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Riassunto del libro Rapporto sulla popolazione. L'Italia nella crisi economica., Appunti di Demografia

riassunto del libro rapporto sulla popolazione. l'italia nella crisi economica.

Tipologia: Appunti

2017/2018

In vendita dal 13/06/2018

Daphnencita29
Daphnencita29 🇮🇹

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CAPITOLO!UNO!
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L'Italia!è!proprio!uno!degli!esempi!tra!i!più!significativi!di!tale!situazione.!Importata!dall'estero,!la!
crisi!è!stata!da!subito!particolarmente!intensa!e!l'effimera!ripresa!del!2010-2011!meno!consistente!
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Generata!dalla!grave!crisi!finanziaria!internazionale,!l'intensa!e!prolungata!contrazione!
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CAPITOLO UNO

CRISI ECONOMICA E DINAMICA DEMOGRAFICA.

1. Una crisi lunga e intensa La storia contemporanea è costellata di crisi bancarie e finanziarie. È però diffuso il convincimento che quella degli ultimi anni abbia dato luogo «a una depressione di dimensioni più ampie di quella registrata nel 1929». L’instabilità negli ei mercati finanziari inizia negli Stati Uniti nel febbraio del 2007 a causa della crisi dei mutui subprime, concessi dalle banche a debitori poco affidabili che davano in garanzia l'abitazione; la situazione si aggrava qualche mese dopo a seguito del fallimento della Lehman Brothers, una delle maggiori società finanziarie del mondo. Il rialzo dei tassi ufficiali da parte della Fed (Federal Reserve System), la banca centrale americana, generando un'enorme ondata di insolvenze da parte dei debitori subprime, è stato seguito da forti perdite per le banche e il crollo dei prezzi delle case in garanzia, mettendo a nudo la bolla immobiliare. Infatti, diventati inesigibili i mutui concessi ai debitori subprime, ne è scaturita una forte svalutazione dei titoli a essi collegati, poi definiti titoli «tossici», che erano stati venduti attraverso i circuiti finanziari internazionali a investitori istituzionali, banche e risparmiatori. La crisi finanziaria si è quindi estesa per contagio dagli Stati Uniti all'intero pianeta. Inoltre, con la contrazione del credito e la mancanza di liquidità in circolazione nel sistema economico, la crisi si è trasferita dal settore finanziario a quello reale. La forte contrazione degli ordinativi e della produzione ha provocato nel 2009 il crollo del Pil in numerosi paesi del mondo La drastica riduzione del Pil ha riguardato sia i paesi a sviluppo avanzato (Psa) sia i paesi a economie emergenti (Pee) o in via di sviluppo (Pvs). La ripresa nel 2010, ha dato la sensazione che la crisi fosse ormai alle spalle quando in realtà i tassi di crescita del Pil nel triennio 2011-13 sono stati più bassi di quelli del 2010 e inferiori rispetto ai valori precedenti alla crisi. Dopo la parziale ripresa economica è esplosa crisi del debito greco, si è generata una certa sfiducia sulla tenuta dell'euro ed è stato lanciato un forte attacco speculativo sui titoli pubblici dei paesi europei a rischio di insolvenza (Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia). Da vittime del contagio iniziale alcuni paesi dell'area dell'euro hanno sperimentato una forte instabilità finanziaria. Pertanto, in alcune economie avanzate la crisi economica è risultata più lunga del previsto e all'illusoria. L'Italia è proprio uno degli esempi tra i più significativi di tale situazione. Importata dall'estero, la crisi è stata da subito particolarmente intensa e l'effimera ripresa del 2010-2011 meno consistente che in molte delle altre economie avanzate, nonché seguita da un ulteriore biennio di decrescita del volume della produzione. Generata dalla grave crisi finanziaria internazionale, l'intensa e prolungata contrazione dell'economia italiana è stata alimentata dalla successiva depressione del settore produttivo

interno e internazionale, dall'aumento di un debito pubblico già ampio e poco sostenibile e dal venire meno della credibilità delle istituzioni italiane ed europee, nonché da un sistema economico non esente da debolezze e criticità strutturali. Questa fase recessiva si è ripercossa mercato del lavoro con un consistente calo dell'occupazione e dalla crescita rilevante della disoccupazione e, soprattutto, della mancata partecipazione al lavoro. Tra il 2008- 13 à persi quasi 1 milione di posti di lavoro. Tasso di occupazione è sceso à 58.7% al 55.6%. La riduzione degli occupati ha riguardato soprattutto gli uomini poiché la crisi economica ha colpito principalmente l’edilizia e l’industria manifatturiera. Ha prodotto un impatto diverso da quello passato, ovvero quando “l’occupazione femminile aveva la funzione di cuscinetto chi si contraeva per consentire a quella maschile di rimanere stabile”. È invece confermata la maggiore fragilità del Mezzogiorno, dove più ampio è stato il calo dell'occupazione tra i residenti tanto che lo svantaggio rispetto al Centro-Nord, documentato dal tasso di occupazione, si è ulteriormente allargato. Dense di significato sono le differenze per cittadinanza. Fortemente colpiti dalla crisi sono stati gli italiani con quasi un milione e 600mila occupati in meno, mentre l'occupazione straniera nel quinquennio considerato è aumentata di oltre 600mila unità, in particolare perché non si è arrestata la forte domanda di collaborazione e assistenza familiare diretta prevalentemente alle donne immigrate. L'immigrazione straniera è continuata anche negli anni della crisi, ma è diminuito il peso degli arrivi per lavoro ed è aumentato quello dei ricongiungimenti familiari, nonché l'afflusso per altri motivi e soprattutto di richiedenti asilo in fuga dalle crisi politi che e dai conflitti bellici del Medio Oriente e dell'Africa settentrionale e centrale. Differente è stato l'impatto tra le generazioni. Tra i giovani (15-24 anni) e i giovani adulti (25- 34 anni) la diminuzione degli occupati è stata notevole, milione e 800mila persone in meno, pari a un quarto di quelle impiegate nel 2008. Sensibilmente meno rilevante è stata invece la riduzione del numero di occupati di 35-49 anni. Trattandosi di valori assoluti, un ruolo importante è giocato dal parziale ricambio verificatosi nei cinque anni esaminati tra le generazioni componenti le tre grandi classi di età considerate, con l'ingresso e/o l'uscita di coorti di differente consistenza numerica. Così sono entrati tra gli ultracinquantenni gli adulti numerosi di alcune generazioni (1958-1963) del baby boom, mentre sono andate in pensione soprattutto le persone appartenenti alle coorti meno numerose nate a cavallo tra la fine della Seconda guerra mondiale. Un saldo termini di persone e di occupati tra gli ultracinquantenni che probabilmente è dovuto anche all'innalzamento dell'età pensionabile, nonché alle condizioni più restrittive e alla chiusura delle finestre di uscita dal mercato del lavoro. Il tasso di occupazione risulta difatti in aumento di oltre 5 punti percentuali.

  • è aumentata soprattutto nel 2012 e nel 2013 la proporzione di famiglie che hanno dichiarato di avere avuto negli ultimi dodici mesi risorse economiche scarse o assolutamente insufficienti;
  • le famiglie che non riescono a risparmiare sono passate dal 66 a oltre il 70% e quelle che non riescono a far fronte a spese impreviste dal 32 al 43%.
  • Il numero delle famiglie in povertà assoluta è più che raddoppiato e il loro peso è cresciuto dal 4 all'8% del totale, con un'incidenza crescente sulle famiglie numerose e con criticità specifiche secondo la tipologia familiare. In un periodo così difficile, sono intervenuti cambiamenti di rilievo nei comportamenti demografici della popolazione italiana? Si è continuato a sposarsi, fare figli separarsi e migrare come negli anni precedenti la crisi? È proseguito il guadagno in termini di aspettativa di vita o è cambiato qualcosa nelle condizioni di salute e negli stili di vita degli italiani?
  1. Le conseguenze demografiche della crisi: effetti attesi e riscontri empirici La recessione economica può influenzare i comportamenti demografici in molti modi. Con riferimento alle crisi avvenute in Europa e negli Stati Uniti la ricerca ha documentato numerosi impatti dell’improvviso prolungato peggioramento delle condizioni economiche su tempi e e modi di fare famiglie, sui livelli di fecondità e sulla stabilità coniugale, sulla mortalità e le condizioni di salute, nonché sulle migrazioni.
  • Minor reddito e aumento della disoccupazione à potrebbe costringere individui, specie giovani, a rimandare o rinunciare a un eventuale progetto coniugale riproduttivo;
  • senso di insicurezza che deriva da uno stress economico modifica le aspettative delle persone induce un senso sfiducia verso il futuro, che avere psicologici gravi anche di natura depressiva;
  • il deterioramento della condizione economica complessiva porta a un peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini, mettendone potenzialmente a rischio la salute;
  • infine, gli sconvolgimenti del mercato del lavoro modificano le dinamiche migratorie inducendo una riduzione delle immigrazioni per motivi di lavoro verso i paesi affetti dalla crisi e, nello stesso tempo, favorendo l'insorgere di flussi di uscita da questi stessi paesi, sia da parte dei cittadini stranieri, sia da parte di autoctoni, a loro volta respinti dall'improvvisa chiusura del mercato del lavoro interno. Quando si parla di “crisi” si intende un “repentino e imprevisto deterioramento delle condizioni economiche” che riduce improvvisamente il benessere delle famiglie e può costringere a una revisione inattesa delle scelte individuali, ad esempio avere un figlio o sposarsi. quelle relative a sposarsi o avere un figlio. Questo shock può avere effetti di breve periodo sulla popolazione, che si innestano sui cambiamenti di lungo periodo dei comportamenti demografici. Tuttavia, se le condizioni negative dovessero perdurare nel tempo, come sembra stia accadendo, potrebbe essere difficile che gli equilibri pre-crisi vengano ripristinati e quindi gli shock congiunturali contribuirebbero di fatto a rafforzare o rallentare le dinamiche demografiche di lungo periodo.

Inoltre, l'effetto del cambiamento economico congiunturale su un singolo comportamento demografico potrebbe non essere immediato. Per tali motivi, la lettura dei presunti effetti della crisi sulle dinamiche demografiche recenti va fatta con molta cautela. I giovani sono i più colpiti dall'aspetto più drammatico della crisi, l'aumento della disoccupazione. Le ridotte possibilità di contare su un reddito sicuro, di acquisire autonomia abitativa e di accumulare ricchezza rallentano i passaggi alla vita adulta, in particolare, quelli legati alla formazione di una nuova famiglia e alla procreazione. Il processo attraverso il quale agisce il peggioramento della situazione economica sulle scelte dei giovani è complesso e comprende:

  • da un lato, l'oggettiva mancanza di disponibilità finanziarie per la realizzazione immediata dei progetti individuali e di coppia;
  • dall'altro il senso di frustrazione e scoraggiamento dovuto all'instabilità lavorativa e quindi all'insicurezza sulle disponibilità economiche future. Elevati livelli di incertezza hanno un'influenze negative sulla formazione dei progetti stessi e di fatto inducono i giovani a rinviare gli impegni a lungo termine anche in ambito affettivo. L'improvviso aggravarsi delle condizioni economiche, come l’impennarsi della disoccupazione, non fa che aumentare il senso di insicurezza, ritarda l'indipendenza e riduce le speranze di successo per il futuro a causa della mancata soddisfazione delle aspirazioni materiali. Tutto questo si traduce dal punto di vista demografico nella riduzione di convivenze e matrimoni. Con la drammatica situazione occupazionale, i giovani italiani sono fortemente esposti ai rischi di scoraggiamento e ulteriore rinvio delle scelte. à con il deteriorarsi delle opportunità lavorative, è aumentato, soprattutto nel Mezzogiorno e in presenza di bassi livelli di istruzione, il numero di giovani scoraggiati nonché quello dei cosiddetti Not Education Employment or Training (Neet), i giovani che non lavorano, non studiano, ne seguono corsi di formazione. In Italia, la percentuale di giovani che vivono in famiglia non è aumentata rispetto a quanto osservato negli anni che precedono la crisi, resta altissima quella dei giovani che risiedono con i genitori e si blocca la formazione di coppie e, quindi, di nuove famiglie. Prosegue e si aggrava negli anni della crisi il calo dei matrimoni à nell'ultimo quadriennio il loro numero è crollato da 247mila nel 2008 a 207mila. Continua ad aumentare l'età media al matrimonio. Va segnalata però la crescita delle convivenze prematrimoniali che non implicando i costi per l'organizzazione dell'evento nuziale, potrebbero rappresentare una valida alternativa all'unione coniugale in un momento di difficoltà economica come quello attuale. La crisi economica si è abbattuta pesantemente sui giovani, anche quando essi si sono distaccati dalla famiglia di origine e vivono in coppia.

Il calo è dovuto soprattutto alle nascite da donne italiane, ma, per la prima volta nell’ ultimo decennio si osserva una contrazione dei nati da donne straniere. Si aggrava la tendenza alla posticipazione che porterà a un'ulteriore riduzione della fecondità. Inoltre, il 77% delle madri ha dichiarato che la crisi economica ha influito su almeno un aspetto della propria vita:

  • il 21% ha affermato che la crisi ha causato il rinvio della nascita di un ulteriore figlio o la sua rinuncia,
  • mentre per il 16% delle madri non coniugate la crisi economica ha avuto un impatto negativo sulla decisione di sposarsi con il partner, rinviata a data da destinarsi. Questi effetti sono più evidenti per le famiglie che hanno dichiarato di avere avuto difficoltà economiche dopo la nascita del primo figlio. Più difficile è stabilire un nesso tra crisi economica, livelli di mortalità e qualità della sopravvivenza. Alcuni suggeriscono che la mortalità aumenta in tempi di declino economico, altri mostrano, invece, che un deterioramento della situazione economica è associato a tassi di mortalità stabili o addirittura ridotti. Ad esempio, la Grande depressione del 29 è stata accompagnata da un calo dei tassi di mortalità in molte città del Nord America. Nel periodo della crisi petrolifera, in molti paesi industrializzati si è osservata un'associazione negativa fra tassi di disoccupazione e mortalità soprattutto dovuta alla drastica riduzione degli incidenti automobilistici, per effetto di una disponibilità delle fonti energetiche. Tuttavia, studi relativi a periodi di crisi in contesti territoriali molto diversi mostrano un risultato opposto: tra i 1980 e il 2000 in Brasile i momenti di maggiore difficoltà economica sono stati immediatamente seguiti da picchi di supermortalità, così come in Messico durante le quattro crisi economiche che si sono succedute tra gli anni 80 e 90, dove è stato osservato un innalzamento dei livelli di mortalità dei bambini e degli anziani. In generale, nei paesi più industrializzati, i tassi di mortalità sembrano essere prociclici, cioè aumentano nei periodi di boom economico e diminuiscono in quelli di regressione. La ragione principale di questo effetto inatteso e questo che la riduzione dell'attività economica è associata a una riduzione inquinamento, dell’ uso di automobili, di incidenti sul lavoro, minore esposi ai rischi per la salute e l'ambiente. Di tutto questo effetto ne gode l'intera popolazione. Tuttavia, la crisi porta con se rischi specifici:
  • in primo luogo, un aumento significativo dei suicidi;
  • in secondo luogo, un declino della qualità della vita delle persone che sperimentano la disoccupazione, in termini di assunzione di comportamenti nocivi (alcolismo, tabagismo) o di riduzione degli standard alimentari e di cura di sé. La recessione attuale sembra produrre analoghi effetti apparentemente contraddittori, su salute e mortalità nei paesi europei: in particolare, pur non osservandosi modifiche sensibili dei livelli di sopravvivenza complessivi, è stato rilevato un aumento significativo del numero di suicidi a partire dal 2009 in corrispondenza dell'impennata dei tassi di disoccupazione, ma anche una riduzione positiva della mortalità riconducibile incidenti automobilistici.

Inutile dire che gli effetti della crisi sono di entità diversa nei diversi paesi perché possono essere mitigati dal sistema sanitario in vigore purché questo non subisca tagli o ridimensionamenti, che potrebbero acuire le differenze tra cittadini: in tutti gli studi si osserva che le differenze nello stato di salute tra categorie sociali e professionali, per origine etnica e collocazione territoriale tendono ad ampliarsi in tempo di crisi. Molte di queste riflessioni valgono per il nostro paese. I livelli di sopravvivenza non si sono ridotti nel periodo di tempo corrispondente alla crisi: è proseguito anzi, il guadagno in termini di speranza di vita, sia pure lievemente rallentato per gli uomini nelle regioni meridionali. È però evidente anche da noi l'aumento del numero di suicidi a partire dal 2008, che riguarda in modo pressoché esclusivo gli uomini nella fascia di età lavorativa tra i 35 e i 69 anni; in questa fascia di età nel 2011 si registrano 1.832 morti per suicidio, 345 in più rispetto al 2007. Di contro diminuiscono i morti per incidenti stradali, ma in linea con una riduzione tendenziale iniziata da tempo: difficile dire quanta parte di questo trend positivo sia dovuta all'effetto benefico della crisi e quanto, piuttosto, a una capillare e attenta politica di prevenzione messa in atto dalle istituzioni. Anche gli indicatori sulla salute forniscono indizi su un possibile effetto della riduzione del benessere economico individuale e collettivo, sui quali è bene però che la politica mantenga uno sguardo vigile. Rispetto al 2005, nel 2013 sembra migliorare complessivamente la percezione delle condizioni di salute fisica, ma peggiorare quella relativa allo stato psicologico soprattutto di adulti e i giovani à aumentano le visite mediche generiche e specialistiche, ma queste ultime aumentano di più fra coloro che hanno risorse economiche adeguate, cosi come il ricorso ad accertamenti diagnostici aumenta per coloro diminuisce per con una situazione economica migliore e le fasce di popolazione più svantaggiate. In particolare nel corso del 2013, una quota della popolazione italiana ha rinunciato a prestazioni sanitarie o all'acquisto di farmaci per motivi economici, tranne che per le cure che riguardano i bambini, e ciò è avvenuto più per le donne che per uomini, più al Mezzogiorno che al Nord. Più evidenti gli effetti della congiuntura economica di negativa sui processi migratori e, più in generale, di mobilità. Un primo effetto è la riduzione drastica dei flussi in entrata verso le destinazioni che subiscono un repentino rallentamento nella crescita economica con il conseguente aumento della disoccupazione: ciò si è verificato, sia pure con intensità e diverse, per tutte le crisi economiche del secolo scorso. Un altro effetto atteso è che alcuni cittadini stranieri, siano scoraggiati a rimanere nel paese entrato in recessione e decidano di rientrare nel paese di origine o di spostarsi altrove. Tutta via, a meno che non vengano presi decisi provvedimenti da parte del governo ospite volti al loro allontanamento, la storia mostra che sono pochi gli stranieri che volontariamente lasciano il paese in cui già lavorano da anni. Ciò avviene per vari motivi:

  • la recessione colpisce più paesi compreso quello di origine per cui spostarsi può non significare opportunità di lavoro;

che, per quanto leggermente invecchiata nel periodo considerato (gli anziani sono passati dal 2, al 2,7%), rimane in netta prevalenza concentrata nelle età lavorative. Proprio nel periodo della crisi si sono realizzati impor tanti passaggi tra grandi classi di età e fasi della vita per generazioni di differente consistenza numerica. Nelle età riproduttive e attive sono entrate le coorti meno consistenti degli anni 1993-1998, quando la fecondità italiana ha toccato i minimi storici (baby bust); hanno superato la soglia dei 50 anni alcune delle generazioni numerose del baby boom (quelle degli anni 1958-1963) e altre del degli anni seguenti sono prossime a tagliare traguardo; hanno superato i 65 anni non solo tutte le persone nate durante la Seconda guerra mondiale ma anche quelle delle prime coorti postbelliche, delle precedenti per effetto del recupero di fecondità realizzatosi negli anni successivi alla fine del conflitto. A questi cambiamenti già scritti nella storia delle generazioni se ne sono aggiunti di ulteriori recenti, frutto in particolare della dinamica naturale e migratoria degli ultimi anni, in parte condizionata da crisi economica. Si è già osservato come componente straniera, che ha continuato ad accrescersi anche durante la recessione abbia un'azione frenante sul processo di invecchiamento della popolazione residente in Italia. Va notato però come il suo profilo per genere ed età, sintesi di strutture anche notevolmente dissimili tra alcuni dei gruppi nazionali, si sia in parte modificato. È aumentato ulteriormente il peso delle donne, già nel 2008 maggioritarie, e si è verificato un lento ma pressoche generalizzato spostamento verso le età più elevate (in sintesi, l'età media è aumentata di un anno e mezzo). Negli ultimi anni è accresciuto tra gli immigrati il peso dei ricongiungimenti familiari e si è ridotto quello degli arrivi per lavoro, allo stesso tempo però le nascite di stranieri non hanno più fatto registrare la crescita osservata nel periodo precedente la crisi, anzi, per la prima volta, nel 2013 sono risultate in diminuzione (quasi 78mila). Più ampio è stato però il calo complessivo delle nascite à il minor numero di nascite, probabile conseguenza della crisi, combinato ad un aumento dei decessi, dovuto all’invecchiamento della popolazione , ha determinato un saldo naturale negativo nel periodo 2008-13 e di entità crescente negli ultimi anni. Il calo delle nascite oltre ad incidere negativamente sul bilancio demografico della popolazione, ha determinato un restringimento della base della piramide per età. Confronto tra Nord, Centro e Sud Italia: nel mezzogiorno il tasso di natalità già in diminuzione nella prima metà del secolo scorso, negli ultimi anni ha accelerato questa tendenza mentre diminuiva il tasso di mortalità à per la prima volta negli ultimi tre anni si è osservato un incremento naturale negativo e in progressivo ampliamento. Si tratta di novità importante, visto che fino a pochi anni fa era proprio la naturale, combinata con l'immigrazione straniera, a controbilanciare o contenere il migratorio negativo con il resto del paese e l'emigrazione netta degli italiani verso l'estero. In questo periodo di prolungata e intensa crisi economica, il divario Sud-Nord si è ampliato e la stessa dinamica naturale ne è stata condizionata, con una riduzione della natalità più intensa di quanto atteso nelle più recenti previsioni demografiche.

In generale, la struttura demografica della popolazione residente ha proseguito nel processo d'invecchiamento conseguenza di un ulteriore calo delle nascite e di una situazione in cui anche la componente straniera appare meno dinamica. In questo processo è leggibile un ruolo dell'instabilità economica in atto, che condiziona i comportamenti e le scelte individuali attraverso meccanismi complessi e con tracce che visibili sulla popolazione italiana anche negli anni a venire. CAPITOLO 2 GIOVANI E FORMAZIONE DELLE UNIONI Chi sono i giovani? Serve una definizione per le soglie di età che definiscono il passaggio da giovani ad adulti. Per le organizzazioni internazionali i giovani rappresentano la fascia di età compresa tra i 15 e 24 anni e, di conseguenza, i dati sul tasso di disoccupa zione giovanile, si riferiscono tale fascia d'età anni. In molti paesi europei, i giovani, superati i 25 anni sono considerati «adulti», ma secondo le norme sociali prevalenti, l'età limite considerata accettabile per vivere ancora nella famiglia origine è inferiore rispetto ai paesi dell'Europa meridionale e orientale. Infatti, nei paesi del Nord e Centro Europa la maggior parte dei giovani lascia la casa dei genitori prima dei 25 anni, mentre nel Sud e in alcuni paesi dell'Est, più del 50% degli over 25 vive ancora nella famiglia di origine. Allo stesso modo, per le donne le età mediane alla prima unione e al primo matrimonio sono più alte nei paesi del sud. Nel tempo, comunque, il cammino verso l'età adulta si è allungato in tutti i paesi. Non a caso, il target delle recenti politiche europee per i giovani è la fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni Nell'ambito del piano Garanzia Giovani (Youth Guarantee), l’Europa ha un fondo destinato ad aumentare occupazione, istruzione e formazione con il fine ultimo di ridurre l'incidenza dei Neet, i giovani che non studiano, non lavorano ne seguono corsi di formazione. Per la letteratura demografica l'età adulta si raggiunge attraverso il conseguimento di alcuni importanti traguardi:

  • la conclusione degli studi;
  • l'uscita dalla casa dei genitori;
  • la formazione della prima unione stabile
  • indipendenza dalla famiglia di origine. In Italia l'istruzione è obbligatoria fino ai 16 anni e maggior parte dei giovani continua a studiare oltre l'età dell'obbligo. Nel Nord e Centro Italia quasi il 90% dei giovani tra i 15 e i 19 anni risulta essere in istruzione, mentre nel Mezzogiorno più dell'80%. Pochissimi sono i giovani che lasciano la casa dei genitori prima dei 20 anni. Quindi, porre il limite inferiore intorno ai 15 o 16 anni per definire i giovani adulti, rischia di sovrastimare le problematiche dei giovani, almeno per quanto riguarda gli indicatori di indipendenza economica e abitativa dalla famiglia di origine. Lo stesso ragionamento, ma invertito, si applica al limite superiore. Molti dei traguardi che caratterizzano il raggiungimento dell'età adulta vengono conseguiti dopo i 30 anni, soprattutto da arte degli uomini.

Gli aumenti più significativi della disoccupazione giovanile si registrano nei paesi del Sud Europa in particolare in Spagna e Grecia dove l'incidenza dei disoccupati è massima nelle classi d'età 20-24 e 25 - 29 anni. In tali paesi circa un giovane su quattro nella fascia d'età 30-34 anni è disoccupato. Alle medesime conclusioni si può arrivare per le donne. Nel 2013 la disoccupazione più elevata si è registrata nei paesi del Sud Europa per le classi di età 20 - 24 e 25-29 anni. In Italia e Portogallo l'incidenza dei disoccupati è inferiore a quella registrata negli altri due paesi del Sud e più simile a quella osservata nell'Est Europa, ma comunque superiore rispetto ai paesi occidentali e settentrionali del continente. Anche per la classe di età 30-34 anni si registra un peggioramento della situazione occupazionale nel Sud Europa. In particolare, in Italia i maggiori aumenti in termini di disoccupazione si sono osservati nelle classi di età 20-24 e 25-29 anni sia per gli uomini sia per le donne. Fra tutte le fasce d'età quella dei giovani è la più colpita dalla crisi anche per quanto riguarda il benessere soggettivo e la soddisfazione in merito a diversi ambiti della vita. Essi, infatti, riportano le più alte difficoltà ad arrivare alla fine del mese e la più alta insoddisfazione nei confronti della loro situazione economica attuale.

3. I Neet in Italia Di pari passo con l'aumento della disoccupazione giovanile è aumentato anche il numero dei Neet, i giovani che non lavorano, non studiano, ne seguono corsi di formazione. I Neet sono particolarmente diffusi nel Mezzogiorno, tra i giovani con un basso livello di istruzione, tra gli immigrati di prima e seconda generazione e tra coloro che hanno disabilità o problemi di salute. In Italia il trend dei Neet è risultato piuttosto stabile fino al 2007, sia per gli uomini sia per le donne e per tutte le fasce d'età. Negli anni successivi si nota un aumento del loro peso. L'incremento è particolarmente marcato per i giovani sopra i 20 anni mentre per quelli tra i 15 e i 19 anni le percentuali rimangono pressoché invariate. Nel 2013, il 32% degli uomini e delle donne nella fascia d'età 20-24 anni risulta essere Neet contro, rispettivamente, il 19 e il 24% nel 2007 Se si esclude la fascia più giovane (15-19 anni), tra gli uomini la percentuale di Neet diminuisce con l'età. Durante la crisi, essa aumenta sensibilmente per tutte le età più di quanto non accada per le donne. Tra il 2008 e il 2013, infatti, la percentuale di uomini Neet 25-29enni passa dal 15 al 27%. Aumentano anche gli uomini Neet tra i 30-34 anni. Tra le donne, invece, l'incidenza dei Neet aumenta con l'età. Nel 2013, circa il 40% delle donne nelle fasce d'età 25-29 e 30-34 anni sono Neet. La differenza di genere riscontrata nel fenomeno Neet deve interpretarsi tenendo conto del ruolo all'interno della famiglia. Infatti, per ogni fascia d'età, inclusa quella dei 30-34enni, la maggior parte degli uomini Neet sono figli ovvero vivono nella famiglia di origine. Al contrario, la maggior parte delle donne Neet di 25-29 e 30- 34 anni è madre.

Inoltre, la proporzione di Neet che non cercano e non sono disponibili a lavorare è molto più alta tra le donne che tra gli uomini; dunque le donne più adulte, soprattutto quelle con figli risultano Neet perché dedite alla cura della famiglia. Per queste donne non è chiaro, tuttavia, quanto la scelta dell'inattività sia volontaria oppure dettata da imperfezioni del mercato del lavoro e dalla mancata presenza di istituzioni che permettano di conciliare famiglia e lavoro. Escludendo le donne Neet che sono madri, si registra comunque un aumento di quelle che sono figlie o in altra condizione. Negli altri paesi del Sud ed Est Europa l'incidenza dei Neet è simile o maggiore di quella che troviamo in Italia.

3. La crisi e l'ulteriore rallentamento della transizione all'età adulta Discutiamo ora le possibili conseguenze demografiche della peggiorata situazione economica dei giovani sulla loro transizione all'età adulta. Il raggiungimento dell'indipendenza economica, ottenibile tramite un impiego stabile, rappresenta un passaggio importante nel cammino verso l'età adulta ed è anche un prerequisito fondamentale affinché i giovani possano metter su famiglia. Sebbene i trasferimenti intergenerazionali siano importanti (basti pensare all'aiuto dei genitori per l'acquisto della prima casa), l'ingresso nel mercato del lavoro e il raggiungimento di uno status economico di autonomia dalla famiglia di origine costituiscono una condizione necessaria affinché i giovani adulti possano lasciare la casa dei genitori e mettere su fa miglia. Di conseguenza, disoccupazione, sottoccupazione e in generale difficoltà ad arrivare a fine mese, ritardando il raggiungimento dell'indipendenza economica dalla famiglia di origine, ritardano anche l'uscita dalla casa dei genitori, il matrimonio e la nascita del primo figlio. La crisi non ha colpito in modo uguale le economie nazionali, i singoli paesi sono inoltre caratterizzati da diversi sistemi di welfare che possono risultare più o meno favore voli nei confronti dei giovani. à In Italia, uno tra i paesi più duramente colpiti dalla crisi, i giovani non possono contare come i loro coetanei dell'Europa settentrionale, su un welfare generoso, ne su un mercato del credito che faciliti l'accesso a prestiti e mutui il che aumenta ulteriormente la loro dipendenza economica dalla famiglia di origine. È dunque lecito aspettarsi che l'attuale recessione abbia contribuito a ritardare ulteriormente il completamento della transizione all'età adulta. I nuovi laureati disoccupati sono stati individuati come la principale categoria di giovani boomerang che, dopo aver trascorso un periodo lontano da casa per ragioni di studio, vedono costretti a tornare a vivere con i genitori per far fronte alla mancanza di lavoro e, di conseguenza, di reddito. In Europa, la correlazione tra aumento della disoccupazione giovanile e numero di giovani che vivono con i genitori è più debole. Per l'Italia, in particolare, dove la coresidenza con i genitori è già molto alta, non si registra alcun aumento nella percentuale di giovani che vivono in famiglia rispetto agli anni che precedono la crisi.

In entrambe le configurazioni di coppia la condizione delle donne in termini di status occupazionale è andata deteriorandosi rispetto all'inizio della crisi. La proporzione di donne occupate è scesa di 10 punti percentuali tra le giovani in coppia non coniugate e di 8,9 punti percentuali tra le giovani in coppia coniugata andando ad alimentare, in entrambi i casi, soprattutto la componente in cerca di occupazione. La presenza di figli all'interno delle unioni libere va sempre più affermandosi come componente strutturale di questo tipo di coppie riducendo conseguentemente la di stanza dalle coppie coniugate. Infatti, nel periodo considerato, a fronte di una stabilità della presenza di figli tra le coppie coniugate (74%), le coppie in unione libera con figli passano dal 36% del 2007 al 43,9% del

Anche la presenza di figli piccoli nelle unioni consensuali si sta diffondendo a un ritmo superiore rispetto in quelle coniugali: la percentuale di coppie con figli di 0-3 anni passa dal 23,9 al 28,2% per le unioni libere e dal 44,8 al 47,7% per le coppie coniugate. Un altro fenomeno di rilievo, è quello delle convivenze prematrimoniali, in particolare quelle di lunga durata, che hanno un impatto anche sulla posticipazione del primo matrimonio. La durata mediana della convivenza prematrimoniale era di appena 1,3 anni per i primi matrimoni celebrati fino al 1984, mentre è raddoppiata a 2,6 anni per le coorti matrimoniali 2005-2009. Tra le coorti più anziane, ben il 64% delle convivenze prematrimoniali non superava i 2 anni, mentre tra quelle più giovani tale quota raggiunge appena il 34%; crescono, viceversa, soprattutto le unioni prematrimoniali durano 4 o che hanno raggiunto o superato i 4 anni (dal 22 al 34%). È possibile che questa tendenza di fondo a vivere in unioni libere per periodi lunghi si accentui in momenti di difficoltà economica come l'attuale, perché questa forma di unione consente di rinviare le spese associate al matrimonio, o, addirittura, rappresenta una valida alternativa all'unione. 4.1. Somiglianze e differenze tra partner: cambiamenti recenti I mutamenti della famiglia italiana osservati negli ultimi decenni hanno profondamente cambiato la configurazione della coppia, in particolare per quel che concerne le modalità di assortimento sotto il profilo anagrafico, culturale e occupazionale dei partner. Il persistente rinvio delle varie tappe di transizione allo stato adulto, per effetto del prolungamento della fase formativa, delle difficoltà di inserimento e di stabilizzazione all'interno del mercato del lavoro, delle difficoltà di trovare una sistemazione abitativa adeguata, comporta un innalzamento dell'età alla formazione delle unioni, coniugali e non. Per lungo tempo il modello prevalente era caratterizzato da una forte differenza di età tra gli sposi, con la donna mediamente più giovane di 2-3 anni. Questo modello di tipo tradizionale, con l'uomo più grande della donna, riguarda una quota ancora molto elevata di coppie anche tra le giovani generazioni, cioè con donne nella scia 15-34 anni: in particolare, nel 2012 ricadono in questa tipologia l'86,1% delle coppie coniugate e il 79,3% di quelle non coniugate. È importante notare, tuttavia, che rispetto al 2007 la quota di coppie «tradizionali» è rimasta sostanzialmente stabile tra le coppie coniugate (-0,4 punti percentuali) mentre è calata sensibilmente (-6,8 punti percentuali) tra le non coniugate.

Quindi le coppie non coniugate giovani sono non solo legate in minor misura al modello tradizionale di partner con età differenti, ma se ne sono discostate anche più rapidamente. Parallelamente crescono quelle in cui i partner sono coetanei e si riducono un po' quelle in cui la donna è anagraficamente più grande dell'uomo. Il livello di istruzione è notevolmente tra le generazioni e ciò ha un forte cambiamento per le donne in coppia, che rispetto al passato recuperato lo svantaggio culturale con i partner. È soprattutto tra le coppie più giovani a risultare maggiore la proporzione di donne con titolo di studio più elevato del partner. Se tra le coniugate più della metà delle coppie è formata da partner con stesso titolo di studio, ciò riguarda il 49,7% delle unioni libere dove, invece, sono un po' più elevate tanto la proporzione di tipo più tradizionale quanto il peso delle coppie con lei più istruita di lui. Nel Nord del paese la presenza di giovani coppie in cui la donna supera l'uomo per livello di istruzione è maggiormente diffusa in entrambe le tipologie, particolarmente nel Nord-Est per le non coniugate. La situazione maggioritaria di uguale livello di istruzione tra i partner è più diffusa Sud per le coppie coniugate e nelle Isole e Centro tra le non coniugate. Il modello più tradizionale in cui la donna è meno istruita dell'uomo si riscontra invece nel Nord- Est tra le coniugate e nel Sud e Isole tra le non coniugate. Rispetto al 2007 tra le coniugate è aumentata la presenza di coppie di pari istruzione al Centro-Sud e quelle in cui l’uomo è più istruito della donna nel Nord-Ovest. Tra le non coniugate è pressoché stabile la presenza di partner con titolo di studio, mentre si riducono quelle in cui lei è più istruita e, conseguentemente aumentano quelle in cui lui è più istruito. La partecipazione femminile al mercato del lavoro ha rappresentato un ulteriore fattore di mutamento della vita familiare e dei ruoli della coppia e ha investito le generazioni più giovani per le quali la tipologia a doppio reddito riguarda quasi 2 coppie su 3 fra le non coniugate e su più di 4 su 10 tra le coniugate. Per quanto attiene l'occupazione femminile il differenziale Nord-Sud riproduce divari delle coppie con entrambi i partner occupati:

  • Al Nord e al Centro più della metà delle coppie è costituita da partner che possiedono entrambi un’occupazione con punte che raggiungono quasi il 90% tra le coppie non coniugate residenti nel Nord-Est.
  • La condizione di casalinga è in media, tre volte più diffusa nelle coppie che sono convolate a nozze (3%) rispetto a quelle in unione libera (10,4%);
  • nelle Isole il dato sale al 44,6% tra le prime e al 20,1% tra le seconde. La crisi economica si è abbattuta pesantemente sui giovani, anche su coloro che si sono distaccati dalla famiglia di origine e vivono in coppia.

CAPITOLO TERZO

COMPORTAMENTO RIPRODUTTIVO

1. Sempre meno figli: un nuovo «baby bust»? Dopo il lungo e intenso declino delle nascite e della fecondità in Italia, che in 30 anni ha portato il tasso di fecondità totale (Tft) al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995, si è osservata una ripresa fino al massimo relativo di 1,46 nel 2010. L'aumento della fecondità si è concentrato nelle regioni del Centro-Nord ed è dovuto in larga misura al crescente contributo delle donne straniere alla fecondità della popolazione residente. Tale ripresa sembra però essersi arrestata. Negli ultimi tre anni, infatti, il Tft è in diminuzione, nel 2012 è stato di 1,42 figli per donna e si stima scenda a 1,39 nel 2013. Considerando l'andamento assoluto del numero dei nati il declino è ravvisabile già dal 2009. Il decremento nel numero assoluto dei nati ha caratterizzato periodo 2009-2013e ha toccato il suo massimo proprio nell'ultimo anno di osserva zione (-20mila nati rispetto all'anno precedente, con una contrazione del 3,7%). Il calo delle nascite è da attribuirsi per lo più alla diminuzione dei nati con cittadinanza italiana, quasi 68mila meno rispetto al 2008. Al contrario, i nati stranieri la cui incidenza è aumentata rapidamente nell'ultimo decennio sono cresciuti fino al 2012 e solo nel 2013 per la prima volta si è registrata una diminuzione di circa 2mila rispetto all'anno precedente. Il calo della natalità e della fecondità osservato negli ultimi cinque anni ha caratterizzato non solo l'Italia, ma anche numerosi paesi europei seppur in misura diversa tanto che alcuni studiosi hanno ipotizzato l'esistenza di una relazione negativa tra il comportamento riproduttivo e l'attuale recessione economica. È stata messa in relazione la variazione percentuale del tasso di disoccupazione nel periodo 2007 - 2011 con quella del numero di nati vivi tra il 2008 e il 2012 registrate in Italia, Francia, Germania, Grecia, Spagna e Svezia. A eccezione di quest'ultima, per tutti gli altri paesi considerati si registra una contrazione nel numero dei nati, seppur con intensità assai diverse tra loro: si va da un minimo di - 0,9% in Francia fino a un massimo di - 15,2% per la Grecia. I tassi di disoccupazione, al contrario, mostrano un andamento crescente (specie in Spagna e Grecia), tranne che in Germania, dove tale tasso diminuisce di quasi un terzo. Va sottolineato che nei paesi in cui l'aumento della disoccupazione è stato più consistente si riscontra una maggiore contrazione nel numero dei nati. Nel nostro paese gli effetti della crisi economica sulle nascite vanno a sommarsi a quelli «strutturali», dovuti alla significativa riduzione della popolazione femminile in età feconda. Le baby boomers (ossia il contingente molto numerosi di donne nate tra i primi anni '60 e i primi anni '70) stanno concludendo la loro storia riproduttiva. Le generazioni di donne che le stanno sostituendo sono molto meno numerose. Considerando le donne in età feconda nel 2013, quelle fino a 30 anni (ovvero le nate tra il 1983 e il 1998) sono poco più della metà delle donne tra 31 e 49 anni le nate tra il 1964 e il 1982). Meno donne in età feconda significano tendenzialmente meno nascite. Oltre all'effetto struttura, che sarà particolarmente evidente nei prossimi 10-15 anni, va messo in rilievo che il

comportamento riproduttivo delle generazioni più giovani è caratterizzato dalla continua posticipazione della transizione verso la genitorialità, dalla tendenza alla diminuzione del numero finale di figli e dall'aumento delle donne senza figli.

2. Sempre più in bilico tra rinvio delle nascite e rinuncia A differenza di quanto accade con i dati di periodo, la discendenza finale delle generazioni è in continua diminuzione. Da 2,5 figli per donna delle generazioni di nate nei primissimi anni '20 si scende a 2 per quelle del secondo dopoguerra, quindi a 1,7 per le donne nate nel 1960. Si stima che la discendenza finale delle donne nate nel 1970 sarà di 1,5 figli per donna. Le discrepanze osservate nell'andamento del tasso di fecondità totale calcolato per anno di calendario e di quello calcolato per generazione sono imputabili ai significativi cambiamenti nel calendario delle nascite da parte delle generazioni. Tra la fine degli anni '50 e la fine degli anni '70 l'età media alla nascita del primo figlio si abbassa; tale anticipazione del calendario delle generazioni si traduce in un quantum aggiuntivo sugli indicatori di fecondità di periodo facendoli aumentare rapidamente. Il contrario avviene dalla fine degli anni '70, quando si impone via via il fenomeno della posticipazione della nascita del primo figlio. Nel 1995 (anno in cui il tasso di fecondità totale raggiunge il minimo) l'età media al primo figlio era, infatti, pari a 28,1 anni. Nel 2008 questa era salita a 30,1 anni, per arrivare a 30,5 solo quattro anni dopo. Gli effetti dello spostamento della fecondità delle generazioni verso età più elevate sono evidenti se si osserva l'andamento dei tassi di fecondità specifici per età calcolati per le donne nate tra il 1955 e il 19 80 : per le generazioni più recenti si registrano tassi di fecondi relativamente elevati nelle età superiori a 30 anni che tuttavia non riescono a uguagliare l’alta fecondità nelle età più che caratterizzava precedenti. Nell'arco di circa dieci generazioni i livelli della fecondità del primo ordine realizzata fino a 25 anni dalle generazioni di donne nate negli anni '60 si sono pressoché dimezzati, passando da 488 a 257 primi figli per 1.000 donne. Per le nate dopo il 1970 il ritmo di crescita rallenta. Ciò potrebbe suggerire che la posticipazione dell'ingresso nella carriera riproduttiva stia per raggiungere un limite inferiore fisiologico. Ancora più significativa è la dinamica della fecondità di primo ordine realizzata fino a 30 anni, trattandosi di un'età in cui il percorso riproduttivo delle donne già si avvia a raggiungere la sua massima realizzazione. Anche in questo caso la diminuzione appare fatti, dai 713 primi figli per 1.000 donne della generazione del 1960 ai 506 di quella del 1970. 2.2. Crisi economica e transizione verso il primo e il secondo figlio L'attuale fase di diminuzione della natalità e della fecondità si sta realizzando, come si è detto, in un quadro di congiuntura economica sfavorevole, che sembra agire nel verso di una procrastinazione ancora più accentuata delle nascite, soprattutto per le generazioni più recenti, più colpite dalla crisi dell'occupazione.