori vantaggi quanto più l’elettorato del partito condivide quel tema, l’elettorato in generale condivide quel tema stesso e il partito è considerato credibile in riferimento alle policy legate a quel determinato tema. Il tema, al contrario, sarà tanto più

svantaggioso quanto più l’elettorato del partito non condivide quel tema, l’elettorato in generale non condivide quel tema e il partito non è considerato credibile per quanto riguarda le policy su quel determinato tema. Questa teoria è particolarmente redditizia perché è sviluppata per funzionare sia con i temi imperativi sia con i temi posizionali. I temi imperativi sono quelli che prevedono una larga condivisione dell’elettorato: per esempio la lotta alla corruzione. I temi posizionali sono quelli che dividono l’elettorato in base a preferenze su obiettivi rivali: per esempio il tema dell’immigrazione, oppure quello del welfare (più tasse e più welfare VS meno tasse e meno welfare). Dal 1948 al 2013 il confronto politico è stato giocato principalmente su una linea di conflitto: dal 1948 al 1994 è stata fondamentale, come elemento caratterizzante del conflitto, l’identificazione partita. Dal 1994 al 2013 quest’ultima è stata sostituita dalla dimensione sinistra-destra. Nel 2013 sono comparsi partiti che rifiutano esplicitamente la classica dimensione sinistra-destra (essi sono il Movimento 5 Stelle e Scelta civica) e il tasso di volatilità elettorale (misurabile attraverso la somma degli scarti nelle percentuali elettorali dei partiti in due tornate successive) ha toccato un livello altissimo, addirittura più alto rispetto a quello del 1994. Il contesto politico appare dunque destrutturato, e il conflitto non può essere più ricondotto ad una sola dimensione politica. In questo contesto sono favoriti quei partiti che meglio degli altri sanno porre l’attenzione su una combinazione di temi che in termini di massimizzazione elettorale arrecano loro i maggiori vantaggi. In un contesto politico destrutturato i partiti possono sfruttare la strutturazione delle preferenze dell’elettorato su temi specifici, proprio in virtù del fatto che gli elettori, rispetto al passato, sono meno ancorati a considerazioni di tipo ideologico. La volatilità elettorale è piuttosto alta, quindi molti elettori possono essere conquistati attraverso una combinazione strategica di temi di sinistra e di destra , proprio perché negli ultimi anni si è verificato l’indebolimento netto della dimensione politica sinistra-destra. Il Pd di Renzi riuscì ad ottenere un ottimo risultato alle elezioni europee del 2014 basando chiaramente la propria campagna elettorale su una strategia incentrata sul problem solving relativamente a tematiche imperative. La crescita della Lega di Salvini, invece, è stata dovuta principalmente allo sfruttamento strategico del tema posizionale dell’immigrazione, su cui l’elettorato, dopo la crisi finanziaria e quella dei rifugiati soprattutto, tende a compattarsi a prescindere dalle divisioni ideologiche. Secondo la teoria della issue yield , qualsiasi obiettivo definito su una specifica questione politica offre a ciascun partito una determinata combinazione di rischi e opportunità elettorali che è definita da due proprietà: sostegno dell’obiettivo da parte dell’elettorato del partito e dell’elettorato nel suo complesso e credibilità di quel partito su quell’obiettivo presso l’elettorato nel suo complesso. E’ possibile calcolare un indice sintetico di issue yield che esprime, per ciascun partito su ciascun obiettivo politico, quanto è favorevole la combinazione di rischi (di perdere elettori esistenti) e opportunità (di conquistare nuovi voti). Questo indice è espressamente progettato per essere applicabile a temi sia imperativi sia posizionali. Nel contesto italiano emergono chiaramente la netta prevalenza per i temi imperativi (come la lotta alla corruzione, alla disoccupazione e l’efficienza del sistema sanitario) e una particolare

di sostituirsi ai partiti mainstream , i quali sui temi imperativi appaiono i meno credibili, e per i quali gli elettori italiani mostrano i più alti livelli di sfiducia, dato che si sono alternati al governo nell’ultimo decennio e non hanno saputo rispondere in modo soddisfacente alla “grande depressione”. Lega e Pd sono i partiti che giocano di più sulla mobilitazione dei conflitti. Questo non sorprende per la Lega, classico partito anti-establishment, ma sorprende per il Pd. La strategia di mobilitazione conflittuale però sorride maggiormente alla Lega, poiché il tema dell’immigrazione, sul quale la Lega pone le maggiori attenzioni, è molto più redditizio dei temi riguardanti l’Europa e i diritti su cui fa leva il Pd, poiché la valenza data dagli elettori agli obiettivi culturali progressisti è piuttosto bassa. La Lega è molto più forte sui temi che sono al centro dell’agenda degli elettori. I partiti minori, +Europa, Leu e Fratelli d’Italia, traggono le maggiori opportunità dai temi culturali posizionali. I primi due partiti, coerentemente, si collocano su questi temi con una posizione progressista, mentre Fratelli d’Italia, altrettanto coerentemente, con una posizione conservatrice. Capitolo 4 Il turno elettorale del 4 marzo 2018 ha sancito l’avvio di una nuova stagione politica nel nostro paese, in cui il voto di protesta è diventato maggioritario. Durante gli anni Novanta quote consistenti di astensionismo provenivano dalle fasce periferiche di elettorato che erano state penalizzate dalla scomparsa dei partiti di massa. Si trattava soprattutto di raggruppamenti della società caratterizzati da un basso grado di istruzione e dal fatto di abitare nelle zone più periferiche del paese. Nel primo decennio del Duemila, invece, a quelle fasce isolate si è aggiunto un elettorato astensionistico attivo e politicamente consapevole, scontento e critico verso la propria area partitica di riferimento, e che quindi sceglieva l’astensione come frutto di una scelta fortemente politica. Nel 2013 la novità politica rappresentata dal Movimento 5 Stelle non era stata sufficiente a frenare il crollo della partecipazione elettorale, tanto che in merito all’astensionismo si era verificato addirittura un ritorno al passato. Nel 2013 non era più l’elettorato politicamente consapevole del primo decennio del Duemila a tornare a rimpolpare le file degli astenuti, ma la disaffezione più ampia proveniva di nuovo da quegli elettori smobilitati con bassi livelli di istruzione, con età più elevata e provenienti dalle zone periferiche del paese. Questo calo di partecipazione riflette probabilmente il declino massiccio dei consensi per Forza Italia nel 2013. Nel 2013 il più consistente calo di partecipazione si verifica al Sud. Nel 2018 il tasso di astensionismo cresce ancora, ma con un rallentamento significativo rispetto alle tendenze pluridecennali. Nel 2018 il maggior crollo di partecipazione si verifica soprattutto al Nord e nel centro del paese. Tra le ex regioni rosse, l’Emilia-Romagna è stata quella in cui la quota dei votanti è maggiormente diminuita. Nel 2018 la spinta astensionista al Sud si è ridotta grazie al grande successo del Movimento5Stelle. Al centro-nord una piccola parte di astensione è stata intercettata in minima parte dal M5S e in grandissima parte dalla Lega, che ha rimobilitato astenuti soprattutto della zona-rossa.

Nel 2018 si verifica un consistente ritorno al voto degli over 55 e una sensibile perdita di terreno dei giovani. L’astensionismo giovanile cresce, soprattutto perché se nel 2013 i giovani avevano premiato moltissimo il M5S, nel 2018 continuano a premiarlo ma con minore intensità. Nel 2018, comunque, la smobilitazione elettorale è frenata molto dal voto di protesta. La maggioranza degli astenuti di questa tornata elettorale è rappresentata da apatici, da individui caratterizzati da una forte perifericità rispetto al mondo del lavoro. L’astensionismo non è più l’unico modo con cui palesare la propria disaffezione, ma una scelta residuale rispetto al voto di protesta, soprattutto da parte di quegli individui che non riescono a salire sul “treno del cambiamento”. M5S e Lega sono riusciti a catturare l’elettorato che esprime forti sentimenti di scontento e anche una parte di elettorato che esprime disagio economico, laddove tale disagio si fonde con l’antipolitica. I dati del 2018 mostrano che la condizione di difficoltà economica può portare sia all’astensione che al voto di protesta. La condizione di difficoltà economica sfocia nel voto di protesta laddove si combina con il sentimento dell’antipolitica. Capitolo 5 I flussi di voti appaiono nella duplice veste di destinazioni e provenienze:

  1. destinazioni : fatti 100 i voti di un partito nelle elezioni precedenti del 2013, dove si sono diretti nel 2018;
  2. provenienze : fatti 100 i voti di un partito del 2018, da quali partiti del 2013 essi sono venuti. L’analisi delle destinazioni è di maggiore interesse per le perdite. L’analisi delle provenienze è di maggiore interesse per i partiti che guadagnano voti. Altro indicatore importante è quello dei tassi di fedeltà: nel corso della seconda Repubblica la percentuale di elettori che si manteneva fedele al proprio partito distingueva in modo netto i vincitori (con tassi di fedeltà intorno al 75%) e gli sconfitti di ogni consultazione. Nel 2018 M5s e Lega riportano tassi di fedeltà piuttosto elevati, mentre la fedeltà degli elettori nei confronti di Pd e Forza Italia si abbassa nettamente. Rispetto al 2013, il Pd subisce le più grandi perdite nei confronti del M5S e dell’astensionismo. Perdite meno consistenti hanno premiato Leu e +Europa. Questo soprattutto per la scelta di Renzi di far assumere al partito una posizione moderata sui temi economici, premiando con il Jobs Act i ceti più dinamici della società, e più di sinistra sui temi culturali. Questa scelta ha portato molti elettori del Pd a scegliere il Movimento5Stelle nel 2018, movimento spostatosi nettamente a sinistra sui temi economici. La strategia di Renzi ha portato alla ricezione di voti consistenti dagli ex elettori di Monti nel 2013, ma non in misura sufficiente a compensare le perdite. Il Pdl, analogamente al Pd, ha subito perdite consistenti a favore del Movimento5Stelle, ma le più grandi perdite hanno favorito la Lega. Poco consistenti sono le perdite del Pdl a favore dell’astensionismo, ma il partito, a differenza del Pd, non recupera da nessun altro partito.

forte anche in molte aree della Zona rossa e del Lazio. Il più alto livello di nazionalizzazione dei voti della Lega è dato dai discreti consensi che guadagna al Sud. Applicando il sistema dei collegi ai risultati emersi dal voto del 2013, cioè operando una ricostruzione post-hoc del voto proporzionale della Legge Calderoli nei collegi disegnati dal Rosatellum , si può evidenziare una forte competitività del voto negli stessi, poiché oltre il 60% dei collegi è caratterizzato da uno scarto marginale fra i primi due classificati. Nel 2018 i collegi marginali e iper-marginali si sono ridotti drasticamente, mentre oltre il 40 risultano essere collegi sicuri. Il tracollo del centro-sinistra ha provocato una marcata ristrutturazione della competizione su base territoriale che raramente si era vista in passato. Per comprendere meglio come si è strutturata la competizione partitica nelle tre zone geopolitiche ci avvaliamo del triangolo di Nagayama, che consente di visualizzare una serie di informazioni riguardanti il grado di bipolarismo (ossia di concentrazione percentuale dei voti sui primi due candidati) e di competitività (ossia di scarto percentuale di voti tra i primi due candidati). Si tratta di un diagramma in cui la posizione dei singoli punti, ognuno dei quali rappresenta un collegio, è determinata da due coordinate: la percentuale di voti conseguita dal candidato arrivato primo (sull’asse delle ascisse) e la percentuale di voti conseguita dal candidato arrivato secondo (sull’asse delle ordinate). Tutti i punti-collegi si collocano all’interno di un triangolo isoscele. I suoi due lati uguali hanno le seguenti proprietà:

  1. il lato di sinistra è caratterizzato dall’ uguaglianza dei voti dei due candidati più forti. Tutti i collegi che si collocano nella fascia a ridosso di esso sono collegi competitivi , e quanto più sono vicini al vertice in basso a sinistra, tanto più sono caratterizzati da una competizione multipolare ;
  2. il lato di destra caratterizza invece i collegi dove sono presenti soltanto due candidati. Tutti i collegi che si trovano nella fascia a ridosso di esso sono collegi bipolari. Inoltre, quanto più sono vicini al vertice in basso a destra, tanto più si tratta di collegi non competitivi, in cui la differenza percentuale di voto tra i due candidati più forti è rilevante. Il rombo al vertice superiore del triangolo racchiude i comuni che sono allo stesso tempo bipolari e competitivi. Applicando il triangolo di Nagayama alla competizione nei collegi del Nord, della Zona rossa e del Sud, emergono i seguenti fenomeni:
  3. la Zona rossa è caratterizzata da un elevato livello di competitività, in quanto i collegi, distribuendosi a ridosso del lato sinistro del triangolo, sono più competitivi. Questo è dovuto alla minore forza del centro-sinistra persino nella zona rossa;
  4. al Nord è molto più alto il numero di collegi non competitivi, e il centro-destra risulta primo nella maggior parte dei collegi con uno scarto netto rispetto al secondo classificato: detiene infatti un gran numero di collegi sicuri. Il Nord è quindi una zona non competitiva;
  5. al Sud il M5S è primo nella maggioranza dei collegi e anche il Meridione appare una zona non competitiva, alla stregua del Nord dominato dal centro-destra. A differenza del Nord, però, al Sud il grado di competitività è leggermente più alto, poiché i collegi sono meno spostati verso il vertice in basso a destra. I collegi del Sud con uno scarto percentuale di voti marginale sono più numerosi rispetto a quelli del Nord. Inoltre, rispetto al Nord, i

collegi non competitivi si collocano più in alto nel triangolo di Nagayama, ossia più vicini al rombo posto nel vertice superiore del triangolo che indica situazioni di bipolarismo competitivo. Questo elemento sta a indicare una più marcata tendenza al bipolarismo nel Sud, dovuta alla debolezza del centro-sinistra. Riassumendo ancora di più: Il triangolo di Nagayama è un triangolo isoscele molto utile per studiare la territorializzazione del voto, la competitività e il tasso di bipolarismo nei collegi. Si tratta di un diagramma in cui le coordinate dei punti-collegi sono determinate dalle percentuali di voto del candidato che arriva per primo (sull’asse delle ascisse) e dalle percentuali di voto del candidato che arriva secondo (sull’asse delle ordinate). Quando i collegi sono più spostati verso il lato sinistro, essi sono collegi caratterizzati da un più alto livello di competitività, e quanto più sono spostati verso il vertice in basso a sinistra, tanto più la competizione risulta essere multipolare. Se invece i collegi sono più spostati verso destra, essi sono collegi caratterizzati da un più elevato bipolarismo, e quanto più si avvicinano al vertice in basso a destra, tanto più i collegi risultano essere non competitivi. Inoltre, se i collegi si avvicinano di più al rombo posto sopra il vertice in alto del triangolo, allora si alza contemporaneamente il livello di competitività e di bipolarismo. L’applicazione del triangolo di Nagayama alla competizione nei collegi del Nord, della Zona rossa e del Sud ci consente di affermare che al Nord ci sono più collegi non competitivi a favore della Lega mentre al Sud ci sono più collegi non competitivi a favore del M5S. Questo ci consente di affermare che nelle elezioni del 2018 il voto si è de-nazionalizzato e si sono create due aree territoriali: il Nord, in cui domina la Lega e il Sud, in cui domina il M5S. Allo stesso tempo però, al Sud, i collegi sono più spostati verso il rombo sopra il vertice in alto del triangolo, quindi è più alto il livello di bipolarismo competitivo: questo aspetto è determinato dalla debolezza del Pd al Meridione. Inoltre, rispetto al diagramma che rappresenta il Nord, i collegi tendono meno verso il vertice in basso a destra: ciò vuol dire che il livello di non competitività a favore del M5S nel Sud è minore rispetto al livello di non competitività che premia la Lega nel Nord. Questo testimonia la discesa al Sud della Lega di Salvini. Infine, la distribuzione dei collegi della Zona rossa, essendo essi spostati maggiormente verso il lato sinistro del triangolo, mostra un alto livello di competitività. Questo è dovuto al forte arretramento del centro-sinistra e del Pd nella Zona rossa stessa, il più forte dal 1948. Capitolo 7 Il nuovo sistema elettorale introdotto dalla legge Rosato sarebbe stato decisivo, cioè avrebbe prodotto la maggioranza assoluta dei seggi per uno dei principali concorrenti, se esso avesse messo insieme almeno il 40% dei seggi proporzionali e il 70% dei seggi maggioritari. Nessuno dei contendenti, però, si è avvicinato a questa minima combinazione vincente. Il sistema non ha prodotto il livello di disproporzionalità che sarebbe stata necessario per produrre una maggioranza assoluta. Il grado di disproporzionalità delle elezioni del 2018, infatti, nonostante la reintroduzione dei collegi uninominali, è molto basso rispetto a quelli della Seconda Repubblica, e si avvicina significativamente a quelli della Prima. L’insufficiente grado di disproporzionalità può essere spiegato attraverso tre motivazioni: la prima è l’asimmetria tra la quota dei seggi proporzionali e la quota dei seggi maggioritari, la seconda è che la percentuale dei voti dispersi è stata piuttosto bassa e non ha favorito la sovra-rappresentazione dei partiti maggiori, la terza è

poiché la grande fluidità del comportamento di voto pare muoversi verso un riassestamento dei rapporti di forza fra i partiti già esistenti piuttosto che alla ricerca di nuovi partiti. Volatilità parlamentare : misura il cambiamento aggregato netto del numero di seggi tra due elezioni consecutive. Nel 2018 abbiamo il terzo più alto tasso di volatilità parlamentare dal dopoguerra, il secondo più alto è nel 2013, il più alto nel ’94. Il livello elevato del 2018 è frutto solo in minima parte della scomparsa di Scelta civica e dell’emersione di +Europa, essendo dovuto in massima parte agli scambi di seggi tra partiti già presenti in parlamento. Innovazione parlamentare : nel 2013 il tasso di innovazione parlamentare è molto elevato poiché un consistente numero di seggi è guadagnato da due nuovi partiti: M5S e Scelta civica. L’elezione del 2013, infatti, è l’elezione italiana caratterizzata dal più alto tasso di innovazione parlamentare. Nel 2018, invece, non sono entrati nuovi partiti rilevanti. Volatilità di governo : cambiamento aggregato netto di seggi ministeriali fra due governi consecutivi. Una semplice alternanza totale fra due governi monopartitici darebbe una volatilità governativa di 100. Eppure, un tale caso non sarebbe affatto un sintomo di instabilità, ma, al contrario, un elemento cardine delle democrazie maggioritarie e un sintomo di buon funzionamento del processo democratico. Per questo motivo la letteratura sull’argomento tratta il caso dell’alternanza totale alla stregua dell’assenza totale di alternanza. Il caso di alternanza parziale, dunque, modifica le interazioni tra partiti di governo e di opposizione rispetto al passato, accrescendo l’instabilità potenziale del sistema. Nella Prima Repubblica, per via dell’alternanza periferica fra i partiti alleati della Democrazia cristiana, la volatilità è leggermente più alta che nella Seconda, quando il sistema sperimenta la vera alternanza fra coalizioni contrapposte. Nella legislatura 2013-2018 il valore dell’indice è tornato a crescere (raggiungendo il secondo tasso più alto della storia repubblicana), poiché i governi a guida Pd, caratterizzati da un’alternanza parziale rispetto alla legislatura precedente, erano compartecipati in modo significativo dal Pdl e poi dal Nuovo centrodestra. Innovazione di governo : è possibile notare una netta discontinuità tra Prima e Seconda Repubblica. Fino al 1992 non si registra alcuna innovazione di governo, dal momento che i partiti che si alternano negli esecutivi a guida democristiana, socialista o repubblicana, sono gli stessi che occupano già i seggi ministeriali nei primi anni del dopoguerra. Un elevato tasso di innovazione governativa si verifica alle elezioni del ’94, con l’avvento di Berlusconi a Palazzo Chigi. Un’ancor maggiore innovazione si verifica nella legislatura 1996-2001, quando il paese sperimenta i primi governi di centro-sinistra guidati da Prodi, D’Alema e Amato. La percentuale di posizioni ministeriali occupate dai partiti che non erano mai stati al governo in precedenza raggiunge un livello record, oltre il 60%. La legislatura che segue il terremoto elettorale del 2013 si apre con una scarsa innovazione governativa, con appena il 4,9% di seggi ministeriali detenuti da nuovi partiti (si tratta di Scelta civica nel governo Letta). Nel 2013 il boom elettorale del M5S si è trasferito nelle aule parlamentari ma non ha raggiunto la soglia del potere esecutivo. Perché l’innovazione parlamentare si trasformi in innovazione governativa è necessario che passi del tempo. Nel caso del M5S è stato necessario aspettare il

2018 per vederlo assurgere a posizioni di governo. Si tratta della seconda innovazione governativa più alta dal dopoguerra dopo quella del periodo 1996-2001.