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Un estratto delle coefore, la seconda tragedia della trilogia dell'orestea di eschilo, focalizzandosi sul dialogo tra clitemestra, oreste ed elettra. L'analisi esplora il tema della vendetta, la giustizia divina e il ruolo delle erinni, evidenziando le tensioni familiari e le conseguenze del matricidio. Un'interpretazione dettagliata del testo di eschilo, fornendo spunti di riflessione sulla tragedia greca e sui temi universali della colpa, del destino e della giustizia.
Tipologia: Sintesi del corso
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L’Agamennone, così come le Coefore e le Eumenidi, si apre con una preghiera: quella della guardia. Egli chiede agli dei di liberarlo da questa fatica. Successivamente la preghiera si trasforma in un soliloquio in cui il personaggio, prendendo spunto dalla richiesta rivolta alle divinità, dà sfogo al suo stato d’animo turbato. La guardia ha la funzione informativa (tipica di un pròsopon protatikòn, ossia di un personaggio che scompare alla fine del prologo e non ha più alcun ruolo nel dramma). La figura della guardia, ad ogni modo, descrive efficacemente la solitudine di un uomo costretto a vegliare di notte, ma anche la lealtà verso un sovrano lontano e l’atmosfera di paura che inquieta la casa di Agamennone. E’ bene notare come nell’Agamennone di Eschilo i due fratelli (ossia Menelao e Agamennone) vengono presentati come viventi nella stessa dimora. Lo stratagemma letterario di Eschilo, rilevabile sin da questo passaggio, permette di spiegare il coinvolgimento profondo di Agamennone nelle vicende. Nel passaggio la guardia attende il segnale luminoso che dichiari la conquista della città di Troia. Nel frattempo si lamenta del governo della casa e del sentimento di paura che aleggia nell’aria. Improvvisamente però la guardia avvista il segnale di fuoco. La guardia si prepara a comunicare la notizia a Clitemestra, mentre elogia la sua fatica ( “questa guardia ha per me lanciato tre volte sei” = ha ottenuto il miglior risultato possibile dalle sue fatiche, l’espressione deriva da un gioco greco in cui i giocatori muovevano le pedine su una scacchiera in base al lancio di tre dati e, per questo motivo, “tre volte sei” rappresentava il tiro migliore). La guardia si immagina poi di stringere la mano ad Agamennone quando ritornerà. La guardia scende nella casa, entra, quindi, il coro formato dagli anziani di Argo.
Si introduce la narrazione spiegando come siano passati 10 anni dall’inizio della Guerra. Nel passaggio i Greci vengono paragonati a degli avvoltoi. Vengono poi introdotte le figure delle Erenni, dee che in Omero sono strettamente connesse con la maledizione scagliata dai genitori, con lo spergiuro, con la violazione dell’ordine delle cose. Nell’Orestea vengono citate per la maledizione ad Atreo ed assumono inoltre un rilievo peculiare. Eschilo le utilizza presentandole in scena nel terzo dramma della trilogia, per evocare un senso primordiale di paura e costrizione, legato alla concezione arcaica del ghenos. Si esprime poi il volere divino di Zeus, protettore degli ospiti, che inneggia alla guerra contro i Troiani (contro Alessandro = contro Paride) per colpa di una donna (=Elena). Si evidenzia però come le cose siano ormai giunte al termine, i destini si sono compiuti e non ci saranno sacrifici o libagioni che possono cambiare le sorti. Gli anziani spiegano come non hanno potuto adempiere ai doveri di guerra a causa della loro vecchiaia. Successivamente si rivolgono direttamente a Clitemestra, domandandole cosa stia succedendo. E’ importante sottolineare come la presenza della regina nella scena sia dubbia. Nonostante gli anziani si rivolgano a lei direttamente (utilizzo della seconda persona), è in dubbio se lei entrasse in scena in quel momento specifico, se fosse in scena sin dal v. 40 (quando si allude alla preparazione dei sacrifici). Questo perché, se così fosse, ci sarebbero numerose difficoltà dal punto di
vista scenico. La più evidente è il fatto che un personaggio così importante sia ignorato a lungo dal Coro durante la parodo. Potrebbe essere ragionevole pensare allora che il Coro stia semplicemente esprimendo la tensione emotiva del momento, rivolgendosi ad un interlocutore pensato e non realmente presente in scena. Il coro chiede, ad ogni modo, notizie a Clitemestra, interrogandosi sui motivi per cui siano state fatte così tante offerte agli dei. Poiché il Coro non è ancora a conoscenza della notizia, mette in dubbio se i sacrifici siano stati fatti perché Agamennone è vivo ed è di ritorno vittorioso o perché è morto. Per gli anziani, nel frattempo, l’unico valore guerriero rimasto è quello di poter cantare l’impresa degli Atridi. Si narra allora del prodigio delle due aquile (una nera, l’altra con il posteriore bianco) che allude a due Atridi (le Aquile) che distruggono la città di Troia (la Lepre), ma vanno troppo oltre nell’opera violenta di conquista, distruggendo anche la prole. Si cita l’ira di Artemide, senza però che Eschilo la ricolleghi ad un fatto ben preciso^1. Il prodigio lascia intendere che, seppur la motivazione della spedizione fosse giusta e supportata da Zeus, la spedizione contro Troia è pericolosa ed eccessiva e mieterà molte vittime. Si parla allora di Calcante ( = il saggio indovino) che, dopo aver visto il volo delle aquile, comprende la corrispondenza con i due sovrani (ossia Menelao e Agamennone) e la loro vittoria (le aquile vengono rappresentate mentre divorano la lepre). Si fa perciò allusione al mito della successione di Urano, Kronos e Zeus, come signori del mondo. Sappiamo che Kronos spodestò il padre Urano, dopo averlo evirato. A sua volta Zeus, salvatosi grazie ad uno stratagemma della madre Rhea, spodesta il padre Kronos, prima di essere divorato. Si forma allora un nuovo ordine del cosmo, che nella visione di Eschilo è quello supremo e definitivo. Il Coro procede allora a narrare del sacrificio di Ifigenia, figlia di Agamennone. Secondo l’epica, infatti, la fanciulla era stata sacrificata affinché gli eventi fossero favorevoli alla partenza delle navi. Il Coro spiega come questo evento abbia portato un cambiamento in Agamennone, che si ritrova soggiogato dalle necessità e matura atteggiamenti empi/impuri e sacrileghi. Agamennone inizia a osare tutto e ciò sarà la sua condanna (una follia scongiurata che dà turpi consigli e avvia le sofferenze. Il sacrificio di Ifigenia risulta però necessario:
CLITEMESTRA (esce dalla casa)
(^1) Per esempio nei Canti Ciprii l’ira era data dall’uccisione di una cerva sacra alla dea da parte di Agamennone. Qui è in dubbio: potrebbe essere stata anche l’uccisione della prole a lei cara.
ciò che incontrano, vinti dall’avidità. La regina condivide i suoi timori per i viaggi di ritorno, che potrebbero essere resi difficoltosi o impossibili proprio per i gesti compiuti dagli eroi. Clitemestra spera per il meglio ma è dubbiosa. A questo punto la regina rientra in casa. 3
CORO Invoca Zeus re e la Notte amica e spiega come vi siano state grandi glorie. Si ipotizza che sia stata lanciata (metaforicamente) una grande rete sulle mura di Troia, così che nessuno potesse sfuggire dalla schiavitù. Il Coro professa di venerare Zeus, poiché ha reso possibile l’impresa e si è curato di quanto accaduto ai mortali (ha dato valore all’ospitalità). Nei versi successivi vengono presentati alcuni concetti molto importanti per Eschilo:
ARALDO Entra in scena ed esprime la sua gioia nell’essere ritornato in patria, in terra argiva dopo dieci anni. L’araldo spiega come pensava di ritornare in patria da morto… Si procede a ringraziare gli dei (Zeus ed Apollo in particolare per la regione; Hermes come protettore degli araldi). L’araldo porta la notizia che Agamennone è giunto ed esorta tutti a dargli il benvenuto, non solo perché è così che si conviene, ma anche per aver raso al suolo Troia. L’araldo esorta poi ad onorarlo per le sue grandi azioni in guerra e per aver ristabilito l’onore a seguito del furto fatto da Paride.
(^3) La regina risulta, però, in qualche modo presente nella scena, perché successivamente introduce l’arrivo dell’Araldo. La regina è in scena per tutto lo stasimo ( = canto corale che viene eseguito dal coro mentre è fermo sulla scena, senza movimenti coreografici particolari. A differenza dei parodo (il canto di entrata) e degli episodi (le parti recitate dagli attori), lo stasimo è un momento di riflessione e commento sugli eventi della trama, contribuendo a dare maggiore profondità all'opera e a spiegare o interpretare il significato degli eventi al pubblico). In questo caso la presenza della regina è priva di rilevanza drammatica. E’ presumibile che la regina si avvii per uscire subito dopo e che la battuta del Coro sia pronunciata mentre ella già volta le spalle e rientra in casa.
Il Coro saluta l’Araldo e gli augurano gioia. Il Coro domanda all’Araldo se gli sia mancata la patria ed egli afferma di sì, tanto che gli occhi gli si riempiono di lacrime. Il Coro spiega come sia l’Araldo, sia la patria avevano nostalgia gli uni degli altri (le persone stavano attendendo l’arrivo dell’esercito). L’Araldo si domanda se il Coro temeva di qualcuno in assenza dei sovrani… 4 L’Araldo spiega come la condizione umana (ma anche divina) si intrecci sia con eventi lieti, sia con eventi tristi. Narra, poi, come ci siano state fatiche, sofferenze e notte scomode, le difficoltà (il freddo, l’umidità, i parassiti, la neve e il caldo) ma spiega anche come sia inutile ora parlarne, poiché la fatica (=la guerra) è terminata. In particolar modo è terminata per i caduti, che non possono più percepire, avere queste sensazioni umane, mentre i vivi possono gioire di essere sopravvissuti. L’Araldo spiega come possa finalmente dire addio alle sventure in quella giornata precisa e di come la conquista di Troia passerà alla storia, tanto che l’esercito argivo sarà sempre ricordato per l’impresa.
CORO Il coro apprezza la narrazione dell’araldo, poiché gli anziani sono sempre disponibili ad apprendere qualcosa. Tuttavia esortano l’Araldo a condividere quanto detto anche con Clitemestra.
CLITEMESTRA Esce di nuovo di casa. La regina sostiene di aver lanciato un grido di gioia alla scoperta del ritorno, immediatamente dopo l’invio del primo messaggio luminoso, che sanciva la presa della città. Clitemestra spiega come alcuni dubitassero della sua convinzione (che Troia fosse stata conquistata) e che ritenevano fosse sbagliato fidarsi dei fuochi. Le persone^5 ritenevano che fosse stata una credulona e che si fosse lasciata trascinare dalle emozioni, in quanto donna. Clitemestra evidenzia come le persone l’avevano ritenuta pazza, non solo per la sua gioia ma anche per aver continuato a fare sacrifici per ringraziare gli dei e per aver ordinato alla popolazione di offrire libagioni a loro volta. Clitemestra spiega poi come il racconto dell’Araldo sia in realtà per lei superfluo, poiché sarà lo stesso signore (=Agamennone) a narrarle le vicende. Viene evidenziato come il compito della regina, a questo proposito, sia quello di ascoltare il marito e di accoglierlo con gioia, poiché ritorna sano e salvo dalla spedizione per il volere degli dei. Clitemestra esorta l’Araldo a sollecitare Agamennone affinché arrivi da lei il più presto possibile. La regina invita inoltre a portare al re il seguente messaggio: lei gli è rimasta fedele, come un cane. E proprio come un cane, lei ha fatto la guardia alla sua dimora, è rimasta ostile ai nemici e ha mantenuto tutto così com’era. Clitemestra spiega anche di non aver giaciuto con altri uomini 6. Clitemestra ritorna in casa.
CORO Apre il discorso dicendo che la regina ha rivolto all’Araldo un discorso dal bel aspetto. Il coro invita l’Araldo a dire ciò che è successo a Menelao, se anche egli è sulla via del ritorno e se è a sua volta giunto in patria sano e salvo.
(^6) L’intero tono del discorso di Clitemestra è altezzoso e sprezzante, sottolinea il comportamento “virile” di Clitemestra, che tuttavia si dichiara moglie fedele e sottomessa.
(^5) N.B Che il coro stesso degli anziani dubitava della regina e aveva condiviso tali affermazioni nei versi precedenti.
(^4) Infatti mentre l’Araldo esterna la sua gioia, quasi superficiale, per il ritorno, il Coro lasciano trasparire una profonda inquietudine. Quest’ultima non è appieno colta dall’Araldo, tanto che egli distoglie l’attenzione dalle allusioni e da una situazione di paura e pericolo.
e descrive in questo modo tutta la forza distruttiva insita nella donna fatale. In questo modo Eschilo, sia pur forzando il dato linguistico, sentiva di attingere a un livello più profondo della realtà. Tenendo allora fede al suo nome, Elena salpa e diviene: distruttrice di navi, di uomini e di città. Tantissimi soldati si mobilitano per riportarla in patria, così come gli dei stessi si mettono in moto nella scena (già precedentemente, ad ogni modo, le dee erano state coinvolte, durante l’episodio della contesa, come delineato nei Canti Cipirii, dove Eris gettò la mela della discordia e Paride decise di donarla ad Afrodite). Si sono allora compiute delle nozze luttuose (tra Elena e Paride) e l’Ira (degli Achei) ha portato allo svolgimento degli eventi (la guerra). Gli Achei sono stati sostenuti da Zeus, protettore del focolare e del principio di ospitalità. La città di Priamo (=Troia) è costretta a dimenticare i canti nuziali, poiché la guerra è iniziata e d’ora in poi ci saranno solo canti di lutto (= in sostanza le celebrazioni del matrimonio terminano. Gli Achei sono giunti e mieteranno tante vittime, per questo motivo si udiranno solo canti di lutto). Si paragona la situazione ad un uomo, che alleva in casa un leoncino abbandonato. Il leoncino dapprima sembra mansueto, ma poi viene spinto dagli impulsi e si comporta come i genitori, massacrando le greggi dell’uomo che l’aveva salvato. Così la casa si riempie di sangue per via delle molte uccisioni. Ad ogni modo però il Coro specifica come inizialmente, subito dopo il matrimonio, vi è una sensazione di serenità, arrivano ricchezze e Elena è ben voluta. Ma poi le cose cambiano improvvisamente e rapidamente: gli eventi mutano e vanno contro i Priamidi (ossia la stirpe di Priamo), poiché uno dei suoi figli (ossia Paride) aveva violato il principio di ospitalità e le Erinni erano intervenute a loro volta per cercare vendetta, facendo piangere le spose. A questo punto viene presentato un vecchio detto trasmesso dai mortali: la prosperità di un uomo, quando accresce e genera prole e non muore senza figli, dà una sorte felice per la stirpe ma germoglia anche un dolore insaziabile. Eschilo, che parla attraverso il coro, tuttavia, ha una visione diversa: l’azione empia ne genera poi altre; la stirpe ripete gli stessi passi; nelle case in cui si è pii invece il destino è avere una bella prole. L’atteggiamento dell’uomo che va oltre i propri limiti, per eccessiva sicurezza di sé e della propria fortuna, innesca il processo di rovina e porta a sciagure umane, giungano esse immediatamente o con il passare del tempo. Il destino di una casata è quello legato alla sua generazione. Questo destino si compie in maniera ineluttabile, è invincibile. Allo stesso tempo la giustizia illumina e premia chi ha condotto una vita giusta, chi ha abbandonato i palazzi dorati (simbolo di corruzione e tracotanza) e si recano in dimore pie.
Entra in scena Agamennone, a bordo di un carro su cui siede anche Cassandra, che veste paramenti da profetessa.
CORO Domanda ad Agamennone, distruttore di Troia, come dovrebbe rivolgersi a lui per rendergli onore. Il Coro spiega poi come molti mortali onorino l’apparenza più di ogni altra cosa, per esempio unendosi al pianto di chi ha avuto sfortuna, ma senza sentirlo veramente. Allo stesso modo quegli uomini condividono la gioia altrui, ma senza davvero farlo, senza sorridere sinceramente. Ad ogni modo il Coro confida che Agamennone sia un buon giudice del suo popolo e sappia distinguere lo sguardo di una persona falsa da un uomo leale. Il passaggio vuol fare emergere come Agamennone è in grado di riconoscere chi gli è stato davvero fedele e chi no… Il Coro ammette che in passato non si fidava della riuscita dell’impresa e non la appoggiava, soprattutto perché aveva richiesto il sacrificio di Ifigenia e avrebbe portato alla morte di molti uomini. Oggi però l’anziano ammette di essere leale ad Agamennone, poiché ha compiuto con successo l’impresa, ha superato le fatiche. Dice inoltre come con il tempo, informandosi, Agamennone sarà in
grado di riconoscere tra i cittadini chi è rimasto effettivamente è rimasto in città ed è gli è rimasto leale e chi, invece, non lo ha fatto.
AGAMENNONE Si rivolge ad Argo e agli dei, spiegando come insieme a lui siano i veri artefici del suo ritorno in patria e della punizione inflitta a Troia. L’eroe spiega come gli dei, dopo aver ascoltato le ragioni di ambedue le parti, avevano votato per la morte di molti uomini e la distruzione di Ilio (si allude ai combattimenti, dove si sosteneva la propria ragione con le armi e non con la parola). Per comprendere il passaggio successivo è necessario citare Aristofane, che spiega la prassi di voto nei processi del V secolo ad Atene: al momento della votazione i giudici dovevano depositare il gettone che serviva per il voto in una delle urne, una volta all’assoluzione, una alla condanna. Nel caso di Troia, come sostiene Eschilo, i voti vanno tutti nella condanna, lasciando all’altra la speranza di essere riempita dalla mano dei giurati. Il problema della procedura di voto, che muta diverse volte tra il V e il IV secolo, è particolarmente rilevante nelle Eumenidi, in occasione del processo di Oreste. Agamennone dice che, nonostante la distruzione, la città di Troia è ancora riconoscibile per via del fumo e della distruzione. Per questo motivo, come sostiene l’eroe, tutti coloro che hanno partecipato alla spedizione devono pagare un debito di eterna riconoscenza agli dei, poiché hanno chiesto il loro appoggio a seguito della rapina e, a causa di una donna, la città di Troia è stata ridotta in polvere dagli Argivi, grazie allo stratagemma del cavallo. Agamennone spiega come il suo preludio qui sopra spiegato sia dedicato per tutti questi motivi agli dei. A questo punto Agamennone si rivolge al coro, dicendo come sia consapevole di avere ora dei nemici, poiché vi sono delle persone che provano invidia delle sue fortune. L’invidia è un veleno malevolo che siede accanto al cuore e raddoppia il peso per chi è colpito dalla malattia: chi è colpito dalle sofferenze si lamenta vedendo le fortune altrui. Agamennone spiega come l’esperienza della guerra gli abbia insegnato a riconoscere le amicizie, tra tutte spicca quella di Odisseo che, seppur partito malvolentieri, era stato un fedele compagno di Agamennone. Il re sostiene che le altre decisioni che riguardano la città o gli dei saranno prese in assemblea, dopo aver convocato un’adunanza generale, in parte per decidere di mantenere ciò che va bene, in parte per risanare tutti quei cambiamenti negativi o le sofferenze generate. L’eroe annuncia che, una volta entrato in casa, dapprima ringrazierà gli dei per avergli permesso di allontanarsi e di ritornare e per avergli concesso la vittoria.
CLITEMESTRA Rientra in scena. La regina annuncia agli anziani che non avrà ritegno o pudore nel dimostrare il suo amore verso il marito, poiché con il tempo la timidezza è scomparsa. Clitemestra dice di aver odiato il periodo di lontananza, tanto che la sua vita in città era diventata insopportabile. La regina spiega come rimanere sola in casa, senza il proprio uomo, è una sventura tremenda, poiché si finisce con l’udire costantemente brutte notizie. Infatti, quando arrivavano i messaggeri, le cattive notizie si sommavano le une alle altre e sembravano riecheggiare nella casa. Molte di queste notizie, inoltre, si sono rivelate fasulle, come per esempio le notizie che volevano Agamennone ferito talmente tante volte che, a quel punto, avrebbe dovuto essere una rete. Inoltre molte volte erano giunti messaggi per cui egli era morto, ma se questo fosse vero allora Agamennone sarebbe paragonabile a Gerione (ossia un mostruoso pastore che viveva nell’isola di Eritrea e che era dotato di tre corpi. Fu sconfitto e ucciso dopo una durissima lotta con Ercole, che doveva rubare le sue mandrie per compiere una delle fatiche imposte da Euristeo. L’episodio è oggetto di un poemetto di Stesicoro → in sostanza Agamennone, secondo le notizie, era morto almeno tre volte). A causa di queste notizie, Clitemestra aveva tentato più volte di impiccarsi ed era stata salvata. La regina spiega che sia proprio questo il motivo per cui il figlio Oreste non è presente nella scena. In quel momento si stava prendendo cura di lui un ospite fidato: Strofio di Focide. Quest’ultimo aveva anche avvertito Clitenestra di stare in guardia, poiché il
Introduce il discorso spiegando come sia possibile acquistare nuovi tessuti e che la casa dispone di questi beni grazie al volere degli dei, non conosce povertà. Specifica anche che, se avesse saputo grazie ad un oracolo dell’arrivo di Agamennone, avrebbe comprato ed utilizzato dei tappeti. Poi paragona l’arrivo del matrimonio al calore in casa che giunge durante l’inverno. Poi la regina invoca Zeus e gli chiede di portare a termine le sue preghiere.
Annuncia come il timore sia sempre nell’aria, lo si percepisca (nei cuori indovini). Non ritengono che il loro canto sia profezia o un sogno dal senso oscuro, ma una sicurezza. Il coro dice che molto tempo è passato da quando L’armata navale si è mossa verso Troia. Il coro, con i loro occhi, è testimone del ritorno degli eroi ma l’animo ne è turbato. Si sente il canto delle Erinni e a nulla serve dare fiducia alla speranza, poiché le viscere non parlano a vuoto. Il cuore è consapevole della necessità di giustizia e si domanda quali saranno gli eventi futuri. A questo punto il coro prega di sbagliarsi… Il coro cita l’episodio di Asclepio, figlio di Apollo e Coronide, che riportò in vita con le sue arti mediche Ippolito, suscitando l’ira di Zeus, che lo colpì con un fulmine, affinché l’ordine naturale delle cose non fosse sovvertito.
CLITEMESTRA Esce di casa. La regina invita Cassandra ad entrare, spiegando come sia volere degli dei che lei sia diventata schiava e di come persino Ercole lo sia stato. Clitemestra spiega anche come Cassandra dovrebbe gioire di essere giunta in una famiglia che è da tempo ricca, poiché coloro che si sono arricchiti recentemente sono spesso duri con gli schiavi. Il Coro invita Cassandra ad ascoltare la regina, anche se non si aspetta che lei lo faccia. Clitemestra spiega come, a meno che lei non stia parlando un incomprensibile lingua barbara, Cassandra dovrebbe essere persuasa dalle sue parole. Ancora una volta il Coro invita Cassandra ad obbedire. Clitemestra dice che a quel punto non ha più tempo da perdere davanti alla porta, perché davanti al focolare sono pronte le vittime per il sacrificio. Per questo motivo la regina spiega che: qualora la prigioniera capisca la sua lingua, dovrebbe farle un gesto per farglielo comprendere; altrimenti dovrebbe lasciarla rientrare, senza farle perdere tempo. Il Coro insinua il dubbio che sia necessario un interprete chiaro e che il comportamento di Cassandra è simile a quello di una fiera appena catturata. Clitemestra spiega che la ragazza è folle a non obbedire dopo essere stata catturata e che non continuerà a farsi disprezzare ulteriormente sprecando parole. A questo punto Clitemestra rientra in casa.
CORO Il coro prova pietà per Cassandra e afferma di non volersi adirare con lei. Il coro sollecita Cassandra a lasciare il carro e prendere il giogo (della schiavitù).
CASSANDRA Scende dal carro e fa per avviarsi verso casa. Sulla porta vede la pietra che rappresenta Apollo Agyieus: ossia una colonna/pietra che rappresentava Apollo e che si usava davanti all’ingresso delle casa. Il lunghissimo silenzio di Cassandra viene rotto dall’invocazione ad Apollo, dio che aveva condizionato la sua esistenza grazie al dono datole, La presenza silenziosa della donna durante il colloquio tra Agamennone e Clitemestra e il suo ostinato rifiuto di rispondere alle domande della
regina risultano di estrema efficacia drammatica, accrescendo il senso di inquietudine su cui si muove il Coro, che resterà sgomento per le affermazioni fatte da Cassandra sulle faccende passate e presenti della casa di Agamennone. Eschilo, con questa intuizione drammatica, descrive anche, in forma di visioni di Cassandra, la morte di Agamennone, che avviene all’interno della Casa, inserendola nel quadro delle vicende di Atreo e Tieste, che non avevano fino ad ora avuto un ruolo rilevante. Qui Cassandra si esprime monologicamente per ampi tratti e ha, all’inizio, solo un contatto marginale con il Coro, che commenta le sue battute restando su un piano di paura e non comprensione.. Inizialmente Cassandra geme e invoca Apollo, tanto che il Coro si domanda la ragione di questo gemito e canto funebre. Ancora una volta sia Cassandra, sia il Coro ripetono quanto detto prima. Cassandra invoca Apollo e dice che ha distrutto le sue strade, ancora una volta (la prima volta dandole appunto il dono delle visioni). Il Coro capisce che Cassandra sta per compiere delle profezie sui propri mali. Inoltre il Coro capisce come gli dei (o meglio: come il dono divino) le siano ancora vicini, anche se è schiava. Cassandra domanda ad Apollo a quale tetto l’abbia condotta, tanto che il coro ribatte dicendo come si trovi presso la casa degli Atridi. Cassandra invece spiega come sia un tetto che odia gli dei, poiché è testimone di tanti delitti tra consanguinei e decapitazioni, un luogo di macello e dal suolo insanguinato. Il Coro ammette che la straniera ha buon fiuto e come un cane da caccia va alla ricerca dell’assassino. Cassandra cita un episodio in cui i bambini piangono la loro uccisione e le loro carni cotte vengono divorate dal padre. Il Coro ribatte di conoscere la sua fama di indovina ma che non stanno ricercando dei profeti, di non aver bisogno di qualcuno che espone le visioni che le divinità le concedono. Cassandra domanda cosa stia tramando, cosa sia questo sentimento di dolore, poiché percepisce che c’è sventura che aleggia nella casa. Il Coro spiega di non comprendere il senso delle profezie ma i fatti li ha riconosciuti, in tutta la città risuonano. Cassandra si rivolge ad una persona terza (una donna) e le domanda se compirà davvero l’atto. Cassandra delinea la visione per cui lo sposo verrà lavato, il compagno giungerà a letto e poi si interrompe domandandosi se possa davvero dire la fine. Cassandra spiega come la fine si compirà. Il Coro ammette ancora di non capire e di essere disorientato dagli enigmi e dalle profezie oscure. Cassandra si lamenta e si domanda cosa le stia apparendo, se una rete di Ade. Poi spiega come la compagna di letto sia complice dell’assassino, di come una discordia insaziabile stia per avvenire e di come ci sarà un sacrificio la cui pena dovrebbe essere la lapidazione 9.
CORO Si domanda perché siano state invocate le Erinni e perché Cassandra levi la sua voce sulla casa. Le parole di Cassandra non rassicurano il coro. Sul cuore del Coro gocciola sangue giallo 10 , lo stesso di chi sta per morire, colpito da una lancia e vede giungere la sua vita al termine.
CASSANDRA Dice di tenere lontano il toro dalla giovenca. Il riferimento è ad Agamennone e Clitemestra, rappresentati come toro e giovenca. Il toro viene colpito e cade nella vasca colma. Cassandra dice di star narrando del lebete (il lebete era un grande recipiente utilizzato per le abluzioni) che uccide a tradimento.
(^10) Il colore giallo era associato alla paura e alla morte. In questo caso il Coro è in prede alla paura come chi sta per morire.
(^9) La lapidazione era una pena gravissima, riservata ai delitti che la comunità sentiva come più pericolosi per la propria integrità. In questo caso Clitemestra sta per compiere un crimine che mette in crisi i valori e i fondamenti della famiglia.
Il vaticinio di Cassandra suona come un demone maligno per il coro. Il demone si abbatte con grave peso su Cassandra e la spinge a cantare delle vicende dolorose, che portano morte… Il coro ammette di non riuscire a vedere la fine.
CASSANDRA Decide di non usare più un linguaggio misterioso ma di portare la profezia alla luce del sole. Cassandra decide di condividere limpidamente la profezia, senza enigmi. Cassandra spiega che, anche a causa dei delitti passati, vi è sempre la presenza di un coro che canta all’unisono, un coro le cui parole non sono piacevoli o benigne (il coro delle Erinni). Poiché è stato bevuto del sangue umano, le Erinni permangono nella stirpe e non possono essere cacciati via. Con questa immagine Eschilo mette in campo con tutta la sua forza il legame tra il passato e il presente della stirpe e il senso di maledizione paurosa che grava su di essa. Nella prima parte del dramma questo aspetto era rimasto in secondo piano e l’attenzione era rimasta concentrata sul sacrificio di Ifigenia. I komoi citati da Eschilo in questo passaggio erano giovani che bevevano e facevano baldoria per le strade di Atene, fermandosi ora di qua e ora di là, nelle case di amici e conoscenti. Invece il kosmos da lui citato delle Erinni stravolge la consuetudine: sia perché beve sangue, sia perché resta fisso solo nella casa di Agamennone, dove compie la maledizione della stirpe. Cassandra si domanda se abbia sbagliato o se abbia colto il bersaglio, se sia una falsa profetessa o una ciarlatana. Chiede allora al coro di esserle da testimone, prestando giuramento delle colpe della casa, anche antiche.
CORO Si domanda quale rimedio rappresenterebbe un giuramento. Dice poi di essere stupito poiché, nonostante Cassandra sia cresciuta al di là del mare, in una città che parla un’altra lingua, Cassandra ha colpito nel segno con le sue parole, come se fosse stata presente.
CASSANDRA Spiega come sia stato Apollo ad averle assegnato il compito. Il coro le domanda se il dio le abbia concesso questo dono per un qualche desiderio o per una forma di amore. Cassandra ammette che prima d’ora si vergognava a parlare di tutto questo. Cassandra spiega come il Dio abbia giaciuto con lei, ma lo percepiva come un lottatore su di lei, che soffiava con grazia la sua forza. Inizialmente Cassandra spiega di essere stata consenziente, ma di averlo poi ingannato. Il coro le domanda se già aveva avuto a che fare con arti divine e lei spiega che già a quel tempo prediceva le vicende ai suoi concittadini. Il coro le domanda come sia sfuggita dall’ira di Apollo e lei spiega come il dio abbia fatto in modo che nessuno credesse ai suoi vaticini, a causa delle colpe che aveva commesso. Il coro ammette che i vaticini di Cassandra sono credibili. Cassandra ha un’altra visione: vede dei giovani presso la casa, figli uccisi dai loro stessi cari, con le mani ripiene di carni, un cibo fatto di loro stessi. Questi bambini tengono in mano le viscere e gli intestini, di cui il padre si è cibato, e piangono molto. Cassandra vede che qualcuno sta tramando per il signore che è tornato, per il suo signore (Agamennone) a cui lei è legata per via della schiavitù. Il comandante di navi, il distruttore di Ilio, non sa che si compirà questo funesto destino. Usando l’immagine di una cagna, Cassandra dice che la femmina ucciderà il maschio. Cassandra si domanda con quali mostri potrebbe associarla, se con amifisbena (= un serprente mostruoso di cui si diceva che avesse una testa anche sulla coda) o una Scilla. Cassandra dice che la donna ha gridato di gioia, come
si fa in battaglia quando il nemico è in rotta. Dice poi che sembrava però essere rallegrata dalla salvezza e dal ritorno del marito. Cassandra ammette che il coro può anche decidere di non crederle ma che presto assisterà ai fatti e capirà che la sua profezia era veritiera.
CORO Ammette di aver riconosciuto il banchetto di Tieste e rabbrividisce. Ammette inoltre di avere il terrore nell’udire i fatti poi da lei narrati.
CASSANDRA Sostiene che il Coro assisterà all’assassinio di Agamennone.
CORO Invita Cassandra a tacere e a pronunciare parole di buon augurio.
CASSANDRA Spiega che non c’è alcun modo per guarire quanto da lei visto, non c’è modo di cambiare l’andamento delle cose.
CORO Spera che non accada mai
CASSANDRA Dice che il Coro può pregare ma loro non si preoccuperanno e ammazzeranno. Il Coro le domanda chi è l’uomo che compirà il gesto. Cassandra ribatte dicendo che allora il coro ha perso molti dei suoi vaticini.
CORO Ammette di aver difficoltà a comprendere quanto esposto dalla profetessa e di come avverrà il delitto.
CASSANDRA Risponde che parla molto bene il greco, non coglie in sostanza perché il Coro non abbia compreso. Il Coro spiega che è difficile cogliere le profezie. Infatti, anche gli oracoli di Pito parlano greco ma è ugualmente difficile comprendere ciò che vogliono comunicare. A questo punto Cassandra ha un’altra visione. Mentre invoca Apollo, Cassandra condivide di vedere una leonessa a due zampe che dorme accanto a un lupo, mentre il leone è assente. Poi dice che verrà ammazzata, perché la sua ira (della leonessa) verrà riversata anche su di lei. Mentre affila la spada per il marito, lei si vanta di far pagare ad Agamennone il fatto di averla condotta qui. Cassandra sente che le festi da profetessa sembrano quasi uno scherno per via del suo destino e per questo motivo si strappa di dosso i paramenti di profetessa. Cassandra dice loro di andare in malora e di portare sventura ad altre persone, non a lei. Cassandra dice che Apollo stesso l’ha spogliata della veste mantica, dopo essere stato a guardare quando veniva derisa per via delle sue profezie, sia da amici, sia da nemici. Cassandra racconta di aver sopportato di essere trattata e chiamata in malo modo (es: mendicante, sciaguarata, morta di fame) e spiega come Apollo stesso l’abbia condotta verso la morte. Cassandra spiega che anziché l’altare patrio, l’aspetterà un ceppo sul quale scorrerà il suo sangue, quando avverrà il sacrificio preliminare. La profetessa però annuncia anche come non moriranno invendicati dagli dei, poiché ci sarà qualcun'altro che li vendicherà: la prole ucciderà la
Capisce a questo punto che il sovrano è stato colpito. Decidono quindi di consultarsi per vedere se ci sia un piano sicuro. Le proposte sono le seguenti:
L’interno della casa diviene visibile e appare Clitemestra: accanto a lei ci sono i cadaveri di Agamennone, avvolto da un drappo e di Cassandra.
CLITEMESTRA Afferma di non vergognarsi di credere in realtà il contrario di molte cose dette in precedenza e spiega come in realtà quanto da lei affermato fosse stato necessario per via delle circostanze. Clitemestra spiega che le menzogne erano necessarie per preparare la trappola ineluttabile. La regina spiega come ormai da tempo stava pensando a questa lotta, frutto di un’antica contesa, e di come alla fine sia davvero avvenuta, anche se tardi. Clitemestra afferma poi di essere appunto sul luogo del delitto e di non negare di non aver concesso la fuga o la possibilità di difendersi. La regina spiega il delitto: viene lanciata una rete inestricabile, (Agamennone) viene colpito due volte affinché muoia e poi pugnalato una terza volta come un’offerta che si accompagna con una preghiera ad Ade ( = Zeus Salvatore dei morti 12 ). Così Agamennone è morto, soffiando un violento fiotto di sangue, le cui gocce hanno colpito Clitemestra. La regina dice di aver goduto di questa morte, così come un campo che gode della pioggia mandata dagli dei. Clitemestra dice agli anziani che così stanno le cose, possono rallegrarsene, mentre lei si vanta di quanto compiuto e delle libagioni fatte (ossia sacrificare Agamennone e Cassandra), poiché Agamennone aveva riempito la casa di mali che suscitano maledizioni.
CORO Si definisce stupido di sentire tali affermazioni provenire da Clitemestra e di quanto sia audace la sua lingua, nonché di sentirla vantarsi di azioni simili.
CLITEMESTA Dice che il coro sta cercando di metterla alla prova e farla passare come una sciocca. Ma lei sa che parla bene e che, a prescindere che il coro la voglia lodare o biasimare, sa di aver fatto qualcosa di giusto: Agamennone è morto e ciò è avvenuto grazie a lei. Ciò ha, secondo la regina, anche permesso di ristabilire giustizia.
(^12) Era d’uso nei banchetti offrire a Zeus Salvatore la terza libagione. Clitemestra stravolge questa consuetudine offrendola ad Ade.
Domanda che cibo malefico o che bevanda possa aver assunto per decidere di compiere un sacrilegio simile e di attrarre le maledizioni che il popolo le lancerà. Il coro specifica che verrà cacciata dalla città come un odioso peso per i concittadini.
CLITEMESTRA Ribatte dicendo che il Coro la vuole condannare all’esilio e all’esecrazione dei concittadini, le augura maledizioni lanciate dal popolo, però nessuno (nemmeno il Coro) si è opposto ad Agamennone. Clitemestra specifica come nessuno si sia curato del fatto che Agamennone avesse deciso di sacrificare Ifigenia, come se fosse stata una pecora scelta per una libagione, solo per incantare i venti della Tracia. Clitemestra domanda loro perché allora Agamennone non fosse stato mandato in esilio, dato che anche lui aveva compiuto un atto così orribile. Ora però, dopo essere venuto a conoscenza delle sue azioni, il Coro vuole condannare Clitemestra, come se fosse un giudice severo. Clitemestra afferma che facciano pure come preferiscono, perché chi la vincerà con la forza potrà fare di lei ciò che vuole, ma se gli dei dovessero proteggerla, allora il Coro apprenderà anche se troppo tardi, ciò che significa essere moderato.
CORO Afferma che il pensiero di Clitemestra è grande e terribile, nonché che la regina abbia pronunciato delle parole superbe e deliranti, proprio come l’atto che ha compiuto. Dice anche che gli occhi di Clitemestra sembrano avere una macchia di sangue ( = sono marchiati dall’omicidio). Afferma anche che è privata dai suoi amici e che dovrà pagare per quanto fatto.
CLITEMESTRA Chiede al Coro di ascoltare il suo giuramento. Il giuramento recita: per la giustizia della figlia, che ha trovato compimento, per Ate e per le Erinni, lei ha sgozzato Agamennone e non ci sarà mai paura nella casa finché ci sarà Egisto ad accendere il fuoco nel focolare, il suo fedele compagno. Agamennone giace morto perché l’ha oltraggiata e con lui giace morta anche la prigioniera di Ilio, che è stata anche profetessa, fedele concubina, schiava da telaio. Clitemestra afferma che la loro sorte non è immeritata, per Agamennone per i motivi sopra citati, per Cassandra perché era la sua amante. Clitemestra afferma anche che sentir il lamento di Cassandra prima di morire è stato per lei un godimento.
CORO Si augura che anche per loro la morte giunga rapida e senza dolore, senza giacere in un letto, poiché il loro più grande re è stato ucciso. Un re che ha patito molto per una donna e che ha perso la vita sempre a causa di una donna. Il Coro invoca Elena e dice che ha mietuto molte vittime, non solo a Troia (per via della guerra e della distruzione della città), ma anche al di fuori della città. Il Coro dice che Elena si è ornata della corona più piena, che a lungo sarà ricordata perché il sangue non si può lavare. Questo perché nelle case era presente una contesa dalle radici salde.
CLITEMESTRA Risponde al Coro dicendo loro di non augurarsi di morire, nonostante essi provino dolore per quanto avvenuto. Inoltre chiede al Coro di non rivolgere la loro collera verso Elena, di non chiamarla rovina di uomini e di non dire nemmeno che distrusse molte vite di Danai o che avesse inflitto dolori irreparabili.
omaggio non gradito, dopo aver fatto ciò che ha fatto. Il Coro chiede poi chi sarà a recitare una lode ad Agamennone.
CLITEMESTRA Ribatte dicendo che non è compito del Coro premurarsi di queste cose, poiché Agamennone p morto per mano sua e quindi saranno loro a seppellirlo. Spiega però che non ci saranno i gemiti dei famigliari e che sarà Ifigenia ad accoglierlo a braccia aperte, presso il fiume Acheronte.
CORO Spiega che è difficile decidere da che parte schierarsi o giudicare la faccenda, perché il depredatore è stato depredato, l’uccisore ha pagato il suo debito, perché per volere di Zeus chi ha fatto deve poi subire. Chiede però chi può scacciare dalla casa il seme della maledizione e afferma che la stirpe è invischiata nella rovina.
CLITEMESTRA Afferma che è giunto in modo veritiero a queste predizione e che lei, in ogni caso, è disposta ad accettare queste condizioni, anche se difficili da sopportare, con il demone dei Plistenidi. Spiega poi che che spera che in futuro il demone se ne vada e che trovi un’altra famiglia, con assassini tra consanguinei. La regina spiega poi che, anche nel caso in cui lei venga cacciata di casa, avrebbe abbastanza ricchezza per vivere.
EGISTO Entra in scena accompagnata da alcune guardie del corpo. Afferma come la luce sia giunta e abbia portato giustizia. Ammette che a questo punto possa affermare che gli dèi vigilano dall’alto sui dolori terreni e si vendicano dei mortali. Afferma che vedere Agamennone che giace nei drappi intessuti dagli Erinni è per lui una gioia, perché ha pagato per gli inganni del padre. Infatti Atreo, signore di quelle terre e padre di Agamennone, aveva esiliato e cacciato di casa suo padre Tieste (padre di Egisto, fratello di Atreo), poiché il suo potere era stato messo in discussione. Dopo essere tornato come supplice al suo focolare, Tieste credeva di non poter morire in patria. Tuttavia, Atreo gli aveva offerto in pasto la carne dei suoi figli durante una festa sacrificale. Atreo aveva sminuzzato le carni affinché non fossero riconoscibili e, per questo motivo, Tieste le aveva mangiate, portando rovina per la stirpe. Dopo aver capito ciò che stava avvenendo, Tieste era scoppiato in un pianto ed era caduto a terra vomitando le carni e augurando una morte orribile ai Pelopidi. Successivamente Tieste aveva scalciato la tavola e aveva pronunciato una maledizione, chiedendo che la stirpe di Plistene morisse nello stesso modo. In seguito a questi avvenimenti, Agamennone giace ora morto e Egisto stesso è colui che ha portato giustizia e ha tramao questo assassinio, dopo essere stato scacciato quando era ancora in fasce. Egisto spiega come sia stata la Giustizia ad allevarlo e lo abbia riportato in patria e gli abbia permesso di portare a compimento il suo piano. Afferma infine come, anche se dovesse in quel momento morire, sarebbe contento di aver compiuto la sua giustizia ( = la sua vendetta).
CORO Ribatte dicendo che non rispetta chi esulta dopo le sciagure: infatti Egisto ha affermato di aver ucciso volontariamente Agamennone e di aver pianificato questo assassinio. Il Coro mette in guardia Egisto delle maledizioni e del giudizio lanciato dal popolo, nonché dalle pietre che il popolo lancerà (ancora una volta ricorre il tema della lapidazione).
Afferma che il Coro parla in questo modo ma senza ricordare che si trovano al di sotto della gerarchia di potere. Ribatte poi dicendo come sia doloroso imparare la moderazione per chi ha l’età delle persone del Coro. Egisto infatti minaccia il coro di costringerli alle catene della sofferenza e al digiuno, Invita il coro a non opporsi se non vuole pagare per ciò che dice.
CORO Si rivolge a Clitemnestra e le chiede se sia stata lei a tramare la fine del marito, dopo che egli era tornato dalla guerra e se lo avesse fatto dopo aver disonorato il letto di Agamennone con Egisto.
EGISTO Afferma che anche queste parole del Coro saranno causa del suo pianto. Egisto utilizza il paragone della lingua del coro opposta a quella di Orfeo: mentre Orfeo affascinava con la sua dialettica, il coro sembra generare latrati. Egisto minaccia il coro che presto sarà portato via e che si dovrà sottomettere e mostrarsi più remissivo. Il Coro sbeffeggia Egisto dicendogli che, dopo aver tramato la fine di Agamennone, non potrà aspettarsi di diventare il signore di Argo. Egisto spiega che l’aiuto di Clitemnestra era fondamentale perché era un compito da donna e che lui era l’unico nemico ormai sospetto da tempo. Egisto introduce poi la volontà di prendere il potere e regnare sui cittadini grazie alle ricchezze di Agamennone. Inoltre egli precisa che chi non gli obbedirà dovrà subire il giogo della schiavitu e che dovrà patire la fame, così da arrendersi.
CORO Dice ad Egisto che è un vile in quanto non ha ucciso ucciso di suo pugno Agamennone ma ha lasciato che lo facesse Clitemnestra, una donna. Inoltre il coro anticipa il ritorno di Oreste e la morte di Egisto e Clitemnestra, nonché il ristabilire un ordine e una sorte benigna.
EGISTO Afferma di voler intervenire perché il Coro continua ad opporsi a lui. Richiama per questo motivo le guardie. Il coro si fa coraggio e dice di impugnare le spade per difendersi. Egisto ribatte specificando come anche lui abbia una spada e sia pronto a morire. Il Coro gli risponde di essere pronto a combatterlo e di morire a sua volta.
Chiede al compagno di non generare altri mali, poiché di sofferenza ce n’è già abbastanza, senza macchiarsi ulteriormente di sangue. Invita poi gli anziani a ritornare a casa. Clitemestra ammette poi che accetteranno anche di essere colpiti dal demone (= di essere puniti). Dice che infine queste sono le sue riflessioni da donna, qualora qualcuno volesse ascoltarle.
EGISTO Non vuole abbandonare l’idea di far pagare al Coro quanto detto… Il Coro ed Egisto discutono relativamente quanto sopra, il Coro si augura un possibile ritorno di Oreste. Egisto controbatte che gli esuli si cibano solo di speranze. Il coro gli dice di fare come preferisce, di continuare ad uccidere e insozzare la giustizia, finché può. Egisto specifica che il Coro pagherà per quanto detto.