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Riassunto libro "Il dramma del bambino dotato" Alice Miller, Sintesi del corso di Psicologia Clinica

Riassunto del libro dettagliato.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 29/02/2020

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elisa-giordano-1 🇮🇹

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RIASSUNTO LIBRO: IL DRAMMA DEL BAMBINO DOTATO E LA RICERCA DEL VERO SE’
IL DRAMMA DEL BAMBINO DOTATO E COME SIAMO DIVENTATI PSICOTERAPEUTI
1. Tutto fuorché la verità
Scoprire a livello emotivo la verità della storia unica e irrepetibile che è stata quella della nostra infanzia. Ogni vita è piena di
illusioni, proprio perché la verità ci appare insopportabile. Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato però
possiamo cambiare noi stessi riparare i guasti, riacquisire la nostra integrità perduta. Si tratta indubbiamente di una strada
impervia, ma in molti casi ci offre la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile e tuttavia così crudele dell’infanzia e di
trasformaci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a
convivere con essa. La maggior parte delle persone, invece, fanno esattamente il contrario. Non vogliono sapere nulla della propria
storia. Sono mossi da ricordi inconsci e da sentimenti e bisogni rimossi, i quali, finché restano inconsci e non vengono chiariti, speso
determinano in modo perverso quasi tutto ciò che essi fanno e non fanno. La rimozione dei maltrattamenti subiti nell’infanzia
induce molti, ad esempio, a distruggere la vita di altri e la propria, a sottoporsi ai tormenti un tempo subiti passivamente, per
esempio partecipano a gruppi di flagellanti, a culti sadici di ogni specie, a pratiche sadomasochiste, e definiscono tali attività come
forme di liberazione. La rimozione delle sofferenze infantili non soltanto influisce sulla vita dell’individuo, ma determina anche i
tabù della società. Henry Moore scrive nelle sue memorie che da bambino poteva massaggiare la schiena di sua madre con un
unguento per i reumatismi. Il suo ricordo era innocuo ed era potuto sopravvivere. Le esperienze traumatiche di ogni bambino
rimangono invece avvolte nell’oscurità; e sconosciute restano quindi anche le chiavi per comprendere tutta la vita successiva.
2. Il povero bambino ricco
Tutti questi bambini (infanzia infelice) sapevano mantenersi asciutti già a un anno, e
molti di loro erano già capaci di prendersi cura dei fratellini più piccoli in un’età che
va da un anno e mezzo a cinque anni. Secondo l’opinione comune queste persone,
che sono state l’orgoglio dei genitori, dovrebbero avere una salda coscienza del
proprio valore. In realtà è tutto il contrario. A nulla serve loro eseguire bene se non
addirittura in modo eccellente ogni compito, essere ammirate e invidiate, mietere
successi appena lo vogliano. Dentro sta sempre in aggiunto la depressione, il senso
di vuoto, di autoalienazione, di assurdità della propria esistenza, che le assale
appena si esaurisce la droga della grandiosità, appena non sono al massimo, appena
vengono abbandonate dalle loro sicurezze da superstar o quando, all’improvviso
sono colte dal sospetto di aver tradito una qualche immagine ideale di loro stesse.
Fin dal primo colloquio queste persone fanno sapere a chi le ascolta di aver avuto
dei genitori comprensivi perlomeno uno dei due e affermano che, se la gente non li
capisce, questo dipende soltanto da loro. In generale, si possono anche riscontrare
la mancanza di una comprensione autentica, emotiva, del proprio destino infantile,
che non viene preso sul serio, e una totale ignoranza dei proprio veri bisogni, al di là
degli sforzi volti a ottenere il massimo rendimento. Un destino infantile che mi pare
caratteristico delle persone che scelgono professioni volte ad aiutare il prossimo. Era
sempre presente una madre profondamente insicura sul piano emotivo, questa
insicurezza poteva facilmente restare celata al bambino e alle persone del suo
ambiente, nascosta dentro una facciata di durezza o addirittura totalitaria. A questo
bisogno della madre o di entrambi i genitori corrispondeva una sorprendente
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RIASSUNTO LIBRO: IL DRAMMA DEL BAMBINO DOTATO E LA RICERCA DEL VERO SE’ IL DRAMMA DEL BAMBINO DOTATO E COME SIAMO DIVENTATI PSICOTERAPEUTI

1. Tutto fuorché la verità Scoprire a livello emotivo la verità della storia unica e irrepetibile che è stata quella della nostra infanzia. Ogni vita è piena di illusioni, proprio perché la verità ci appare insopportabile. Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato però possiamo cambiare noi stessi riparare i guasti, riacquisire la nostra integrità perduta. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma in molti casi ci offre la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile e tuttavia così crudele dell’infanzia e di trasformaci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa. La maggior parte delle persone, invece, fanno esattamente il contrario. Non vogliono sapere nulla della propria storia. Sono mossi da ricordi inconsci e da sentimenti e bisogni rimossi, i quali, finché restano inconsci e non vengono chiariti, speso determinano in modo perverso quasi tutto ciò che essi fanno e non fanno. La rimozione dei maltrattamenti subiti nell’infanzia induce molti, ad esempio, a distruggere la vita di altri e la propria, a sottoporsi ai tormenti un tempo subiti passivamente, per esempio partecipano a gruppi di flagellanti, a culti sadici di ogni specie, a pratiche sadomasochiste, e definiscono tali attività come forme di liberazione. La rimozione delle sofferenze infantili non soltanto influisce sulla vita dell’individuo, ma determina anche i tabù della società. Henry Moore scrive nelle sue memorie che da bambino poteva massaggiare la schiena di sua madre con un unguento per i reumatismi. Il suo ricordo era innocuo ed era potuto sopravvivere. Le esperienze traumatiche di ogni bambino rimangono invece avvolte nell’oscurità; e sconosciute restano quindi anche le chiavi per comprendere tutta la vita successiva. 2. Il povero bambino ricco

Tutti questi bambini (infanzia infelice) sapevano mantenersi asciutti già a un anno, e

molti di loro erano già capaci di prendersi cura dei fratellini più piccoli in un’età che

va da un anno e mezzo a cinque anni. Secondo l’opinione comune queste persone,

che sono state l’orgoglio dei genitori, dovrebbero avere una salda coscienza del

proprio valore. In realtà è tutto il contrario. A nulla serve loro eseguire bene se non

addirittura in modo eccellente ogni compito, essere ammirate e invidiate, mietere

successi appena lo vogliano. Dentro sta sempre in aggiunto la depressione, il senso

di vuoto, di autoalienazione, di assurdità della propria esistenza, che le assale

appena si esaurisce la droga della grandiosità, appena non sono al massimo, appena

vengono abbandonate dalle loro sicurezze da superstar o quando, all’improvviso

sono colte dal sospetto di aver tradito una qualche immagine ideale di loro stesse.

Fin dal primo colloquio queste persone fanno sapere a chi le ascolta di aver avuto

dei genitori comprensivi perlomeno uno dei due e affermano che, se la gente non li

capisce, questo dipende soltanto da loro. In generale, si possono anche riscontrare

la mancanza di una comprensione autentica, emotiva, del proprio destino infantile,

che non viene preso sul serio, e una totale ignoranza dei proprio veri bisogni, al di là

degli sforzi volti a ottenere il massimo rendimento. Un destino infantile che mi pare

caratteristico delle persone che scelgono professioni volte ad aiutare il prossimo. Era

sempre presente una madre profondamente insicura sul piano emotivo, questa

insicurezza poteva facilmente restare celata al bambino e alle persone del suo

ambiente, nascosta dentro una facciata di durezza o addirittura totalitaria. A questo

bisogno della madre o di entrambi i genitori corrispondeva una sorprendente

capacità del bambino, dunque anche inconsciamente, di assumere cioè la funzione

che gli veniva inconsciamente assegnata. In tal modo il bambino si assicurava

l’amore dei genitori. Egli avvertiva che di lui si aveva bisogno, e questo legittimava la

sua vita a esistere. La capacità di adattamento viene sviluppata e perfezionata fino a

trasformare questi bambini non solo in madri delle loro madri, ma anche in aiutanti

che si assumono le responsabilità dei fratelli più piccoli: essi sviluppano in definitiva

una sensibilità tutta particolare per i segnali inconsci dei bisogni altrui.

3. Il mondo perduto dei sentimenti Nella primissima infanzia, per conformarsi alle aspettative di chi si prende cura di lui, il bambino deve rimuovere il suo bisogno di amore, attenzione, sintonia, comprensione, partecipazione, rispecchiamento. Deve anche reprimere le sue reazioni emotive ai pesanti rifiuti che riceve, il che porta all’impossibilità di vivere determinati sentimenti (gelosia, invidia ecc..) nell’infanzia e poi in età adulta. Il bambino, infatti, può viverli solo se c’è una persona che con questi sentimenti lo accetta, lo comprendere e lo asseconda. Il bambino, infatti, può viverli solo se c’è una persona che con questi sentimenti lo accetta, lo comprendere e lo asseconda. Il bambino è disponibile, non ci sfugge come un tempo ci era sfuggita nostra madre. Un bambino possiamo educarlo in modo da farlo diventare come piace a noi. Dal bambino si può ottenere rispetto, aspettarsi che condivida i nostri sentimenti, nell’amore e nell’ammirazione del bambino ci si può rispecchiare, di fronte a lui ci si può sentire forti, quando se ne è stanchi lo si può affidare ad altri; grazie a lui è possibile, infine, sentirsi al centro dell’attenzione: gli occhi del bambino seguono ogni movimento della madre. Nella difesa, per esempio, dal sentimento di abbandono provato durante la prima infanzia si possono riconoscere vari meccanismi. Negazione, aiuto di simboli (droga e sostanze ecc) il soddisfacimento dei bisogni rimossi e nel frattempo divenuti perversi. Le intellettualizzazioni, dato che esse offrono una protezione altamente affidabile, che però può avere effetti letali quando il corpo come succede nella malattie gravi prende in pugno la situazione. L’adattamento ai bisogni dei genitori conduce spesso (ma non sempre) allo sviluppo della personalità come se, ovvero a ciò che si definisce un falso sé. L’individuo sviluppa un atteggiamento in cui si limita ad apparire come ci si aspetta che debba essere, e si identifica totalmente con i sentimenti che mostra. Il suo vero Sé non può formarsi né svilupparsi, perché non può essere vissuto. Dalla difficoltà di vivere e manifestare i propri sentimenti autentici deriva la permanenza del legame, che non consente una reciproca delimitazione. I genitori infatti hanno trovato nel falso Sé del bambino la conferma che cercavano, un sostituto alla sicurezza che a loro mancava, e il bambino, che non ha potuto costruirsi una propria sicurezza, dipenderà dapprima consciamente e in seguito in modo inconscio dai genitori. Egli non conosce i suoi veri bisogni ed è al massimo grado alienato da se stesso. Per cui alla solitudine provata in casa dei genitori seguirà più tardi l’isolamento in noi stessi. 4. Alla ricerca del vero Sé La psicoterapeuta non ci può restituire l’infanzia perduta, non può modificare i fatti o annullarli. Ma l’esperienza della propria verità e la sua conoscenza postambivalente rendono possibile, a un livello adulto, il ritorno al proprio mondo affettivo, senza paradisi, è vero, ma con la capacità di

riesca a mascherarla. Dobbiamo imparare a essere in grado di vivere e di chiarire i nostri sentimenti infantili, per non aver più bisogno di manipolare inconsciamente i pazienti in base alle nostre teorie e per poter lasciare loro la libertà di diventare quello che sono. Una madre potrà essere empatica solo se si è liberata della propria infanzia, ed è costretta a reagire in maniera non empatica finché continuerà a portare le catene invisibili che le derivano dal negare il proprio destino infantile. Lo stesso vale per i padri. Inconsciamente la tragedia dell’infanzia vissuta dai genitori continua nel rapporto con i figli, se la rimozione rimane irrisolta. Ognuno di noi ha dentro si sé un cantuccio, a lui stesso più o meno celato, in cui si trova l’apparato scenico del dramma della sua infanzia. Gli unici che con certezza avranno accesso a questo deposito saranno i nostri figli. Il paziente ha la possibilità di rendere il terapeuta consapevole di un tale atteggiamento quando lo scopra egli stesso, o di abbandonarlo se rimane cieco e persiste nell’affermare la propria infallibilità. È la nostra infanzia che molte volte ci ostacola. Se l’illusione corrisponde pienamente ai nostri bisogni e alle nostre esigenze, allora occorrerà un periodo più lungo prima che noi riusciamo a smascherarla. Ma se saremo in pieno possesso dei nostri sentimenti, anche questa illusione dovrà prima o poi essere sepolta per lasciar emergere la salutare verità. DEPRESSIONE E GRANDIOSITA’ DUE FORME DELLA NEGAZIONE

6. Destini dei bisogni infantili Ogni bambino ha il legittimo bisogno di essere guardato, capito, preso sul serio e rispettato della propria madre. Deve poter disporre della madre nelle prime settimane e nei primi mesi di vita, usarla, rispecchiarsi in lei. 7. La crescita sana Affinché una donna possa dare al proprio bambino ciò di cui egli ha assunto bisogno per il resto della vita è indispensabile che non venga separata dal suo neonato. Se il bambino viene separato dalla madre, come accadeva di regola ancora poco tempo fa in quasi tutte le cliniche ostetriche e come continua ad avvenire in tutto il mondo per comodità e ignoranza, si perde allora l’occasione più importante per madre e figlio. Il legame tra madre e neonato consiste principalmente in un contatto di pelle e di sguardo, fornisce a entrambi il sentimento di appartenenza reciproca, il senso di essere una cosa sola, che idealmente e sul piano naturale dovrebbe esistere sin dal concepimento e crescere insieme al bambino. Questa prima reciproca familiarità non si potrà più recuperare in seguito, e la sua mancanza può rendere impossibili sin dall’inizio molto esperienze. Nel bambino che ha la fortuna di crescere con una madre capace di rispecchiarlo e che si rende disponibile, vale a dire si metta al servizio della funzione di crescita del figlio, può allora gradatamente sorgere una sana autostima. Anche madri non particolarmente amorevoli possono favorire questo sviluppo, semplicemente non ostacolandolo. Per sano sentimento del sé si intende la sicurezza incontrollabile che i sentimenti e i desideri provati appartengono al proprio Sé. In questa possibilità di accedere in modo irriflesso e spontaneo ai propri sentimenti e desideri, l’individuo trova il proprio sostegno e la propria autostima. Sa non solo quello che non vuole, ma anche quello che vuole, e può esprimerlo, senza preoccuparsi di venire amato o odiato per questo. 8. Il disturbo

Cosa succede quando la madre non sa aiutare il proprio figlio? Che cosa capita quando non riesce ad esaudire i bisogni del figlio e presenta carenze effettive? In tal caso cercherà di soddisfare i propri bisogni personali servendosi del bambino, anche se questo non esclude un forte legame affettivo. A questa relazione di sfruttamento mancano però componenti che sono importanti per il bambino, come l’affettività, la continuità e la costanza; soprattutto manca lo spazio in cui il bambino potrebbe vivere i suoi sentimenti e le sue sensazioni. Il bambino sviluppa atteggiamenti di cui la madre ha bisogno, atteggiamenti che al momento gli salvano la vita ma che alla lunga gli impediranno di essere se stesso. In tal caso i bisogni naturali tipici dell’età del bambino non vengono integrati nella personalità, ma vengono scissi e rimossi. La maggior parte delle persone che hanno richiesto l’aiuto di uno psicoterapeuta per superare la depressione avevano avuto in genere madri molto insicure, che a loro volta soffrivano di depressione e consideravano il bambino come una loro proprietà. La madre può ritrovare nel figlio ciò che a suo tempo non aveva ricevuto dalla propria madre: è disponibile, può essere usato come un’eco, è controllabile, tutto concentrato su di lei, non la lascia mai, le dedica attenzione e ammirazione. Se poi pretende troppo, lei non è più indifesa, non si lascia più tiranneggiare, può educare suo figlio a non gridare e a non disturbare. Può ottenere una buona volta attenzione e rispetto, oppure può indurlo a preoccuparsi per la sua vita e il suo benessere, cosa che i suoi genitori non avevano fatto per lei.

9. L’illusione dell’amore

Ciò che veniva definito depressione e senso di vuoto, mancanza di un senso di vita,

paura dell’impoverimento psichico e solitudine, continua a rivelarmisi come la

tragedia della perdita del Sé, ossia dell’auto-estraniazione, che prende sempre avvio

nell’infanzia. Per amore di chiarezza, cercherò di descrivere due forme estreme che

considererei l’una il rovescio dell’altra: la grandiosità e la depressione. Dietro uno

stato d’animo depressivo si nascondono spesso supposizioni relative alla nostra

tragica storia dalle quali ci difendiamo. La grandiosità è propriamente la difesa

contro il dolore profondo per la perdita di noi stessi derivante dal rinnegamento

della realtà.

10. La grandiosità come autoinganno

L’individuo grandioso viene ammirato ovunque, e ha bisogno di questa

ammirazione, non può vivere senza di essa. Deve compiere in modo eccellente tutto

ciò che fa, ed è anche in grado di farlo. È lui stesso ad ammirarsi per la propria

bellezza, intelligenza e genialità, come pure per i successi e i risultati ottenuti. Guai

però se qualcosa di tutto ciò gli viene a mancare: allora è la catastrofe, ed egli finirà

preda di una grande depressione. Esistono anche individui capaci di sopportare con

afflizione ma senza depressione la perdita della bellezza, della salute, della

giovinezza o delle persone amate. E viceversa, esistono persone molto dotate che

mondo affettivo infantile. Possiamo riscontrare i seguenti elementi: 1. Un falso Sé, che ha condotto alla perdita del vero Sé; 2. Fragilità dell’autostima, che si radica nella possibilità di realizzare il falso Sé; 3. Perfezionismo; 4. Negazione di sentimenti disprezzati; 5. Relazioni di sfruttamento; 6. Grande paura di perdere l’amore e di conseguenza grande disponibilità all’adattamento; 7. Moti aggressivi scissi; 8. Vulnerabilità alle offese; 9. Predisposizione a sensi di vergogna e di colpa; 10. Irrequietezza.

12. Depressione come negazione del Sé La depressione può dunque essere intesa come un segnale diretto della perdita del Sé, perdita che consiste nel negare le proprie reazioni emotive e le proprie sensazioni. Tale negazione ha avuto inizio nell’infanzia, al servizio dell’adattamento necessario alla sopravvivenza, per paura di perdere l’amore. Ci sono bambini ai quali non è stato consentito di vivere liberamente neppure le primissime sensazioni, quali ad esempio l’insoddisfazione, l’irritazione, la collera, il dolore, il piacere tratto dal proprio corpo, e addirittura la fame. Uno psichiatra ritiene seriamente che i maltrattamenti, la mancanza di cure e lo sfruttamento subiti nell’infanzia non possano essere assolutamente considerati come cause sufficienti a spiegare le malattie psichiche che possono insorgere in seguito. Non possiamo amare realmente se ci è proibito di scorgere la nostra verità, la verità non solo relativa ai nostri genitori ed educatori, ma anche a noi stessi. Possiamo solo agire come se provassimo amore. Questo atteggiamento ipocrita, tuttavia, è l’esatto contrario dell’amore. In quanto adulti non abbiamo bisogno di un amore incondizionato; neppure quello del nostro terapeuta può essere tale. Si tratta di un bisogno infantile, che in seguito non può più essere soddisfatto. Dal nostro terapeuta abbiamo bisogno di ricevere sincerità, rispetto, fiducia, empatia, comprensione, e inoltre abbiamo bisogno della sua capacità di chiarire i suoi sentimenti senza farcene carico. Le donne sono dotate di una programmazione istintiva che le rende in grado di amare i propri figli, di proteggerli, sostenerli, nutrirli, traendo piacere da tutte queste attività, ma molte volte ci capita di essere defraudati di tali doti istintive, se nell’infanzia veniamo sfruttati per soddisfare i desideri dei nostri genitori. Per fortuna possiamo riacquistare queste capacità non appena decidiamo di aprirci totalmente alla verità. 13. Fasi depressive durante la terapia Nel lavoro psicoanalitico ci imbattiamo nella grandiosità quando questa presenta la sua forma mista alla depressione; la depressione, viceversa, compare quasi in ogni paziente: sia come quadro patologico manifesto, sia nelle singole fasi permeate di umore depressivo. 14. Funzione di segnale della depressione Succede talvolta che una paziente arrivi lamentando uno stato depressivo e che successivamente, scioltasi in lacrime, lasci lo studio sollevata, non più depressa. Non è importante il tipo di sentimento, ma il fatto che il sentimento abbiamo potuto essere vissuto, consentendo l’accesso ai ricordi rimossi. Un umore depresso, può segnalare che parti negata del Sé (sentimenti, fantasie, desideri, angosce, si stanno rafforzando senza aver trovato sfogo nella grandiosità. 15. Scavalcarsi

Ci sono individui che hanno subito profonde ferite i quali tutte le volte che, in una seduta, sono riusciti ad accostarsi al loro intimo, si sono sentiti a proprio agio e capiti, organizzano una festa o intraprendono un’altra iniziativa qualsiasi che in quel momento è loro del tutto indifferente, che li farà sentire di nuovo soli e sotto stress. Qualche giorno più tardi lamenteranno l’auto estraniamento e il vuoto, e avvertiranno vagamente di aver perduto l’accesso a se stessi. Probabilmente già da bambini questi soggetti reagivano con uno stato d’animo depressivo, perché non era loro consentito arrischiare la relazione normale, in quel caso forse uno scatto di collera. Se l’adulto si prende il tempo di recepire simili avvenimenti nel presente per rielaborarli, allora può innescarsi la rivolta in base ai sentimenti adulti, e si chiarisce il bisogno rimosso. In questo caso, aver del tempo a disposizione per se stessi, anziché cercare distrazione in intrattenimenti o festicciole di vario tipo.

16. Covare intense emozioni Le fasi depressive possono a volte durare anche delle settimane, prima che si facciano strada intense emozioni risalenti all’infanzia. È come se la depressione trattenesse le emozioni. Una volta vissute le emozioni, ci si sente di nuovo vitali, fino a che una nuova fase depressiva non annunci che si prepara qualcosa di nuovo. Può quindi seguire un’esplosione di collera con forti rimproveri e accuse. Se tali accuse, sono giustificate subentrerà un grande sollievo. Se invece esse sono fuori luogo, in quanto sono spostate su persone senza colpa, allora la depressione persisterà finché non sarà possibile chiarirne le cause. 17. A confronto con i genitori Momenti di umore depresso possono comparire anche dopo che si è cominciato a contrapporsi alle richieste dei genitori, ad esempio a quella di ottenere risultati eccellenti, richieste rimaste sino ad allora rimosse nell’inconscio, senza però esserne ancora veramente liberi. In tal caso l’individuo scivola di nuovo nel vicolo cieco di una pretesa assurda, eccessiva, che si è autoimposto, e ciò gli viene segnalato dal conseguente umore depresso. 18. La prigione interiore Non c’è nessuno, probabilmente, che non abbia fatto personale esperienza dell’umore depresso, tenuto conto che esso può esprimersi anche in disturbi psicosomatici. Risolvere un umore depresso di lunga data, con l’andar del tempo muteremo il nostro atteggiamento di fronte ai sentimenti indesiderati, soprattutto di fronte al dolore. Scopriremo di non dover più obbligatoriamente seguire il vecchio schema, ma di avere invece, di fronte agli insuccessi, una diversa possibilità, quella di vivere il dolore. Solo su questa via ci si apre l’accesso emotivo alle nostre prime esperienze, vale a dire alle parti fino a quel momento nascoste nel nostro Sé e del nostro destino. I pazienti descrivono il processo della conoscenza delle proprie emozioni. Le interpretazioni formulate a terapeuti che non hanno mai scoperto la vera storia della loro infanzia possono disturbare, ostacolare, ritardare o addirittura impedire questo processo, oppure ridurlo a un’acquisizione di conoscenze intellettuali. Se però egli cede a questa paura e si adatta, la terapia scivola sul terreno del falso Sé, mentre il Sé autentico resta celato e non si sviluppa. È perciò estremamente importante che il terapeuta non espliciti, per proprio bisogno, nessi che il paziente

di fare una ricerca dei propri valori e ideali cercando di realizzarli, si rischia di rinnegare il proprio Sé come quando si seguono gli ideali e i valori che i genitori impongono. E questo individuo nemmeno da adulto sarà se stesso, non si conoscerà e non si amerà. Sia il soggetto grandioso sia quello depresso negato completamente la realtà della loro infanzia in quanto vivono entrambi come se si potesse recuperare la disponibilità dei genitori: il grandioso nell’illusione di riuscirvi, il depresso dell’angoscia continua di perdere la dedizione dei genitori per propria colpa. Nessuno dei due però riesce ad accettare la verità, ad ammettere cioè che nel proprio passato non c’era amore, e che questo dato di fatto non potrà essere mutato con tutta la buona volontà del mondo.

20. La leggenda di Narciso Il mito di Narciso illustra il dramma della perdita del Sé, del cosiddetto disturbo narcisistico. La ninfa Eco risponde ai richiami del giovane, dalla cui bellezza è innamorata. I richiami di Eco ingannano Narciso, così come lo inganna la sua immagine riflessa, in cui vede solo la parte perfetta, splendida di sé. Questo stadio dell’entusiasmo è paragonabile alla grandiosità, così come lo stadio successivo la struggente brama di sé è analogo alla depressione. Non sono infatti solo i sentimenti belli, buoni, piacevoli a farci sentire vivi, a conferire profondità alla nostra esistenza e ad assicurarci intuizione decisive, ma spesso sono proprio quelli scomodi, non adattati, che preferiremmo evitare: impotenza, invidia, gelosia, confusione, rabbia. L’entusiasmo per il suo falso Sé impedisce non soltanto l’amore per l’altro, ma anche malgrado ogni apparenza l’amore per l’unico individuo a lui in tutto e per tutto familiare: se stesso. **IL CIRCOLO VIZIOSO DEL DISPREZZO

  1. La mortificazione del bambino, il disprezzo della debolezza e le loro conseguenze. Esempi tratti dalla vita quotidiana** Il bambino non ha difensori. Com’è ingiusta questa situazione in cui un bambino sta di fronte a due adulti, estremamente più forti di lui, come davanti a un muro! E noi, quando impediamo al bambino di rivolgersi a uno dei genitori per lamentarsi dell’altro, chiamiamo questa un’educazione coerente. Non per forza un genitore che in certe situazioni si rilevano con poca empatia vuol dire che sono cattivi genitori. Possiamo risolvere l’enigma soltanto se ci sensibilizziamo a considerarli anch’essi dei bambini insicuri che avevano trovato finalmente un essere più debole di loro con il quale sentirsi forti. Il disprezzo per il più piccolo e per il più debole costituisce dunque la migliore protezione contro l’emergere dei propri sentimenti di impotenza, è l’espressione della debolezza scissa. Il forte che conosce la propria debolezza perché l’ha vissuta non ha bisogno di esibire la propria forza con il disprezzo. Ci si può sbarazzare delle sofferenze non vissute consapevolmente, delegandole al proprio figlio. Non è tanto la frustrazione pulsionale a mortificare il bambino, quanto piuttosto il disprezzo per la sua persona. La sofferenza viene rafforzata dal fatto che, con il loro noi siamo grandi, i genitori si vendicano inconsciamente sul bambino delle umiliazioni da loro stessi patite. Con tutta la buona volontà, non possiamo liberarci dai modelli che abbiamo appreso in tenera età dai nostri genitori. Ma ce ne libereremo non appena permetteremo a noi stessi di sentire e di percepire quanto quel modello ci ha fatto soffrire. Solo in questo caso saremo in grado di riconoscere pienamente quanto fossero distruttivi quei modelli, anche se continuiamo ancora

oggi a incontrarli spesso. In molte società le bambine subiscono ulteriori discriminazioni in quanto femmine. Ma poiché come donne eserciteranno un potere sul neonato e sul lattante, il disprezzo che hanno subito. L’uomo adulto idealizzerà poi sua madre, perché nessuno accetta facilmente l’idea di non essere stato veramente amato; in compenso disprezzerà le altre donne, vendicandosi di lei su di loro. il disprezzo è l’arma del debole, una protezione contro certi sentimenti che illudono alla nostra storia passata. Finché non ci sensibilizzeremo alle sofferenze dei bambini piccoli, nessuno presterà attenzione al potere esercitato dall’adulto, nessuno lo prenderà sul serio, ed esso verrà minimizzato, perché in fondo sono soltanto bambini. È assolutamente necessario che questa ereditarietà della distruttività da un generazione all’altra possa essere eliminata da una presa di coscienza a livello emotivo. Quando l’impotenza e la rabbia primitive saranno diventate un’esperienza cosciente, non sarà più necessario ricorrere al potere per difendersi dall’impotenza. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, all’individuo resta emotivamente celata la sua sofferenza infantile, che costituisce allora la fonte nascosta di nuove mortificazioni, talvolta molto sottili, per la nuova generazione. A tale scopo abbiamo a disposizione vari meccanismi di difesa: la negazione, la razionalizzazione, lo spostamento, l’idealizzazione ma soprattutto il meccanismo del rovesciamento della sofferenza passiva in comportamento attivo. Ci vuole lo smascheramento operato dalla terapia, perché riescano a ricordare e a vivere con sentimenti di collera e di impotenza, nonché di rabbia e di sdegno, quanto si fossero sentiti essi stessi umiliati e abbandonati, quando erano stati riempiti di botte dal loro amato padre. Maltrattamenti anche gravi subiti da bambini possano resta nascosti grazie alla fonte di tendenza infantile all’idealizzazione. Non c’è tribunale né pubblico ministero, non c’è sentenza che giudichi il modo in cui vengono trattati i bambini, tutto che giudichi in modo in cui vengono trattati i bambini, tutto resta confinato nell’oscurità del passato e quello che eventualmente si viene a sapere appare avvolto in un’aura meritoria. Lo sfruttamento del bambino da parte dei genitori porta a una lunga serie di maltrattamenti e di umiliazioni sessuali o di altro genere, che il bambino, una volta divenuto adulto, scopre con molta fatica nella terapia. Oltre a quello sessuale esistono, comunque, anche altri tipi di stupro esercitato sul bambino, come quello attuato attraverso l’indottrinamento, che sta alla base sia della buona educazione sia dell’educazione antiautoritaria. Rientra nei principi ovvi della nostra educazione la tendenza a recidere anzitutto le radici vitali e a cercare di un secondo tempo di sopperire artificialmente alla loro mancanza. Individui che da bambini hanno dovuto reprimere, con pieno successo, sentimenti molto intensi, tentato spesso di recuperare mediamente la droga o l’alcol, sia pure per breve tempo, la loro perduta intensità emotiva. Per evitare di esercitare sul bambino una simile violenza discriminazione inconscia, occorre anzitutto acquistarne conoscenza dentro di noi. Solo se acquistiamo sensibilità per i modi raffinati e sottili di mortificazione del bambino, potremo sviluppare i suoi confronti quel rispetto di cui egli ha bisogno fin dal primo giorno di vita per la sua crescita psichica. A questa sensibilizzazione si può giungere per diverse vie: osservando, per esempio, situazioni riguardanti altri bambini e cercano di immedesimarsi in loro, e soprattutto sviluppando empatia per il nostro stesso destino.

22. Il disprezzo alla luce della terapia La nostra storia possiamo raccontarla a poco a poco, vivendo i nostri sentimenti e bisogni, a patto di poterli accettare, rispettare e considerare legittimi. La questione di come comportarsi quando

tragicità della relazione inconscia madre-bambino in cui sia mancato un vero legame di attaccamento, è quella di vivere insieme al paziente il potere distruttivo della coazione a ripetere e percepire la sua tacita comunicazione inconscia, che si esprime facendo rivivere l’antico dramma. Fu solo col vivere i sentimenti rimossi e con l’emergere di ricordi tragici che poterono essere eliminate le cieche messe in atto autodistruttive, che lasciarono posto a un autentico, profondo e scoperto senso di lutto. Risulta chiaro allora su quale strada senza uscita ci mettiamo, quando cerchiamo di spiegare i suoi conflitti pulsionali a un paziente che fin dalla primissima infanzia è stato educato a non provare sentimenti. I bambini che subiscono abusi: essi dovrebbero piuttosto essere informati che è possibile scoprire la loro storia, elaborarla e liberarsi della fissazioni, che possono essere distruttive per gli altri e per loro stessi. Il nostro mondo sarebbe diverso se la maggior parte dei neonati fossero coccolati dalla madri e disponessero di loro come pascià, senza doversi invece preoccupare troppo presto dei bisogni delle loro madri. In questo senso la coalizione a ripetere può offrire una nuova opportunità. Può essere risolta qualora si colga l’illusione e la si elabori nella terapia di smascheramento. Se non si sfrutta tale opportunità, il messaggio della coazione a ripetere viene ignorato, e questa si potrà anche mantenere per tutta la vita in numerose varianti, senza essere mai compresa. Non di raro succede che il terapeuta si lasci indurre dall’atteggiamento sprezzante del paziente a dimostrare la sua superiorità trincerando dietro le teorie. Ma il vero Sé del paziente non viene a fargli visita nelle sua trincee. Se invece il terapeuta riesce, grazie alla sua sensibilizzazione, a mettersi sulle tracce di quella storia a puntate del bambino disprezzato che si cela dentro ogni manifestazione di disprezzo, non gli sarà difficile evitare di sentirsi attaccato e smetterla una buona volta di trincerarsi interiormente dietro le proprie teorie. Conoscere le teorie è importante. Ma una teoria corretta non riveste una funzione difensiva per il terapeuta. Non ha ereditato la funzione di controllo dei severi genitori.

25. La deprivazione nel mondo infantile di Hermann Hesse come esempio di male concreto Solo facendo riferimento alla vita concreta è possibile mostrare in che modo una persona abbia vissuto il male concreto della sua infanzia come male di sé. Solo basandosi sulle biografie è possibile rendere tangibile quanto poco si possa, da bambini, mascherare le coazioni dei genitori, e dimostrare che in certi casi questa cecità può mantenersi per tutta la vita, a meno che non si intraprenda una terapia, anche se si continua pur sempre a tentare l’evasione da quella prigione interiore che a causa della cecità. All’inizio del Demian Hesse descrive la bontà e la purezza di una casa che non ha posto né orecchie per la bugia detta da un bambino in caso di emergenza. Come quasi tutti i genitori scrive Hesse nel Demian anche i miei non aiutarono i ridestarsi degli stimoli vitali dei quali non si parla mai. Aiutarono solo con infinita diligenza i miei disperati tentativi di negare la realtà e di continuare a vivere in un mondo che diventava sempre più irreale e menzognero. Al bambino i genitori appaiono privi di desideri pulsionali perché hanno mezzi e possibilità di nascondere la loro attività sessuale, mentre il bambino deve sottostare al loro controllo. La prima parte del Demian mi sembra comprensibile sul piano empatico anche da parte di persone che siano cresciute in altri ambienti. Ciò che invece mi rende difficile il proseguimento della lettura, sono gli assai singolari giudizi di valore espressi sa Hesse. Sebbene Sinclair abbia già fatto esperienza della crudeltà questa esperienza rimane inefficace, non gli dà la chiave per una migliore comprensione del mondo. Per lui il male è deprivazione. Non solo l’odio o la crudeltà a

rappresentare per lui il male, bensì incredibili inezie, come per esempio il bere all’osteria. Queste specifica rappresentazione del male come depravazione deriva al piccolo Hermann dalla casa paterna. Come se il male dovesse essere combinato artificialmente col bene. Le osterie vi hanno un ruolo importante con minacce di questo genera le madri di famiglia intendevano probabilmente tener lontani i mariti e i figli da tali luoghi di perdizione. Anche nel Deniam queste osterie hanno una parte importante. E la cosa è tanto più grottesca, in quanto ciò di cui Hesse aveva bisogno non era ubriacarsi nelle osterie, quanto di districarsi dalla meschinità del sistema di valori dei suoi genitori. Ogni bambino si raffigura il male anzitutto in maniera assai concreta, in base ai divieti, ai tabù e alle angosce della casa paterna. Lunga sarà la strada da percorrere per liberarsene, per scoprire dentro di sé il proprio male, per imparare a vivere il male non più come depravazione e bruttura, perché elemento pulsionale, bensì come una comprensione reazione latente alle ferite che aveva dovuto rimuovere da bambino. Da adulto avrà la possibilità di scoprirne le cause e di liberarsi da questa presenza nascosta. Egli non è colpevole solo nei confronti, ma lo è soprattutto davanti a se stesso. Possiamo infatti liberarci dai sensi di colpa inconsci, che ci tormentano sin dall’infanzia, soltanto se non ci carichiamo di nuove colpe. Henne in un suo racconto descrive con molta delicatezza e comprensione i sentimenti di un ragazzo undicenne che ruba alcuni fichi secchi dalla camera del suo amato padre, allo scopo di tenere accanto a sé qualcosa che appartenere al padre. Succede spesso che le doti di un bambino costringano i genitori ad affrontare dei conflitti da cui avevamo cercato di difendersi per lungo tempo, applicando determinate regole e norme. Due espressioni della madre di Henne possono illustrare come quest’opera di annientamento si possa associare ad amorevole sollecitudine: Hermann va all’asilo; il suo temperamento impetuoso ci dà molte preoccupazioni. Con il piccolo Hermann, la cui educazione ci ha dato tante pene e preoccupazioni, adesso va decisamente meglio. Con l’immagine fortemente idealizzata dell’infanzia e dei genitori che troviamo nello Hermann Lauscher, Hesse ha abbandonato il bambino che era stato un tempo, il bambino originale ribelle difficile e scomodo per i suoi genitori. Questa parte importante del suo Sé Hesse non è riuscito ad accoglierla, a darle una patria, ha dovuto espellerla da sé. Forse per questo motivo il grande, autentico anelito al vero Sé è rimasto inappagato. Malgrado la risonanza avuta, il successo e il premio Nobel, Hesse Soffrì nei suoi anni maturi di un doloroso, tragico senso di separazione dal suo vero Sé, uno stato che i medici definiscono sbrigativamente come depressione.

26. La madre come tramite della società nei primi anni di vita del bambino Se dicessimo a qualcuno che la sua perversione in un’altra società non costituirebbe un problema, che la nostra è una società malata, che crea limitazioni e costrizioni, ciò gli servirebbe ben poco. Ciò che occorre comprendere è la sua storia personale, che si manifesta nella coazione a ripetere. Tali coazioni perciò si risolvono, soprattutto l’esperienza della precocissima paura del disprezzo da parte dei genitori ardentemente amati e dei conseguenti sentimenti di ribellione e lutto. Ciò che ci fa ammalare, viceversa, è ciò che non si riesce a penetrare, le costrizioni sociali assorbite attraverso gli occhi dei genitori, da cui non c’è lettura o cultura che ci possa liberare. Si tratta dei ricordi inconsci delle coazioni e delle perversioni dei nostri genitori, che si esprimevano nei loro maltrattamenti. La svolta compare non appena quei sentimenti possono emergere ed essere messi

Per liberarsi completamente da tali modelli occorre ben più che la semplice comprensione intellettuale. Ci è necessario accedere alle nostre emozioni. Lo scopo della terapia è raggiunto quando il paziente da riacquistato la sua vitalità, grazie all’elaborazione sul piano emotivo della sua storia infantile. Non rientra nei nostri compiti anche quello di socializzarlo, di educarlo né di facilitargli le amicizie: tutto questo è sempre affar suo. Ma colui che abbia ripetutamente vissuto a livello cosciente le manipolazioni e i danni subiti da bambino e il desiderio di rivalsa che essi hanno lasciato in lui, sarà in grado di smascherare più rapidamente le manipolazioni e avrà egli stesso molto meno bisogno di manipolare a sua volta gli altri. Un simile individuo, cresciuto sulla base di esperienze vissute, non si lascerà più abbindolare da parole seducenti e incomprensibili. E infine chi ha sofferto consciamente il proprio destino in tutta la sua tragicità, sarà molto più attento e pronto a cogliere la sofferenza nell’altro, quand’anche questi sia ancora costretto a ignorarla. Le conseguenze di tale evoluzione non sono soltanto persone e familiari, ma anche politiche. Non è possibile combattere l’odio con argomenti teorici, occorre invece comprendere l’origine e servirsi degli strumenti che ne rendono possibile la risoluzione. Vivere intensamente le emozioni è un’esperienza liberante soprattutto perché ci apre gli occhi di fronte ai fatti reali, ci libera dalle illusioni, ci restituisce ricordi rimossi e spesso fa scomparire i nostri sintomi. Si tratta perciò di un’esperienza anche fortificante e di crescita. L’odio ingiustificato spostato su innocenti, è invece inesauribile, è disorientante, perché maschera i fatti reali e rende impossibile percepirli. È distruttivo, perché deriva da una storia rimossa di distruzione, della cui crudeltà il corpo ha mantenuto perfetta memoria. Avvelena l’anima, divora la memoria mentale, uccide non soltanto la capacità di intuito e di immedesimazione, ma anche, in fondo, la regione. Una persona che riesca a confrontarsi onestamente, senza ingannare se stessa, con i sentimenti che prova, non ha bisogno di ricamarmi sopra delle ideologie e non rappresenta perciò un pericolo per gli altri. Le cui motivazioni sono radicate nei sentimenti e nei ricordi rimossi dei responsabili e non hanno nulla a che fare con considerazioni di tipo razionale. Le persone che sono disposte a disseppellire la loro storia dalle nebbie dell’oblio incoraggeranno anche altri a osare di compiere questo passo e, grazie al risveglio della loro coscienza, potranno portare più luce e chiarezza di quanto non fosse possibile in passato nelle oscurità della politica attuale. POSTFAZIONE 2008 Molti hanno constatato di aver avvertito per la prima volta nella loro vita la pena di quel bambino e la sua sofferenza con un’intensità tale da riuscire a dar sfogo alle lacrime. Numerose lettere illustrano come alcune persone siano riuscite a liberarsi non solo da depressioni ma anche da sintomi fisici, scaturiti dalla negazione da loro messa in atto, soltanto dopo che avevamo mostrato interesse al proprio destino infantile. LE RADICI DELLA VIOLENZA. 12 PUNTI

  1. Ogni bambino viene al mondo per crescere, svilupparsi, vivere amare ed esprimere i propri bisogni e sentimenti, allo scopo di meglio tutelare la propria persona.
  2. Per potersi sviluppare armoniosamente, il bambino ha bisogno di ricevere attenzione e protezione da parte di adulti che lo prendano sul serio, gli vogliano bene e lo aiutino onestamente a orientarsi nella vita.
  1. Nel caso in cui questi bisogni vitali del bambino vengano frustrati, egli viene allora sfruttato per soddisfare i bisogni degli adulti, senza che in suo aiuto intervenga alcun testimone di tali violenze. In tal modo l’integrità del bambino viene lesa in maniera irreparabile.
  2. La normale reazione a tali lesioni della propria integrità sarebbe di ira e dolore, ma poiché in un ambiente simile l’ira rimane un sentimento proibito per il bambino e poiché l’esperienza del dolore sarebbe insopportabile nella solitudine, egli deve reprimere tali sentimenti, rimuovere il ricordo del trauma e idealizzare i suoi aggressori. In seguito non sarà più consapevole di ciò che gli è stato fatto.
  3. I sentimenti di ira, impotenza, disperazione, desiderio struggente, paura e dolore ormai scissi dallo sfondo che li aveva motivati continuano tuttavia a esprimersi in atti distruttivi rivolti contro gli altri o contro se stessi.
  4. Vittime di tali atti vendicativi sono assai spesso i propri figli; si picchiano i propri figli per non prendere atto di ciò che ci hanno fatto i nostri genitori.
  5. Perché un bambino maltrattato non divenga un delinquente o un malato mentale, è necessario che egli, incontri una persona la quale sappia per certo che deviante non è il bambino picchiato e smarrito, bensì l’ambiente che lo circonda. Di qui la grande opportunità che viene offerta a parenti, avvocati, giudici, medici e assistenti sociali di stare, senza messi termini, dalla parte del bambino e di dargli la loro fiducia.
  6. Finora la società proteggeva gli adulti e colpevolizzava le vittime. In realtà invece non v’è bambino che non sia pronto ad adottarsi lui stesso la colpa della crudeltà dei genitori, al fine di scaricare da loro, che egli continua pur sempre ad amare, ogni responsabilità.
  7. Fin dai primi attimi di vita il bambino è in grado di recepire e di apprendere atteggiamenti sia di tenerezza che di crudeltà.
  8. Grazie a queste nuove conoscenze, ogni comportamento assurdo rivela la sua logica sino a quel momento nascosta, non appena le esperienze traumatiche subite dall’infanzia non debbano più rimanere nell’ombra.
  9. L’aver acquisito sensibilità per le crudeltà commesse verso i bambini, che sinora venivano generalmente negate, e per le loro conseguenze arresterà il riprodursi della violenza di generazione in generazione.
  10. Gli individui che nell’infanzia non hanno dovuto subire violazioni alla loro integrità godranno della gioia di vivere e non avranno affatto bisogno di far del male agli altri o a se stessi, né addirittura di uccidere.