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Riassunto completo del libro "Geografia dello sviluppo. Una prospettiva critica e globale", utilizzato per passare l'esame di Geografia della Globalizzazione. Completo e approfondito.
Tipologia: Appunti
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Cap.1 Una breve introduzione all’analisi geografica La geografia è stata definita in tanti modi: scienza delle relazioni spaziali, scienza delle differenze territoriali, scienza dei rapporti tra società e ambiente fisico. La differenza fondamentale tra la geografia tradizionale e quella praticata dalla metà del XX sec ad oggi sta nel fatto che la prima si occupava più che altro di rappresentare la distribuzione dei vari elementi nel mondo, mentre la seconda studia i complessi processi che determinano tale distribuzione. L’oggetto d’indagine della geografia rimane comunque invariato fin dai tempi di Eratostene, inventore della parola geografia: dall’etimologia il termine vuole dire “scrittura”, e quindi descrizione, della Terra. Al di là dell’etimo della parola, l’oggetto della geografia e i suoi metodi sono difficili da inquadrare poiché il rapporto tra essere umano e Terra è in costante evoluzione. Piuttosto si usa suddividere la geografia in diverse branche le cui più importanti sono la geografia fisica e umana. La prima intende la geografia come la scienza della Terra, concentrandosi sui problemi fisici che “attaccano” la geosfera, sia nelle sue componenti biologiche (biosfera), sia nelle sue componenti abiotiche (idrosfera, litosfera, atmosfera). La geografia umana invece si colloca fra le scienze sociali e si concentra sullo studio dei processi che formano le società umane nello spazio terrestre focalizzandosi sulle varie componenti umane, politiche, culturali, sociali, dando vita a diverse branche come la geografia dello sviluppo, la geografia politica, economica, culturale, storica ecc.. Concetto centrale per la geografia è innanzitutto lo spazio e, più precisamente, la comprensione del rapporto fra lo spazio e i fenomeni osservati, ad esempio i fenomeni economici, culturali, demografici. L’analisi dello spazio riguarda la localizzazione degli oggetti geografici, e in particolare la loro collocazione in relazione a un sistema di coordinate (latitudine e longitudine) e la loro distanza reciproca. Questa concettualizzazione dello spazio come sistema di distanze, coordinate e localizzazione è nota come spazio assoluto. Ma questa concezione dello spazio non è priva di problematiche, poiché nella realtà dei fatti qualsiasi spazio è molto meno assoluto di quanto si potrebbe immaginare. Es: poiché la superficie terrestre è sferica, la sua raffigurazione su un piano implica un processo geometrico di adattamento chiamato proiezione che produce inevitabilmente distorsioni nella dimensione delle aree e delle distanze; poiché esistono vari metodi di proiezione differenti, è possibile produrre mappe anche molto diverse tra loro, ed è per questo che si possono trovare carte in cui l’Italia o l’Europa appaiono particolarmente piccole o particolarmente grandi rispetto ad altre aree. La geografia non si occupa dei singoli soggetti (fiumi, città, prodotti..) ma delle relazioni che legano tra di loro tali soggetti sulla superficie della terra. L’insieme di questi rapporti è ciò che viene detto spazio geografico. Se dallo spazio geografico isoliamo le relazioni spaziali che riguardano l’economia otteniamo quello che convenzionalmente viene detto spazio economico. Ma la spiegazione economica dei fenomeni (scambio e circolazione) riguarda solo una parte delle relazioni che costituiscono lo spazio geografico. Possiamo distinguere due tipi di relazioni:
Il luogo è inteso come uno spazio di dimensioni assai variabili (dal singolo quartiere a regioni più o meno ampie). I confini che delimitano i luoghi possono essere confini naturali, politici, culturali, linguistici, soggettivi ecc. Quello che per noi è significativo è che gli individui creano particolari legami e attribuiscono significati soggettivi e affettivi a determinati luoghi (es: i luoghi dell’infanzia). La variabilità dei possibili significati associati ai luoghi ne rende difficile la misurazione e mappatura, ed è per questa ragione che è possibile praticare molte geografie differenti per uno stesso luogo (es: la città di Roma può essere un luogo di divertimento per un turista, un luogo sacro e una meta di pellegrinaggio per un cattolico e altro ancora). Luogo e territorio sono spesso usati come sinonimi, tuttavia, parlando di territorio si pone l’accento sulla dimensione politica, chiamando in causa il potere di controllare e organizzare lo spazio geografico da parte di determinati soggetti. Possiamo parlare di territorio ogni qualvolta uno spazio viene fatto proprio da determinati soggetti attraverso processi non solo fisici, ma anche culturali, identitari, progettuali. Concetto utile a definire la natura contestuale e multi-dimensionale dello spazio geografico è quello di regione : si definisce regione una porzione contigua di spazio caratterizzata da una proprietà comune che la rende distinta dai territori circostanti. Si può trattare di una caratteristica fisica (regione montana), amministrativa (assoggettata ai medesimi organi di governi), economico-funzionale (regione industriale o agricola) o di una caratteristica identitario-culturale (regione islamica). Regionalizzazione: indica sia il procedimento analitico utilizzato per suddividere lo spazio, sia il complesso dei processi sociali che danno forma allo spazio geografico e che determinano la sua differenziazione. Esistono infinite possibilità di rappresentazione dello spazio; è importante sottolineare la distinzione fra due logiche contrapposte: topografiche e topologiche. Lo spazio topografico è quello alla base delle rappresentazioni più tradizionali e intuitive, e ha a che fare con una concezione lineare della distanza. Lo spazio topografico ha quindi a che fare con la distanza fra i punti, la loro posizione relativa e le aree in cui è possibile ripartire il territorio. Supponiamo però di immaginare una rappresentazione dello spazio in cui non è la distanza o la posizione assoluta a costituire l’elemento cardine, quanto le relazioni e le connessioni. Es: mappa di un sistema di linee metropolitane: è evidente come la distanza fisica (es in m) fra le varie stazioni della metropolitana non è presa in considerazione della rappresentazione. Quello che conta nel muoversi in metropolitana sono i nodi e le connessioni, il numero di fermate e la possibilità di cambiare linea. Tale rappresentazione si chiama topologica e si pone alla base della concezione reticolare dello spazio. Parlando di rete in geografia si fa essenzialmente riferimento a una struttura spaziale costituita da nodi, che rappresentano particolari luoghi o entità localizzate collegati da una o più tipologie di connessioni. Sottolineiamo che: lo spazio in sé non è né areale, né reticolare, né topologico ecc, ciò che cambia è la logica utilizzata. Il concetto di scala si riferisce alla strutturazione di più livelli nell’organizzazione, nell’esperienza e nella rappresentazione dei fenomeni geografici. Si distinguono due accezioni differenti del termine:
La geografia economica nasce come scienza descrittiva e compilativa. I primi tratti compaiono verso la fine del XIX secolo e sono manuali di geografia commerciale contenenti innumerevoli informazioni utili alla gestione amministrativa e allo sfruttamento economico dei territori coloniali. Anche nei decenni successivi, e in alcuni casi tutt’ora, la geografia regionale ha prodotto dettagliate monografie sulle diverse componenti fisiche e antropiche di particolari regioni. Lo strumento privilegiato di presentazione di queste informazioni rimane la carta geografica, o meglio la carta tematica, che non rappresenta singoli territori nelle loro generalità, ma piuttosto singoli temi. Le carte tematiche sono tutt’ora strumenti ideali per dare espressione efficace a fenomeni complessi e multi-dimensionali, ma hanno scopi descrittivi e richiedono informazioni, piuttosto che conoscenze, spiegazioni, previsioni. Tutto ciò venne messo in discussione a cominciare dagli anni 50 quando molti geografi iniziarono ad adottare linguaggi e metodi quantitativi. Il problema non era più descrivere la distribuzione delle attività economiche, quanto piuttosto comprendere tale distribuzione sulla base di leggi e teorie generali. L’obiettivo era spiegare fenomeni quali la diversità geografica, la concentrazione di persone e attività e le alterne fortune di territori e regioni. Era necessario quindi adottare un linguaggio astratto basato su regolarità statistiche, formalizzazioni matematiche ecc. I metodi utilizzati in questo ambito sono prevalentemente mirati all’elaborazione di informazioni quantitative: abbiamo le teorie deduttive per le quali le attività economiche si localizzano in modo da minimizzare la distanza, e quindi il costo di trasporto, rispetto ai consumatori che intendono servire; e poi abbiamo tutte quelle tecniche che attraverso l’utilizzo di dati statistici, indicatori di distanza, di densità ecc, esprimono per esempio sotto forma di carte l’effettiva distribuzione sia delle attività economiche, sia della popolazione da esse servita. L’influenza del marxismo è stata determinante negli anni 70 e in parte ancora oggi nell’ambito dell’approccio cosiddetto della “ political economy ” comparata: l’organizzazione geografica dell’economia può essere compresa soltanto come parte di un processo più ampio di accumulazione capitalistica. L’esistenza di regioni ricche e povere, da questa prospettiva, non è tanto il risultato di un modello di ottimizzazione, ma un’ingiustizia sociale necessaria alla sopravvivenza dell’economia di mercato. A ben vedere il marxismo ortodosso condivide con l’economia neoclassica la tendenza a basarsi su teorie generali che possono essere accusate di un eccessivo astrattismo e teoricismo. Su questa base a partire dagli anni 80 si è avviato un aspro dibattito tra marxismo ortodosso e una serie di approcci che pur condividendo con il marxismo la critica alle storture del capitalismo, hanno rivalutato la lunga tradizione geografica della ricerca sul campo. “La geografia si fa con i piedi” si dice spesso. La ricerca sul campo può avere finalità molto differenti: può consistere sia nell’applicazione di metodi quantitativi sia qualitativi. L’indagine diretta può anche avere lo scopo di quantificare, per esempio, presso un campione rappresentativo di individui o di imprese, la presenza o l’intensità di determinate caratteristiche oggettive. I metodi qualitativi di ricerca sul campo invece si basano su interviste in profondità il cui scopo è quello di indagare le opinioni soggettive e le percezioni degli intervistati. Laddove invece l’oggetto di studio sono i comportamenti, le relazioni interpersonali o informazioni comunque complesse e implicite, la geografia può ricorrere ai metodi tipici dell’antropologia come l’osservazione diretta e l’etnografia, immergendosi completamente nel contesto studiato a volte anche per lunghi periodi di tempo. Le pretese di oggettività e di scientificità della geografia sono state ulteriormente messe in discussione negli ultimi anni nell’ambito di quella che è stata definita “ svolta culturale ”. Tale impostazione rifiuta la convinzione che la realtà geografica possa essere rappresentata attraverso grandi narrazioni come l’economia neoclassica o il marxismo, o meglio sottolinea i meccanismi di potere che sono impliciti in qualsiasi rappresentazione, comprese quelle offerte dalla geografia. Quello che si propone è un cambiamento di metodo: da scienza epistemologica, che si concentra sulla realtà empirica dei fenomeni, la geografia diventa ermeneutica e interpretativa, concentrandosi non sulla realtà ma sui significati con cui determinati soggetti, in determinati contesti o periodi storici, hanno interpretato il mondo. L’attenzione si sposta quindi dallo spazio geografico al discorso sullo spazio geografico. Nel linguaggio comune la geografia politica viene spesso associata alla geopolitica e all’analisi delle relazioni internazionali. Viene introdotta l’espressione geopolitica con riferimento al ruolo del territorio e delle sue risorse nella definizione dello scenario politico internazionale e delle relazioni fra Stati. Cuore del suo ragionamento era l’analisi delle relazioni fra fatti geografici e l’elaborazione di ipotetiche leggi scientifiche tese a interpretare le dinamiche di potere della politica internazionale. La politica
espansionista e colonialista delle potenze europee e il crescente ruolo del commercio internazionale resero la geopolitica una materia di grande interesse, comunemente insegnata nelle accademie. Gli intellettuali americani coniarono il termine geografia politica , proponendo teorie e riflessioni meno deterministiche nell’indagare le relazioni fra fattori geografici e comportamenti politici. La geografia politica non è solamente una questione di conflitti nazionali e conflitti internazionali. La geografia politica ha a che fare con le esperienze politiche individuali e quotidiane, e quindi con questioni di cittadinanza, identità, appartenenza, senso del luogo. È questione di geografia politica il razzismo che popola le nostre città e il modo in cui la società produce identità multiple e differenti: una stessa persona può essere contemporaneamente considerata un immigrato, un italiano, un lavoratore, un musulmano, un povero ecc, e sarà un processo tipicamente socio-politico e quindi geo-politico a stabilire quale di queste identità multiple verrà privilegiata nel rappresentare e interpretare la vita quotidiana di quell’essere umano. È assai diffuso approssimare lo sviluppo con il prodotto interno lordo o con il PIL procapite, e non è difficile imbattersi in classifiche degli Stati basate proprio su questi parametri. Eppure il PIL è un indicatore molto limitato: non solo si riferisce a parametri strettamente economici, ma non ci dice nulla delle differenze sociali, delle difficoltà di vita della popolazione, del tessuto sociale, delle condizioni dell’ambiente, del clima culturale. Spesso le discipline legate all’idea di sviluppo (l’economia, la sociologia, la geografia dello sviluppo) sono state per anni implicitamente confinate al campo d’indagine del Sud del mondo o Sud globale o Terzo mondo. Addirittura nel passato si è giunti a elaborare teorie e modelli pensati per il Sud del mondo, in contrapposizione a teorie e modelli ideati per spiegare i fenomeni del Nord del mondo, quasi si trattasse di due mondi omogenei ma separati, guidate da logiche e obiettivi differenti. Questa linea di ragionamento è ormai ampiamente criticata: il problema dello sviluppo – in tutte le sue molteplici componenti – è una questione globale. Cap.2 La questione dello sviluppo Il concetto di sviluppo economico è multiforme: diverse società, in differenti momenti storici, hanno attribuito al termine significati alternativi. L’ideologia della modernizzazione rappresenta la visione tradizionalmente consolidata nel pensiero occidentale sullo sviluppo. In biologia, così come nel linguaggio comune, il termine sviluppo descrive il processo evolutivo di un organismo verso la sua forma naturale e completa, spiegando così da una parte la naturale crescita di animali e vegetali, e d’altra parte l’insieme delle trasformazioni che gli organismi subiscono nel corso di tale crescita. Termini come crescita, sviluppo, evoluzione e progresso divennero intercambiabili. L’analogia con le teorie evolutive ha supportato nel tempo visioni organiciste della società: secondo questa prospettiva, le società maggiormente capaci di adattamento ai fattori naturali e alle contingenze storiche sono risultate vincitrici, in opposizione alle società tradizionali: una prospettiva interpretativa che ha a lungo giustificato sul piano scientifico il dominio coloniale delle società avanzate, civilizzate e moderne su quelle arretrate, incivili, sottosviluppate. Questa concezione tradizionale è oggi considerata semplicistica e criticabile. Nell’ambito delle scienze sociali è oggi opinione condivisa che mentre lo sviluppo si riferisce a trasformazioni qualitative , la crescita si riferisce ad aspetti quantitativi. Così, l’aumento della ricchezza di un paese esprime essenzialmente un processo di crescita, che non è necessariamente sinonimo di sviluppo: basti pensare al caso in cui tale aumento si basa sulla massiccia distruzione dell’ambiente naturale. Il problema in poche parole non è quanto , ma quale sviluppo sia preferibile, sostenibile, auspicabile. Nel dibattito delle scienze economiche e sociali dei primi decenni del dopoguerra lo sviluppo economico veniva equiparato ad un processo di modernizzazione, riproponendo una sostanziale equivalenza di concetti quali crescita, sviluppo e progresso. Il lavoro più noto ed esemplificativo è rappresentato dal modello evolutivo delle società proposto dall’economista statunitense Rostow. Attraverso la comparazione storica e statistica dello sviluppo di società differenti, l’autore ipotizza che lo sviluppo dei diversi paesi avvenga inevitabilmente attraverso 5 stadi, lungo un sentiero lineare che porta dall’arretratezza verso la modernità:
Sul piano economico il presupposto è che singoli individui o gruppi che interagiscono più o meno spontaneamente nel perseguire i propri obiettivi e le proprietà auto-regolative del mercato sono più efficienti di qualsiasi governo. I sostenitori del neoliberalismo puro ritengono che l’intervento dello Stato debba essere limitato quanto più possibile, perché opprime la libera iniziativa degli agenti economici. Il neoliberalismo auspica quindi l’espansione dell’economia di mercato, sia dal punto di vista geografico, sia dal punto di vista settoriale e sociale, mediante l’assimilazione a merci scambiabili con moneta di una serie sempre crescente di fenomeni e relazioni sociali (la cosiddetta mercificazione ). Sul piano politico si tratterà di rimuovere tutte le barriere artificiali che limitano la libera espansione dell’economia di mercato: garantire la libera concorrenza tra imprese anche attraverso l’eliminazione dei monopoli e la privatizzazione delle imprese statali; contrastare le forme di protezionismo che scoraggiano il commercio internazionale; ridurre il peso dello Stato nella vita economica e sociale e affidarsi quindi il più possibile alla cosiddetta mano invisibile del mercato, riservando allo Statoil solo ruolo di garantire il rispetto della legge. Sul piano ideologico, il presupposto centrale del credo neoliberale è che le relazioni economiche, politiche e sociali si organizzino nel migliore dei modi attraverso l’interazione tra attori liberi di perseguire i propri interessi all’interno di un quadro condiviso di norme e regole. Occorre precisare come espressioni come liberalismo e liberismo, pur utilizzate come sinonimi, siano concettualmente diverse. Il liberalismo ha rappresentato storicamente un movimento politico e filosofico orientato alla difesa della sfera d’autonomia del singolo individuo rispetto alle istituzioni o ai gruppi sociali prevaricanti. Il liberismo rappresenta l’applicazione del liberalismo alla sfera economica. Il neo-liberismo è un termine emerso di recente e si configura come una critica a quel particolare sistema di interventismo dello Stato dell’economia, tipico di tutti i Paesi occidentali a partire dal secolo dopo- guerra, noto come keynesianismo-welfarismo, che ha portato allo sviluppo dello stato sociale e a politiche di sostegno della domanda da parte del settore pubblico. In netta contrapposizione con le ideologie vicine al pensiero della modernizzazione e a quello neoliberista, un vasto gruppo di autori ha elaborato negli anni 60 e 70 quadri interpretativi di natura critica, spesso legate alla teoria marxiana. Nel discutere i divari nei processi di sviluppo alla scala globale uno dei maggiori contributi della scuola critica si riferisce alla cosiddetta teoria della dipendenza. La tesi di fondo è che la relazione fra paesi del Nord e del Sud del mondo non si fondi sulla semplice coesistenza, ma sull’operare di un meccanismo di dipendenza e che le condizioni di sottosviluppo dei paesi più poveri non siano un semplice accidente del destino, ma possano essere comprese unicamente come risultato del funzionamento del sistema capitalistico mondiale nel suo complesso. Il sottosviluppo della periferia è funzionale alla ricchezza del centro ed entrambi si trovano reciprocamente in una posizione dialettica che è paragonabile al conflitto di classe caro all’analisi marxista. I capitalisti occidentali posseggono i fattori di produzione: il loro apparato industriale- finanziario e tecnologico. I proletari non occidentali possono invece offrire soltanto materie prime, prodotti agricoli e lavoro a basso costo. L’interpretazione del problema del sottosviluppo in un’ottica di interdipendenze – l’arretratezza di alcune aree come funzionale allo sviluppo di altre – si colloca alla base del principale modello elaborato nell’ambito delle teorie della dipendenza, quello dello scambio ineguale , che si pone l’obiettivo di spiegare concretamente i meccanismi attraverso cui avviene il dominio economico da parte dei paesi più ricchi. Con il modello dello scambio ineguale viene negato che il sottosviluppo sia una fase naturale nell’evoluzione verso lo sviluppo, e viene invece affermato che si tratta della conseguenza di rapporti di potere con i Paesi del Nord. Secondo il modello la formazione di una periferia sottosviluppata è un’esigenza del sistema capitalistico mondiale per cui il centro, integrando la periferia nel proprio sistema di scambi commerciali, si appropria della ricchezza qui prodotta, utilizzandola per consolidare la propria posizione dominante. Il sottosviluppo della periferia non è dunque una condizione occasionale e transitoria, bensì un elemento intrinseco al funzionamento del sistema nel suo complesso: sviluppo e sottosviluppo sono elementi di una stessa dialettica.
La prospettiva della dipendenza è stata ampiamente riproposta a partire dagli anni 70 dal sociologo ed economista statunitense Immanuel Wallerstein. Secondo l’autore, storicamente si possono individuare tre generali modi di produzione , ossia sistemi di organizzazione della produzione, del consumo e della vita socio-economica:
dei sistemi di significato e delle geometrie di potere/sapere sulle quali si basa, e in secondo luogo a individuare gli effetti culturali, oltre che economici, sociali e politici, del discorso dominante o egemonico. Cap. 3 Geografie ambientali dello sviluppo L’ambiente come ecosistema Un ecosistema è costituito da un insieme di esseri viventi, dalle interazioni che questi sviluppano tra di essi e con l’ambiente fisico in cui vivono, dai flussi di energia e nutrienti da cui sono attraversati. È formato dunque da componenti visibili e da componenti invisibili, come ossigeno, energia termica, anidride carbonica. Studiare un ecosistema significa esaminare le interazioni tar le diverse componenti dell’ambiente. Valutare la qualità di un ecosistema significa prendere in considerazione la sua diversità e stabilità. La biodiversità, o diversità biologica, indica la quantità di specie, di patrimoni genetici e di ecosistemi esistenti sulla terra. La stabilità è la capacità di un sistema di rispondere a situazioni di disturbo mantenendo il proprio equilibrio. La stabilità in senso statico indica la capacità di resistenza di un sistema, cioè la capacità di assorbire uno shock o una pressione senza modificare se non marginalmente il proprio stato, la propria struttura e le proprie funzioni. Intesa in senso dinamico la stabilità dà luogo alla resilienza , cioè della capacità di rispondere a sollecitazioni ritornando al proprio stato originale, senza perdere o modificare le proprie caratteristiche. La fragilità invece esprime la facilità con cui un sistema può subire modifiche irreversibili. L’ambiente come servizio Secondo una terminologia recente, gli ecosistemi grazie alle proprietà di cui godono e ai complessi meccanismi che li regolano erogano servizi che rendono possibile la vita sulla terra:
Gli impatti ambientali di lungo periodo sono stati sacrificati nel nome di una crescita economica di breve e medio termine. L’approccio può essere riassunto nello slogan ‘crescere ora, pulire dopo’. Sfortunatamente tuttavia il processo di pulizia è spesso lungo, costoso e a volte non completamente realizzabile. La crisi dell’ideologia sviluppista avviene a partire dagli anni 60 del secolo scorso, anche perché aumenta in quegli anni l’attenzione per i rischi ambientali connessi con lo sfruttamento economico. Un numero crescente di casi di inquinamento ambientali avvenuti nel Nord del mondo crea allarme e maggiore attenzione sui rischi ambientali connessi alle attività produttive. È in quegli anni per esempio che emergono per la prima volta i rischi ambientali connessi all’utilizzo dell’insetticida DDT che, incamerato negli organismi che lo ingeriscono e passando nella catena alimentare, causa la morte di numerosi mammiferi e uccelli, creando allarme e preoccupazione nell’opinione pubblica. L’impatto degli individui sull’ecosistema e gli squilibri ambientali. Oltre all’esaurimento, una risorsa può anche subire un peggioramento della sua qualità. Si parla in questo caso di degrado della risorsa e più in generale di degradazione ambientale. L’inquinamento dell’aria, dell’acqua o del suolo ne sono esempi. Degradare una risorsa vuol dire deteriorarne le proprietà. Questo può avvenire perché la risorsa viene sfruttata a ritmi più veloci di quelli necessari per la sua rigenerazione, per es quando la concentrazione di sostanze inquinanti supera i livelli di guardia. Il danneggiamento di una risorsa può avvenire per cause naturali o per cause indotte dall’essere umano. La ‘lisciviazione’ per es è una forma di degrado naturale del terreno che a causa dello scorrimento dell’acqua perse sostanze nutritive. Il sovrapascolo, cioè l’impoverimento del terreno dovuto a un eccessivo utilizzo di quest’ultimo per il pascolo delle mandrie è una causa umana di degrado del terreno. Il degrado dell’ambiente causato dall’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo Inquinare significa modificare la composizione di una risorsa in maniera tale da nuocere alla salute umana o alla qualità dell’ambiente. Ci concentreremo su tre forme di inquinamento: atmosferico, idrico e del suolo. L’inquinamento atmosferico si verifica introducendo nell’aria sostanze in eccesso rispetto alla capacità di assorbimento da parte dei processi naturali, con implicazioni per il funzionamento degli ecosistemi e con rischi per la salute umana e la salubrità dell’ambiente. Processi industriali, impianti per la produzione di energia elettrica, impianti per il riscaldamento domestico e traffico veicolare sono tra i principali responsabili dell’inquinamento atmosferico causato da attività umane. Per quanto l’inquinamento atmosferico sia prodotto a livello locale al contempo si tratta di un problema globale, in quanto ne è coinvolta gran parte delle città del mondo. Rappresenta un problema globale perché i suoi impatti travalicano i confini locali: fenomeni come l’effetto serra, le piogge acide, lo smog fotochimico sono causati dall’aumento della presenza di inquinanti atmosferici in specifici luoghi, ma danno vita a problemi ambientali alla scala planetaria. La pericolosità di molti inquinanti è spesso ignorata: le conoscenze evolvono e magari ci accorgeremo fra anni dei danni alla salute provocati dai cellulari e dalle reti wireless. L’inquinamento idrico viene misurato con riferimento alle caratteristiche qualitative necessarie perché l’acqua sia in grado di svolgere le funzioni a cui a seconda dei casi è utilizzata: usi civili, agricoli, industriali, zootecnici, di trasporto e così via. Le principali cause di inquinamento idrico sono gli scarichi urbani, gli scarichi industriali, le attività agricole o l’estrazione di minerali. L’assenza di una normativa ambientale o di controlli affinché questa sia fatta rispettare, insieme a condizioni di vulnerabilità sociale, disinformazione concorrono ad aumentare lo stato di compromissione delle risorse idriche. L’erosione del suolo è una forma di degradazione causata da un deterioramento che il naturale processo di rigenerazione non riesce a contrastare. I processi di formazione del suolo avvengono in tempi molto lunghi e dipendono da fattori geologici e climatici. Viceversa i processi di erosione del suolo possono avvenire in tempi molto brevi (alcuni cm all’anno). L’erosione del suolo è una componente del più vasto processo di desertificazione. La desertificazione avviene quando il suolo è periodicamente provato di sostanze nutritive e diventa arido, o lo scarso drenaggio provoca la sua salinizzazione. La desertificazione può essere acuita dalla siccità o dall’azione di animali selvatici che distruggono il manto vegetale. Anche la pressione della popolazione, il sovrapascolo e la deforestazione possono accentuare il processo. La desertificazione è un processo che incide in particolare sui climi aridi dei paesi del Sud del mondo. La
degradazione del suolo può anche avvenire per ragioni naturali, per esempio a causa dell’erosione del vento o dell’acqua. Quando degradazione naturale e umana si combinano il processo di erosione viene accelerato. Anche deforestazione ed erosione del suolo possono essere fenomeni collegati. La deforestazione La rimozione di foreste e boschi in quantitativo superiore alla velocità di rigenerazione naturale è uno degli aspetti più evidenti e discussi di degrado ambientale. La deforestazione non è un fenomeno recente: nel Medioevo buona parte dell’Europa è stata disboscata. Ciò che cambia è l’accentuarsi della rapidità con cui questo fenomeno incede oggi e la quantità di territori deforestati. Si calcola che il 70% della perdita di foresta avvenuta degli anni 70 sia stata determinata da conversione agricola. Sono inoltre causa di deforestazione l’estrazione del legname, la realizzazione di infrastrutture, gli incendi e più in generale l’aumento delle attività antropiche. La deforestazione rappresenta una minaccia per la salute ambientale globale per via dei servizi ambientali che foreste e boschi garantiscono. Le foreste forniscono radici, frutti, spezie, piante medicinali. Regolano inoltre una molteplicità di servizi ecologici: forniscono un habitat a piante e animali e contribuiscono al mantenimento della biodiversità, regolano il clima, supportano le reti alimentali e i flussi di energia, trattengono l’acqua piovana, limitano l’erosione del suolo, assorbono gli inquinanti atmosferici. Oltre 300 milioni di persone dipendono dai prodotti della foresta per la propria sussistenza e la maggior parte di questi vive sotto la soglia di povertà. Il cambiamento climatico Fino a un certo livello l’atmosfera, gli oceani, la vegetazione e il suolo sono in grado di assorbire determinati elementi inquinanti, mentre oltre una certa soglia questi non riescono a essere smaltiti dagli ecosistemi dando luogo, tra gli altri, al problema del riscaldamento della temperatura terrestre. Semplificando il processo, la quantità di ossido di carbonio e altri gas serra presenti nell’atmosfera concorre a determinare la temperatura della Terra. La quantità di calore presente sul pianeta è controllata dall’effetto di isolamento prodotto dai gas serra: questi funzionano come i vetri di una serra, trattenendo calore che altrimenti andrebbe disperso. Senza l’effetto di questi gas la temperatura media della Terra sarebbe di almeno 30 gradi in meno di quella attuale. Tuttavia un aumento eccessivo dei gas serra può contribuire a far aumentare la temperatura terrestre e avere conseguentemente impatti duraturi sul clima. Da qui l’espressione ‘cambiamento climatico’, che deriva da un progressivo incremento delle temperature medie. Gli studi condotti dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) hanno evidenziato non solo un forte aumento della concentrazione di gas terra nell’atmosfera negli ultimi decenni e un conseguente progressivo aumento delle temperature medie, ma anche la stretta relazione esistente tra attività umane e produzione di gas serra, e in particolare di CO2, e tra l’aumento di produzione di gas serra e il riscaldamento globale. Sulla base di queste analisi l’IPCC ha tracciato degli scenari molto preoccupanti per il futuro della Terra. Il cambiamento climatico è stato definito uno dei principali problemi che l’umanità si troverà a dover affrontare nel prossimo secolo. Il riscaldamento globale è un esempio di problema ambientale sovranazionale i cui impatti si estendono oltre i confini nazionali e legano i destini dei vari paesi. Per questa ragione dagli anni 70 a oggi attraverso incontri e conferenze internazionali si è tentato di regolare a livello planetario l’inquinamento atmosferico e contrastare l’innalzamento della temperatura. Molti movimenti e associazioni sono nati, negli ultimi anni in particolare, per sollecitare un’azione immediata e portare all’attenzione dell’opinione pubblica le disparità socio-spaziali con cui i problemi ambientali investono i diversi contesti del mondo. Ne è un esempio lo slogan proposto da un gruppo di attivisti durante la marcia contro il cambiamento climatico tenutasi a Londra nel 2009: riferendosi alle disparità degli effetti del riscaldamento globale sulle diverse fasce sociali lo slogan recita “i ricchi si abbronzano ma i poveri friggono. Agisci ora”. La perdita di biodiversità Non esiste una definizione univoca del concetto di biodiversità in quanto valutare cosa si intende con ‘varietà di vita’ non è facile. Spesso nel linguaggio comune con biodiversità si fa riferimento al numero di specie presenti in una determinata area. L’importanza della biodiversità è legata a una pluralità di aspetti: al valore materiale delle forme di vita, ai potenziali produttivi (possibilità di utilizzo delle piante come medicinali) o a valori non produttivi legati ai servizi ambientali offerti dalle diverse specie (es
In Italia il principale riferimento normativo in tema di aree protette è la Legge quadro sulle aree protette finalizzata alla valorizzazione della biodiversità. Le aree protette italiane rappresentano poco meno del 12% del territorio nazionale e si concentrano principalmente nelle Alpi e negli Appennini, seguiti dalle fasce costiere e dalle isole. I modelli di gestione di questo patrimonio naturale sono profondamente cambiati nel corso del tempo, rispecchiando diversi modi di concepire il rapporto società-ambiente. A lungo la conservazione delle risorse naturali si è configurata nei termini di un’esclusione totale dell’essere umano, secondo il modello della ‘ protezione integrale’. Ciò ha creato nel corso del tempo profondi e durevoli conflitti con le popolazioni locali, in Italia come nel resto del mondo. Nel parco nazionale del Gran Paradiso per es gli anni 60 e 70 furono anni di grandi conflitti e di incomprensioni tra il parco e le popolazioni locali, che si ritenevano eccessivamente vincolate dalla presenza dell’area protetta. La conservazione integrale produce alcuni risultati in termini di mantenimento della copertura arborea delle aree protette e della biodiversità, ma solleva rilevanti questioni di giustizia sociale ed equità. A ciò si aggiungono riflessioni e studi che hanno mostrato come le risorse naturali possano essere conservate in maniera più efficace attraverso un loro utilizzo consapevole da parte delle persone, che non se lasciate a loro stesse. Così nasce e si sviluppa la community based-conservation che si propone di coniugare obiettivi di miglioramento delle condizioni di vita delle comunità locali e conservazione delle risorse naturali attraverso modelli di co-gestione delle aree protette, promuovendo un ruolo attivo delle comunità locali nella gestione delle aree protette. In Europa, uno degli obiettivi principali è divenuto quello di passare da un sistema di aree protette disconnesse a vere e proprie ‘reti ecologiche’ costituite da nodi (le aree protette) collegati tra loro da ‘corridoi ecologici’ che, pur interessati da vincoli meno severi, conservino caratteristiche di naturalità diffusa in grado di garantire il mantenimento della funzionalità ecologica dell’intera rete. L’analisi dello stato ambientale L’esigenza di conoscere lo stato dell’ambiente per operare delle scelte politiche circa gli orientamenti da seguire si intensifica negli anni 60. Lo sviluppo di indicatori ambientali è rilevante ai fini della ricerca scientifica ed è spesso prerequisito sia per la formulazione e l’avvio delle politiche ambientali, sia per il monitoraggio delle stesse, così come per informare e sensibilizzare l’azione dell’opinione pubblica. Gli indicatori ambientali permettono di misurare il livello di uso delle risorse ambientali in rapporto alla capacità dell’ambiente di rinnovarle con riferimento a fenomeni diversi, come effetto serra, riduzione della fascia dell’ozono, inquinamento dei centri urbani, perdita di biodiversità. Un indicatore ci fornisce informazioni sullo stato di un fenomeno, ma deve essere inserito all’interno di modelli interpretativi più ampi. Il modello PSR (Pressione-Stato-Risposta) e la sua versione integrata, il modello DPSIR (Determinante-Pressione-Stato-Impatto-Risposta) rappresentano tentativi di lettura e interpretazione integrata dei problemi ambientali. Il modello PSR individua tre tipologie di indicatori: gli indicatori di pressione, gli indicatori di stato e gli indicatori di risposta. I primi descrivono i fattori di pressione che causano i problemi ambientali, come il rischio di inquinanti e rifiuti, il sovrasfruttamento della Terra o l’estensione dei ghiacciai, la trasformazione degli ecosistemi. Gli indicatori di stato descrivono le trasformazioni (quantitative e qualitative) cui l’ambiente è sottoposto da determinati fattori di pressione. Gli indicatori di risposta descrivono azioni attraverso cui la società e le istituzioni reagiscono ai problemi ambientali. Il modello DPSIR introduce due nuove categorie: i determinanti o agenti modificatori, e gli impatti. I primi (driving force) sono rappresentati da attività e comportamenti umani che producono pressioni sull’ambiente. Processi economici, stili di vita, modelli di consumo. Gli impatti sono alterazioni negli ecosistemi determinati da cambiamenti rilevanti che producono mutamenti nella capacità degli ecosistemi di sostenere la salute umana e le attività economiche e sociali. Lo schema PSR/DPSIR è un punto di riferimento adottato dalla maggior parte delle agenzie e delle organizzazioni che si occupano di ambiente. Il suo principale pregio è di tener conto e di mettere in relazione la dimensione naturale e socioeconomica dei fenomeni ambientali. L’impronta ecologica invece è un indicatore molto utilizzato per misurare il consumo di risorse. Il calcolo dell’impronta ecologica parte dalla constatazione che le persone per soddisfare i propri bisogni necessitano spesso di risorse che non sono prodotte o non fanno parte esclusivamente dei luoghi che abitano. Lo scopo dell’impronta ecologica è identificare il numero di ettari di cui ogni abitante della terra ha bisogno per vivere, misurando in questo modo l’impatto che la vita urbana ha sul pianeta.
Altri strumenti utilizzati per valutare lo stato dell’ambiente, questa volta in termini monetari, sono i sistemi di contabilità ambientale. Questo sistema tenta di integrare la dimensione economica e quella ambientale valutando i costi determinati dal prelievo e dalla trasformazione delle risorse e dall’utilizzo dei servizi ambientali. Un esempio di sistema di contabilità ambientale è il SERIEE che monitora le spese sostenute per la protezione dell’ambiente e per l’utilizzo sostenibile delle risorse naturali. Le politiche ambientali È assai complesso definire chi è chiamato a dirimere le diverse questioni ambientali. Da un lato ci sono le politiche ambientali ‘istituzionali’, di competenza di soggetti diversi secondo l’ordinamento di ogni paese. In Italia per es sono soggetti delle politiche ambientali lo Stato, le regioni, le province, i comuni e gli altri enti chiamati a legiferare in materia ambientale o a monitorare affinché le normative siano rispettate. Diverse attività normative e di controllo sono poi affidate dalla Costituzione o delegate da appositi provvedimenti legislativi alle regioni e ai comuni. Allo stesso modo la gestione e il controllo in campo ambientale è affidata a varie agenzie. Esistono agenzie internazionali come l’EPA negli Stati Uniti, l’AEA oltre alle agenzie nazionali e regionali, come l’ANPA e l’ARPA in Italia. Compito di queste agenzie è controllare il rispetto della normativa ambientale vigente, supportare l’amministrazione nelle attività di programmazione, amministrazione, informazione ed educazione in campo ambientale. Esiste un’ampia arena di soggetti che sono parte attiva nelle politiche ambientali. Oltre alle organizzazioni internazionali e alle istituzioni sovranazionali troviamo le imprese, le associazioni di categoria, le associazioni di cittadini, la magistratura e molti altri soggetti ancora, fino ai singoli cittadini. La complessità delle questioni ambientali richiede inoltre, in molti casi, che più attori concorrano nella definizione di strategie di intervento, dalla scala comunale a quella internazionale, per indirizzare politiche e interventi nella direzione auspicata. Un ruolo centrale che non è solo di coordinamento e armonizzazione dell’azione dei singoli Stati ma anche di vera e propria programmazione, è quello svolto dall’Unione Europea. La politica ambientale comunitaria promuove azioni di salvaguardia dell’ambiente e delle risorse naturali e la definizione di una normativa comunitaria che attraverso regolamenti, direttive, decisioni persegue obiettivi di miglioramento della qualità della vita e di tutela dell’ambiente. Per via della natura globale di molte questioni ambientali, dall’emissione di gas serra alla deforestazione, diversi tentativi sono stati fatti, a partire dall’organizzazione delle Conferenze delle Nazioni Unite, per discutere possibili risposte a livello globale. Si usa molto spesso, in questo senso, il termine global governance , intendendo una modalità attraverso cui il potere politico viene esercitato alla scala globale non solo dai governi nazionali, ma anche da istituzioni sovra-nazionali e non governative e in generale da soggetti privati, pubblici e misti, come la società civile. Se quindi in passato le decisioni ambientali erano prese nella maggior parte dei casi dai governi, responsabili di mettere in atto politiche a livello nazionale, oggi il ruolo giocato dagli Stati cambia e risulta notevolmente ridimensionato. I movimenti per la giustizia globale affermano un ideale di ‘cosmopolitismo situato’, sensibile alle diversità culturali e sociali, nonché alle pratiche quotidiane che possono avere un potere trasformativo. Es l’orientamento delle scelte di consumo verso prodotti a basso impatto ambientale. Si parla a questo proposito quindi di cittadinanza attiva e consumo consapevole. La cittadinanza attiva promuove la responsabilizzazione dei cittadini nella tutela dei propri diritti. Un consumo consapevole per es non si basa esclusivamente su considerazioni relative al prezzo e alla qualità dei prodotti, ma significa denunciare processi produttivi, pratiche o prodotti nocivi per l’ambiente e per la salute umana, acquisire informazioni sui prodotti in commercio, sull’impatto che questi hanno sulle persone e sull’ambiente, privilegiando i prodotti riutilizzabili e le aziende locali. Alcuni strumenti delle politiche ambientali Le politiche ambientali si trovano a dover operare soprattutto in due ambiti: quello del disinquinamento e quello della prevenzione. Appartengono alle politiche di disinquinamento gli interventi di risanamento a valle del processo produttivo, volti a trattare gli scarti indesiderati o portandoli a livelli considerati tollerabili di pericolosità, o spingendosi a riciclare gli scarti, recuperando direttamente o previo trattamento determinate sostanze. Le politiche ambientali preventive agiscono invece nell’ottica di incentivare meccanismi virtuosi per limitare il verificarsi di situazioni di emergenza. Le politiche ambientali non sono chiamate a scegliere tra politiche di disinquinamento e preventive, ma bensì a percorrerle entrambe contemporaneamente.
Il tasso di natalità è il rapporto tra il numero delle nascite osservate in una popolazione e l’ammontare di questa popolazione. Il tasso di natalità misura l’intensità delle nascite con riferimento alla popolazione nel suo complesso, senza tenere conto in modo specifico dei soggetti che possono avere contribuito alla produzione di tali nascite. Il tasso di fecondità (o fertilità ) tiene conto di questo aspetto concentrandosi sul sottoinsieme delle donne in età riproduttiva, misurando il numero medio annuo dei nati vivi in una popolazione per donna in età feconda. Il tasso di fecondità varia da paese a paese. A determinare l’andamento delle nascite hanno contribuito in diversi casi le politiche sociali dei singoli paesi. In Francia grazie a politiche nataliste a sostegno della famiglia il tasso di fecondità e tra i più alti d’Europa, e sono spesso donne istruite appartenenti alla classe medio alta a decidere di avere il terzo figlio. In Cina le rigide politiche anti- nataliste degli anni 70 (note anche come politica cinese del figlio unico), legate ai timori che l’esplosione demografica si traducesse in una recessione economica del paese, hanno portato a ridurre il tasso di fecondità cinese attuale al di sotto del livello di sostituzione delle nascite. La fertilità, oltre a essere influenzata da fattori di carattere politico, dipende da dinamiche culturali, sociali, economiche. Diversi studi hanno evidenziato per esempio come la povertà, che molto spesso è correlata a un grado di istruzione più basso, comporti una più elevata natalità per una pluralità di ragioni: le donne sono meno libere di esprimersi circa le scelte di pianificazione familiare, si sposano molto giovani aumentando così il periodo di fertilità riproduttiva e fanno minor uso di pratiche contraccettive. In situazioni di povertà inoltre i figli rappresentano spesso un investimento economico (per il contributo lavorativo che possono dare alla famiglia). Un’istruzione elevata viceversa spesso è correlata a un’età di nascita del primo figlio più avanzata, riducendo così il periodo di fertilità della donna. L’occupazione femminile, il desiderio di fare carriera, l’indipendenza economica delle donne si traducono spesso in una riduzione dei tassi di fecondità. A influenzare le dinamiche demografiche, accanto alla fertilità, va considerata la mortalità. Il tasso di mortalità , più nello specifico, indica il numero di decessi ogni 1000 abitanti in un periodo di tempo definito (solitamente un anno). Anche i tassi di mortalità presentano una grande variabilità geografica, i più bassi si registrano in Qatar, Emirati Arabi uniti e Kuwait, i più alti in Sudafrica, Russia e Ucraina. Nel passato le epidemie hanno fortemente limitato la crescita della popolazione. Ora molte epidemie sono contrastate con misure sanitarie. Alcune di queste come la malaria rimangono tuttavia cause di mortalità rilevanti in diversi paesi del sud globale. Anche determinati comportamenti sociali influenzano in maniera rilevante la mortalità. Pensiamo ai rapporti sessuali non protetti. L’Hiv per esempio E oggi una malattia che influenza fortemente la mortalità di diversi paesi africani e asiatici. La mortalità varia anche a seconda dell’offerta dei sistemi sanitari nazionali. In diversi paesi africani, dove il sistema sanitario non copre che parte del territorio nazionale ed è spesso assente o inadeguato nei contesti rurali, I tassi di mortalità sono assai più elevati. Il tasso di mortalità infantile e la speranza di vita alla nascita sono due indici spesso utilizzati per valutare le condizioni di vita di una popolazione, in quanto costituiscono indicatori essenziali della qualità delle condizioni sanitarie, sociali ed ambientali. Il tasso di mortalità infantile indica la mortalità che colpisce i nati vivi entro il primo anno di vita e si ottiene calcolando il numero dei bambini morti fra la nascita e il primo compleanno ogni 1000 nati vivi nello stesso anno. La speranza di vita alla nascita indica il numero medio di anni che una persona può statisticamente aspettarsi di vivere al momento della sua nascita. Insieme alla mortalità infantile essa costituisce un parametro indicativo delle condizioni sociali, economiche e sanitarie di un paese. Infine informazioni rilevanti circa una popolazione derivano dall’analisi della sua composizione per genere ed età. Una rappresentazione statistica utile per descrivere la composizione di una popolazione per classi di età e per genere è la piramide delle età , composta da due istogrammi che rappresentano le classi di età. Sull’asse delle ascisse compare l’ammontare della popolazione per ogni classe d’età, distinte fra maschi e femmine. Confrontando le singole classi, si potranno osservare trasformazioni e cambiamenti. Le popolazioni caratterizzate da una forte crescita avranno piramidi dell’età con basi molto ampie che vanno via via restringendosi (es Filippine). Popolazioni a crescita lenta configurano piramidi strette alla base che si allargano nella parte centrale per poi restringersi nuovamente. A essere più numerose sono in questo caso le fasce d’età compresa fra i 25 e i 50 anni (es Australia). Le popolazioni in declino sono infine caratterizzate da piramidi con vertici particolarmente ampi, a indicare il numero elevato di persone anziane (es Giappone). La transizione demografica
Una transizione demografica è un processo di passaggio da una situazione di equilibrio caratterizzata da alti tassi di natalità e mortalità, a una situazione di equilibrio caratterizzata da tassi di natalità e mortalità entrambi molto bassi. Il modello individua quattro fasi. La prima fase, della pre-transizione, è caratterizzata da una bassa speranza di vita e da alti tassi di natalità e di mortalità. Gli alti tassi di natalità sono dettati dalla necessità di compensare l’elevata mortalità e far sì che alcuni figli raggiungono l’età adulta. Nella seconda fase, denominata di prima espansione o prima transizione, la mortalità inizia a diminuire grazie un miglioramento delle condizioni di vita, legate in particolar modo a miglioramenti nell’alimentazione, nella qualità dell’ambiente di vita e della salute. L’incidenza di fame, carestie epidemie diminuisce. Allo stesso tempo, il tasso di natalità continua a rimanere elevato perché la tendenza a fare più o meno figli ha radici nella cultura di una società e quindi si modifica più lentamente. Di conseguenza la popolazione aumenta esponenzialmente. La terza fase è caratterizzata da una diminuzione del tasso di crescita naturale della popolazione. Fattori tra cui le innovazioni tecnologiche nel settore agricolo e industriale, il miglioramento del sistema di educazione e della legislazione a tutela del lavoro minorile portano a una diminuzione del valore sociale economico della prole. Nella quarta fase la transizione demografica può dirsi completata: il tasso di mortalità raggiunge il livello più basso e poiché la fertilità continua stabilmente a diminuire, il tasso di crescita della popolazione si assesta su livelli bassi. Ciò corrisponde a un generale aumento degli standard di vita e del livello di istruzione femminile. Alcuni autori aggiungono una quinta fase al modello, nota come fase del declino o fase post transizione, nella quale il tasso di crescita della popolazione è vicino allo zero e in alcuni casi ha valori negativi. Molti paesi europei sono attualmente in questa fase. Sul modello della transizione demografica sono state espresse diverse opinioni critiche. È stato evidenziato per esempio che sei dà conto in maniera precisa di quanto avvenuto in passato non sempre è così attendibile nelle previsioni future, perché non è detto che le dinamiche verificatisi in passato si ripropongano, allo stesso modo, in futuro. La transizione demografica non tiene inoltre conto dei processi migratori e dell’impatto che questi hanno su mortalità e natalità delle regioni di partenza e di arrivo. Offre pertanto una rappresentazione solo parziale delle trasformazioni demografiche attuali future. La distribuzione della popolazione mondiale Gli oltre 7 miliardi di persone che abitano sulla terra non sono distribuiti omogeneamente nelle varie parti del pianeta. Questo è in parte l’esito delle differenze nella crescita della popolazione e nella sua composizione demografica, in parte dipende da fattori naturali, economici, politici e sociali. Si pensi che il 70% della popolazione mondiale abita entro 60 km dalle coste e si concentra in una porzione della superficie terrestre che non supera il 10% del totale. L’intensità del popolamento di un determinato territorio può essere misurata calcolando la densità della popolazione, cioè il rapporto fra il numero di abitanti e la superficie del territorio medesimo. I paesi più densamente popolati si trovano in Asia e Europa. Oltre a Groenlandia e Antartide, le regioni meno densamente popolate della terra sono Australia, Canada e le aree desertiche dell’Africa. L’ineguale distribuzione della popolazione e la forte concentrazione demografica che si trovano a dover sopportare determinate aree mettono alla prova la capacità di carico dei territori, e cioè la possibilità di fornire risorse adeguate alla popolazione insediata senza compromettere le caratteristiche fisiche, ambientali e socio culturali dei territori, e chiamano in causa il rapporto fra popolazione e risorse. L’aumento della popolazione e la finitezza delle risorse Sulle relazioni tra tasso di crescita della popolazione e disponibilità di risorse naturali si è sviluppato un dibattito scientifico ampio e serrato, durato secoli, tuttora vivace. Una delle prime teorie è quella di Thomas Malthus. Malthus evidenzia come l’offerta di cibo cresca in proporzione aritmetica, e quindi in maniera costante e lineare. Diversamente, la popolazione cresce in maniera esponenziale: anche quando il numero di figli per famiglia rimane invariato, nel tempo ci saranno comunque più persone ad avere figli. Esito di questi differenti tassi di crescita è la previsione che le risorse naturali non saranno prima o poi sufficiente per sfamare la popolazione. Fame e carestia rappresentano nella prospettiva maltusiana l’inesorabile destino per l’umanità. Le previsioni di Malthus e degli studiosi che ne hanno proseguito la riflessione sono state oggetto di critica da parte di molti autori successivi. Non sono le analisi maltusiane