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riassunto rapporto sulla popolazione, Sintesi del corso di Demografia

riassunto rapporto sulla popolazione

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 30/05/2022

Utente sconosciuto
Utente sconosciuto 🇮🇹

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Capitolo primo
La fecondità
La trappola demografica in cui è bloccata l'Italia è frutto delle dinamiche di fecondità osservate dal secondo
dopoguerra. Le varie fasi del baby boom e del baby bust, la ripresa delle nascite e il nuovo declino iniziato
con la grande recessione hanno delineato un andamento altalenante della fecondità italiana.
Negli ultimi 20 anni notiamo due fasi: quella della ripresina e quella del secondo decennio. La prima fase
rappresenta il recupero della fecondità rimandata durante gli anni 70 e 80 e i primi anni 90, sostenuto dal
contributo alla maternità da parte delle donne straniere.
Inizialmente, la crisi economica ha spinto verso un rinvio dei comportamenti riproduttivi ma alla successiva
ripresa dell'economia non si è affiancata una ripresa delle tendenze di fecondità. Infine, l'arrivo della
pandemia ha imposto trasformazioni all'organizzazione sociale familiare e ulteriori difficoltà materiali, con un
forte senso di incertezza lavorativa ed economica.
L'aumento dell'età media al parto è un altro aspetto peculiare della fecondità italiana e non accenna ad
arrestarsi.
1.2 i meccanismi del recente calo della fecondità
I tassi specifici di fecondità per anno di nascita ed età della madre mostrano il cambiamento nei
comportamenti riproduttivi e nelle differenti fasi di fecondità per diverse generazioni di donne. Le curve di
fecondità sono sempre più spostate verso destra a testimonianza del rinvio della maternità oltre i trent'anni.
L'altezza delle curve invece mostra i differenti livelli di fecondità raggiunti dalle varie generazioni. La
generazione delle nate nel 1961 ha dato alla luce più figli delle successive.
In particolare, colpisce il distacco tra le nascite di secondogeniti e terzogeniti, alla nascita di questi ultimi le
madri hanno più di 33 anni. Lo slittamento in avanti dell'età media al parto è legato all'incertezza lavorativa,
uno studio basato sui dati dell'indagine famiglia e soggetti sociali ha fatto emergere come l'incertezza
lavorativa abbia un effetto netto non trascurabile sul posticipo della nascita del primo figlio. Effetto che
aumenta tra le donne più istruite e tra gli uomini con istruzione media e bassa.
Il contributo della componente straniera alla fecondità è stato considerevole ma anche il numero medio di
figli delle donne straniere è in calo.
1.3 l’Italia in Europa
È fondamentale il confronto con gli altri paesi europei, la fecondità in Europa mostra due dinamiche
differenti: nei primi anni 80 si riduce ovunque, successivamente nel Nord Europa la contrazione si arresta
mentre nel sud il declino continua. In questi anni è stata coniata l'espressione lowest-low quella con cui ci si
riferisce alla fecondità bassissima, paesi con TFT al di sotto di 1,3. A ridosso degli anni 2000 si è verificata la
ripresina della fecondità in molti paesi ed è continuata fino al 2008 ma a partire da quell’anno abbiamo
assistito a un nuovo declino che ha coinvolto quasi tutti i paesi.
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Capitolo primo La fecondità La trappola demografica in cui è bloccata l'Italia è frutto delle dinamiche di fecondità osservate dal secondo dopoguerra. Le varie fasi del baby boom e del baby bust, la ripresa delle nascite e il nuovo declino iniziato con la grande recessione hanno delineato un andamento altalenante della fecondità italiana. Negli ultimi 20 anni notiamo due fasi: quella della ripresina e quella del secondo decennio. La prima fase rappresenta il recupero della fecondità rimandata durante gli anni 70 e 80 e i primi anni 90, sostenuto dal contributo alla maternità da parte delle donne straniere. Inizialmente, la crisi economica ha spinto verso un rinvio dei comportamenti riproduttivi ma alla successiva ripresa dell'economia non si è affiancata una ripresa delle tendenze di fecondità. Infine, l'arrivo della pandemia ha imposto trasformazioni all'organizzazione sociale familiare e ulteriori difficoltà materiali, con un forte senso di incertezza lavorativa ed economica. L'aumento dell'età media al parto è un altro aspetto peculiare della fecondità italiana e non accenna ad arrestarsi. 1.2 i meccanismi del recente calo della fecondità I tassi specifici di fecondità per anno di nascita ed età della madre mostrano il cambiamento nei comportamenti riproduttivi e nelle differenti fasi di fecondità per diverse generazioni di donne. Le curve di fecondità sono sempre più spostate verso destra a testimonianza del rinvio della maternità oltre i trent'anni. L'altezza delle curve invece mostra i differenti livelli di fecondità raggiunti dalle varie generazioni. La generazione delle nate nel 1961 ha dato alla luce più figli delle successive. In particolare, colpisce il distacco tra le nascite di secondogeniti e terzogeniti, alla nascita di questi ultimi le madri hanno più di 33 anni. Lo slittamento in avanti dell'età media al parto è legato all'incertezza lavorativa, uno studio basato sui dati dell'indagine famiglia e soggetti sociali ha fatto emergere come l'incertezza lavorativa abbia un effetto netto non trascurabile sul posticipo della nascita del primo figlio. Effetto che aumenta tra le donne più istruite e tra gli uomini con istruzione media e bassa. Il contributo della componente straniera alla fecondità è stato considerevole ma anche il numero medio di figli delle donne straniere è in calo. 1.3 l’Italia in Europa È fondamentale il confronto con gli altri paesi europei, la fecondità in Europa mostra due dinamiche differenti: nei primi anni 80 si riduce ovunque, successivamente nel Nord Europa la contrazione si arresta mentre nel sud il declino continua. In questi anni è stata coniata l'espressione lowest-low quella con cui ci si riferisce alla fecondità bassissima, paesi con TFT al di sotto di 1,3. A ridosso degli anni 2000 si è verificata la ripresina della fecondità in molti paesi ed è continuata fino al 2008 ma a partire da quell’anno abbiamo assistito a un nuovo declino che ha coinvolto quasi tutti i paesi.

  1. Politiche familiari e il loro impatto sulla fecondità in Italia L'Italia presenta alcune caratteristiche socioeconomiche che sono legate alla bassa fecondità, la bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro e le diseguaglianze di genere nel carico di cura derivano anche dalla carenza di spesa pubblica per le politiche familiari e di cura. La quota per famiglia e cura dei figli è molto bassa. La politica sociale per la famiglia è caratterizzata da un basso livello di generosità dei trasferimenti alle famiglie, da uno scarso sviluppo di servizi di cura e dalla poca attenzione alle misure per la conciliazione lavoro famiglia. In Italia il modello di welfare è quello del familismo di default dove le famiglie sono cruciali nel fornire assistenza, sulla base del principio di sussidiarietà. Le politiche familiari e la struttura del mercato del lavoro spiegano le differenze dei diversi livelli di fecondità tra i vari paesi, ad esempio i congedi e bonus monetari alla nascita di un bambino hanno effetti irrisori sulla fecondità. Invece hanno un effetto nettamente positivo le politiche che rafforzano l'offerta di servizi per l'infanzia e che sono di aiuto ai genitori per conciliare l'attività lavorativa con gli impegni familiari. Alcune criticità del modello italiano sono diventate particolarmente acute con la pandemia, la crisi sanitaria può essere considerata come uno stress test sul sistema di welfare italiano, che ha fatto affiorare la fragilità e le disuguaglianze mettendo in evidenza la necessità di attuare i cambiamenti strutturali per far si che il complesso del sistema dei servizi educativi e sociali diventi più efficace, più equo e più capace di utilizzare in modo coordinato le energie e le risorse del settore pubblico del terzo settore e delle famiglie. Dovrebbe essere adottata una doppia logica di intervento che guardi all'immediato ma allo stesso tempo si ponga anche obiettivi di medio lungo termine prevedendo un rafforzamento dell'intervento pubblico lungo alcune linee d’azione: il sostegno economico alle famiglie con figli, il rafforzamento integrato dei servizi per l'infanzia e il rafforzamento delle misure di conciliazione tra famiglia e lavoro.
  2. la fecondità e le nascite nei prossimi venti anni Il declino di fecondità degli ultimi anni non può non influenzare il futuro andamento delle nascite. I padri e le madri di oggi non sono più composti dalle generazioni del baby boom. Osservare pochi nati oggi significa avere pochi potenziali genitori domani. Infatti, i livelli di fecondità attuali determinano il numero di nascite derivati dai futuri livelli di fecondità. Il fatto che i genitori di oggi siano i nati di una generazione fa crea la trappola demografica. Le previsioni dell’ISTAT fanno luce sulle probabili dinamiche delle nascite future. Secondo l’ISTAT nei prossimi anni è prevista una notevole diminuzione del numero di donne in età fertile, infatti, negli ultimi 20 anni la composizione della popolazione femminile in età fertile è cambiate, le donne tra i 45 49 anni hanno superato quelle di età compresa tra i 30 e i 34 anni. Quindi per capire sul futuro riproduttivo del paese è importante indagare la composizione per età delle potenziali madri di domani, che è destinata a un nuovo mutamento.
  3. prospettive e sfide future Il futuro demografico non è ottimistico rispetto al numero di nascite future. Le baby boomers hanno concluso la loro storia riproduttiva. Inoltre, al calo della fecondità può essere accompagnato l'effetto della nuova configurazione sociale e familiare determinata dalla pandemia.

In Italia poco più del 6% e in condizione di povertà assoluta. quali sono le famiglie maggiormente colpite dalla povertà? nel 2019 il 10% delle famiglie formate da quattro persone versa in condizioni di povertà assoluta. importanti differenze emergono anche considerando l'età della persona di riferimento della famiglia, nel 2019 la povertà assoluta riguarda in maniera più ampia le famiglie con PR più giovane, la quota si riduce quando si considerano le famiglie con PR in età adulta. le meno esposte al rischio di povertà sono quelle con più R oltre i 64 anni. 2.2 I fattori di rischio della deprivazione economica Tra i diversi tipi di famiglia esistono differenze nei livelli di deprivazione economica che le misure oggettive non sono in grado di cogliere. Il reddito da lavoro non è l'unica entrata economica a disposizione delle famiglie. Ci sono delle famiglie non povere che possono manifestare livelli di insoddisfazione rispetto alle risorse a loro disposizione a causa di particolari esigenze. Per comprendere meglio i fattori connessi ai livelli di difficoltà economica dobbiamo considerare una misura soggettiva cioè la valutazione delle risorse economiche a disposizione della famiglia. Dobbiamo limitare l'analisi alle famiglie in cui la PR è in età 25 - 54 anni, famiglie maggiormente colpite dalla grande recessione. Per l'analisi dobbiamo distinguere i diversi tipi di famiglia: persona che vive sola, coppia con figli, coppia senza figli conviventi, famiglia allargata e famiglia monogenitore. Nella prima decade degli anni 2000 si nota un peggioramento per tutti tipi di famiglia, nel 2009 il 56% delle famiglie monogenitore e delle famiglie allargate dichiara risorse scarse o insufficienti. Nel 2018 la situazione migliora, sono le famiglie meno tradizionali si trovano in condizioni più critica. Quindi l'istruzione e i livelli occupazionali dei membri della famiglia rappresentano delle variabili chiave nel determinare la vulnerabilità economica delle famiglie. Le coppie monoreddito registrano una alta probabilità di dichiarare risorse scarse o insufficienti. 2.3 prospettive e sfide future La minore vulnerabilità economica delle famiglie a doppio reddito indica quanto sia fondamentale la continuità lavorativa di entrambi i partner e il ruolo delle politiche di conciliazione famiglia- lavoro nella protezione della capacità economiche delle famiglie. La situazione del nostro paese si è aggravata a partire dagli anni della grande recessione, quando tra le coppie con figli solo 1 su 2 era a raddoppio reddito. Di fronte a una domanda di lavoro scarsa è la donna a rinunciare al lavoro retribuito. Inoltre, l'aumento del numero di famiglie a doppio reddito è ostacolato dal modello del male breadwinner. Nel nostro paese è ancora insufficiente il supporto al lavoro femminile e alla conciliazione famiglia lavoro, dal punto di vista istituzionale e culturale. Da questo punto di vista un possibile fattore di cambiamento è rappresentato dall'espansione dell'istruzione femminile. Come abbiamo visto le famiglie monoreddito hanno un rischio di povertà e deprivazione superiore. Gli ultimi anni hanno visto un deciso aumento delle separazioni coniugali. Dopo la pandemia l'incidenza delle famiglie monoreddito rischia di salire a livelli ancora più alti di quelli toccati durante la

grande recessione. A farne le spese saranno soprattutto le famiglie più deboli cioè quello meno istruite e di classe sociale più bassa.

  1. politiche e famiglie Secondo una definizione dell'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico rientrano nell’ attenzione delle politiche per la famiglia quelle misure e quelli interventi che aumentano le risorse dei nuclei familiari con figli a carico, favoriscono lo sviluppo del bambino, rimuovono ostacoli ad avere figli e alla conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare, promuovono pari opportunità nell'occupazione. In questa prospettiva le politiche rivolte alle famiglie non possono essere intese solamente come politiche dirette a un aumento della fecondità o come politiche assistenziali per sanare situazioni di bisogno delle famiglie disagiate, ma dovrebbero essere inserite in un quadro organico. L'Italia per molto tempo è stata caratterizzata da politiche familiari deboli e disorganiche. L'Italia fino adesso si è affidata al welfare familista facendo ricadere sulle famiglie gli oneri della protezione dei rischi sociali dei loro membri più vulnerabili. Tuttavia, i modelli di organizzazione del lavoro e della famiglia sono cambiati, i primi segnali di cambiamento sembrano essere arrivati nell'anno della pandemia con l'introduzione del family Act. Il family Act si presenta come una riforma strutturale proiettata sulle nuove generazioni, con la quale la legislazione italiana rivolta alle famiglie punta ad avvicinarsi a quella di molti altri paesi europei, cercando di introdurre un insieme di misure durature e non estemporanee quindi un pacchetto di azioni volte a rafforzare in modo sistemico le diverse dimensioni delle politiche familiari. Il family Act intende introdurre un assegno unico e universale destinato a tutti i bambini, in quanto tali indipendentemente dalle caratteristiche dei genitori. Il family Act porta con sé un'importante trasformazione da un punto di vista culturale, introducendo il principio per cui ogni figlio, a prescindere dalla condizione lavorativa e dalle caratteristiche dei genitori non può essere considerato un costo privato al loro carico ma rappresenta una risorsa per la collettività. Tra gli obiettivi della riforma troviamo anche la promozione della parità di genere e di una più equa condivisione dei compiti di cura all'interno dei nuclei familiari. Sono previste misure per incentivare l'occupazione femminile, una riforma del sistema dei congedi parentali, un rafforzamento dei servizi per l'infanzia sul territorio e buoni per il pagamento di asili o baby-sitter. 3.2 le coppie dello stesso sesso Nonostante i principi di eguaglianza e di non discriminazione sulla base l'orientamento sessuale, la stigmatizzazione dei comportamenti omosessuali è ancora ampia nell’Europa del terzo millennio. Per quanto riguarda il riconoscimento giuridico delle unioni di persone omosessuali, i diritti familiari e matrimoniali rimangono di competenza dei singoli stati e con alcune differenze. Nel maggio 2016 venne approvata la legge Cirinnà. Tuttavia, di Unione matrimoniale non si può parlare poiché non sono presenti i due aspetti importanti riguardanti il matrimonio: la legge non ha previsto l'obbligo alla fedeltà reciproca e ha escluso per le coppie omosessuali la possibilità di adottare. 3.3 Le coppie conviventi e i loro figli

Le differenze tra uomini e donne si attenuano quando si analizza la speranza di vita a 65 anni con differenze tra chi ha un livello di istruzione basso e chi ha un livello di istruzione alto. Inoltre, le politiche sanitarie e non sanitarie, riducono o ampliano lo svantaggio dei gruppi sociali più fragili e quindi più esposti al rischio di mortalità per condizioni di vita stressogene.

  1. Variazione nel tempo delle disuguaglianze nella mortalità per livello di istruzione In situazione di emergenza sanitaria le disuguaglianze sociali si sono ampliate nelle aree ad alta diffusione del virus a svantaggio delle fasce di popolazioni più vulnerabili. In queste aree l'aumento della mortalità nei mesi di marzo e aprile 2020 si è avuta in tutte le fasce di popolazione, indipendentemente dal livello socioeconomico, ma i maggiori incrementi di mortalità si sono osservati nella popolazione meno istruita. La pandemia, quindi, ha aumentato le disuguaglianze preesistenti, impattando sulle persone con basso titolo di studio e sulle donne.
  2. Disuguaglianze per livello di istruzione nella mortalità per causa Forti svantaggi sociali si osservano anche esaminando alcune tra le cause di morte più frequenti, tra le quali è noto che le disuguaglianze socioeconomiche sono più elevate. Ad esempio, in Italia gli uomini con livello di istruzione basso hanno un eccesso di mortalità per tumore del polmone del 52% rispetto a chi ha un livello altro. Tra le donne invece c'e una relazione inversa, con un maggiore rischio per quelle più istruite.
  3. Il contributo dei fattori di rischio nelle disuguaglianze della mortalità Nella popolazione in condizioni di svantaggio socioeconomico è più elevata la prevalenza di fattori di rischio che hanno un impatto rilevante sulla morbilità e sulla mortalità. Valutare in quale misura i fattori di rischio concorrono a determinare le disuguaglianze sociali nella mortalità è un compito primario per attuare politiche e strategie efficaci volte a ridurle. In Italia è stato avviato nel 2005 un progetto in collaborazione tra l'Istat, il ministero della salute e il servizio di epidemiologia Asl della Regione Piemonte. Su una popolazione di 85.000 individui, con età compresa tra i 25 e 7 4 anni, è stata stimata la riduzione del rischio di mortalità considerando il livello di istruzione, la classe di età e fattori di rischio.
  4. L’eccesso di mortalità totale dovuto al Covid Lo scenario di diffusione epidemica può essere sintetizzato in tre fasi. La prima fase compresa nel periodo da febbraio alla fine di maggio 2020 caratterizzata da una rapidissima diffusione dei casi e dei decessi. Nella stagione estiva, sì ha avuto una fase di transizione, da giugno a metà settembre in cui la diffusione è stata inizialmente molto contenuta ma alla fine di settembre si sono identificati focolai numerosi. A partire dalla fine di settembre i casi sono di nuovo aumentati. Una delle conseguenze più drammatiche degli effetti della pandemia riguarda l'incremento dei decessi, la classe degli over 80 risulta quella con la più alta percentuale di decessi per coronavirus. Hanno certamente avuto un ruolo determinante alcuni fattori tra cui: la difficoltà ne identificare i decessi causati da coronavirus quando avvenivano in pazienti con numerose patologie, decessi per cause diverse ma in qualche modo conseguenza della malattia scatenata dal virus e infine una maggiore mortalità indiretta non correlata al virus ma a causata dalla crisi del sistema ospedaliero.
  1. spunti e best practices per un futuro migliore L'Italia pre-COVID si conferma ai primi posti dell'aspettativa di vita. Questi buoni risultati sono legati alla protezione della dieta mediterranea, che salvaguardia il rischio cardiovascolare che è il bersaglio principale delle disuguaglianze geografiche e sociali. È importante ricordare che l'impatto sulla salute dell'invecchiamento non si può evitare ma l'impatto delle disuguaglianze sociali e geografiche si può cambiare. Capitolo settimo I giovani e la transizione allo stato adulto
  2. I giovani in Italia tra rischi e opportunità La giovinezza è transitoria, non si decide di diventare adulti. I tempi e modi del percorso di entrata nella vita adulta dipendono da molti fattori: caratteristiche personali e preferenze individuali, contesto sociale e storico, condizioni sociali della famiglia di origine e tipo di rapporto tra genitori e figli. Nel primo decennio del secondo dopoguerra si lasciava la casa dei genitori in età molto più giovani ma esisteva una sequenza che vedeva tale evento accadere dopo la fine degli studi e l'entrata nel mondo del lavoro. Inoltre, esisteva una forte rapporto tra uscita dalla famiglia di origine, matrimonio inizio della vita riproduttiva. Le condizioni economiche, culturali e normative alla base di questo modello iniziano a cambiare dalla metà degli anni 60. Cambia anche il ruolo della donna, aumenta la scolarizzazione. All'interno della coppia le relazioni tra partner diventano meno asimmetriche e la data del matrimonio diventa più condizionata all'entrata di entrambi nel mercato del lavoro. I due processi più rilevanti nelle trasformazioni dei tempi e dei modi di transizione dalla vita adulta sono la postment transition e la partnership Revolution. Il primo processo corrisponde a un allungamento dei tempi della transizione mentre il secondo a un cambiamento dei modi di formare l'unione di coppia. Questi due processi interagiscono con la specificità dei vari contesti culturali e istituzionali. A partire dagli anni 80 e 90 nel nostro paese evolve il clima familiare, cresce l'accettazione verso una lunga convivenza tra genitori e figli adulti. La famiglia è vista come il principale ammortizzatore sociale.
  3. Il peso demografico dei giovani le dinamiche demografiche, come l'allungamento della sopravvivenza e il calo della fecondità hanno determinato una riduzione marcata della componente giovanile.
  4. i giovani e il mercato del lavoro Le opportunità per i giovani di iniziare e mantenere un'occupazione si sono ridotte, soprattutto dopo l'impatto della grande recessione. Il tasso di occupazione complessivo ha subito una riduzione più contenuta e risulta aumentato rispetto al 2004. Le nuove generazioni costituiscono il segmento di popolazione più svantaggiato dal punto di vista occupazionale. Rimangono anche importanti divari, di genere e territoriale nonostante la recessione