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Sintesi completa e sostitutiva del saggio. Entrando nell'officina del grammatico, il volume mette a foco i momenti centrali dell'esperienza bembiana, descrivendo le regole esplicitamente fissate, ma anche quelle silenziosamente applicate.
Tipologia: Appunti
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Caricato il 28/12/2019
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La Quarta Corona – Pietro Bembo e la codificazione dell’italiano scritto – Giuseppe Patota Capitolo Primo – Il giardino degli Asolani La prima fase della composizione degli Asolani è documentata da manoscritto autografo (Q) che si trova nella biblioteca della fondazione Querini di Venezia comprende solo il primo dei tre libri. Opera del 1499. MODIFICHE nella seconda edizione (posteriore di 5 anni alle Prose). Anche ultima edizione Asolani, postuma, molte modifiche dell’autore. Paolo Trovato analizzando Q individua particolarità grafiche, fonetiche e morfologiche che documentano difficoltà che prosatore non toscano doveva superare a cavallo dei due secoli: interferenze veneziane (genericamente, settentrionali) e tratti del fiorentino 400esco. Giorgio Dilemmi individua criterio ordinatore nell’adeguamento sistematico alle regole descritte nelle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua. Claudia Berra giudica differenze tra edizione 1530 e 1553 ulteriore avvicinamento a stesso obiettivo (regolarizzare i casi anomali). Le differenze crescenti tra il testo manoscritto, quello dell’ editio princeps , quello dell’edizione del 1530 e quello dell’edizione postuma sono innegabili. Ma non vanno sopravvalutate. La lettura completa degli inventari delle varianti potrebbe erroneamente suggerire idea che opera originariamente caratterizzata da forte impronta settentrionale sia stata trasformata progressivamente in testo fedele al modello rappresentato dal fiorentino letterario 300. Non è così. Fin dalla prima redazione, il fondo linguistico, già saldamente fiorentino e trecentesco, è solo scalfito da interferenze settentrionali o toscane 400-500; i passaggi dal manoscritto all’edizione postuma scandiscono ulteriore evoluzione, non rivoluzione verso aureo fiorentino 300; Vediamo come si presenta nel testo manoscritto Q e nell’edizione a stampa del 1553 16, il capitolo del primo libro dove è descritto il giardino in cui si svolge il dialogo. Quali sono le differenze tra Q e 16?? In ambito grafico Q la resa arcaica dell’affricata palatale [ɲ] con sequenza ngn ( dipingneano ) e la rappresentazione della velare sonora [g] con il grafema g , tipica dell’uso padano, abbandonata nel passaggio alla stampa ( large Q > larghe 16) In ambito fonetico si registrano sette varianti:
Autore propone elemento a sostegno ipotesi che sì alcune notazioni della lingua il primo corpo di indicazioni grammaticali sul volgare compilato per cura di Bembo non fu affidato alle stampe nel 1525, ma nel 1501, un anno dopo la lettera: queste indicazioni si possono leggere in un fascicolo di quattro carte , inserito in fondo alla celebre edizione delle Cose volgare di Messer Francesco Petrarcha , pubblicata da Manuncio a Venezia nel 1501. Perché sia stato inserito lo si capisce dal suo contenuto: alcune copie o sezioni dell’opera avevano suscitato critiche sa parte di anonimi censori, che contestavano forme adoperate nel titolo e nell’appendice. Nel titolo c’era scritto volgari al posto di vulgari , nell’indice canzoni e non canzone , da un sing. canzona. Le modifiche apportate al testo del Canzoniere e alla struttura dei Trionfi furono difese, nel fascicolo aggiungo, invocando autorità dell’autografo. Nel passo in cui compare la difesa, si può notare che almeno tre punti costituiscono altrettante indicazioni stilistiche o grammaticali sintetizzabili così: a. Il ricorso al latinismo è consigliabile in un testo in versi ma è da evitare in prosa b. I nomi femminili in –e hanno il plurale in –i c. La coniugazione se non se è un tratto del toscano 300 uscito dall’uso. L’appendice si presenta con la firma ufficiale di Aldo Manunzio; la firma reale è però di Pietro Bembo. Lo intuì per primo Carlo Dionisotti. In effetti, un semplice confronto consente di sciogliere ogni dubbio intorno alla paternità della postilla aldina (FASCICOLO B vs PROSE) nelle Prose la regola è parzialmente modificata: nel FB si enuncia che il tipo se non si era anticamente usato davanti a tutti i verbi, nelle Prose se ne segnala il solo uso con il verbo essere. Anche nell’appendice l’ exemplum fictum che illustra uso di se non si è col verbo essere. Nelle Prose confluisce un errore già commesso nella postilla il se non si di cui parla Bembo non esiste; in particolare, si non è una congiunzione, ma il pronome clitico lessicalizzato della diatesi intransitiva pronominale di essere , normale nell’italiano antico. Il confronto fatto non solo elimina ogni dubbio su paternità dell’appendice, ma rafforza anche consistenza storica, se non proprio del libretto , almeno delle schede grammaticali cui si è fatto cenno. Il fascicolo B fu redatto, composto, legato e aggiunto al volume di Petrarca in pochi giorni. È possibile che sia stato elaborato ex novo , ma non possiamo scartare ipotesi che quelle note fossero inserite in una precedente raccolta di schede grammaticali, e che da questa fonte Bembo abbia attinto il materiale necessario per rispondere ai critici. Per quanto risulta all’autore, Bembo è l’unico grammatico rinascimentale che riformuli generalmente e sistematicamente, parafrasandola, la terminologia grammaticale latina. L’esame del Fascicolo B consente di attribuirgli la priorità assoluta nell’elaborazione di queste riformulazioni. Che esse siano state da lui coniate per il fascicoletto è improbabile: sarebbe stata una fatica non proporzionata all’impegno richiesto. È più plausibile pensare che all’altezza del 1501 numero del meno, numero del più, genere del maschio, genere della femmina fossero già parti di un sistema terminologico nuovo, funzionale a un progetto generale di grammatica. Infine, anche se il “libretto” fosse stato, all’altezza del 1501, opera d’inchiostro, è plausibile che consente di assolvere Fortunio con la formula piena. Infatti la terminologia che questo ha in comune con Bembo consiste solo nella parola finimento ‘desinenza’ e nelle formule che indicano il singolare e il plurale. Queste erano state usate, nell’appendice a un testo pubblicamente disponibile. È lecito pensare che Fortunio abbia
assunto le riformulazioni metalinguistiche ricordate dalla postilla al Petrarca aldino: cosa ben diversa dall’averle rubate da un libretto diffuso da Bembo in circuiti privati. Capitolo terzo – Il vero titolo delle Prose Studiosi dal terzo decennio del 900 ai giorni nostri Prose della volgar lingua lo stesso ricorre da tempo nei manuali e nelle grandi opere di consultazione dedicate alla storia della lingua o della letteratura italiana. Un’informazione che si dà nella voce prosa del Grande dizionario della lingua italiana conferma: “ prose della volgar lingua : titolo del trattato di Pietro Bembo, pubblicato a Venezia nel 1525”. Ma è proprio questo il titolo che diede Bembo? Il dubbio è legittimo, perché il titolo Prose della volgar lingua non compare né nel manoscritto autografo (V) né in alcun logo del testo e del paratesto delle tre edizioni riconducibili a Bembo: la stampa del Tacuino del 1525 (P), la stampa del Marcolini del 1538 (M) e la stampa del Torrentino del 1549 (T): si incontra solo, nella forma Le prose della volgar lingua, nella dedicatoria di Benedetto Varchi a Cosimo de’ Medici presente in T. V non ha un titolo generale, mentre ciascuno dei libri reca in intestazione un titolo di mano dell’autore in lettere maiuscole. Se volessimo ricavare titolo generale da quelli che precedono i tre libri, potremmo ipotizzarne due: Della volgar lingua o Libri della volgar lingua. La prima edizione a stampa dell’opera, invece, un titolo generale ce l’ha. Campeggia, in lettere maiuscole, non nel frontespizio, ma nella sezione centrale della c.A1 v. A seguire, all’inizio delle cc. A2r, D2r e G6r, troviamo i titoli dei singoli libri, identici a quelli del manoscritto. Ma, come ha definitivamente dimostrato Claudio vela, benché testo tradito V sia nel suo insieme genetico rispetto al testo tradito da P, V non è il manoscritto servito da antigrado per la stampa di P. Ipotesi più plausibile resta che, prima di inviare Cola Bruno a Venezia per sovrintendere la stampa nel 1525, Bembo abbia tratto o fatto trarre da V un altro manoscritto da consegnargli come antigrafo dell’edizione, e che già su di esso abbia operato modifiche che la stampa dimostra rispetto al testo finale di V. Fra queste modifiche una riguarda inserimento del titolo? Alcuni fatti suggeriscono risposta affermativa. Fra le istruzioni per la stampa spedite da Bembo al segretario Carlo Bruno nessuno riguarda il titolo. L’autore di preoccupa della qualità della carta e della messa in forma del testo. Nella lettera del 1525, visionate le bozze della “prima carta della stampa”, Bembo se la prende con i compositori che non hanno lascito gli spazi bianchi adeguati tra le parole e tra queste e alcuni segni di interpunzione. Se avesse avuto qualcosa da dire sulla mancanza lo avrebbe detto prima che degli spazi bianchi. Dunque, la scelta intenzionalmente nostalgica di non far stampare il frontespizio, quella di collocare il titolo esteso sul verso della prima carta e la formulazione del titolo stesso si devono a Bembo. È possibile che si debba a lui anche il titolo abbreviato Prose della volgar lingua? Altri fatti portano a escluderlo. Nelle lettere Bembo non usa mai questo titolo, ma usa altre forme. Se il titolo fosse stato quello abbreviato, è mai possibile che Bembo, a stampa in corso e conclusa, non lo abbia mai usato neanche una volta nella forma esatta? Il vario alternarsi di queste formule trova invece un senso e una ragione se esse sostituiscono il titolo riportato sul verso della prima carta, davvero troppo lungo per essere riportato per intero in una lettera. La forma abbreviata che ricorre più spesso nell’epistolario è Prose : una sola parola, la stessa che usiamo noi. Mentre l’uso del termine prosa nell’accezione di ‘testo scritto in prosa’ è remoto, la sua prima
La servitù grammaticale descritta dal Bembo è sintetizzabile: quando la parola che regge il complemento indiretto introdotto da di è preceduta dall’articolo determinativo o dalla preposizione articolata, allora la preposizione che apre il complemento indiretto è articolata; quando la parola che regge compl. indiretto introdotto da di non è preceduta da articolo determinativo o dalla preposizione articolata, allora la preposizione è semplice. Nel corso del tempo diversi grammatici misero in discussione la pertinenza di quest’indicazione. La sua presenza nelle Prose è elemento in più per mettere in dubbio la paternità bembiana del titolo Prose della volgar lingua , che la contraddice, al contrario del titolo esteso. Dell’ editio princeps di quest’opera, le Prose, Venezia, Manuzio, 1505, esistono 2 varietà che differiscono solo per la presenza o assena della lettera di dedica a Lucrezia Borgia, datata Venezia 1504. Questa edizione presenta il titolo “GLI ASOLANI DI MESSER PIETRO BEMBO”. A seguire, il primo libro è aperto dal titolo “DE GLI ASOLANI DI M. PIETRO BEMBO, PRIMO LIBRO” , il secondo libro è apeto da “DE GLI ASOLANI DI M. PIETRO BEMBO. SECONDO LIBRO” e il terzo uguale ma “ … TERZO ET ULTIMO LIBRO”. Nella seconda edizione degli Asolani curata da Bembo personalmente, non ci sono né frontespizio né titolo generale che lo marca. La prima carta dispari ha al centro la dicitura “EDITION SECONDA”; a seguire, ciascun libro è preceduto da un titolo esteso che si avvicina a quello presenta nell’intestazione del primo libro: “DE GLI ASOLANI DI M. PIETRO BEMBO NE QUALI SI RAGIONA D’AMORE PRIMO LIBRO/SECONDO LIBRO/TERZO LIBRO”. La terza edizione 1553, postuma, risulta completamente normalizzata nel paratesto. Il frontespizio reca il titolo “GLI ASOLANI”, in corpo maggiore, seguito da “DI M. PIETRO BEMBO”, in corpo minore. Non si può tralasciare che la edizione del 1553 è pur sempre un’edizione postuma. La seconda edizione degli Asolani è vicina alla prima delle Prose, non solo per ideologia linguistica che la accompagna, ma anche per assetto paratestuale che la connota. Il titolo di ciascun libro è quasi identico. Sembra proprio che sia per il primo che per il secondo dei suoi dialoghi Bembo abbia preteso una stampa senza frontespizio e con i titoli estesi e dettagliati. Capitolo quarto – La grammatica dell’armonia Bembo fu umanista di primissimo piano, frequentatore di maestri come Costantino Lascaris e Angelo Poliziano, filologo molto competente. All’esperienza maturata attraverso la consuetudine col testo scritto s’accompagnò, in sede teorica, la soluzione estetica affidata all’epistola De imitazione , che, nella scelta definitiva dell’ottimo modello per la poesia e per la prosa, offrì una soluzione al problema dei rapporti tra antica e nuova lingua; in secondo luogo una solida via d’uscita all’incertezza degli Umanisti dell’età di mezzo, figli della generazione “latina” del 400 e predecessori di quella “italiana” del 500; infine una proposta risolutiva nell’ambito del dibattito ormai avviato sul modello linguistico volgare. L’autore delle prose sperimentò le stesse difficoltà e gli stessi successi di Fortunio, ma su un altro piano e con forze diverse. La sua grammatica è da un lato il frutto della sperimentazione filologica applicata all’edizione di testi in volgare, dall’altro il risultato dell’elaborazione del nuovo ideali umanistico del De imitazione , prodotto negli stessi anni in cui vennero redatti i primi due libri delle Prose. Se Fortunio mosse da un processo astratto d’accettazione del volgare di Dante, Petrarca e Boccaccio, l’intervento normativo di Bembo poggiò sulla storia di quel volgare che negli scritti delle Tre Corone aveva dato i più alti risultati estetici. Anche Bembo, come il suo predecessore, dovette fare i conti con obiezione teorica della plausibilità
di una grammatica della lingua nuova. Mentre Fortunio oppose a quell’obiezione una riflessione che muoveva da esperienza privata di lettura, Bembo si fondò su solide ragioni della storia, della letteratura, dell’estetica classicista. Se quella di Fortunio è una grammatica astratta delle forme, nonostante la fitta rete di riscontri dai testi, quella di Bembo è grammatica di una letteratura capace di vincere il tempo con mediazione di offerte esemplari, legittimate dalle storia e dall’autorità. Ne deriva un primato della scrittura sull’oralità. Esempio per mostrare differente qualità dei metodi usati da Fortunio e Bembo per il presente congiuntivo dei verbi di I classe, il primo sancisce, senza commentarla, la plausibilità dell’alternanza fra la forma antica in –e e la moderna in –i. Il secondo, invece, segnala una differenza s’uso all’interno dell’oscillazione: la desinenza in –i è buona per la prosa, ma per la poesia è meglio in –e. Nel Decameron viene accettata solo la forma in –i, Petrarca adotta entrambe riconoscendo la qualità petrarchesca del tipo in –e, Bembo dimostra maggior sensibilità stilistica di Fortunio, che si era limitato ad accogliere la doppia uscita. Chi, come Cesare Segre, ha segnalato la diserzione dal modello trecentesco che si riscontra nelle Prose, non ha sbagliato: ha però esagerato nel considerarla come concessione a un uso che, cacciato dalla porta, rientrerebbe dalla finestra. L’apertura di Bembo non è nei confronti dell’uso ma della piacevolezza, scopo ultimo del valore letterario. Prose talvolta si perviene a prescrizione netta. Un campione di questa tendenza è offerto dalle notazioni sul presente indicativo di “dovere”. Il modello proposto non prevede alcune forme accolte da Dante (1p deggio , ad esempio). Altre volte non si aggiunge né si toglie nulla la paradigma trecentesco, e lo si segue scrupolosamente anche quando esso si discosti da uso coevo (opposizione fra sequenza pronominale invariabile glie le (antica)e sequenza variabile glie la, glie lo ; qui Bembo sceglie la forma antica. In altri casi privilegia la forma più recente; in altri ancora, la forma moderna è privilegiata anche se non attestata dalle Tre Corone, come la preferenza accordata al tipo dieci rispetto al più antico diece. In quest’ultimo caso, la preferenza potrebbe far pensare a una di quelle concessioni all’uso vivo di cui parla Segre; oppure a concessione all’equilibrio: non sbilanciarsi verso passato sepolto, considerando normale una forma degli antichi del tutto soppiantata da una forma dei moderni. Capitolo quinto – Come lavorava Bembo: un caso esemplare Il confronto tra la prima stesura delle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua e il testo dell’ editio princeps , consente di acquisire molte nuove informazioni sul metodo e sul merito del lavoro grammaticale di Bembo. Esempio relativo al tipo di pronome personale da adoperare nella formazione di un secondo termine di paragone introdotto da come , norma che cambia nel passaggio dal manoscritto alla stampa. Nella prima stesura delle Prose, la regola è chiara: quando come ha funzione comparativa, non richiede la forma del pronome personale soggetto, ma la forma del pronome personale complemento. Nell’edizione a stampa questa indicazione non c’è più, e viene inserita prescrizione diversa: se il primo termine di paragone è il soggetto della frase, la forma del pronome personale soggetto da usare dopo come è quella del soggetto, e dunque per la prima persona in particolare, io non me. Dallo spoglio dei testi due-trecenteschi in prosa si ricava quanto enunciato dalla regola dell’edizione a stampa. Fra 400-500, però, pur in presenza delle medesime condizioni sintattiche, la tipologia del sintagma formato da come + pronome personale cambia notevolmente. L’incidenza dei tipo come io,tu, egli diminuisce rispetto all’incidenza del tipo come me e soprattutto dei tipi come te, come lui , che nel 500 diventano maggioritari rispetto alle sequenza caratterizzate dalla presenza del pronome soggetto.
toscani non sono. Testi scolastici sono avvicinamento ai testi letterari il testo letterario anche antico è materiale linguistico su cui lavorare negli esercizi ed è presentato come modello da emulare.