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Vacanze di pochi vacanze per tutti. L’evoluzione del turismo europeo - Patrizia Battilani
Cap.1: TURISMO E SVILUPPO ECONOMICO: UN PROBLEMA APERTO
- I fattori che hanno stimolato la domanda di servizi turistici: Il reddito e la curva di Engel. Tra i vari fattori economici che influenzano i consumi turistici, quello più importante è il reddito. L'industrializzazione e l'aumento del reddito hanno ampliato le fasce sociali, permettendo la crescita del settore. Inizialmente viaggiavano solo gli aristocratici, poi arrivarono i borghesi ed infine gli operai, dando nascita a quello che verrà chiamato turismo di massa. Per spiegare la crescita del consumo dei servizi turistici, viene usata la curva di Engel. Lo studioso tedesco, nel 1857 aveva pubblicato uno studio nel quale affermava che più povera è una famiglia, maggiore sarà la proporzione della sua spesa totale destinata all'acquisto di generi alimentari; e più ricca è una nazione, minore sarà la proporzione di generi alimentari nella spesa totale. Il cambiamento nella composizione della spesa è trainato dall'elasticità della domanda rispetto al reddito. In particolar modo, i servizi turistici hanno un'elevata elasticità. La nascita del turismo di massa ha prodotto un aumento generale dei consumi turistici, ma anche una segmentazione del mercato e quindi una differenziazione dell'offerta turistica. Un ulteriore fattore che ha determinato l'aumento dei consumi turistici sono i prezzi, che nel caso della domanda turistica comprendono anche gli effetti legati alla svalutazione. Infatti nell'epoca del turismo di massa, essi hanno assunto una funzione competitiva nei confronti degli altri paesi. Ma storicamente si pensa che i prezzi non siamo stati un elemento determinante per la crescita dei consumi turistici, ma abbiamo rappresentato più un elemento di segmentazione del mercato e dei vari livelli sociali. Il tempo libero: una precondizione. La nascita del turismo e la sua affermazione sono legati al tempo libero. Per i romani, il tempo libero rappresentava una condizione sociale, e veniva rivendicato come diritto; solamente al cittadino nobile era riconosciuto il diritto all'otium. Nel medioevo l'ozio veniva percepito come la causa dei vizi umani; era il lavoro che rendeva l'uomo degno di sé stesso. Nel basso medioevo però, il tempo libero inizia a riacquistare uno spazio nella vita di tutti i giorni e viene fatta una distinzione tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Ritornano così di moda le antiche forme turistiche, come i soggiorni termali e le altre attività ludiche. Fino alla rivoluzione industriale non ci fu una netta separazione tra tempo libero e tempo dedicato al lavoro, infatti secondo il sociologo Dumaziender, è sbagliato usare questo termine per le società preindustriali, perché mancano di due condizioni fondamentali: il lavoro e il tempo libero. In realtà, nella fase iniziale dell'industrializzazione il tempo libero era poco. Nell'800 la vita media non superava i 30/40 anni, oggi invece ha raggiunto gli 80 anni, e in parallelo i sistemi pensionistici hanno creato i presupposti per non lavorare negli ultimi 10-20 anni di vita. Le ore dedicate al lavoro dipendono dalla durata della giornata lavorativa, dalle giornate di ferie retribuite e dalla presenza di feste nazionali. Per quanto riguarda la riduzione dell'orario giornaliero, il processo ha origine nella seconda metà dell'800 grazie alla nascita dei sindacati. Tale processo si accelerò nel periodo fra le due guerre, tanto che nel 1919 fu creato l'Ilo (l'organizzazione mondiale del lavoro) che esortò i paesi membri a standardizzare la durata della giornata lavorativa a 8 ore. Nel corso del 900 infatti, date le condizioni adatte, si passerà da un turismo d'élite a un turismo di massa.
- I fattori che hanno stimolato lo sviluppo dell'offerta di servizi turistici: Il ruolo dell'intervento pubblico. La domanda dei servizi turistici viene soddisfatta da una o più imprese, le quali offrono servizi. Questo insieme di beni servizi può trasformarsi in un prodotto turistico seguendo 3 diversi percorsi:
- il common model (l'insieme delle diverse componenti è dato dal risultato del coordinamento fra numerosi soggetti presenti sul territorio);
- il corporate model (l'invenzione del prodotto e l'attività di promozione sono dominate da un'unica grande impresa);
- lo state and community model (gli operatori vengono affiancati dallo stato centrale). Nei due modelli che hanno caratterizzato l'Europa (community model e state and community model), lo stato centrale e i vari enti locali hanno un ruolo importante sia nella fase di produzione del prodotto sia nella fase promozione. L'interesse dello stato verso il settore turistico maturò molto lentamente, tanto che nell'800 è quasi assente. Solo nei primi anni del 900, i principali paesi europei iniziarono a dotarsi di organismi nazionali per la promozione turistica; la prima fu la Spagna nel 1905, seguita poi dall'Austria, la Francia e infine anche l'Italia (1919). In Italia fu istituito l'Enit, il quale si impegnò su 3 fronti: l'attività di propaganda all'estero anche con la creazione di agenzie di viaggio, la creazione di scuole alberghiere e la predisposizione di un sistema di statistiche turistiche nazionali. Altro compito importantissimo svolto dallo stato e dagli enti locali è la protezione delle risorse naturali e artistiche attorno alle quali vengono costruiti i prodotti turistici. Esempio di Bagnoli (Napoli): vi fu costruito uno stabilimento termale molto frequentato. L'Ilva, una delle maggiori industrie siderurgiche del paese, scelse di localizzare i suoi nuovi stabilimenti proprio a Bagnoli, approfittando della legge del 1904 sulla rinascita economica di Napoli. La costruzione dell'impianto impedì lo sviluppo turistico, e causò anche la chiusura degli stabilimenti termali esistenti, a causa dell'inquinamento prodotto dall'Ilva.
In questo caso lo stato avrebbe dovuto evitare la costruzione di tale industria, in modo da far crescere il settore turistico dell'area. Il contributo dell'associazionismo. Oltre allo stato e agli enti locali, anche le associazioni hanno contribuito alla crescita del mercato turistico. Le associazioni, oltre a creare nuove forme di turismo (turismo montano grazie alla creazione dei club alpini), hanno migliorato l'offerta dei privati arricchendola con proposte aggiuntive per il tempo libero. Hanno contribuito alla tutela delle risorse alla base dello sviluppo turistico, e alla nascita di imprese; infatti molti tour operator sono stati creati da persone che hanno maturato una certa conoscenza all'interno delle associazioni ( know how ). Lo stesso Thomas Cook iniziò la sua attività per organizzare il meeting dell'Associazione contro l'alcolismo di cui faceva parte.
- Moda- cultura e il ciclo di vita delle località turistiche: Città come Bath e Brighton sono l'esempio della trasformazione graduale da luoghi di cura a città delle vacanze e infine a centri residenziali. Questa ciclicità è stata colta attraverso il modello del ciclo di vita proposto da Budler nel 1980. Le fasi individuate sono sei:
- esplorazione (la località non è ancora conosciuta, viene scoperta dai primi visitatori. La località non dispone di attrezzature turistiche specifiche. Questa fase è interamente dominata dalla domanda);
- coinvolgimento (la pressione dei primi turisti spinge la località ad attrezzarsi e a migliorare; anche il settore privato, sposterà i suoi capitali verso il turismo. La protagonista di questa fase è l'offerta);
- sviluppo (aumenta il numero dei turisti e può superare quello della popolazione residente; può essere descritta come la fase d'oro di una località turistica, ma è una fase ricca di insidie perché se non interviene un controllo a livello locale, l'ondata di investimenti può provocare il deterioramento delle risorse naturali);
- consolidamento (i visitatori inizieranno a diminuire);
- stagnazione (diventa difficile attirare nuovi turisti, la meta è frequentata sola da turisti abituali). A questo punto si aprono ci sono due soluzioni:
- il declino, con la destinazione ad altri usi;
- il rinnovamento, inventando nuove forme di attrazione come ad esempio casinò, impianti sportivi…
- Il contributo del turismo allo sviluppo economico: La terziarizzazione dell'economia ha portato nuovo interesse al settore dei servizi. Il turismo ha sempre svolto una funzione importante nell'economia di un paese, e ciò è emerso già nel 700 con Pompeo Neri: un economista che individuò nel turismo, uno dei settori attraverso il quale far arrivare valuta straniera all'interno del paese, e riequilibrare così la bilancia dei pagamenti. Tale consapevolezza spinge i governi ad elaborare politiche a favore dello sviluppo del settore. Ci sono paesi come l'Egitto e la Tailandia che hanno un’incidenza delle entrate turistiche molto elevata, rispetto al Pil; quindi il turismo in questo caso, svolge un ruolo effettivamente importante. In altre mete come Maldive e Bahamas, il settore turistico può sostenere l'intera economia e rappresentare l'unica voce delle esportazioni. Per calcolare quale impatto ha il turismo sull'intera economia del paese, vengono prese in considerazione 3 livelli di spesa:
- diretta (riguarda gli alberghi, ristoranti, trasporti);
- indiretta (è la spesa generata dai vari settori);
- indotta. Molto importante è il ruolo svolto dagli investimenti stranieri nello sviluppo delle attività turistiche dei paesi arretrati. Solitamente i turisti stranieri si rivolgono ad agenzie e tour operator del paese di origine per organizzare una vacanza all'estero; tali intermediari, a volte investono direttamente in strutture ricettive nei paesi di destinazione, altre volte invece si assicurano i servizi firmando contratti direttamente con le imprese locali. Quindi i costi e i benefici che i paesi in via di sviluppo ottengono dal turismo, dipendono dalla tipologia di contratti. Inoltre, non va dimenticato che il turismo, tende a modificare il paesaggio e l'ambiente. Si è fatta un po’di chiarezza su tali problematiche, con un programma di ricerca avviato nel 2005 da una delle agenzie delle Nazioni Unite. Questo studio ha permesso di puntualizzare su vari punti: la presenza di investimenti stranieri nel settore turistico è meno estesa rispetto a quanto si potesse pensare. La ricerca inoltre ha fatto emergere le diverse potenzialità legate alla presenza di imprese straniere nel settore turistico, dall'introduzione di pratiche e metodi di lavoro più efficienti e a volte più rispettosi dell'ambiente. Tale effetto positivo, dipende anche dalle politiche attuate dai singoli governi.
Cap. 2 I PRIMORDI DEL TURISMO Possiamo distinguere due grandi categorie di domanda turistica: i viaggi e la villeggiatura. A esse corrispondono la fruizione di un particolare insieme di servizi turistici. Nel primo caso la primogenitura spetta ai pellegrinaggi del Duecento e del Trecento e soprattutto al Grand Tour. Il concetto di turismo come villeggiatura risale all’impiego del tempo libero nelle ville romane, agli sport campestri dei lord inglesi, alle villeggiature in campagna degli aristocratici europei nel corso del Cinquecento e del Seicento. Si tratta di un turismo che associa all’attrattiva naturale di certi luoghi la presenza di svaghi. È un turismo stanziale, dedito agli ozi.
- Vacanze romane fra città d’acqua, campagna e viaggi culturali: il concetto di villeggiatura e di ferie era già ben definito in epoca romana. Le due mete principali delle vacanze erano la campagna e il mare, corrispondenti a due differenti modi di concepire l’ozio che (secondo i latini) rappresentava il tempo da dedicare a sé stessi per recuperare la tranquillità interiore. La vacanza in campagna rappresentava nell’immaginario collettivo il momento della serenità; si
Tuttavia, la grande fama delle terme romane e delle città di villeggiatura nate attorno agli stabilimenti era dovuta al fatto che essi si presentavano come i luoghi di ritrovo e di divertimento. Fra uomini e donne non esisteva alcuna separazione negli spogliatoi né nelle vasche e anche gli approcci omosessuali non erano rari. Con la diffusione del cristianesimo si chiuse l’epoca dei bagni: alla cura del corpo e al mito della bellezza si sostituì il primato dello spirito. Questa nuova visione del rapporto fra spirito e corpo portò ben presto alla condanna delle pratiche termali. La pratica del bagno rigenerante, di svago, non scomparve del tutto. La decadenza di questo svago può essere infatti inserita in quel generale fenomeno di ruralizzazione della vita quotidiana che caratterizzò i secoli successivi alla scomparsa dell’impero romano. Il bagno a fini terapeutici o di divertimento sopravvisse invece fra le classi popolari. Tuttavia, non si trattava più di una pratica sociale diffusa; soprattutto queste fonti non avevano più una centralità nell’ambito dello spazio urbano. Occorsero, molti secoli perché le pratiche legate alle acque riconquistassero una loro rispettabilità sociale ace fra i ceti alti della popolazione e quindi diventassero ancora una volta oggetto di studi e di investimenti: a partire dal XIII - XIV secolo prima la religione poi la medicina iniziarono a rivalutare quanto antico costume romano. La religione, che in un rimo tempo aveva condannato tale pratica, lentamente fece propria arricchendola del simbolismo cristiano: la cura del corpo venne identificata con la purificazione dell’anima e i riti termali. Ormai il cristianesimo era penetrato anche nei miti più profondi della cultura popolare. Nel corso del Trecento iniziarono a comparire anche trattati medici sugli effetti terapeutici dell’idroterapia e della crenoterapia. Progressivamente le stazioni termali, uscite dall’ostracismo del rimo cristianesimo, ritornarono a far parte delle pratiche sociali lecite, ma con una funzione completamente trasformata rispetto all’epoca romana: non più luoghi di piacere e di ritrovo, ma luoghi per la terapia.
- La nascita del turismo religioso: Molto probabilmente la prima forma di turismo a essere praticata nelle diverse civiltà umane è stato il viaggio a scopo religioso (forme di pellegrinaggio sono infatti presenti in tutte le società antiche ). Inoltre, il turismo religioso è stato istituzionalizzato in tutte le grandi religioni, dall’induismo al buddhismo, dal cristianesimo all’islam. Nella lunga storia del pellegrinaggio cristiano tre mete hanno assunto un valore fondamentale:
- Gerusalemme (per la presenza del Santo Sepolcro): il pellegrinaggio verso Gerusalemme conobbe una grande diffusione nel IV secolo, quando cessarono le persecuzioni e il cristianesimo divenne la religione degli imperatori;
- Roma (città del martirio degli apostoli Paolo e Pietro): attorno al IV secolo si possono datare anche i primi pellegrinaggi verso Roma. All’inizio si trattò di un fenomeno di devozione popolare, ma quando la chiesa di Roma prevalse sulle altre esso assunse un nuovo significato. Tra il IV e il V secolo la chiesa compose un proprio calendario delle feste che disciplinò l’affluenza dei pellegrini. L’interesse religioso per Roma è grazie alla presenza di numerosissime tombe di martiri. Le mete più importanti erano le catacombe e i numerosi santuari e chiese costruiti tra il IV e il V secolo. Nella fase iniziale il pellegrinaggio mobilitò soprattutto i residenti di Roma e delle regioni limitrofe, tuttavia furono molti anche gli ecclesiastici che arrivarono a Roma, spesso da lontano, per visitare le reliquie dei santi. Successivamente a essi si aggiunsero principi, grandi personaggi e imperatori i cui viaggi avevano sia uno scopo politico o d’affari sia un significato religioso. Ma la fama di Roma, scopo il 1300, si legò soprattutto allo svolgimento dell’anno santo;
- Santiago di Compostela (ospita la tomba di san Giacomo maggiore): iniziò ad attirare fedeli a partire dal X secolo. Pellegrinaggio legato al culto di Giacomo che attorno all’anno mille il protettore di tutta la Spagna e il simbolo della lotta contro i mori. Compostela è il luogo in cui venne ritrovato il sepolcro di san Giacomo, la cui origine è narrata da molte leggende; esso iniziò ad attirare fedeli sin dal X secolo, che volle in questo modo dare centralità alla riconquista della Spagna da parte dei cristiani. Infatti, nel Duecento, si propose come il simbolo della lotta contro i mori e divenne meta di pellegrinaggio di coloro che avevano combattuto i musulmani. Il periodo d’oro di Santiago fu il XII secolo. Oltre a questi fondamentali luoghi di culto il mondo cristiano ha sviluppato nel corso della sua storia centinaia di mete di pellegrinaggio. Un altro fattore che incise sulla diffusione dei luoghi sacri furono le ripetute invasioni dell’Europa occidentale da parte delle popolazioni barbariche, tra il IX e il X secolo.
- L’apogeo del pellegrinaggio cristiano: il medioevo: l’epoca tra il XII e il XIII secolo rappresentò l’apogeo del pellegrinaggio cristiano sia perché coinvolse una massa crescente di fedeli sua perché questa pratica conquistò un forte prestigio sociale. Il medioevo fu un’epoca in cui la religione divenne parte integrante di tutti gli aspetti della vita sociale e politica e soprattutto in cui l’elaborazione teorica prodotta in ambito ecclesiastico entrò a far parte della pratica sociale. Il fenomeno del pellegrinaggio non era solamente una pratica religiosa, ma una vera e propria istituzione che in quanto tale godeva del riconoscimento sociale: il pellegrino intraprendeva il suo viaggio con l’approvazione di tutta la società e la tutela delle leggi dell’epoca. Inoltre, le leggi dei vari stati punivano con particolare severità chi derubava e assaliva i viaggiatori, per non dare delle sanzioni ecclesiastiche. Il pellegrinaggio era anche una delle pene che venivano inflitte dai tribunali civili in genere contro chi aveva commesso peccati contro la chiesa, poiché presentava molti vantaggi, tenendo il condannato lontano dalla città e non costando nulla alla comunità. Quello medievale fu soprattutto un pellegrinaggio penitenziale poiché chi intraprendeva questo viaggio era motivato dal desiderio di espiare i propri peccati e riguadagnarsi così l salvezza eterna, offrendo un esempio illuminante della compenetrazione fra vita sociale ed elaborazione religiosa che caratterizzò questo periodo storico.
Dalla fine del VI secolo all’inizio del VII la nuova disciplina si diffuse rapidamente nell’area che oggi corrisponde ai paesi evangelizzati. La grande epoca dei pellegrinaggi medievali si concluse nel Trecento quando essi non vennero più imposti per sentenza e quando i viaggi unirono ai motivi religiosi anche ragioni culturali e di puro piacere. I pellegrini si stavano trasformando in semplici viaggiatori, mentre la società europea iniziava il suo percorso di secolarizzazione. Nei secoli successivi il pellegrinaggio perse progressivamente l’appoggio delle istituzioni che nel medioevo avevano contribuito al suo sviluppo, in primo luogo delle autorità ecclesiastiche, poi del mondo culturale, infine dello stato. Il pellegrinaggio nelle forme in cui esso si era sviluppato nel medioevo, non si conciliava più con il nuovo mondo dell’illuminismo e della rivoluzione industriale. È in quest’ottica con il nuovo sentire e la nuova organizzazione della società e dell’economia, che i pellegrinaggi cambiarono aspetto, divenendo intanto viaggi di pochi giorni verso santuari più vicini, e sostituendo inoltre la componente spirituale di riavvicinamento a Dio e il pellegrino di richiesta alla compravendita delle indulgenze.
- I luoghi dei pellegrinaggi: numerosissimi sono stati i luoghi che hanno conquistato un posto di rilievo nella mappa dei viaggi a scopo religioso. Le caratteristiche fondamentali di questo tipo di turismo sono:
- la longevità che tra le tante forme di turismo è fra le poche che nel corso dei secoli ha mantenuto intatte le sue caratteristiche originarie;
- il successo di una nuova meta di pellegrinaggio richiede sia la formazione spontanea di una forte devozione popolare sia la programmazione di precisi interventi da parte delle istituzioni, soprattutto quelle religiose. In genere la scoperta di una nuova meta di pellegrinaggio è legata al verificarsi di un evento straordinario e in parte casuale come il ritrovamento di reliquie, il verificarsi di apparizioni o la sepoltura di un religioso di grande prestigio. Dal VIII secolo in poi divenne sempre più frequente la dispersione delle reliquie attraverso l’Europa e la loro appropriazione da parte dei privati. Numerosi sono gli esempi di mete di pellegrinaggio sorte con la sepoltura di religiosi: tra le più famose ricordiamo Tours, dove visse e morì San Martino, Canterbury, che raccoglie le spoglie di san Thomas Becket, Padova, che ospita la tomba di Sant’Antonio, e san Giovanni Rotondo, dove si venera Padre Pio. Nel tardo medioevo il pellegrinaggio alle tombe dei santi passò lentamente di moda, sostituto dapprima dalle visite alle statue miracolose e successivamente dalle apparizioni di Maria. Il verificarsi di un evento miracoloso di per sé non è mai stato sufficiente ad attirare per lunghi periodi di tempo i viaggiatori perché lo sviluppo di una nuova meta presuppone che la notizia si diffonda nel resto del mondo. In ogni caso per poter far sopravvivere nel tempo la notorietà di un santuario, oltre a diffondere le notizie sui miracoli era necessario l’appoggio dia della chiesa sia dello stato. In questo modo è stato attribuito loro prestigio e inoltre essi sono potuti diventare una delle tante mete dei viaggi verso i luoghi sacri organizzati dalle innumerevoli associazioni religiose presenti in Europa. Tutti questi luoghi sono poi accomunati da un forte intervento di tipo urbanistico e architettonico, mirante a creare le condizioni per ricevere e ospitare un numero crescente di fedeli.
- I giubilei e la riduzione delle pene: fra i pellegrinaggi cristiani ve n’è uno che assume un significato particolare, quello che dal 1300 porta a Roma migliaia di fedeli in occasione dell’anno santo. Nel corso del XII e del XIII secolo i papi avevano aumentato il numero di indulgenze concesse ai pellegrini che visitavano le chiese di Roma; inoltre a coloro che partecipavano alle crociate veniva concessa l’indulgenza plenaria cioè il perdono per tutti i peccati. Con la fine delle crociate 1291, si fece strada l’idea di legare l’indulgenza plenaria a un evento straordinario creato dalla chiesa stessa: fu papa Bonifacio VIII a proclamare il primo giubileo nel 1300. Esso venne preceduto da numerosi lavori per la sistemazione delle strade di accesso a Roma e richiamò in Italia circa 200 mila fedeli. Questo primo giubileo ebbe però anche un forte significato politico, poiché venne proclamato in una fase di grandi tensioni fra la chiesa, che voleva affermare il proprio potere spirituale sull’autorità temporale dei vari regnanti europei, e i nascenti stati nazionali, che proprio in quella fase storica stavano costruendo la propria individualità. Il giubileo del 1300 fu uno dei trionfi del papato medievali e da esso Bonifacio VIII trasse nuova fiducia nella propria potenza e nella propria visione teocratica. Il grande afflusso di viaggiatori pose seri problemi organizzativi soprattutto per l’approvvigionamento di cibo; inoltre occorreva difendersi dai rischi di contagio epidemico che la grande concentrazione di persone poteva comportare per la città. D’altro canto, anche questo primo giubileo si rivelò un grande affare per osti, banchieri, speziali e pittori. Il secondo giubileo si tenne nel 1350 durante il papato di Clemente VI. Ma comparve una prima differenziazione di censo, poiché mentre i poveri si spostavano in gruppi numerosi sia per motivi di sicurezza sia per rendere più piacevole il viaggio, i ricchi, oltre a cercare soluzioni più confortevoli, spesso evitarono il pellegrinaggio inoltrando domanda di dispensa al papa e sostituendo con un esborso monetario. Un giubileo importante fu quello del 1450. Durante il papato di Nicola V si fissò in 25 anni l’intervallo fra u giubileo e l’altro. I giubilei della prima metà del Cinquecento risentono di quella fondamentale trasformazione che stava vivendo l’Europa con la nascita della riforma protestante, il grande movimento religioso che cercò di dare risposte a un desiderio di spiritualità interiore. La riforma protestante assunse spesso l’aspetto di un attacco ad alcune tradizioni consolidate della chiesa cattolica, prima fra tutte le indulgenze, considerate una sorta di compravendita dell’espiazione dei peccati attraverso la quale la chiesa romana si arricchiva.
nell’Ottocento il sistema dei trasporti cambiò radicalmente grazie all’introduzione delle ferrovie e delle imbarcazioni a vapore. Infatti, sino al 1830-40 si viaggiò soprattutto a cavallo e per recarsi da Londra a Roma occorrevano 3- settimane. Nel corso dell’Ottocento il Grand Tour attraverso l’Europa continentale passò di moda, sostituito da alte maniere di trascorrere vacanze e di fare turismo, ma anche da nuove mete: gli aristocratici inglesi cominciarono a girare il mondo o a visitare le loro colonie alla ricerca di un esotismo che le città europee non potevano garantire. Una delle mete preferite divenne l’india. A volte l’India era una tappa di un itinerario più lungo che toccava Sudafrica, Sri Lanka, Australia e Nuova Zelanda. La moda dell’esotico assunse a volte un aspetto più culturale: si diffuse una nuova figura di viaggiatore, quella dell’erudito eclettico, archeologo dilettante alla ricerca delle testimonianze delle antiche civiltà. L’Egitto fu uno dei paesi che esercitò il fascino maggiore e l’archeologia rappresentò il principale richiamo. Oggi assistiamo alla diffusione di una nuova tipologia di Grand Tour a scopo educativo: si tratta dei soggiorni a quelle che a metà Seicento portarono verso le università di Padova, Bologna e di tante altre città i giovani aristocratici di tutta l’Europa. L’aspetto del Grand Tour come viaggio culturale e contemporaneamente di svago ha lasciato un’eredità ovvero quello che noi oggi chiamiamo turismo culturale.
Cap. 3 LA NASCITA DEL TURISMO MODERNO Sono dette città di villeggiatura, città del tempo libero o ancora città del loisir quelle località in cui le attività economiche dominanti erano fornire alloggio, svago, beni e servizi a clienti sia temporanei sia residenti. La loro nascita è espressione da un lato di una più generale fioritura urbana, dall’altro si una trasformazione del settore turistico. Nell’epoca di questa trasformazione, che pota alla nascita di servizi dedicati a chi si trasferisce in un luogo diverso da quello di residenza per motivi di piacere e allo sviluppo di città la cui struttura urbanistica è pensata in funzione del tempo libero, possiamo collocare la nascita del turismo moderno, anch’esso figlio della rivoluzione industriale e della specializzazione delle attività produttive. Si assiste alla specializzazione non solo dell’offerta ma anche della domanda di servizi per il tempo libero che si concentra in certi luoghi e in determinate stagioni dell’anno. Lo sviluppo del turismo moderno avvenne in Gran Bretagna e fu un fenomeno parallelo all’industrializzazione.
- Le città termali inglesi: il Grand Tour rappresentava una tappa nel percorso di vita degli aristocratici inglesi, non era una modalità di impiego del tempo libero, che nel Cinquecento e ancora nel Seicento si trascorreva in campagna, nelle proprietà private. Non esistevano ancora luoghi dedicati esclusivamente all’ozio; la separazione spaziale del tempo libero dal tempo di lavoro, e quindi l’invenzione delle città delle vacanze comincerà in Inghilterra nella seconda metà del Seicento. Questo passaggio dalle ville private di campagna allo spazio urbano potrebbe essere indicato come il momento di svolta in cui collocare la nascita del turismo moderno. In altre parole, si passa dall’autoconsumo allo scambio di servizi sul mercato. In origine si trattava ovviamente di un mercato ristrettissimo e che fornisce prodotti di tipo culturale, ricreativo e ricettivo per il segmento più alto di consumatori- i luoghi di incontro sono centri urbani delle nuove cittadine turistiche, ricche di strutture espressamente destinate alla socializzazione e al divertimento a cui tutti i vacanzieri. Queste nuove mete della villeggiatura e dell’ozio trovarono il loro punto di forza nell’invenzione turistica e negli investimenti privati e pubblici: le cittadine turistiche diventarono famose, alla moda, ma grazie alla loro capacità di proporsi come sede di soggiorni piacevoli, di creare le necessarie infrastrutture e di attirare una frequentazione di un certo livello sociale. Il primo esempio di turismo moderno fu quello termale, che nacque in Gran Bretagna verso la fine del Seicento e conobbe il suo sviluppo maggiore tra la metà del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Lo stabilimento termale non rappresentava certo una novità. Dopo alcuni secoli di declino, nel basso medioevo le cure termali ritornarono di moda in diverse regioni d’Europa, fra cui anche l’Italia. Anche in Gran Bretagna dal Duecento in poi alcune sorgenti erano diventate famose per la loro proprietà curative: poiché l’efficacia delle acque era attribuita al volere divino, molti di questi pozzi erano anche luoghi di culto. negli ultimi decenni del Cinquecento cominciarono a svilupparsi i centri termali inglesi. La nascita si nuove località continuò per tutto il secolo successivo tanto che dalle tre di fine Cinquecento si passò a 13 nel 1640 e a 60 nel 1699. In Inghilterra la città d’acqua per antonomasia è sicuramente Bath. Anche se l’interesse per la vita di società e il sentimento nazional-religioso contribuirono alla diffusione dei soggiorni termali, l’elemento medico-curativo restò assolutamente predominante. Il quadro cominciò a cambiare all’inizio del Seicento quando si intensificarono sia gli investimenti dei privati sia l’intervento della pubblica amministrazione. Iniziarono così a comparire sua piccoli stabilimenti attorno alle fonti, per premettere ai visitatori di ber l’acqua in un contesto piacevole e rilassante, sia strutture ricettive create appositamente per i visitatori, vari tipi di locali per il tempo libero, dalle sale di incontro alle sale da tè e di lettura. Inoltre, la città si arricchì di viali alberati e passeggiate. Gradualmente l’enfasi si spostò dalla cura ai divertimenti: è con questa dotazione di strutture e di fama che Bath si avviò verso quello che è stato considerato il suo periodo d’oro, il Settecento. Molti elementi contribuirono all’accelerazione dello sviluppo di Bath in questo secolo, fra i quali sia il miglioramento della rete viaria, che dimezzò i tempi di trasferimento e incentivò l’amore per il viaggio, sia un vero e proprio boom degli investimenti, che ne cambiò letteralmente il volto trasformandola in un moderno centro turistico. Infatti, l’innovazione degli inglesi non fu ovviamente quella di lanciare il turismo termale, ma di trasformare questi centri di cura in città specializzati nel ricevere e far divertire i turisti. In particolare, tre strutture segnarono la trasformazione dal luogo di cura a centro di villeggiatura:
- il parco termale cioè la costruzione di uno stabilimento termale all’interno di grandi giardini;
- la diffusione di strutture ricettive;
- la realizzazione di alberghi di grande dimensione. L’attrattiva delle città termali dipendeva molto dalla loro capacità di far divertire i villeggianti. La città termale inglese nel corso del Settecento guidò la transazione dalla cura allo svago per la classe aristocratica e rappresentò un modello sia per le altre località sia per i centri balneari del secolo successivo fu appunto Bath. Essa venne gradualmente occupata dalla classe media e verso il 1770 era già frequentata più da commercianti che da professionisti o aristocratici. Ragioni del successo di Bath: l’offerta di molti momenti e luoghi per lo svago, la presenza di negozi esclusivi che proponevano tutte le novità della moda e la presenza dell’alta società dell’epoca. È evidente che tale fervore verso gli investimenti turistici era stato alimentato da un ambiente propizio anche in termini di domanda di strutture ricettive, ricreative e di beni di lusso. Parte dal successo di Bath è infatti da ricollegare alla sua felice posizione geografica. La sua parabola si consumò nel giro di u secolo. Infatti, con l’inizio dell’Ottocento essa lentamente ritornò a essere una semplice città di cura e nel 1830 si presentava essenzialmente come luogo di ritiro per invalidi e anziani. Il declino di Bath per molti aspetti fu inevitabile perché legato al passaggio delle mode: non a caso anche le altre città termali seguirono una parabola simile, tutte soppiantate dal nuovo imperativo della villeggiatura al mare. Il declino non significò la fine delle attività di tipo turistico, ma un profondo cambiamento nella clientela. Verso la fine del Settecento la moda della vacanza nelle città termali venne esportata nell’Europa continentale, dove il centro più famoso divenne Spa. Sull’onda dell’esempio inglese il termalismo divenne una moda generalizza in tutti il continente europeo, non solo a Spa. Principi e aristocratici in generale patrocinarono lo sviluppo di numerose località. Spesso le città termali continentali superarono lo splendore di Bath e si proposero per un turismo ancora più esclusivo, come nel caso di Spa. È possibile individuare un tragitto comune dei centri termali mitteleuropei che si compone di una fase iniziale caratterizzata dall’impiego dei medici locali nella pubblicità delle proprietà curative delle acque e dal contemporaneo patrocinio di qualche nobile di alto rango che con la sua presenza portava prestigio alla località assicurando l’arrivo di una clientela selezionata. A questo punto agli operatori economici locali spettava realizzare le prime strutture e avviare il decollo della nuova città del loisir. Nella fase di sviluppo vero e proprio è collocabile nella seconda metà dell’Ottocento l’apporto di capitali regionali o nazionali fu spesso decisivo. Nell’Europa centrale sia il decollo dia il declino delle località termali avvenne in ritardo di quasi un secolo rispetto ai centri inglesi.
- Il fascino dei mari freddi, una nuova moda inglese: il declino dei centri termali si affiancò al rapido sviluppo di un nuovo modo di fare turismo, quello balneare che si affermerà tra il 1755 e il 1780. Nato anch’esso in Gran Bretagna, seguì completamente il modello di Bath. Nelle città balneari l’attrazione principale era rappresentata da Kursaal. Quest’ultimo era una costruzione concepita con gli stessi criteri dello stabilimento termale, con la differenza che sorgeva sulla spiaggia a ridosso della marina. L’invenzione del mare come meta turistica appartiene ancora una volta all’aristocrazia. Anche in questo caso se il mare, fu all’origine dell’attività turistica, lo sviluppo e il successo di centri balneari dipesero dalla loro capacità di gestire il tempo libero dei villeggianti e dagli investimenti realizzati. Verso il 1720-30cominciò così a essere praticato il bagno di mare come variante delle cure termali, generando una moda che restò prerogativa degli aristocratici sino all’avvento della ferrovia. Brighton, la città balneare inglese destinata al maggiore successo, raggiunse il suo massimo sviluppo nel corso dell’Ottocento. Il periodo più dinamico nella storia di Brighton cominciò verso il 1820 quando divenne in breve tempo la più importante città di villeggiatura dell’Inghilterra. I turisti inglesi si recavano a Brighton d’estate, ma comunque alla ricerca di un mare nordico, dalle base temperatura e dalle acque gelide, poiché secondo i dettami medici il bagno salutare era quello dell’acqua fredda, solo per pochi minuti. Tale abitudine, non era certo diffusa fra tutti i villeggianti: la spiaggia era un luogo per camminare e conversare, passeggiare. Al sole non era riconosciuta nessuna funzione terapeutica e durante le passeggiate ci si proteggeva con ombrellini. Il cuore della vita turistica era lontano dalla spiaggia, nel centro urbano: il temo dei villeggianti trascorreva fra passeggiate lungo il corso, spettacoli, chiacchere e giochi nelle sale d’incontro. Dopo il 1840, con la diffusione della ferrovia, si formarono numerosi nuovi centri balneari. Molti di questi di localizzarono nella zona di Sussex. Con l’avvento della ferrovia i centri balneari inglesi cominciarono ad aprirsi verso un turismo meno di élite. Tra il 1880 e il 1910 vennero alla ribalta nuove stazioni balneari nelle province inglesi e del Galles settentrionale: fu in queste nuove aree ce la domanda turistica delle classi lavoratrici divenne effettivamente importante. Chi promosse lo sviluppo di queste prime località balneari? L’apporto dei proprietari terrieri fu decisivo, secondo altri gli investimenti del ceto medio locale già impegnato in attività commerciali e professionali rivestì un’importanza maggiore. Sino alla prima metà dell’Ottocento la crescita delle città balneari inglesi fu assai lenta e in genere avvenne mediante l’accumularsi di piccoli investimenti. Tale apporto divenne rilevante scopo il 1870, senza però produrre un cambio della guardia nella conduzione dello sviluppo di tali centri, che restò sempre locale; il capitale londinese fu decisivo solamente lungo le coste meridionali dell’Inghilterra. La prima guerra mondiale interruppe la moltiplicazione e lo sviluppo delle località balneari inglesi e limitò la loro animazione estiva. Quando negli anni Venti e Trenta il turismo riprese a crescere ed esse non ritornarono agli splendori dell’Ottocento. Nel secondo dopoguerra iniziò un lento declino per tutte le città balneari inglesi. Il centro della gravità del turismo si era ormai spostato altrove, bel lontano dalla Gran Bretagna.
Le coste settentrionali francesi vennero interessate dal movimento turistico solo all’inizio dell’Ottocento. Una delle più antiche stazioni balneari fu Dieppe, sulla Manica, grazie al grande stabilimento completato nel 1822, divenne un elegante ritrovo in verità più dei parigini che del turismo internazionale. In Spagna nel corso dell’Ottocento vi fu una sola regione turistica, quella compresa fra San Sebastian e Santander. La generale arretratezza economica della Spagna e la lontananza dalla costa di Madrid, spiegano in parte lo scarso successo dei centri balneari spagnoli. Anche nella penisola iberica è comunque il mare freddo dalla costa atlantica ad attirare i primi turisti. In questa fase dello sviluppo l’Europa continentale si limitò a copiare il modello inglese della vacanza balneare estiva lungo le coste fredde, senza però riuscire a eguagliare il successo. Da un certo punto di vista anche il modello turistico adottato dalle prime località del Mediterraneo, cioè dai centri della Costa Azzurra. La prima grande stazione balneare del Mediterraneo a inserirsi nel circuito internazionale fu la francese Sète. Visto che i turisti cercavano un mare freddo, essa offrì per il turismo invernale e accolse gli aristocratici inglesi che erano venuti a svernare. La stagione durava sette mesi (ottobre a aprile). Esse offrivano un mare per certi aspetti simile a quello già noto agli inglesi, ma in un altro periodo dell’anno. Non elaborarono un modello alternativo al soggiorno al mare nei paesi freddi, ma si proposero come un suo completamento. Nel frattempo, il bagno freddo stava passando di moda anche nelle località balneari settentrionali, dove si cominciava a rimarcare non tanto l’effetto dell’acqua, quanto quello dell’aria di mare. Nella seconda metà dell’Ottocento in pochi decenni la Costa Azzurra e una parte della riviera italiana divennero i salons d’Europe , Cannes, Nizza, Mentone, Montecarlo e Sanremo si trasformarono da piccoli villaggi agricoli nelle mete invernali più famose e alla moda degli aristocratici europei, ai quali dal 1865 in poi si aggiunsero i ricchi americani e qualche principe di paesi lontani: era un turismo di élite fatto di grandi alberghi e di personaggi famosi. Sulla Riviera francese non esisteva alcun modello per intrattenere i turisti, così, furono costruiti alberghi imponenti. Come nel Seicento e nel Settecento si era creata un’aristocrazia internazionale che si riconosceva nel viaggio culturale verso l’Europa continentale e l’Italia, così nella seconda metà dell’Ottocento si delineò un’élite internazionale in cerca di svago nelle località balneari. I centri del mediterraneo si distaccarono dai modelli dell’Europa centro-settentrionale incentrati sulla domanda della Borghesia locale. Il turismo balneare invernale si sviluppò in aree arretrate, come appunto le riviere francesi e italiana, la cui economia si fondava sulla pesca e su pochi prodotti agricoli e quindi prive dei capitali necessari per far prosperare un turismo che aveva assunto immediatamente una connotazione internazionale. La distanza fra la comunità locale e i turisti invernali si palesava anche nell’organizzazione dello spazio urbano, dal momento che spesso i quartieri turistici erano separati dal nucleo originario. Inoltre, molti impianti erano stati costruiti grazie all’apporto di capitali parigini o stranieri, soprattutto inglesi. In tali località il turismo non diventò un corpo estraneo, ma anzi si integrò progressivamente nelle altre attività economiche facendo prosperare i settori commerciali e artigianali, garantendo lavoro ai residenti e attirando flussi migratori dalle province limitrofe. La prima guerra mondiale rappresentò un momento di arresto per il ricco turismo se l’alta società europea; gli anni Venti e Trenta alzarono il sipario su una realtà sociale profondamente mutata che si rispecchiò immediatamente sui flussi turistici. Al declino del turismo balneare invernale contribuì anche la scoperta della “montagna bianca”.
- Verso il sole: La moda del soggiorno balneare invernale, ebbe anche il pregio di avvicinare ulteriormente i turisti alla fine del Settecento gli artisti, avevano guidato la riscoperta delle coste meridionali. A giustificazione dell’atteggiamento dei grandtouristi va ricordato che le coste meridionali non sempre erano accoglienti. La progressiva eliminazione di questi problemi giovò molto al miglioramento dell’immagine dei mari del sud, ma la svolta decisiva che segnò l’inizio della loro grande popolarità fu il diffondersi della cultura del sole. L’attribuzione di una funzione benefica al sole modificò lentamente anche il rapporto con la spiaggia. Alla fine del secolo la diffusone delle sabbiature, cioè i bagni di sabbia calda, fece da battistrada a un rapporto più stretto con la spiaggia, che solamente nel Novecento cominciò lentamente a riempirsi di vita. Questa volta completò negli anni Venti e Trenta, quando nacque il mito dell’abbronzatura e la spiaggia assunse un ruolo centrale nella vita balneare. L’epoca del sole segnò anche l’affermarsi di una diversa modalità di rapportarsi all’acqua: il bagno divenne un momento di svago. La scoperta del sole rivoluzionò la mappa del turismo balneare e delle stagioni, facendo ì che le coste del Mediterraneo iniziassero a ospitare un numero crescente di villeggianti. Le stagioni balneari del nord vennero relegate al turismo locale. Nel Novecento le nascenti località turistiche del Mediterraneo si prepararono ad accogliere ospiti profondamente diversi da quelli del passato perché il turismo di élite, non rappresentava più il fulcro economico di questa industria. Infatti, il periodo fra le due guerre non lanciò solamente la moda del sole, ma fu testimone della nascita del turismo della classe media. Il principale flusso turistico non passava più dai grandi alberghi, ma sceglieva soluzioni meno costose come pensione e alberghetti.
- L’invenzione della montagna: Lo sviluppo del turismo montano fu preceduto da una plurisecolare ricostruzione dell’immagine della montagna e dei suoi abitanti. Con il declino dell’impero romano e la contrazione degli scambi commerciali le montagne smisero anche di essere frequentate come vie di paesaggio: solamente dopo il 1200 i paesi alpini ricominciarono a essere attraversati e alla loro sommità si diffusero gli ospizi dei monaci. Un primo tentativo di modificare l’immaginario collettivo della montagna si ebbe solamente con l’umanesimo e il rinascimento i cui esponenti
cercarono per lo meno di visitarli. Ma i canoni estetici del tempo, continuarono a trasmettere un’immagine negativa dei monti, che restarono sempre esclusivi da tutti gli itinerari turistici del Grand Tour. Il riscatto della montagna aspettava una trasformazione profonda della cultura europea e non iniziò che nel Settecento. In primo luogo, entrò in crisi l’estetica del classicismo: alla perfezione delle forme si sostituì l’amore per il caotico e l’informe e la montagna diventò per la prima volta bella e suggestiva. La montagna e l’ambiente naturale in generale divennero il nuovo laboratorio degli esperimenti e delle osservazioni scientifiche. Furono queste trasformazioni culturali a portare in montagna i primi cittadini. Se i primi scalatori furono animati da scopi scientifici, ben presto il divertimento divenne la vera e unica regione. La prima meta fu la conquista del monte Bianco la cui cima fu raggiunta nel 1786, dopo venti anni di tentativi. Furono gli inglesi a decretare il successo della montagna. La diffusione di questa pratica fu promossa da numerose associazioni che nacquero in tutta l’Europa proprio con questo scopo. Le associazioni nazionali diedero poi vita a sezioni regionali o provinciali e si impegnarono nella promozione della montagna in ciascun paese europeo. Nel corso di un secolo l’alpinismo cambiò l’immagine della montagna, rendendola una meta attraente e affascinante. Infatti, se è vero che portò i primi turisti, nello stesso tempo rimase una pratica troppo elitaria per poter garantire lo sviluppo di queste località. Fu comunque per ospitare gli scalatori che nacquero le prime strutture ricettive in quelli che non erano altro che piccolissimi villaggi alpini. A sancire il successo di questo nuovo tipo di turismo non furono però gli scalatori, ma una clientela molto sportiva e assai più varia. Quiete, relax, un contesto rurale e aria pura furono le parole guida della vacanza in montagna nell’Ottocento. La montagna d’estate venne a svolgere una funzione simile, a quella delle coste meridionali in inverno: offrire un clima fresco per superare le calde estati. Ancora una volta furono gli inglesi, in genere il ceto alto borghese a ricercare e portare al successo queste nuove mete dei viaggi curativi e di piacere. Le stazioni climatiche montane si posero come ritrovi mondani del tutto simili a quelli costieri. Il primo paese in cui si affermò il turismo montano fu la Svizzera, che già a metà Ottocento poteva fornire una discreta gamma di strutture ricettive in tutte le principali località. In generale le prime abitazioni ad aprirsi ai turisti furono quelle del pastore protestante o del parroco del paese. L’aspetto più interessante del turismo montano svizzero fu però che l’apertura di piccole locande a gestione famigliare venne ben presto seguita dalla costruzione di grandi e lussuosi alberghi, adatti ad accogliere una clientela internazionale di prestigio e capaci di attirare subito l’attenzione dei nascenti tour operator. Questa prima stagione d’oro del turismo svizzero si concluse nel 1873, quando la grande depressione internazionale colpì l’Europa e rallentò per diversi anni anche i flussi turistici. Cominciò a farsi sentire la concorrenza delle località balneari francesi. Questa crisi produsse la prima riorganizzazione delle attività nella storia del turismo svizzero: se da un lato tutti applicarono forti riduzioni di prezzo al fine di invogliare una clientela sempre più distratta e anche con minori possibilità economiche, contemporaneamente si cercò di migliorare la qualità dei soggiorni in montagna attrezzando i villaggi con “divertimenti artificiali”. Soprattutto gli ospiti inglesi diedero un importante contribuito alla svolta sportiva del soggiorno montano. Tuttavia, fu solamente con la scoperta della montagna in inverno che lo sport divenne il nuovo imperativo dei soggiorni in quota. Quando ormai il turismo montano di tipo climatico aveva posto le proprie radici, iniziò il rapido percorso del turismo montano invernale le cui vicende sono strettamente legate al successo degli sport sulla neve. È solo con la diffusione degli sport invernali che tale forma di turismo si affermò. A partire dal periodo 1860-1870 gli albergatori di diverse località avevano cercato in vario modo di attirare anche in inverno i villeggianti, insistendo sulla salubrità del clima asciutto e sulla piacevolezza delle passeggiate in slitta. Il vero problema restava organizzare il tempo dei villeggianti. Il primo sport amato dai villeggianti non fu lo sci ma il pattinaggio, molto amato dagli inglesi che più di altri affollavano in inverno gli alberghi svizzeri. Altrettanto popolari erano le corse con le slitte per i pendii delle montagne. Lo sci, invece, restò praticamente assente sino al Novecento. Lo sci entrò quindi nell’Europa continentale esclusivamente a scopo di divertimento e all’inizio senza riscuotere un grande successo; fu infatti necessario far arrivare istruttori dalla Norvegia per permettere ai continentali di padroneggiare questo sport. Sino alla prima guerra mondiale lo sci si collocò in fondo alle preferenze dei turistici che rimasero molto legati al pattinaggio, alle varie forme di slitte e ad altri sport sulla neve che si andavano via via diffondendo. Allo sviluppo del turismo invernale contribuirono anche i primi tour operator inglesi. Se c’è un luogo che più di altri è esemplare del percorso di nascita delle vacanze in montagna questo è Saint-Moritz. A fine Seicento la località attraversò un secondo periodo di giovinezza. Il villaggio continuò a essere visitato da persone che si curavano con le acque anche nel secolo successivo. Nemmeno la realizzazione del primo stabilimento termale nel 1831, cambiò l’immagine di una località in cui l’offerta ricettiva era basata sulle case private in cui non esisteva nessun tipo di attività ricreativa. La svolta nella storia di Saint-Moritz fu rappresentata dalla realizzazione del primo albergo nel 1856, pensato e realizzato per una clientela di ceto elevato. Successivamente l’albergo venne allargato. Saint-Moritz iniziò così a proporsi come un’attraente località di vacanze. La grande depressione che colpì l’economia fra il 1870- risparmiò Saint-Moritz ma stimolò comunque lo sviluppo di strutture ricreative e sportive. L’amministrazione comunale iniziò a svolgere un ruolo molto più attivo. Lentamente Saint-Moritz si stava trasformando in un vivace e raffinato centro turistico. Los viluppo della stagione invernale rafforzò la nuova immagine della cittadina. Inoltre, la cittadina venne collegata alla rete ferroviaria svizzera, tedesca e francese e si migliorarono le vie di comunicazione con la pianura padana. Il grande afflusso di villeggianti incentivò la creazione di nuovi hotel di lusso. La
Yellowstone furono segnati da lunghe battaglie fra i difensori del concetto di parco e i portatori di interessi privati. Una delle più importanti riguardò la richiesta fatta nel 1883 dalla Northern Pacific di estendere all’interno del parco la propria rete ferroviaria allo scopo di acquisire il monopolio dell’accesso al parco e di utilizzare le cascate sullo Yellowstone per produrre energia elettrica. La seconda fu relativa alla lotta contro i cacciatori di frodo che restò molto difficile siano almeno all’inizio del Novecento. Infatti, senza tutela legislativa della fauna, ai bracconieri poteva solo essere sequestrato il bottino. A partire dal 1895 l’’esercito cominciò ad avvelenare gli animali come leoni, lupi e coyote (animali “cattivi”). Il risultato fu l’estinzione del lupo e la quasi scomparsa di diversi tipi di predatori. Nonostante i limiti sino a qui evidenziati un importante passo in avanti si realizzò con la legge del 1916 sui parchi nazionali con la quali si istituì il National Park Service (Nps) come un ufficio separato e autonomo, facenti capo al Dipartimento degli interni. La nascita del Nps fu in parte l’esito dell’impegno delle prime associazioni ambientaliste, che erano comparse a fine secolo. Nel frattempo, i visitatori dei parchi, in particolare quelli dello Yellowstone, erano notevolmente aumentati. Ma il vero salto dimensionale nei flussi turistici, nonché nelle politiche di protezione dei parchi, si ebbe negli anni Venti e Trenta. I risultati furono assai evidenti per lo Yellowstone che, in quegli anni, si dotò di una rete stradale interna sia di un insieme di strutture ricettive, in genere in stile “rustico”, per l’accoglienza dei turisti. Il decennio successivo, rappresentò per i parchi un periodo di ulteriore espansione. Infatti, Nps poté contare sui fondi che il New Deal aveva messo a disposizione per i vari tipi di lavori pubblici a scopo anticiclico. Anche lo Yellowstone trasse beneficio dalla maggiore disponibilità di finanziamenti, grazie ai quali fu possibile creare il sistema stradale interno al parco, numerosi centri visita e i campeggi. L’impegno degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale provocò una riduzione dei finanziamenti ai parchi nonché del flusso dei visitatori. Terminato il conflitto, l’interesse dei turisti americani per i parchi naturali raggiunse ben presto livelli inaspettati. Il piano decennale che il Nps elaborò nel 1956: con esso si affermò la supremazia del turismo sulla conservazione, con costruzione di strade e servizi per i visitatori, tuttavia si cercò di concentrale le infrastrutture per i visitatori in zone delimitate e di mantenere allo stato naturale il resto del parco. Dal punto di vista dei flussi turistici i risultati furono assai positivi, come testimonia l’aumento dei visitatori dello stesso Yellowstone. Lo Yellowstone nel 1967 avviò la prima sperimentazione cessando di utilizzare la caccia all’alce come mezzo per il controllo della popolazione. Inoltre, furono avviati progetti per una rinaturalizzazione del comportamento degli animali. La maggiore attenzione agli aspetti naturalistici e alla tutela dell’ambiente naturale non produsse conseguenze negative sul flusso dei turisti, che anzi continuò a crescere sia nello Yellowstone sia nell’intera rete del Nps. Solamente negli anni Novanta tale crescita rallentò e in alcuni casi cessò completamente: nel 2008 lo Yellowstone ha registrato oltre 3 milioni di visitatori. In Europa l’amore per il paesaggio assunse forme diverse e non portò alla costituzione di aree protette. I primi parchi nazionali europei vennero istituiti in Svizzera nel 1909 e nel 1910 e in Spagna nel 1918, nell’ex Unione Sovietica nel
- Nei primi anni Venti altri parchi venero realizzati in Germania, Italia, Norvegia e Polonia. Anche se i parchi europei nacquero dopo quelli americani, a loro va riconosciuto di aver per primi introdotto il concetto di protezione non tanto del paesaggio quanto l’equilibrio naturale e delle diverse forme di vita presenti al loro interno. Molti parchi naturali europei nacquero a ex riserve di caccia dei sovrani, che in quanto tali erano state sottratte al disboscamento a fini agricoli o per la produzione di legame. È questa, ad esempio, l’origine anche de primi parchi italiani, quello del Gran Paradiso e quello dell’Abruzzo. Nonostante i fini ricreativi abbiano accompagnato la nascita dei parchi azionali, non si può certo dire che essi siano stati costituiti a scopi turistici. Infatti, i fini di protezione e di tutela degli aspetti naturalistici spesso non si sposano con l’accoglimento di un numero crescente di turisti. D’altra parte, si deve tenere conto del fatto che proprio la presenza di numerosi parchi ha permesso la valorizzazione della natura e ha contribuito a creare una diversa sensibilità ecologica. Un tentativo di trovare una mediazione fra la finalità ricreativa ed educativa da una parte e quella conservativa dall’altra è rappresentato dalla zonizzazione, cioè dalla divisione dell’intero territorio del parco in zone: alcune di riserva vera e propria alla quale i turisti non possono accedere e altre più antropizzate. Il principio della zonizzazione applicato in tutti i parchi europei ha trovato le sue esecuzioni più felici in Francia e in Gran Bretagna, dove spesso di è riusciti a integrare le esigenze della popolazione residente con quelle della protezione della natura. In conclusione, possiamo osservare che i parchi sono divenuti templi o monumenti anche per gli europei e sono in grado di esercitare un fascino notevole sui turisti. Tuttavia, i problemi legati alla compatibilità fra le esigenze di tutela naturalistica e quelle di uno sfruttamento turistico delle aree interessate sono tuttora aperti.
Cap. 4 IL SECONDO DOPOGUERRA: DAL TURISMO DI MASSA AL TURISMO POSTMODERNO La seconda metà del Novecento è stata una delle epoche più feconde per il settore turistico. Unanime è la convinzione che esso dispieghi tutte le sue potenzialità ed effetti, sia positivi sia negativi, negli anni che seguono il secondo conflitto mondiale. Dagli anni Ottanta i comportamenti dei turisti e le modalità di elaborazione del prodotto turistico avviano una nuova trasformazione che ben presto farà parlare di epoca del turismo postmoderno. Il turismo si conferma (ancora una volta) come un prodotto complesso i cui cambiamenti si associano a nuovi approcci culturali, ma anche a innovazioni tecnologiche e organizzative.
- La nascita del turismo di massa: alla vigilia della prima guerra mondiale tutte le principali forme del turismo attuale erano state introdotte e si erano già radicate gran parte delle consuetudini sociali che stimoleranno la crescita del settore nel secondo dopoguerra. Il contesto cambiò radicalmente nel secondo dopoguerra e fece da base a uno sviluppo senza precedenti dei flussi turistici. Venne riorganizzata una forma di convivenze fra stati nazionali europei che permise una generale stabilità internazionale. Questo fu il cosiddetto periodo d’oro della crescita economica dei maggiori paesi industrializzati, Europa e Giappone. Oggi il settore turistico partecipa alla formazione del 5-6% del PIL negli stati dell’Unione Europea e dell’% negli Stati Uniti. Queste percentuali sono il frutto di una fortissima crescita sia del turismo nazionale sia di quello internazionale. Fra il 1960 e il 2008, sono emerse due importanti tendenze: in primo luogo si è confermata la leadership dell’Europa; la seconda è la comparsa di nuovi competitori. Infatti, tra il 1950 e il 2008 l’incremento maggiore di flussi turistici è stato registrato dai continenti emergenti. Fra i paesi in via di sviluppo solamente quelli dell’Estremo Oriente hanno avviato un vero e proprio processo di catching up nei confronti di quelli occidentali. L’importanza di una crescita del settore turistico parallela a quella del resto dell’economia: così il crescente successo della Cina e dell’Estremo Oriente in generale è da ricollegare all’aumento dei consumi turistici avvenuta nella regione a seguito del miglioramento delle condizioni di vita e all’emergere di un importante centro generatore della domanda qual è il Giappone. Il grande aumento dei flussi turistici è alla base di quel fenomeno che è stato chiamato turismo di massa. Son state proposte definizioni sempre più elaborate di questo termine, inserendo connotazioni relative al modo di consumare le vacanze o di produrre servizi turistici. I sociologi hanno indicato come epoca del turismo si massa quella in cui andare in vacanza diventa un elemento importante di integrazione sociale: si appartiene a una società se si è in grado di condividerne i riti. Il turismo e in particolare quello di massa venne studiato come una delle tante espressioni della modernità. Se ne affermò una visione assai critica che finì con il considerare tale dimensione dell’agire umano come uno dei tanti segnali di decadenza della società moderna e dei suoi riti. Vi era la convinzione che il turismo e il viaggio fossero un’esperienza che doveva allontanare dalle consuetudini della vita quotidiana. Si descriveva la vacanza come il luogo in cui non si lavorava, non ci si prendeva cura delle cose. Così se nelle città residenziali vigeva una chiara organizzazione del tempo, nelle località turistiche si produceva un completo ribaltamento dei tempi con la notte dedicata ai divertimenti e la mattina al riposo. Il protagonista di questa fuga era il ceto medio che ricalcava gli itinerari e assimilava le ambizioni dell’aristocrazia. Tale processo portava inevitabilmente i nuovi turisti di massa a cercare esperienze banali e superficiali. Anche altri fenomeni spinsero verso una visione estremamente negativa del turismo di massa: il consumo di risorse naturali, il negativo impatto paesaggistico, le problematiche relative all’impatto sociale ed economico degli investimenti stranieri nei paesi arretrati. Gli economisti si concentrarono sulle caratteristiche del processo produttivo. Secondo tale approccio, il turismo assumeva la connotazione di un fenomeno di massa quando l’offerta dei servizi diventava standardizzata, un numero limitato di grandi imprese assumeva il controllo del mercato e lo sviluppo di nuove attrazioni o destinazioni si configurava come una conseguenza delle strategie dei produttori piuttosto che delle scelte dei consumatori: in altre parole il fordismo applicato al settore dei servizi. Il passaggio dal turismo di élite a quello di massa implicava l’emergere di produttori di grandi dimensioni, dai tour operator agli organizzatori di voli chater, dalle catene alberghiere alle società di gestione dei parchi tematici. Il turismo di massa si riferisce alla partecipazione al turismo di un numero elevato di persone, un fenomeno che ha caratterizzato i paesi sviluppati nel XX secolo. Tutti gli studi concordano nell’indicare nel secondo dopoguerra la fase di maggiore crescita del fenomeno, mentre il periodo fra le due guerre si configura come l’epoca del mutamento incompiuto. Possiamo riportare la periodizzazione proposta nel 1994 dai geografi Shaw e Williams secondo i quali il turismo di massa è nato in America negli anni 20-30, stimolato dalla diffusione delle ferie retribuite e dell’automobile, in 5 fasi:
- inizialmente si è trattato di un turismo interno che aveva come mete sia le aree costiere sia le regioni rurali;
- successivamente negli anni 50, si è sviluppato anche in Europa, parallelamente alla forte crescita economica;
- in una terza fase, tra gli anni 50 e 60, il turismo di massa ha assunto per la prima volta una dimensione internazionale: sono stati ancora una volta gli americani i protagonisti con un forte incremento di viaggi verso l’Europa;
- durante la quarta fase anche il turismo europeo ha superato i confini nazionali e in genere si è diretto verso sud, completando quel processo di meridionalizzazione delle vacanze avviatosi nell’Ottocento: è questa l’epoca d’oro del Mediterraneo;
- fase il cui inizio può essere fatto risalire agli anni Settanta, è quella della globalizzazione, con l’inserimento di nuovi paesi in Africa, Asia e Australia fra le principali mete.
- L’epoca dell’automobile e dei voli charter: alla diffusione del turismo di massa ha sicuramente contribuito la trasformazione del settore dei trasporti. Come il treno nell’Ottocento, l’automobile e l’aereo divennero il simbolo delle vacanze di massa. Se il costo dei viaggi non fosse sceso in modo così marcato e la velocità non fosse aumentata altrettanto repentinamente la grande diffusione internazionale del turismo non si sarebbe verificata.
Gli studi degli anni Ottanta e Novanta riuscirono a fare emergere tali differenze spostando l’attenzione dalla fase dello scambio, quella in cui ogni turista compra un prodotto più o meno standardizzato, a quella del consumo in cui ogni individuo de-costruisce e rielabora la vacanza attraverso la propria soggettività. È con questo insieme di percezioni e sensazioni che il settore turistico si confrontò negli anni Ottanta e Novanta. Due approcci alla costruzione del prodotto turistico si rivelarono in grado di intercettare le esigenze e i desideri espressi da queste nuove generazioni di turisti. Il primo può essere indicato come la ricerca della differenziazione del prodotto spinta sino al limite estremo della personalizzazione. Non a caso il passaggio dal turismo di massa a quello postmoderno è segnato dalla riscoperta del territorio, nella sua accezione più ampia, un territorio che supera la specializzazione di prodotto dell’epoca precedente e di propone per una molteplicità di esperienze turistiche. Nel nuovo approccio diventa l’area in cui i turisti agiscono rimodellando il territorio a loro uso e consumo. Inoltre, la cultura e la storia diventano possibili linee di istintività dei prodotti turistici e soprattutto dei luoghi. Anche dal punto di vista promozionale si passa da una fase in cui si pubblicizza il prodotto principale a una in cui è il territorio in tutti i suoi aspetti a essere proposto al turista. L’esempio classico sono le cosiddette strade dei vini o più in generale gli itinerari enogastronomici: il vino era utilizzato per promuovere il territorio e ne diventava una sorta di ambasciatore, inoltre esso consentiva di ampliare la gamma esperienziale del turista. L’esempio di maggiore successo è oggi quello della Napa Valley negli Stati Uniti. Infatti, in California negli anni 60 la terza generazione dei viticoltori riuscì a fare il salto di qualità e inserirsi nei circuiti dei vini di prestigio. La via del vino creò il marchio di riferimento attorno al quale si raggrupparono numerose altre proposte ricreative, dalle terme alle visite culturali. La Napa Valley assunse così i contorni del parco tematico. Un altro esempio di costruzione di nuovi prodotti p la proposta di itinerari urbani basati sulla valorizzazione del patrimonio culturale delle città. Nel complesso i nuovi percorsi e itinerari hanno ampliato notevolmente la gamma delle località turistiche, consentendo la nascita di nuove destinazioni, oppure creando nuove occasioni per città comunque abituate a ricevere un certo flusso di turisti.
- Dai voli charter ai low cost: come i voli charter erano stati il simbolo del turismo di massa, così i voli low cost divennero quello del turismo postmoderno. I voli low cost resero possibili i viaggi brevi anche verso destinazioni lontane e crearono i presupposti economici perché le mille opportunità del turismo postmoderno venissero colte anche dalle fasce di reddito medio-basse. Le basi per la nascita delle compagnie aeree low cost vennero gettate dalla politica di liberalizzazione e di deregolamentazione avviata negli Stati Uniti a partire dagli anni Settanta. Uno delle prime compagnie ad adottare la formula low cost fu l’irlandese Ryanair nel 1992. Dalla metà degli anni Novanta la crescita di questo segmento è stata assai significativa: se nel 1995 i low cost rappresentavano i 2% del traffico aereo, nel 2006 avevano raggiunto il 14%. Le ragioni che hanno consentito una compressione così consistente dei costi sono state molteplici e tutte legate a innovazioni di tipo organizzativo. Ne ricordiamo alcune: i biglietti si possono acquistare solamente via internet; si utilizzarono aeroporti di livello secondario; i velivoli non sostano mai più di 20 minuti negli aeroporti in modo da contrarre il più possibile i tempi morti del personale di bordo; si programma l’utilizzo dei mezzi per almeno 11 ore al giorno; si cerca di mantenere un’occupazione di posti superiore all’%; i posti sull’aereo non sono numerati e hanno tutti lo stesso costo; a bordo non viene offerto gratuitamente nessun servizio integrativo; la pulizia dell’aereo spetta all’equipaggio; si organizzano solamente voli diretti su distanze inferiori agli 800 km e si ricorre a un solo tipo di aereo (Boeing 737 o Airbus 320) per ridurre i costi di formazione dei piloti. Lo sviluppo dei low cost ha creato le condizioni per il successo di nuove destinazioni o il riposizionamento di mete tradizionali. Molte piccole località ai margini degli itinerari dei voli charter si sono improvvisamente ritrovate a poche ore di distanze e inoltre con costi di trasporto bassissimi da importantissimi centri generatori di domanda. Ancora una volta le tendenze del settore turistico sembrano il risultato dell’interazione di fattori di tipo culturale con fattori economici.
Cap. 5 IL TURISMO NEL MONDO L’obiettivo di questo capito è quello di far emergere le caratteristiche delle diverse aeree del mondo e il ruolo svolto dal turismo nel loro processo di sviluppo economico.
- La centralità del Mediterraneo nel turismo novecentesco: il turismo moderno fu essenzialmente un’invenzione europea che poi venne progressivamente imitata negli altri continenti. Tuttavia, sia nell’Ottocento sia nel Novecento l’Europa conservò un suo primato sia nell’invenzione dei prodotti sia nelle quote di mercato internazionali. Solamente negli Stati Uniti riuscirono progressivamente a conquistare una posizione altrettanto importante. Se nell’Ottocento il paese di riferimento per il turismo europeo fu il Regno Unito, nel Novecento la regione più interessante divenne il Mediterraneo per una molteplicità di ragioni: per la capacità di attrarre i turisti; per l’’impatto che l’attività turistica ebbe sullo sviluppo economico di questi paesi. La Francia è il paese europeo storicamente leader nel settore turistico. Essa fu, assieme all’Italia, la principale meta del turismo culturale all’epoca del Grand Tour, e nell’Ottocento, con l’invenzione della Costa Azzurra, esse diede avvio alla riscoperta del Mediterraneo. Questa supremazia di confermò nel periodo fra le due prime guerre e venne mantenuta per tutti gli anni Cinquanta. Tuttavia, negli anni Sessanta la Francia fu il primo paese del Mediterraneo a risentire della concorrenza delle nuove destinazioni. Essa fu anche il primo paese ad affrontare il problema della riqualificazione dei prodotti legati al turismo di massa, tanto che nel 1963 lanciò quel grande piano di riqualificazione delle località balneari.
Negli anni Ottanta, poi, la Francia fu tra i primi paesi a scoprire la dimensione territoriale dei prodotti turistici e ad avviare un processo di valorizzazione dell’intero patrimonio culturale, ma anche storico ed economico. La Spagna è il classico esempio di un paese nel quale il turismo è stato un “ engine of growth ” poiché dagli anni Sessanta in poi le entrate turistiche hanno rappresentato una quota elevatissima dell’attivo della bilancia commerciale. Il turismo quindi è riuscito a svolgere quel ruolo di sostegno al processo di industrializzazione che un’agricoltura povera e arretrata non avrebbe ai potuto ricoprire. Va precisato che questo è stato possibile solo perché parallelamente di è sviluppato anche il settore industriale. Fu solamente alla fine del Settecento che anche la Spagna, così come l’Italia meridionale e la Grecia, fu inserita negli itinerari turistici. La nascita di un turismo culturale internazionale fu quasi parallela alla comparsa delle prime località climatiche. Per tutto l’Ottocento la Spagna conservò una posizione marginale nei flussi turistici internazionali, incapace di contrastare la ledearship italiana nel turismo culturale e quella della Riviera francese per i soggiorni climatici. La cattiva qualità delle strutture ricettive, fatta eccezione per i pochissimi gradi centri a livello europeo, e l’inadeguatezza della rete ferroviaria, che allontanava ancor di più la Spagna dalle capitali europee, non contribuivano certo al superamento di questa marginalità. La prima guerra mondiale non interruppe la lenta crescita perché la Spagna, che non vi partecipò, venne pubblicizzata dalle agenzie di viaggio come un rifugio. Nel periodo fra le due guerre il governo spagnolo maturò la convinzione che occorresse impegnarsi nella promozione del settore turistico: si rivelò uno dei più interventisti d’Europa, guidando la modernizzazione delle infrastrutture sia viarie sia ferroviarie. Anche la seconda repubblica (1931-36) continuò a sostenere l settore, ma l’instabilità politica, che sfociò nella guerra civile del 1936-39, e la seconda guerra mondiale furono l’origine di una lunga contrazione degli arrivi di turisti stranieri che si protrasse sino agli anni Cinquanta. Dalla fine dell’Ottocento, parallelamente al turismo internazionale, aveva iniziato a consolidarsi anche quello interno, con propri circuiti separati. Le origini di San Sebastian come centro balneare si possono far risalire a poco dopo il 1830, quando la famiglia reale iniziò a soggiornarvi per lunghi periodi. Essa mutò il proprio stile e le mode della famosa località mondana francese, praticando però prezzi contenuti. La guerra civile, che travolse questa regione tra il 1873 e il 1876, ne bloccò lo sviluppo come centro mondano internazionale, ma non impedì la crescita una volta ristabilita la pace. Infatti, gli ultimi decenni dell’Ottocento furono caratterizzati da una prima serie di investimenti che arricchiranno la cittadina. Nemmeno la proibizione del gioco d’azzardo offuscò la fama di San Sebastian, che negli anni Trenta poteva essere inserita fra le dieci più importanti spiagge europee grazie all’immagine poliedrica di stazione balneare, centro di divertimenti, shopping center per l’alta società e base per piccoli viaggi nelle spiagge vicine o nell’entroterra. La stessa Costa Brava non si era ancora sviluppata all’epoca della guerra civile (1936-39), mentre le Baleari erano state appena scoperte. Cosa permise a San Sebastian di distinguersi da tutte le altre località? Contribuirono numerosi fattori: la dotazione non comune di risorse naturali, l’avvento della ferrovia, che la rese una delle località meglio collegate di tutta la Spagna, la vicinanza della Francia, lo status di centro politico e amministrativo, che le permisero di contare su una buona rete di infrastrutture urbane e su di un’amministrazione locale ben organizzata. Nell’Ottocento essi si presentava ai viaggiatori come una città molto progredita. La svolta nella storia turistica della Spagna viene individuata da molti nel Piano di stabilizzazione del 1959 che segnò la dine della politica autarchica e l’avvio di una politica di incentivo per favorire gli investimenti privati sia nazionali sia stranieri. Successivamente ei piani nazionali si sviluppo del 1964-67 e del 1968-71 assegnarono al turismo un ruolo centrale e fissarono come obiettivi prioritari l’ampliamento della capacità ricettiva spagnola soprattutto nel segmento intermedio. I turisti europei, prima francesi e inglesi, poi tedeschi, arrivarono sulle spiagge spagnole alla ricerca di sole e di vacanza a basso prezzo. Una quota crescente di voli charter collegò i paesi dell’Europa centrale e del nord alle coste e alle isole spagnole. Negli anni Ottanta anche il turismo balneare spagnolo cominciò a mostrare segni di cedimento. In questa fase la Spagna non si limitò ad avviare un processo di riqualificazione del turismo balneare, ma cominciò a puntare sulla crescita del turismo urbano. Così Bilbao riuscì a lanciarsi fra le grandi mete turistiche urbane europee grazie a un progetto privato che però fu quasi interamente finanziato con denaro del governo basco. Si trattò della costruzione, nel 1997, del Museo Geggenheim di arte contemporanea nell’ambito di un piano complessivo di riqualificazione delle aree industriali dismesse si quella città. Il progetto incontrò una forte opposizione anche perché per finanziarlo si ridussero gli interventi a favore della cultura locale. Dopo locale, Francia, Spagna e Italia, il quarto paese più importante del Mediterraneo, in termini di flussi turistici, è la Grecia, che iniziò ad attirare una fetta considerevole di turisti stranieri a partire dagli anni Settanta. All’inizio degli anni Settanta erano individuabili due flussi turistici internazionali, uno verso la Grande Atene e uno verso le isole, Corfù, Rodi e Creta. Il turismo locale, in verità non molto sviluppato, non frequentava le stesse località di quello internazionale sia perché i prezzi di alcuni alberghi risultavano inaccessibili sia perché preferiva soluzioni alternative quelli le camere in affitto o le seconde case. Con la costituzione del governo dittatoriale nel 1967 la promozione del turismo acquisì una maggiore importanza perché divenne il modo di costruirsi una rispettabilità internazionale. La strategia si basò su un aumento degli investimenti pubblici in infrastrutture e sull’incentivazione dell’iniziativa privata, anche straniera, attraverso agevolazioni fiscali.
La storia di Las Vegas, località nata per il turismo di massa. Negli anni trenta l’attività economica più importante della cittadina fu la costruzione della diga Boulder. Anche quando nel 1931 lo stato del Nevada legalizzò il gioco d’azzardo e i giocatori cominciarono ad affluire degli stati limitrofi, per Las Vegas la diga risultava un’attrazione turistica ben maggiore. Nel 1941 venne costruito il primo albergo casinò. Fu comunque solamente nel secondo dopoguerra che le potenzialità di Las Vegas si manifestarono pienamente. Nella seconda metà degli anni Sessanta Las Vegas iniziò la sua trasformazione da città dominata dalla malavita a moderna città turistica di proprietà di grande società. Las Vegas era dunque nata e cresciuta come meta del turismo di massa e non fu mai il treno a portarvi i visitatori, ma l’auto e l’aereo.
- Il lento affermarsi del turismo nei paesi in via di sviluppo: l’Africa, un continente senza pace: con il termine paesi in via di sviluppo si indica un insieme di paesi localizzati nel continente africano, asiatico e in America Latina. In queste aree il turismo è cresciuto meno di quello che sarebbe stato lecito attendersi e solo in poche occasioni esso è riuscito a svolgere una funzione di stimolo per lo sviluppo economico. Le fasi della crescita del turismo in Africa. Le fasi della crescita del turismo in Africa allo scopo di individuare i principali limiti che il settore ha incontrato in questo continente (ad eccezione dell’Egitto e Seychelles). Il turismo non è l’unica occasione mancata dell’Africa: il lento sviluppo e le resistenze all’industrializzazione, ma anche all’avvio di un seppur minimo processo di cooperazione fra le numerose nazioni sono sicuramente i due grandi problemi irrisolti della storia africana del dopo liberazione. Arretratezza sia sul piano economico sia su quello istituzionale. Se si escludono gli stati dell’Africa settentrionale e l’Etiopia, il resto del continente non aveva conosciuto alcun processo di unificazione delle varie tribù o potentati. Proprio in occasione della loro trasformazione in colonia: altri stati come lo Zambia, lo Zimbabwe, nacquero poi durante il processo di indipendenza. Sul primo il colonialismo “non fu un processo razionale o pianificato. Esso fu invece il risultato di un insieme di circostanze unico, che si verificò nel tardo Ottocento e che portò alla spartizione tecnico-giuridica di grande parte del mondo tra le grandi potenze. Sicuramente lo sviluppo economico dei territori dominati non fu fra gli obiettivi perseguiti dalle potenze coloniali; d’altro canto avviare l’industrializzazione in paesi tanto arretrai avrebbe richiesto un impegno finanziario che andava ben al di là delle possibilità dell’Europa, ma a onor del vero il problema non venne mai affrontato. In secondo luogo, nella storia coloniale africana non si evidenziò nessun gruppo sociale disposto a sposare tale causa. Nel periodo che va dal 1870 al 1960, nei paesi africani mancò del tutto sia un’elaborazione del grave stato di arretratezza sia la formazione di gruppi sociali che legassero al processo di industrializzazione la loro affermazione sociale. i governi coloniali non attuarono nessuna politica di incentivazione dell’industria. In conclusione, possiamo dire che il colonialismo non fu la causa del sottosviluppo di paesi che erano arretrati già prima di diventare colonie, ma esso fu comunque in grado di fornire un contributo significativo alla loro modernizzazione. La vicenda coloniale iniziò la sua parabola discendente con la seconda guerra mondiale. La decolonizzazione portò grandi speranze e soprattutto l’idea che con essa sarebbero state eliminate le cause dell’arretratezza, ma mancava un insieme unificante di valori che facesse da base alla convivenza delle tante etnie che componevano gli stati africani, si aggiungeva il problema dei rapporti fra i neri e gli africani bianchi, ma soprattutto occorreva inventare dal nulla le istituzioni che regolano la democrazia nei paesi e anche tutte le istituzioni che creano un mercato. Le stesse reti di trasporto risultarono decentrate rispetto ai nuovi centri della vita economica e politica infine, essendo paesi che nascevano poveri, subito si trovarono ad affrontare gravi problemi di bilancia commerciale. È in questo contesto che in molti di essi si creò un interesse particolare per il turismo, proprio per la sua capacità di attirare valuta pregiata; non è a caso che, all’indomani dell’indipendenza, tutti i nuovi stati africani avviassero piani per lo sviluppo di questo settore. Il governo dello Zambia nel 1964, si ritrovò a inventare dal nulla l’organizzazione di base del settore. Il turismo in Africa fu letteralmente inventato dai bianchi nella seconda metà dell’Ottocento, sull’onda delle spedizioni coloniali, la moda dei viaggi esotici contagiò l’aristocrazia europea, tanto che molte agenzie di viaggio cominciarono a organizzare battute di caccia e vacanze a contenuto culturale nell’Africa settentrionale oltre che in Asia. Nei primi decenni del secolo qualche turista raggiunse anche l’Africa centrale e meridionale. Accanto a questo turismo internazionale si era poi sviluppato nel corso del secolo anche un turismo regionale africano, sempre legato ai bianchi, i quali alcune aree del continente avevano raggiunto una certa concentrazione. Nell’Africa meridionale a metà anni Sessanta vivevano 6milioni di bianchi, agricoltori, industriali e funzionari governativi, dirigenti di miniere, di attività commerciali e manifatturiere, con altissimi livelli di reddito che abitualmente viaggiavano e facevano turismo nei possedimenti inglesi della regione. Le attrazioni turistiche facevano parte di un’area molto ampia e comprendevano il Wankie National Park, la zona archeologica dello Zimbabwe, le cascate Vittoria in Rhodesia, il Krueger National Park in Sudafrica. Del tutto analoga era la situazione dei paesi dell’Africa orientale, Kenya, Tanzania e Uganda, che componevano un unico circuito turistico il quale poteva essere collegato a quello dell’Africa meridionale. Anche in quest’area la popolazione bianca rappresentava il principale centro generatore dei flussi turistici ed esisteva un paese che aveva assunto un ruolo centrale nell’organizzazione del settore, il Kenya. Nel ventennio successivo all’indipendenza questo sistema si sgretolò: il primo a spezzarsi fu il circuito meridionale. Il processo che portò all’indipendenza spezzò questi legami perché i tempi e le modalità furono molto diversi per ciascuno stato.
Quanto nel 1964 la Rhodesia si trasformò in Zambia e vi fu il passaggio del potere dei bianchi ai neri, il governo della parte meridionale del paese, guidato dalla minoranza bianca, dichiarò unilateralmente l’indipendenza e si costituì come stato autonomo. Questo rappresentò l’inizio di una lunga guerra di liberazione che solo nel 1980 portò al potere la popolazione nere. Le vicende politiche portarono così a spezzare drasticamente i rapporti economici all’interno di tutta l’area nonché a contrarre i flussi turistici. Lo Zambia in pochi anni vide dimezzare gli arrivi turistici che cominceranno a riprendersi solamente negli anni Ottanta. Moltissimi furono i motivi di questo crollo: in primo luogo o stato di tensione; ma altrettanto grave fu lo sgretolamento si tutta la struttura organizzativa precedente che era internazionale e aveva il suo centro nella Rhodesia meridionale. Soprattutto lo Zambia si trovò in difficoltà, perché fu costretto a inventarsi dall’oggi al domani società che si occupassero di organizzare e gestire turisti. Nell’area orientale i problemi maggiori si palesarono negli anni Settanta. In Tanzania, Kenya e Uganda la decolonizzazione avvenne in modo piuttosto pacifico tra il 1961 e il 1963, ma a metà del decennio iniziò a deteriorarsi. Il risultato fu una stagnazione quasi decennale del settore turistico in Kenya e di difficoltà anche maggiori negli altri due paesi. La segmentazione dei vecchi circuiti turistici penalizzò soprattutto i paesi periferici. Infatti, se lo Zimbawe, dopo l’indipendenza, divenne il centro turistico dei flussi regionali dell’Africa meridionale, il Kenya si propose soprattutto come metà del turismo internazionale. Diversamente dallo Zimbabwe che ha dovuto concentrare la sua offerta sulla wildrness (sia caccia grossa sia turismo naturalistico), il Kenya ha potuto sfruttare la grande passione degli europei per le vacanze al mare. Già a metà degli anni Sessanta, il nuovo governo keniota rispose rapidamente alla crescente domanda di servizi turistici attraverso consistenti investimenti n infrastrutture e strutture ricettive. Le strutture ricettive nacquero un po’ovunque, senza alcuna pianificazione territoriale. Questa prima fase di espansione del turismo vide triplicare in pochi anni gli arrivi dall’estero e conobbe una prima interruzione nel 1973, quando la crisi petrolifera internazionale frenò la corsa alle vacanze esotiche da parte degli europei. Solamente negli anni Ottanta l’industria turistica riprese a crescere, grazie a un forte aumento dei viaggiatori provenienti dalla Germania. Importante fu il potenziamento delle infrastrutture come il completamento dell’aeroporto internazionale. La politica adottata dalle autorità keniote si mosse su due livelli. Da una parte si adottò una strategia di “porte aperte” al capitale straniero. L’altro pilastro della politica turistica del paese africano sono stati gli incentivi per stimolare l’occupazione di personale residente e la costituzione di imprese nei settori ritenuti strategici, come quello aereo. Caso dell’Egitto, si può ritenere oggi il leader del settore turistico in Africa. Negli anni che seguirono la conquista dell’indipendenza 1952 il turismo non conobbe alcun sviluppo in Egitto perché il governo puntò soprattutto al potenziamento dell’agricoltura e dell’industria, inoltre adottò una politica di ispirazione socialista che poi sfociò in un intenso programma di nazionalizzazione dell’economia che tenne a lungo lontani i capitali internazionali. Tuttavia, l’avvio del processo di industrializzazione produsse riflessi sulla domanda turistica interna. La guerra arabo-israeliana del 1967-1970 interruppe il processo. Un radicale cambiamento nella politica economica egiziana con Sadat (1970-81), che inaugurò una politica economica di grande cambiamento, incentrata sull’incentivazione dei capitali privati, la privatizzazione delle imprese pubbliche e l’apertura nei confronti dei capitali stranieri. La novità più importante fu rappresentata dall’avvio della diversificazione del prodotto turistico. L’Egitto, che si era sempre proposto per il solo turismo culturale a cui si aggiungevano le crociere sul Nilo, avviò i primi investimenti nel settore balneare con l’invenzione dal nulla delle località turistiche sul Mar Rosso. La prima destinazione turistica a prendere forma fu Sharm el Sheik. La crescita continua del turismo internazionale in Egitto è stata tuttavia periodicamente interrotta da eventi esterni, quelli che gli economisti chiamerebbero shock esogeni. L’esperienza dei paesi africani ci permette di individuare almeno tre fattori che hanno frenato l’espansione del turismo. Il primo è sicuramente la povertà generalizzata che impedisce la formazione di flussi turistici provenienti dai paesi limitrofi. La maggior parte dei turisti che visitano tali paesi proviene dall’Europa e dall’America e deve sostenere elevati costi di trasporto, il che riduce di molto il bacino della domanda. Potremmo indicare questo problema come quello della lontananza dai centri generatori di domanda turistica. Vi sono poi limiti legati all’instabilità politica e sociale che ha impedito ai paesi africani di trarre un maggiore profitto dalle trasformazioni avvenute negli ultimi quarant’anni nel settore a livello internazionale. La fragilità di questo settore nel contesto africano è proprio legata al fatto che, mentre le industrie possono continuare a produrre anche in tempo di guerra, i flussi turistici si arrestano non appena si verifica una situazione di crisi. In terzo luogo, non vanno sottovalutati i problemi igienicosanitari. La diffusione della malaria, la presenza di una varietà di malattie di grande propagazione che ha conosciuto il virus dell’Aids; un contesto igienicosanitario così precario restringe il turismo verso tali aree agli appassionati o a chi può permettersi strutture di alto livello qualitativo. Anche quando il turismo si sviluppa, non sempre produce gli effetti economici e sociali sperati. In generale il turismo ha spesso incontrato delle forti difficoltà a essere accettato dalla popolazione locale. Il motivo p che esso non solo mette a confronto le popolazioni indigene con culture e stili di vita profondamente diversi, ma vende qualcosa che per la maggior parte degli africani non esiste sottraendo risorse alle attività tradizionali. I problemi maggiori hanno riguardato la convivenza tra turismo balneare e la popolazione di origine waswahili, che viveva sulla costa. I waswahili sono una popolazione di origine africana tradizionalmente impegnata nelle attività mercantili e venuta a contatto con il mondo arabo dal quale aveva mutato, oltre alla religione, l’islam, ance una parte del proprio lessico. Lo sviluppo del turismo balneare ha cambiato radicalmente l’aspetto delle loro cittadine di impronta