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Riassunto La Quarta Corona- Pietro Bembo e la codificazione dell'italiano scritto, Sintesi del corso di Letteratura Italiana

Riassunto dettagliato capitolo per capitolo con inserimento di note esplicative in riferimento a vita e opere di Bembo

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

In vendita dal 28/08/2021

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LA QUARTA CORONA
Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto
CAP.1 IL GIARDINO DEGLI ASOLANI
La prima fase degli Asolani è documentata in un manoscritto autografo (Q), conservato
nella Biblioteca della Fondazione Querini di Venezia, del 1499. Nella editio princeps1
(1505) Bembo modificò la compagine linguistica del testo, ancor di più la modificò nella
seconda edizione (1530); l’ultima edizione (1553), pubblicata postuma, subì molte
modifiche linguistiche.
Paolo Trovato, analizzando il MS (Q), ha individuato particolarità grafica, fonetiche e
morfologiche che documentano le difficoltà che un prosatore non toscano doveva
superare in quegli anni: si notano tratti veneziani-settentrionali e tratti inaspettati del
fiorentino quattrocentesco. Giorgio Dilemmi esaminando le varianti delle 2 edizioni 1505 e
1530 coglie il criterio ordinatore nell’adeguamento sistematico alle regole descritte nelle
Prose; Claudia Berra ha giudicato le differenze tra le edizioni del 1530 e la postuma come
segno dell’avvicinamento verso lo stesso obiettivo (regolarizzare i casi anomali rispetto la
dottrina delle Prose).
Le varie varianti possono erroneamente suggerire l’idea che un’opera di impronta
settentrionale sia stata trasformata in un testo fedele al modello fiorentino trecentesco;
invece il fondo linguistico dell’opera era già fiorentino e del ‘300 e scalfito da interferenze
settentrionali o toscane del ‘400 /’500. Non si parla quindi di una rivoluzione ma di una
evoluzione verso l’aureo fiorentino del ‘300.
Per esempio:
nel MS(Q) appare la forma sanza non estranea al fiorentino del ‘200/’300, ma non
appare nel Decameron in cui troviamo senza; per questo Bembo, dopo aver reso
nelle Prose l’opzione senza come regola della sua “grammatica silenziosa”2,
l’accolse negli Asolani.
sostituisce entranti con intranti rivolgendosi al fiorentino del ‘300 (e>i)
soletaria sostituito con solitaria ricavato da un’edizione veneziana del Decameron
cambia castigati in gastigati passando da una forma pansettentrionale a una
fiorentina
per la morfologia si nota il passaggio dal toscano selice maschile a selce femminile
dovuto al modello di Petrarca nel Canzoniere
l’articolo ‘l asillabico è sostituito con la forma sillabica il come nel fiorentino antico
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l’articolo maschile plurale e>i abbandonando un tratto fiorentino ‘400/’500 per uno
del ‘200/’300
esse>elle, lo>il del sistema pronominale del fiorentino antico
1 prima edizione a stampa dell’opera apparsa precedentemente all’invenzione della stampa e tramandata manoscritta
sino ad allora. L’opera è stampata nella stessa lingua in cui fu originariamente scritta dal suo autore e pertanto non è
mai una traduzione.
2 Nelle Prose non indica la possibilità di alternanza delle due forme, accoglie solo senza
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LA QUARTA CORONA

Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto CAP.1 IL GIARDINO DEGLI ASOLANI La prima fase degli Asolani è documentata in un manoscritto autografo (Q), conservato nella Biblioteca della Fondazione Querini di Venezia, del 1499. Nella editio princeps^1 (1505) Bembo modificò la compagine linguistica del testo, ancor di più la modificò nella seconda edizione (1530); l’ultima edizione (1553), pubblicata postuma, subì molte modifiche linguistiche. Paolo Trovato, analizzando il MS (Q), ha individuato particolarità grafica, fonetiche e morfologiche che documentano le difficoltà che un prosatore non toscano doveva superare in quegli anni: si notano tratti veneziani-settentrionali e tratti inaspettati del fiorentino quattrocentesco. Giorgio Dilemmi esaminando le varianti delle 2 edizioni 1505 e 1530 coglie il criterio ordinatore nell’adeguamento sistematico alle regole descritte nelle Prose; Claudia Berra ha giudicato le differenze tra le edizioni del 1530 e la postuma come segno dell’avvicinamento verso lo stesso obiettivo (regolarizzare i casi anomali rispetto la dottrina delle Prose). Le varie varianti possono erroneamente suggerire l’idea che un’opera di impronta settentrionale sia stata trasformata in un testo fedele al modello fiorentino trecentesco; invece il fondo linguistico dell’opera era già fiorentino e del ‘300 e scalfito da interferenze settentrionali o toscane del ‘400 /’500. Non si parla quindi di una rivoluzione ma di una evoluzione verso l’aureo fiorentino del ‘300. Per esempio:  nel MS(Q) appare la forma sanza non estranea al fiorentino del ‘200/’300, ma non appare nel Decameron in cui troviamo senza; per questo Bembo, dopo aver reso nelle Prose l’opzione senza come regola della sua “grammatica silenziosa”^2 , l’accolse negli Asolani.  sostituisce entranti con intranti rivolgendosi al fiorentino del ‘300 (e>i)  soletaria sostituito con solitaria ricavato da un’edizione veneziana del Decameron  cambia castigat i in gastigati passando da una forma pansettentrionale a una fiorentina  per la morfologia si nota il passaggio dal toscano selice maschile a selce femminile dovuto al modello di Petrarca nel Canzoniere  l’articolo ‘l asillabico è sostituito con la forma sillabica il come nel fiorentino antico  pel > per lo (Prose)  l’articolo maschile plurale e>i abbandonando un tratto fiorentino ‘400/’500 per uno del ‘200/’  esse>elle, lo>il del sistema pronominale del fiorentino antico 1 prima edizione a stampa dell’opera apparsa precedentemente all’invenzione della stampa e tramandata manoscritta sino ad allora. L’opera è stampata nella stessa lingua in cui fu originariamente scritta dal suo autore e pertanto non è mai una traduzione. 2 Nelle Prose non indica la possibilità di alternanza delle due forme, accoglie solo senza

chiudea>chiudeva del fiorentino del ‘300 , pervennono> pervennero del fiorentino del ‘200/’300 , fusse>fosse da fiorentino del ‘400/’500 a quello del ‘ Tutte queste varianti sono imposte da ragioni ritmiche, non riguardano la fonomorfologia ma la musicalità e lo stile; se poi vogliamo usare i parametri della sintassi e dello stile si nota la conformità con il fiorentino volgare di Boccaccio. È palese l’accostamento del testo alla pittura neoplatonica; come Botticelli arricchisce il giardino della sua Primavera con un trionfo di figure floreali dando impressione di immobilità, così Bembo arricchisce il giardino degli Asolani con figure fonico-rimiche (metafore di carattere visivo, modi di autorappresentazione che rinviano alla pittura che ci invitano a guardare il testo più che a leggere). CAP.2 PREISTORIA DELLE PROSE: IL “LIBRETTO” E IL FASCICOLO B Biografi e studiosi di Bembo hanno menzionato, ripercorrendo la storia redazionale delle Prose, l’assenza di un libretto sul volgare cui Bembo accenna in una lettera del 1529 per difendersi da un’accusa di plagio (dalle regole grammaticali della volgar lingua di Fortunio) mossagli da Pellegrino Moretto. La conferma della composizione antica di questo libretto ci arriva da una fonte del ‘500; nelle polemiche Giunte alle Prose, Ludovico Castelvetro contesta la storicità del dialogo (1502) tra Giuliano de’ Medici, Federico Fregoso, Ercole Strozzi e Carlo Bembo e di cui le Prose sarebbero il resoconto. Con questa requisitoria, Castelvetro rese un buon servizio a Bembo confermando la priorità del suo lavoro di grammatico su Fortunio, attraverso la testimonianza del libro Della volgar poesia di Calmeta, composto prima del 1502. Il primo accenno di Bembo a un’opera sul volgare non identificabile con le Prose risale al 1500, in una missiva in cui informa Maria Savorgnan di aver messo mano ad alcune note linguistiche, obbedendo ad un impegno preso con lei in precedenza. L’ipotesi che le “notazioni” alla lettera del 1500 e il “libretto” della lettera del 1529 siano la stessa cosa è possibile. Ma che peso possiamo dare alle testimonianze che ci parlano di una grammatica fantasma? Nel 1938 Carlo Dionisotti afferma che la lettera del 1500 non dimostra l’esistenza di notazioni sulla lingua, fossero o no il libretto, perché di essa non si possiede l’originale ma la stampa postuma del 1552 preordinata da Bembo; è risaputo che gli scritti destinati alla stampa di Bembo sono sospettati di essere corretti e rimaneggiati. Dionisotti conferma comunque l’esistenza, nei primi del ‘500, di un’opera intorno alla lingua data la revisione linguistica degli Asolani che non sarebbe stata possibile senza una previa ricerca grammaticale (traduzione di postille marginali al Petrarca e Boccaccio in norme autonome e precise). Esiste un elemento a sostegno dell’ipotesi che le fatiche del primo ‘500 intorno al volgare si siano concretizzate in “annotazioni sulla lingua”, un lavoro di schedatura grammaticale considerato l’anticamera delle Prose. Il primo corpo di indicazioni grammaticali sul volgare fu affidato alle stampe nel 1501, non nel 1525, dopo la lettera a M. Savorgnan; si leggono in un fascicolo (B) di 4 carte inserito in fondo all’edizione in ottavo e in corsivo delle Cose volgari di Messer Francesco Petrarcha pubblicata da Manuzio a Venezia nel 1501. Tale appendice è stata aggiunta alla stampa petrarchesca per lo stesso contenuto: alcune copie o sezioni, uscite dal laboratorio di Manuzio prima dell’ufficiale, avevano suscitato critiche da anonimi censori che contestarono forme nel titolo ( volgari invece del latino

CARDINALE DE’ MEDICI CHE POI È STATO CREATOA SOMMO PONTEFICE E

DETTO PAPA CLEMENTE VII DIVISE IN TRE LIBRI”. Inoltre ci sono i titoli dei singoli libri identici a (V); per cui (P) dipende da (V). Come dimostra Claudio Vela, (V) non è il MS servito da antigrafo per la stampa di (P); prima di inviare Cola Bruno a Venezia per sovrintendere alla stampa delle Prose nel 1525, Bembo ha fatto trarre da (V) un altro ms da consegnargli come antigrafo dell’edizione, e su di esso ha operato le modifiche che la stampa dimostra rispetto al testo finale (V). Fra queste modifiche, molto probabilmente, una riguardò il titolo generale dell’opera. Fra le istruzioni per la stampa spedite da Bembo a Cola Bruno tra luglio e settembre 1525, nessuna riguarda il titolo; si preoccupa della qualità della carta e della messa in forma del testo, aggiunge un passo all’inizio del terzo libro e elimina un refuso a penna su tutte le stampe. In una lettera se la prende con i compositori perché non hanno lasciato gli spazi bianchi adeguati tra le parole, tra parole e segni d’interpunzione (punto e virgola e due punti). Intenzionalmente sceglie di non stampare il frontespizio, colloca il titolo esteso sul verso della prima carta e la formulazione del titolo si deve a lui. Si tende ad escludere che il titolo abbreviato Prose della volgar lingua si debba a lui; Bembo non usa mai questo titolo nelle lettere in cui parla del libro, ricorre ad iperonimi con la sequenza lingua volgare o volgar lingua. L’alternarsi di varie formule trova un senso se costituisce il titolo riportato sul verso della prima carta, tropo lungo per essere riportato in una lettera. La forma abbreviata più ricorrente è Prose , come nel frontespizio della seconda edizione (Venezia 1538 per i tipi di Francesco Marcolini). Il titolo fu scritto per volontà o con il consenso dell’autore? L’interessamento a questa 2°edizione e la sua destinazione ad un pubblico più ampio e meno avvezzo alle prolisse raffinatezze dell’umanesimo, fanno pensare di si ma, più avanti, con l’eliminazione del frontespizio (e del titolo abbreviato) dalla stampa nella 3°edizione fa ritenere di no. Ad ogni modo il suo consenso fu temporaneo. La 3° edizione fu progettata conformemente alla volontà dell’autore dopo la sua morte (1547) dal figlio Torquato e dagli esecutori testamentari Girolamo Querini e Carlo Gualtieri; uscì a Firenze nel 1549 dai torchi di Lorenzo Torrentino con dedica a Cosimo de Medici scritta e firmata da Benedetto Varchi. Varchi mondificò vari punti del testo predisposto da Bembo e fece premettere al volume un frontespizio con un titolo abbreviato (“LE PROSE DEL BEMBO”), destinato a scomparire. Dunque, Bembo dal 1512 al 1547 non attribuì mai all’opera il titolo Prose della volgar lingua. A chi si deve il titolo vulgato? A Varchi nel tentativo di conciliare le ragioni del classicismo bembiano con quelle del fiorentinismo che, nella Firenze di Cosimo de Medici, ancora gli resisteva. Nella dedicatoria al duca, Varchi riscrisse a modo suo la storia della composizione dell’opera, attribuendo a Bembo un’ideologia linguistica e una prassi grammaticale che non gli appartenevano, in più dando al trattato un titolo che non aveva. Sia per gli Asolan i che per il secondo dialogo in volgare, le Prose , Bembo ha preteso una stampa senza frontespizio e con titoli estesi e dettagliati, atti a dar conto dell’argomento di cui si ragionava : dell’amore e della volgar lingua. Entrambe le opere sono un ragionamento strutturato in forma di dialogo; i partecipanti riflettono, discutono e argomentano sui temi indicati da un complemento di argomento (“della volgar lingua”).

Bembo attribuì lo stesso titolo Della volgar lingua al De vulgari eloquentia di Dante, che parlava della volgar lingua. I titoli apposti da Bembo, per un errore di legatura, precedono non il testo di Dante, ma la copia della Grammatichetta^3 di Leon Battista Alberti. Se volessimo rispettare la volontà di Bembo, dovremmo indicare le Prose col titolo esteso dato e accettato da lui; per abbreviare il titolo originale in armonia con le sue indicazioni e abitudini, avremmo diverse alternative: Prose oppure Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua , nella quale sono garantiti la centralità del verbo r agionare , la presenza della sequenza della volgar lingua e un della non dipendente da Prose senza articolo. Si potrebbe adottare la formula Della volgar lingua , accolto nell’intitolazione di ciascuno dei 3 libri e usato per dare un titolo alla sua copia del De vulgari eloquentia. CAP.4 LA GRAMMATICA DELL’ARMONIA Pietro fu umanista di primo piano, frequentatore di maestri come Costantino Lascaris e Angelo Poliziano, filologo competentissimo, protagonista del sodalizio editoriale con Aldo, per i cui tipi curò le opere, proprie e altrui, nell’antica e nella nuova lingua. Le sue edizioni del Canzoniere (1501) e della Commedia (1502), nella stessa collana, di piccolo formato e in corsivo, in cui erano già apparsi Virgilio e Orazio, furono il segno dell’era nuova e il presupposto concreto alle Prose. Nell’edizione del Petrarca si ricorda l’appendice polemica, in difesa di lezioni controverse del testo, in cui Bembo si appella alla sua conoscenza delle regole della lingua, della grammatica, del volgare sconosciuta agli avversari. Egli mostrava di accettare la dottrina nazionalistica medicea che rivendicava come propria di Firenze e della Toscana, la lingua che Dante, Petrarca e Boccaccio avevano imposto con le loro opere alla cultura italiana. Affida la soluzione estetica all’epistola De imitatione^4 scegliendo come modello, per la poesia e per la prosa, rispettivamente la lingua latina e volgare; offrì una soluzione raffinata al problema dei rapporti tra antica e nuova lingua e una via d’uscita all’incertezza degli umanisti dell’età di mezzo, figli della “generazione” latina del ‘400 e predecessori di quella “italiana” del ‘500. Fu una proposta risolutiva al dibattito avviato sul modello linguistico volgare. Bembo sperimentò, nella vita e nell’opera, le stesse difficoltà e successi di Fortunio, ma su un altro piano e con forze diverse. La sua grammatica è frutto della sperimentazione filologica applicata all’edizione di testi in volgare e il risultato dell’elaborazione del nuovo ideale umanistico del De imitatione , prodotto negli stessi anni dei primi due libri delle Prose. Fortunio mosse da un processo astratto di accettazione del volgare di Dante, Petrarca e Boccaccio; l’intervento normativo di Bembo poggiò sulla storia di quel volgare che negli scritti delle Tre Corone aveva dato alti risultati estetici. Anche Bembo fece i conti con l’obiezione teorica della plausibilità di una grammatica della nuova lingua aggirandola con un procedimento deduttivo. Fortunio oppose a tale obiezione una riflessione da un’esperienza privata di lettura, Bembo si fondò sulle solide ragioni della storia, della letteratura e dell’estetica classicista. Nel primo libro delle Prose, definisce, con storico distacco, un disegno della produzione letteraria neolatina e , con il riconoscimento dell’alta 3 La Grammatichetta vaticana è un'opera di grammatica e di linguistica scritta da Leon Battista Alberti tra il 1438 e il

  1. È considerata come il primo, grande sforzo da parte dell'umanesimo di riconoscere e dare dignità alla lingua volgare, equiparandola a quella latina e alla greca antica. 4 È una lettera aperta, indirizzata a Giovanni Francesco II Pico della Mirandola il 1º gennaio 1513, in risposta alla sua del 19 settembre 1512. In essa Pietro Bembo condanna «l'eclettismo che Giovan Francesco Pico ereditava dal Poliziano in sintonia con la corrente apuleiana»a favore invece di una teoria monolinguistica in cui si eleggevano come unici modelli per la poesia Virgilio e per la prosa Cicerone. È il manifesto programmatico del nuovo ciceronianismo bembiano

forma del pronome personale soggetto, ma la forma del pronome personale complemento (dal Decameron); nell’edizione a stampa tale indicazione non c’è ma viene inserita una prescrizione diversa: se il primo termine di paragone è il soggetto della frase, la forma del pronome personale da usare dopo come è quella soggetto ( io non me ). Cosa ha determinato un cambiamento così radicale nei convincimenti grammaticali di Bembo? Le grammatiche e vocabolari contemporanei forniscono una regola opposta a quella dell’edizione a stampa delle Prose , identica invece a quella del manoscritto. In passato però la situazione era diversa, tale diversità insieme alle Regole grammaticali della volgar lingua di Fortunio spiegano il ripensamento di Bembo. Nei testi in prosa del ‘200 e ‘300 si ricava che quando il primo termine della comparazione è il soggetto della frase, è maggioritario il tipo come +pronome sogg. rispetto a come +pronome complemento. Fra ‘400 e ‘500, con le stesse condizioni sintattiche, l’incidenza dei tipi come io, tu, egli diminuisce rispetto a come me,te,lui (pronomi complemento).Bembo nella prima stesura delle Prose aveva dato un’indicazione vicina all’uso a lui contemporaneo (da esempi di Boccaccio), nella stampa richiama sé stesso all’ordine del ‘300, tornando indietro di due secoli. Le Regole di Fortunio hanno sicuramente influenzato tale ripensamento, escludenti l’uso di lui e lei in funzione di pronomi soggetto, prescrivendo l’adozione del tipo come lui, lei eliminando gli esempi di Boccaccio ritenendoli errori di trascrizione o di stampa rispetto ai canonici come egli, ei, ella. In una situazione di incertezza normativa, tra passato e presente, la grammatica dell’armonia gli imponeva di cancellare il presente e le eccezioni del passato ( come me, te, lui correlato ad un primo termine di paragone in funzione di soggetto) e optare per un passato senza eccezioni ( come io, tu, egli ). Bembo riuscì così a influenzare la definizione della norma ma non la pratica concreta della lingua. Tra XVII E XVIII secolo il tipo come + pronome complemento si fa più frequente del tipo come+ pronome soggetto; nel secolo XIX il tipo come io, tu, egli è completamento uscito dall’uso. In poesia è diversa la situazione: il tipo come+ pronome soggetto regge molto meglio che nella prosa ( come egli prevale su come lui fino al ‘300; come tu prevale su come te nel ‘400 e come io prevale su come me fino all’ ‘800). Che cosa ha determinato il cambio linguistico da come io, tu, egli a come me, te, lui che si è affermato nella prosa del ‘400 in poi? Quasi tutti i grammatici hanno guardato e guardano al secondo termine di paragone nominale e alla frase comparativa come a due realizzazioni diverse della stessa struttura sintattica. Il come della frase comparativa può essere analizzato come un complementatore, e il rapporto tra complementatori e preposizioni (di, a, da…) è stretto. A determinare il cambio da come io a come me sarà stato, quindi, un meccanismo di analogia: nella coscienza linguistica dei parlanti il come introduttore del secondo termine di paragone è stato percepito come un elemento funzionale equivalente ad una preposizione e così, nel tempo, i parlanti hanno usato dopo il come le stesse forme pronominali che adoperavano dopo le preposizioni a, di, con, per…In questo caso la grammatica implicita degli utenti ha funzionato meglio di quella esplicita dei custodi della norma e descrittori della lingua; ad oggi il come è presentato come avverbio invece che preposizione equativa-comparativa.

CAP.6 DOPO LE PROSE: LA GRAMMATICA SILENZIOSA

“Grammatica silenziosa” è un’etichetta applicabile a 3 aspetti delle Prose :

  1. il rapporto tra il terzo libro e i primi due. Le Prose sono una grammatica silenziosa perché nel 3°libro la forma-grammatica si dissolve nel dialogo fino a renderlo “una meravigliosa selva dove l’esemplificazione della parola e del suo uso prevale sulla classificazione e sulle regole”^5 e anche perché “non sono una grammatica solo nel terzo libro ma anche nei primi due”^6 , aldilà delle dichiarazioni dell’autore, che formalmente affida a Giuliano de Medici (suo 2°alter ego) il compito di descrivere le norme del volgare soltanto all’inizio del terzo libro. Lascia però ad un altro partecipante al dialogo, Federico Fregoso (3°alter ego, il 1° è il fratello Carlo), il compito di dispensare regole nel primo e secondo libro.
  2. il rapporto tra l’opera e il suo autore Tale aspetto è documentato dalle numerose autocorrezioni alla ricerca di una “maggiore aderenza alle forme trecentesche, soprattutto del Boccaccio” che Bembo. fino all’edizione del 1549, apporta al testo. Tali correzioni ci fanno capire come la pensava Bembo riguardo a questioni grammaticali e formali sulle quali le Prose tacciono.
  3. il rapporto tra lingua dell’opera e quella di vari scrittori che la lessero Si individuano scelte linguistiche che Bembo non codifica né nel 3°libro né altrove, ma che applica con sistematicità nell’intero trattato. Tali scelte hanno il carattere di norme implicite, alle quali i seguaci del classicismo bembiano dedicano, dal ‘500 all’ ‘800, l’attenzione (soggetto a destra del verbo nella frase interrogativa dal fiorentino antico). La regola silenziosa di Bembo, netta e definitiva come una norma codificata, è una generalizzazione della tendenza già in atto nella prosa di Boccaccio, e sarà silenziosamente seguita nei quartieri alti della prosa letteraria e scientifica e dalla maggior parte degli scrittori italiani per una precisa spinta imitativa. Si nota che Bembo non da mai indicazioni sull’uso dei possessivi, ma nella pratica della scrittura del dialogo egli accolse per la 3°persone plurale il pronome loro. Per molti contemporanei queste regole nascoste valsero come quelle esplicite. Molti fiorentini si adeguarono alle regole; come Guicciardini che si poneva dubbi grammaticali in cui spesso compariva il nome di Bembo. CAP.7 IL FANTASMA DI BEMBO. L’EREDITA’ DELLE PROSE NELLA GRAMMATICOGRAFIA SCOLASTICA ITALIANA Confrontando l’assetto para testuale delle Prose con quello di una qualunque grammatica scolastica edita dall’Unità d’Italia a oggi, si nota che non hanno niente in comune. Le grammatiche scolastiche hanno un indice, il materiale linguistico è distribuito in 4 sezioni: ortografia e fonetica, morfologia, sintassi, lessico e formazione delle parole. In ogni sezione la materia è articolata in capitoli, paragrafi e talvolta in sottoparagrafi. 5 Carlo Dionisotti, Introduzione Pietro Bembo, Prose della volgar lingua 6 Giovanni Nencioni, Un caso di polimorfia della lingua letteraria dal secolo XIII al XVI
  1. Dalla “manualizzazione” delle Prose, avviata nel 1549 con la pubblicazione della Tavola e proseguita con compendi, riduzioni a metodo, repertori e tavole grammaticali e lessicali, come un sussidio alla consultazione del dialogo di Pietro o a volte come riscrittura con pretesa di sostituirlo. Il fantasma che raggiunge la manualistica scolastica dell’800 e ‘900 è quella di un Bembo banalizzato e degradato; le indicazioni delle Prose vengono “ridotte a metodo” e poi ridotte in pillole del si può e non si può senza definire il modello supremo di lingua letteraria in prosa e versi. Definiscono il modello supremo di banalità linguistica: “parlare come un libro stampato” cioè l’italiano scolastico, versione impoverita della lingua della tradizione scritta (proscrive fare e prescrive eseguire ). UNA PAROLA DI BEMBO: PETRARCHINO Tale sostantivo non appartiene all’italiano dell’uso ed è raro anche nella tradizione letteraria; ricorre solo in 4 testi archiviati nella Biblioteca Italiana Zanichelli e non è presente nel lemmario dei più diffusi dizionari. Lo accolgono solo il Treccani, il GRADIT e il GDLI. Treccani: “nome con cui sono state indicate in passato (su es. dantino ) edizioni in minuscolo formato del Canzoniere di Petrarca” GRADIT: indica “un’edizione in piccolissimo formato del Canzoniere di Petrarca” GDLI: “Volumetto contenente le rime di Francesco Petrarca” Neanche la lessicografia del passato ha dato spazio al petrarchino. Non è lemmatizzato in nessuna edizione del vocabolario degli Accademici della Crusca. La parola è un tecnicismo, come segnala il GRADIT con TS (TERMINE SPECIALISTICO); la usano i critici, i filologi e gli storici della lingua e della letteratura italiana, per i quali indica una qualunque edizione a stampa in piccolo formato del Canzoniere a partire dalla più celebre pubblicata a Venezia nel 1501, curata da Pietro Bembo e i tipi di Aldo Manuzio. Il primo a usare il termine fu Bembo, che in una lettera a Bernardo Bibbiena del 1507 gli promise un “petrarchino”; è difficile che Pietro non si riferisse al suo petrarchino come un marchio registrato. A seguito di quello aldino del 1501 seguirono al tri petrarchini, indicando non solo quello a stampa ma anche i tanti tentativi di imitazione che si fecero. Si pensa che non derivi da dantino essendo questo un termine più raro e più recente di petrarchino (1902 Giovanni Pascoli). Nel ‘500 il termine fu, sul piano lessicale, una novità anche se l’oggetto che indicava fu una novità per la tecnica con cui era stato prodotto ma non per il formato e il contenuto. La moda dei canzonieri in piccolo formato preesisteva alla stampa e nel ‘400 produsse esemplari lussuosi (A. Sinibaldi e B. Sanvito erano i migliori calligrafi del ‘400). Nell’Italia del ‘500 i petrarchini circolavano in esemplari a stampa, sopravvissero nella forma di libri stampati e come antichi libri manoscritti; sopravvissero anche nell’ambito della pittura e in particolare della ritrattistica. Chi decide di inserire la voce in una futura edizione di un vocabolario italiano deve tornare alla definizione originaria del primo Zingarelli, arricchendola con “esemplare manoscritto e/o a stampa in piccolo formato del Canzoniere di Petrarca”.

Petrarchino ha avuto una seconda stagione in cui è stato usato come nome proprio; periodo in cui era coinvolto anche Einaudi nell’allestimento del celebre Canzoniere del